0ntologia del sublime
………………………………………………………………………………ontologia del sublime si è in presenza dell’arkè o priorità o singolarità di una tesi sul sublime , sorgente dalle lezioni kantiane del prof. s. gi. Si delinea una gestell o struttura o impianto dell’opera sul sentiero di una analitica dell’esserci o dasein-analytik assentemente presente in kant, per interpretare l’analitica della bellezza e l’analitica del sublime. Si approderà infine ad una ontologia del sublime o sublyme quale bellezza-sublime plotiniana o sublime-bellezza heideggeriana già compresenti nella prima ermeneutica del sublime longiniana o burkeiana. Si offrirà preliminarmente una panoramica delle contemplanze del sublime nella classicità quale sublime della mathesis o pitagorico o platonico eventuato già da anassimandro sia nell’apeiron sia nell’archè, quale sublime dei quanta infiniti o del senza-fine e del senza-limiti: presente nell’analitica kantiana quale sublime matematico o gegenstand sublime, ovvero quale entità sublime in trascendenza, presente solo nell’immaginazione della purezza sublime quale eccelsa e nobile magnanimità o magnitudine kolossale , sempre al dilà del sensibile e del percepibile quasi fosse l’alterezza proustiana. L’apeiron dei quanta però non è mai irreversibile: c’è sempre un senza fine infinitesimo o una abissalità senza fondale ove si autoeventui il sublime quale klinamen o ab-scissa dell’archè o dell’evento o della singolarità o ereignis. A quella visione quantica si aggiunse nel corso del tempo una dinamica del sublime interpretata dal pensiero della dynamis aristotelica, quale coercizione kategorica del panta-rei eraklitiano: qui la purezza è katarsi e la sua fenomenologia suscita quel sentimento o quella tensione o quella intermittenza che tanta fortuna avrà nel pensierò di Burke e di Kant, tanto da eventuare il fenomeno del sublime o il noumeno del sublime, ovvero il sublime fenomenico e il sublime noumenico. Ma nessuno si è ancora chiesto del perchè esista una musa della bellezza e non ci sia una musa del sublime. Forse il pensiero di Plotino ci viene in soccorso per delineare nel mito di Kalypso la disvelatezza del mito del sublime, quale bellezza in estasy instabile, fluttuante, assentemente presente o che si sveli solo nell’infinito o nel senza-fine o nell’abisso del senza-entità dell’etere o che aleggi sempre entousiasta , nell’eventuarsi sempre ab-scissa dell’essere-sublyme in mitica alterezza quale bellezza-sublime o sublime-bellezza. Le interpretazioni dell’estetica kantiana presenti nelle lezioni e nella poetica narrativa givoniana quell’eventuarsi dell’abissalità gettano nel pensiero della mondità. Quel che seguirà è intriso di quella pregnanza e salienza.
Il sublime dilata il cuore e mantiene l’attenzione immobile e tesa. È stancante. Il bello scioglie l’anima : già negli anni sessanta precritici kant percepisce una differenza fenomenica o una incongruenza spaziale nell’estetica , presente nell’epigenesi longiniana del sublime ma non ancora una differenza noumenica nella bellezza o nel sublime. Qui il sentimento sublime consiste in una vibrazione o alternazione rapida dei sentimenti o alterità o alterezza dell’esserci.
Il dinamicamente sublime è simile alla potenza osservata in natura irresistibile e terribile, ma se si è al sicuro, si rimane disinteressati e perciò non c’è più un oggetto o gegenstand che incuta la paura. Dio è terribile ma l’uomo retto non ha paura. Anzi solo il dio del sublime ci può salvare o solo il sublime salverà il mondo. Quella è la differenza: il sublime è il coraggio etico dell’anima e consente di scoprire un’abilità di resistere e comprendere ma solo perchè c’è l’alterezza dell’esserci. Kant pensa alla natura sublime perché eleva, innalza l’immaginazione all’esposizione eccelsa, là ove la mente può essere l’unica facoltà capace di comprendere o sentire la sublimità, anche al di sopra della stessa natura, quale sublimità appartenente alla libertà estetica dell’alterezza. Tale libertà è al di fuori dell’ordine naturale, ed è il centro della teoria etica di Kant: interagenza intima tra il sublime o il dinamicamente sublime e la sua teoria etica. C’è un fattore empirico per il sublime: la mente deve essere ricettiva alle idee razionali, ma può accadere solamente in una cultura che già capisce l’etica come una funzione della libertà o, più generalmente, negli esseri animati c’è già una dimensione che trascenda la natura. Il sublime è possibile solo per chi possieda tale cultura etica . Quindi, il sublime è sussunto in contingenza empirica. Kant pensa: siamo giustificati nel richiedere ad ognuno le condizioni trascendentali per la cultura etica ? Così per il sublime, perché queste condizioni sono , come nell’analitica della bellezza , le stesse sia per il pensiero teoretico sia per il pratico in generale. La sublimità, la sublime etica kantiana, il dinamicamente sublime è sempre in relatività o in reciprocità kategorica o in interagenza con la libertà. E’ la problematica kantiana della differenza kategorica tra il matematico e il dinamicamente sublime, o della differenza analitica tra la bellezza e il sublime: entrambi presuppongono un giudizio di riflessione: quindi l’inclinazione o il klinamen di ben-essere e sensibilità, come quella del piacevole; il ben-essere è pensato ed esperito nella purezza della vivenza o dell’immaginazione: entrambi i giudizi annunciano la realizzazione del requisito dell’analitica e non soltanto la sensibilità del desiderio; l’analitica della bellezza della natura interessa infatti la forma dell’ente, che esiste che c’è, che si dà quale esserci o dasein-analytik ; il sublime invece si trova di fronte un gegenstand, sempre non-ente o ente infinito o entità abissale senza-fine, senza fondo, un ni-ente, un nulla o un essere che ci viene in-contro quale ente informale, l’infinità, o completezza kategorica della monade o dell’arkè o della singolarità infinitesima nel suo subliminare ed infinitamente irreversibile nell’apeiron, nell’essere sempre senza fine e senza un fine o un telos: è in interagenza la piacevolezza del ben-essere con la qualità, o la quantità kolossale e magnanima e perciò alta e nobile quale eccellenza dell’etica o quale alterezza. Nell’analitica della bellezza c’è la seducenza quale attrazione fenomenologica, senza la presenza di un’immaginazione; la sensibilità del sublime invece è presente immediatamente quale compresenza di immaginazione pensante o immediatamente come emozione dell’immaginazione dell’ esserci o del non ente, niente, nulla o sacra superentità divina, incongruente e incompatibile con le attrazioni e con la seducenza, anzi prossima al timore e all’angoscia; la mente lì è costretta non soltanto alla presenza stabile dall’ente, ma è spinta anche fuori , tanto da non afferrare o percepire la completezza kategorica dell’arkè quale singolarità e dell’apeiron e, per-ciò , impossibilitata nel contenere il ben-essere o un desiderio solo positivo , ed allora si evidenzia anche il senso, contrastante, di ammirazione o tensione o attenzione, quale desideranza anche negativa o non desideranza o dispiacere o timore o tremore o paura ed angoscia. La differenza più importante e più interna tuttavia , sempre fenomenica o kategorica , è quella dell’analitica del sublime o della bellezza dell’esserci o dasein-analytik : qui il sublime Kant lo pensa quale
sensibilità che si esprime nella sensibilità estetica che non desidera essere ridotta e la corrispondenza con un’idea che non si può sacrificare nell’apparenza. Quindi, comunque rigorosamente richiede un’espressione etica, l’occhio richiede la bellezza come se ci fosse insistenza dello stesso oggetto, l’etica richiede un’armonia completa fra il principio e l’inclinazione, perché tutta la tensione o l’attenzione si impegna, giacchè si sente che l’eticità non sia ancora in completezza, la virtù non ancora perfezionata. La auto-padronanza che è espressa nella dignità .
Trovare il sublime nella bellezza è la bellezza filosofica. Quale analisi di Aristotele della tragedia nella Poetica, specificamente la sua identificazione delle salienze o pregnanze della tragedia; come nell’esperienza di paura e compassione conducenti ad una catarsi delle emozioni. Aristotele appare poco chiaro circa quel che accada nella catarsi. Kant pensa un possibile chiarimento.
C’è bellezza e c’è la bellezza-sublime o plotiniana: rappresentano due poli in un continuo: un polo è la bellezza che è associata con un senso della leggerezza ed ordine equilibrato. Ha una qualità debolmente decorativa . Nell’altro estremo c’è la forma molto più ob-scura di bellezza-sublime che si associa con la profondità e la verità. Questa seconda bellezza è il sublime. La differenza tra questi due estremi, o meglio la differenza tra due spazi topologici che si incontrano come in un nastro di Mobius, svela l’ analitica della bellezza dell’esserci: se un fiore, un tramonto, un poema, un dipinto, o un brano musicale: qualsiasi cosa che possieda bellezza del primo genere può essere visto anche come bellezza del secondo genere, se l’attenzione dell’osservatore è diretta e adeguata alla fenomenologia ermeneutica. Il differenziale nel continuo è costituito dalla consapevolezza dell’analitica fenomenologica del sublime nella bellezza o della bellezza nel sublime.
La fenomenologia ermeneutica della bellezza è ontologicamente connesso con la profondità e la verità, l’abisso e la svelatezza, non è una forma di bellezza che si adegui nelle categorie di Kant della bellezza ed il sublime. L’analitica di quei sublimi eventua una concezione più complessa della bellezza che Kant stesso mai teorizzò . L’analitica del l’estetica del sublime emerge così come una più complessa ermeneutica della bellezza, quale bellezza filosofica o trascendenza della bellezza o sublime bellezza. Quella re-interpretanza dell’analisi di Kant della bellezza connessa con alcuni dei commenti di Aristotele sulla tragedia possono delineare l’emergere di un nuovo paradigma givoniano.
Nell’Analitica del Giudizio Kant distingue il sublime dalla bellezza sempre fenomenica: è bella , kategoria della comprensione che organizza il sensibile molteplice nelle strutture usabili del mondo , la forma intenzionale. Nel caso della bellezza, identifichiamo lo stesso modello in un oggetto, riconosciamo ed apprezziamo un principio di organizzazione, è probabile che si dica anche, di pensiero, nell’oggetto ma l’oggetto stesso non ha utilità. Qualcosa è bella, come opposto ad utile, precisamente perché ha certe caratteristiche che possiamo identificare con utilità, ma l’oggetto stesso è inutile. È a causa di quello che la posizione riguardo al bel oggetto è disinteressata severamente, mentre il suo aspetto dà piacere. Un fiore è bello perché possiamo riconoscere la sua organizzazione, la sua simmetria i suoi colori come caratteristiche utili in una cosa , ma la cosa stessa è essenzialmente inutile , e così si pensa la bellezza senza scopo.
Il sublime, in contrasto, secondo Kant è un principio di disturbo. È il fenomeno della comprensione che incontra qualche entità che non può organizzare o contenere. Non può determinare un principio di organizzazione che delimiti la cosa, perché non può determinare limiti alla entità quale ob-getto sublime. Non può determinare limiti alla cosa perché la cosa, quale gegenstand, sfida i poteri di presenza dell’immaginazione. È sempre oltre i poteri dell’immaginazione per presentarsi in forma assennata alla comprensione, ed è sempre oltre i poteri della comprensione per avere senso solo al di fuori quale niente, non-ente, il nulla abissale. Ambedue le facoltà di comprensione sembrano non riuscire nel confronto col sublime. Il sublime, perciò rappresenta disorganizzazione. Quella disorganizzazione non è solo una disorganizzazione arbitraria esterna, ma un gegenstand che suggerisce una disorganizzazione interna, sistematica, perché è dalla inabilità di organizzare quella cosa che il senso di disorganizzazione sorge, minaccia la concezione di come organizzare le cose del sublime. È qualche entità che spaventa.
Kant identifica la bellezza con una qualità, mentre il sublime si identifica con una quantità, ma quella quantità è illimitata, i quanta sono infiniti e abissalmente infinitesimi. Dove la bellezza calma, il sublime disgrega, dis-turba, è, Kant pensa, però pre-adattabile al giudizio e così costituisce in se stesso un ob-getto della soddisfazione: ma il sublime è anche il contrario: sembra violare il giudizio, essere dis-adatto alla facoltà di presenza. Kant pensa il sublime quale violenza all’immaginazione.
Il piacere del sublime è un piacere negativo. È un piacere indiretto che non viene dal sublime stesso, ma dal sollievo che si sente quando si comprende che quel dis-turbo esterno non minaccia più il nostro equilibrio o ordine interno realmente; quando riconosciamo nel pericolo e nella paura, nel timore e nel terrore del tragico un senso alternativo, identificabile nella ragione o razionalità o kategorica ermeneutica indipendenti e quindi salvifiche da tutte le minacce mondane, da tutte le possibili tragedie, da tutte le angosce . Il sentimento della inadeguatezza per aggiungere ad un’idea che è una legge il confronto con l’impensabile nei richiami sublimi , inadeguatezza e coercizione per far si che ci si possa adeguare all’idea della legge morale: il sublime costringe l’esserci alla ricerca di un scopo alternativo da quello che è suscettibile di pericoli per la salvezza del mondo, vale a dire essere nell’etica. Il piacere che si prova dal riconoscimento della nostra sicurezza essenziale riguardo alla cosa minacciosa. Kant pensa il piacere del sublime come qualche genere della gioia, piacere che sorge dalla cessazione di un disagio , quale varietà o stato della gioia.
Kant analizza il sublime quasi fosse una utopia distopia: dobbiamo cercare una terra esterna per il bello di natura, ma la cerchiamo soltanto per il sublime e nell’ atteggiamento di pensiero che presenta la sublimità nella rappresentazione di natura, la bellezza ci disvela gli spazi esterni, il sublime è un movimento, una isteresi eristika interna, un’esperienza estetica della vivenza, quale erlebniz sublime. Kant sussume il sublime alla bellezza, perché l’esperienza della bellezza è espansiva, di natura, il sublime si disvela quale cuspide nell’ interno, un fenomeno inerentemente meno interessante: l’esperienza del sublime conduce internamente e seduce ad una particolare forma di riflessione, con la quale è connessa il più puro progetto filosofico di conoscenza di sé.
Per Kant né l’arte né la natura, nel positivo, senso intenzionale, sono sublimi, né generi di cose, da fiori a tramonti poemi a melodie, possano essere sentimento del sublime. Kant pensa il sublime d’importanza secondaria come un’esperienza estetica, per essere coniugato con la bellezza.
C’è comunque, una relazione tra la bellezza ed il sublime quel che Kant non pensa ma comunque disvela nella sua analisi dei due concetti estetici della sua fenomenologia. Se la descrizione di Kant della bellezza è, che è senza scopo, si può stabilire un collegamento interagente tra la bellezza ed il sublime. La caratteristica distinta della bellezza, per Kant è la qualità . Ma l’intenzionalità della bellezza è senza scopo. Se la qualità della bellezza è interiore, l’essenza della bellezza deve essere senza scopo. La bellezza divide, si dà differeziale dalla mondità e dalla mondanità, ma quello che distingue la bellezza è la sua qualità senza uno scopo, quello che conferisce alla bellezza la sua essenza, sebbene quella sia necessaria, è l’esserci , l’essere nel tempo, l’essere nel mondo ma come un gegestand senza uno scopo.
Se una cosa è senza un scopo realmente, poi è veramente indeterminata . Un oggetto della bellezza , avrà la qualità , ma la riflessione lo mostrerà per essere realmente senza telos, quale bellezza in negativo: piacevole e nel contempo dispiacevole: sublime-bellezza o bellezza-sublime, quasi ci fosse il chiasma plotiniano: dal sublime alla bellezza, è un confronto che la mente non può organizzare o contenere o avere senso . La mente, l’ immaginazione estende, ma non può determinare i confini. La sua propria integrità è minacciata, si è minacciati, l’esserci è in pericolo, ma dove c’è il pericolo lì c’è la salvezza. Sarà un sentimento di chiusura, molto vero ma invisibile e pericoloso. Quando la mente funziona contro questo pericolo, indietreggia, quando la ragione è impegnata, il sentimento è sollievo, cessazione della minaccia. Il sentimento successivo è il sentimento della gioia. È l’esperienza del sublime nella bellezza:in grazia della bellezza senza e con il sublime. Essere entusiasmati dalla luce e dal colore, l’armonia e le proporzioni in un dipinto , sperimentare il suo ordine è una buona esperienza, l’erlebniz della bellezza-sublime plotiniana quale sublime dell’entousiasmo e della deliranza . Alcuni pittori e poeti, suscitano l’esperienza del sublime dal di fuori dell’esperienza della bellezza: si può sperimentare il sublime, specialmente nelle forme in natura, nella contemplanza di cascate potenti e pietre sporgenti o cuspidi elevate.
È quando l’esperienza estetica è un modello di riflessione che inizi con un senso di ordine e l’armonia, ma diviene qualche genere di ricerca per un contesto significativo di ordine e armonia che la contemplazione delle bellezza si dà, si getta verso un’esperienza del sublime. La ricerca svela una ricerca per sé, per il proprio luogo, per l’esserci. Quella diviene una ricerca filosofica o di ermeneutica fenomenologica nell’esperienza del sublime; soltanto dopo quella interpretanza che l’esperienza estetica si svela in filosofica. È una ermeneutica filosofica perché la fine è più semplicemente delizia, qualche cosa come la verità, la verità dell’esserci ed il mondo o la mondità o la Xhorà quale luogo topologico nell’universo: la bellezza-sublime seduce l’esserci, il dasein e conduce verso una ricerca infinita e abissale . Il confronto col sublime nella bellezza o nel chiasma della bellezza-sublime è dirompente, ma liberante. Quello che disgrega, decostruisce è il compiacimento delle disposizioni, ma ci libera, libera l’esserci verso una sensibilità nuova della vivenza, erlebniz della sublime-bellezza, eccelsa libertà quale entousiasmante nobiltà o alterezza: aspetti di paura e gioia, di disgregazione e liberazione , di terrore ed entusiasmo, di angoscia e delirio classiche del misticismo sacro e mitico che possano essere costituenti dell’analisi di Kant del bello ed il sublime e connessi con le nozioni di Aristotele di paura e compassione in tragedia, e della fine della tragedia come catarsi, quale unico telos della bellezza sublime: c’è solo una referenza passeggera alla catarsi Poetica di Aristotele? Appare in un passaggio sulla tragedia.
Una tragedia, è un’imitazione di un’azione che sia terribile ma anche, con una magnitudine, completa in se stessa; con accessori piacevoli, con incidenti che risvegliano la pietà e timore con cui portare a termine la catarsi di quelle emozioni: definizione della natura della tragedia di Aristotele che ha molti collegamenti con la bellezza filosofica, dall’analisi di Kant della purezza del sublime e della bellezza.
Aristotele specifica come il protagonista della tragedia né deve essere troppo buono né troppo cattivo, ma piuttosto risvegliare il meson la corretta mescolanza di paura e pietà: nello sperimentare una tragedia, si sente paura perché ci si vede nel luogo del protagonista, e si sente la pietà della sfortuna quale quella della persona o dell’eroe che soffre o soccombe; si vede qualche cosa di se stessi nel protagonista, è il medesimo nostro esserci. L’identificazione col protagonista è un meson di paura e pietà e dà luogo o eventua l’ab-scissa della katarsi. Aristotele non è chiaro, ma un’analisi del Kant-sublime può far luce sul fenomeno o sull’ermeneutica estetica.
Nell’analisi di Kant del sublime c’è una imitatio, sia pure più complessa, accade si dà il reflex il riflesso speculare e supersimmetrico del chiasma plotiniano della sublime-bellezza-sublime, quella è un rispecchiamento che dà luogo ad una transizione simile o ad una transcendenza: dalla pietà e timore o terrore o orrore o angoscia o paura o orrore per disvelarsi una libera e gioiosa deliranza estatika. Nella esperienza della bellezza-sublime, per Kant, il dinamico o la dynamis in natura è una proiezione del senso interno dell’esserci. La riflessione del pensiero prioritario o della purezza in relatività con la physis o natura fa sembrare bella e dà un senso o un telos alla natura: similmente, quando si incontra la natura insondabile o noumenica nel pensiero, la natura, come dynamis, che si vede e riflette in quel fenomeno nel contempo la si teme tanto da poetizzarla in matrigna o causa dell’infelicità esistenziale: lì ove c’è la bellezza c’è anche il pericolo per la salvezza della destinanza del dasein.
La natura che si incontra nel sublime è una natura diversa da quella che si incontra nella bellezza. È natura, non come le piccole cose circa le quali si è solleciti, è la natura verso cui lo scopo è imperativo ipotetico. L’identificazione con questa natura ci mette al confronto con l’ inadeguatezza, per Kant, l’identificazione con la natura illimitata è causa di ansia estrema, l’angoscia, il timore e compassione e con-doglianza. Ma è intenzionale perché l’interagenza o il contrasto o l’isteresi ci costringe a cercare un senso diverso dal solito o insolita interpretanza dell’usuale proprio scopo semplicemente suscettibile e presente dall’immaginazione, quello che soggiorna alla giornata, in ricerca delle soddisfazioni quotidiane, le piccole cose circa le quali si è solleciti. La ragione identifica, un più grande evento al quale appartengono le nostre vite, la vivenza, l’erlebniz, il dasein, da allora quel pericolo molto verosimile da ultima inadeguatezza o insoddisfazione delle desideranze , non è più un pericolo grande di fronte all’eventuarsi della vivenza o dasein che, per Kant, è essere nell’etica. Quella realizzazione conduce ad una libertà autentica che si disveli nella katarsi, nell’essere abitati dall’entusiasmo divino o dalla transcendenza eccelsa aldilà dell’ansia con un senso conseguente di gioia e di autentica libertà:
Identificandosi col protagonista della tragedia o con l’eroe o l’eroina l’esserci è condotto similmente, ad una parvenza di paura o di timor panico o agorafobia e nel contempo di angoscia, nell’analisi di Aristotele, nella tragedia e nella compassione da virtù, dalla preoccupazione per, l’ identificazione con, il protagonista com-preso negli assalti ignoti ed inconoscibili che affliggono. Dalle virtù dei meccanismi di peripezia e scoperta si è capaci di riconoscere il difetto fatale del protagonista e dell’eroe e si è esperti nel valutare le differenze e le ab-scisse: è quella solo la preoccupazione del protagonista e la sua vulnerabilità di fronte agli assalti noti ed ignoti che lo affliggono, è solo sua la sollecitudine di quelle piccole cose. Quel riconoscimento: piccolo è bello, ma la tragedia è katartica disvela il nobile risultato di riflessione, l’appuntamento di ragione che consente la trascendenza, l’ identificazione col protagonista e l’eroe per svelare una alterezza quale passione per l’indifferenza verso il pericolo esistenziale: più alto, più eccelso o più elevato, per Aristotele, è l’ eudaimonia fondata sulle virtù.
Aristotele e Kant descrivono un’esperienza estetica simile che sembra trascendenza . È esperienza di vivenza della libertà che dà luogo ad un piacere che ci eneva e nobilita , è connesso ad una consapevolezza di qual genere di scopo più alto, più nobile, più sublime quale esserci o sublyme dasein rivelate dalla semplice ragione o razionalità. In ambo i casi l’esperienza comporta una interazione con l’ansia estrema che conduce ad un sentimento di libertà e piacere , quale gioia o una trascendenza, una sublime disposizione o sensibilità o purezza katartica verso la più grande struttura di dasein sublime. Né Aristotele né Kant descrivono l’esperienza estetica della bellezza-sublime o dell’ arte solo così, ancora un’analisi delle loro teorie di certi fenomeni estetici, quello del sublime nel bello o, semplicemente, la bellezza è indifferibile, ma non c’era prima ed ora c’è quale sublime-dasein sublime in natura in disvelatezza o quale arte in accordo con la natura o la bellezza della natura nell’adeguata convenienza nella sua formalità, per cui l’ente per il giudizio sembra essere come è stato predeterminato, esso costituisca l’argomento del ben-essere; tuttavia che cosa eccita la sensibilità di quel sublime, che possa comparire inadeguato per il giudizio, quale inadeguata abilità dell’immaginario e avvertita quale violenta per l’immaginazione, soltanto possibile nell’esserci del sublime o nella bellezza-sublime? Non possiamo non dire nient’altro, che quell’ente è adatto per la rappresentazione, che può essere trovato nella mente; perché il sublime non può essere contenuto in nessun formalismo, ma avviene è in interagenza o a contatto soltanto con le idee della purezza: quale informalità presente anche senza nessuna rappresentazione adeguata, possibilità che può essere imago rappresentata, attiva e denominata dalla e nella mente o essere in mente o essere la mente che mai mente. Così lontano , dall’oceano infuriante come in quadro di Turner o nell’odissea prima dell’approdo nelle sublimi insenature di Kalypso ove è dolce naufragare: tempeste sublimi e mitiche dell’eroe dell’esserci. La relativa vista di Kal-ypsous è la katarsi del sublime sintonizzante una sensibilità, che è sublime, poichè la mente è stimolata con le idee, che contengono la più nobile alterezza. La bellezza indipendente della natura discopre o disvela una tecnica della natura, che è priorità e purezza quale sistematica e organica preesistente alle leggi, il principio delle quali non troviamo nelle abilità. Non c’è adeguatezza ma tuttavia dalla natura, come meccanismo della purezza, si e condotti verso analisi più profonde o verso alterezze abissali. Ma in che cosa si dà nel sublime? Niente affatto in quell’accordo con le forme della natura per principii obiettivi e questi nel contempo verso le idee di quel sublime e nel relativo caos o nei relativi disordine e devastazione , se soltanto il formale possa essere osservato in quel sublime della natura. Alla bellezza della natura quel sublime costringe a pensare, un’osservazione provvisoria molto necessaria, che separa le idee di quel sublime della natura dalle teorie epistemiche: la valutazione estetica della natura si dà aldilà del formulario speciale in uso o adatto, giacchè l’immaginazione annichilisce e getta nella trascendenza anche la natura, quale desideranza, sia pure solo virtualmente. La relativa libertà elogiata è assolutamente niente, ma significante: essere nella libertà ed essere nella mente in libertà, o essere nella libertà della natura in desideranza: è possibile che le forze della natura possano essere controllate o respinte soltanto fino a certo punto, più oltre dipende solo dall’esserci. Gli esseri umani sono completamente liberi, e superiori alla natura, anche la natura dinamica non li raggiunge, la luce bella è presente, ma non brucia. Il bello è già un’espressione della libertà, la bellezza in libertà, perché è armonia. La sensibilità di quella alterezza è una sensibilità meson. È una composizione relativa più alta come nella tempesta esprime una felicità simile alla desideranza, tuttavia in lontananza e a distanza di sicurezza. Quella compresenza di due sensibilità contraddittorie in una soltanto sensibilità giacchè assolutamente impossibile che lo stesso sentimento sia situato in due topoi opposti, quasi che si sia situati in due luoghi differenti o in obiquità mistica: la physis opposta o bistabile si biforca o si trovi in una spazialità moebiusiana. Si sperimenta così dalla sensibilità di quella alterità che la circostanza non dipenda dalle leggi della natura e che ci sia un Principium indipendente nella mente epistemica, aldilà in trascendenza dell’agitazione o del timore o della paura: una alterità infinita, perché si pensa, che cosa i sensi non comprendano , quale entusiasmo in libertà che si dià oltre il terribile, perché si possa desiderare, da che cosa gli impulsi si danno all’immaginazione nel regno delle loro caratteristiche o il ritrovamento della loro matrice, perché infine è assolutamente grande in noi la natura e non possa essere immensa. denominata dalla e nella mente o essere in mente o essere la mente che mai mente. Così lontano , dall’oceano infuriante o nell’odissea nelle sublimi insenature di Kalypso ove è dolce naufragare: tempeste sublimi e mitiche dell’eroe e dell’eroina e dell’esserci in vista di Kal-ypsous è la katarsi del sublime, poichè la mente epistemica è stimolata con la più nobile alterezza. La bellezza-sublime della physis discopre o disvela una purezza preesistente alle leggi. Non c’è adeguatezza ma tuttavia dalla purezza, si aleggia verso analisi più profonde o verso alterezze cuspidali sublimi. Ma che cosa si dà nel sublime? Niente, dalla bellezza-sublime la valutazione estetica della natura si dà aldilà del formulario speciale in uso, che l’immaginazione getta nella trascendenza, quale desideranza. La libertà è assolutamente niente: essere nella libertà ed essere nella mente in libertà, o essere nella libertà della physis in desideranza, anche nella natura dinamica, come nella tempesta c’è una felicità simile alla desideranza, tuttavia in lontananza e a distanza di sicurezza, compresenza di due sensibilità contraddittorie in una . Si sperimenta così dalla sensibilità di quella alterità che la circostanza non dipenda dalle leggi della natura e che ci sia un Principium, aldilà in trascendenza dell’agitazione o del timore o della paura: una alterità infinita, perché si pensa, che cosa i sensi non comprendano , quale entusiasmo in libertà che si dà oltre il terribile, perché possiamo desiderare con l’immaginazione esistenziale. Dalla bellezza da sola non si è mai in interagenza come l’Intelligenza pura. Può essere che la fonte delle relative azioni sia pura, ma si deve costituire il fenomeno intero. La bellezza-sublime quale icona o figura di Kalypso si getta nelle onde ed è mito dell’alterezza che ama nascondersi nella bellezza e in alterità si dà, si autoeventua. Il sublime, non implica universalità; la bellezza, rappresenta l’oggetto di un giudizio che prescinde dal mutevole della sensazione empirica, si offre quale realtà formale che non colpisce il soggetto dall’esterno rendendolo passivo. Laddove la bellezza presupponga forma, proporzione, e misura, il sublime è riconducibile alla grandezza senza limiti e colpisce direttamente i sensi. All’origine del piacere per la bellezza si situa così una qualità oggettiva, fondata sulle leggi della sensibilità; leggi che Kant, intorno al 1770, ravvisa nello spazio e nel tempo in quanto intuizioni pure; alle sorgenti del sublime non vi sono invece dati oggettivi. Il sublime, non ha un nesso con la proporzione. Rocce audacemente sporgenti, nelle quali non si trova alcuna misura, ma solo grandezza, sono sublimi. Qui non è importante tanto il piacere, quanto piuttosto la grandezza.
Quale la fonte delle considerazioni sulla differenza fra bellezza e sublime? Una lunga linea, una vasta estensione, le radure vuote o l’Oceano, sono il sublime, una grande altezza, una roccia è ancora più sublime. La profondità risveglia un terrore; tutte le rocce sporgenti sul mare spaventano, la vastità è una delle fonti del sublime e comprende in sé lunghezza, altezza e profondità, Lange, Höhe, Tiefe. Fra le tre dimensioni è la lunghezza a suscitare il minore effetto, non genera la medesima impressione, Eindruck, di una torre, di una roccia o di una montagna alta . L’altezza appare meno grande della profondità, e si è commossi [gerührt] in misura maggiore se sprofondiamo lo sguardo in un abisso [Abgrund], che non se lo innalziamo verso un’altezza della medesima dimensione. Nell’alterità: dal grado estremo della grandezza a quello estremo della piccolezza: anche qui si scorge una fonte del sublime per l’impressione che essa suscita , impressione che non si distingue da quella della grandezza, poiché anch’essa genera stupore. I fenomeni sono diversi: il sublime, deve la sua origine ad un sentimento iniziale di dolore cui, subentra un sentimento di piacere. Quest’ultimo, meriterà la qualifica di piacere negativo e relativo, di piacere misto a terrore e sarà differente rispetto al piacere positivo donde trae origine la bellezza. Atra differenza: il sublime conduce le fibre del corpo ad uno stato di tensione, il bello induce in esse rilassamento. Dolore e tensione , piacere e rilassamento sono le vere e proprie fonti del sublime. La mente e il corpo sono così strettamente e intimamente connessi, che l’uno senza l’altro è incapace di provare dolore o piacere , simili a quelli di Epicuro: i movimenti, come il bello ed il sublime, sfociano in qualcosa di meccanico, attività che incrementa la tensione delle fibre connessa con ogni tipo di dolore sono causa del fenomeno del sublime, che presenta notevoli analogie con il dolore: determinata qualità all’origine del sublime quale piacere e dispiacere, Gefühl der Lust und Unlust, che presenta una complessità sfuggente completamente e che racchiude sotto di sé tre diverse specie: il piacere puramente animale e corporeo, il piacere più propriamente umano, ed infine il piacere di natura spirituale, geistige Lust. Kant differenza fra conoscenza simbolica e conoscenza intuitiva, che parrebbero sulle prime rientrare nell’orizzonte della tradizione leibniziana, e si occupa successivamente del problema: le semplici parole pare fossero in grado di suscitare sensazioni, utili per la comprensione della teoria del sublime.
È l’oggetto, l’immagine di esso, oppure sono le parole con le quali lo si esprime, senza riferimento all’immagine a produrre un sentimento? Anche le parole, pensa Kant, possono produrre sensazioni ed impressioni: la sensazione del terrore, senza che sia necessario che ad esse corrispondano immagini o idee precise. Quale spiegazione dare di questo fenomeno? Poiché è consuetudine utilizzare determinate parole quando ci si rappresenta oggetti terribili, queste parole suscitano terrore . Le parole che vengono associate ad oggetti terribili possono dunque suscitare il sentimento del terrore anche in assenza di quegli oggetti e senza rinviare ad idee o immagini. Quando si legge che Vulcano forgia la saetta di Giove mescolando fulmine, grandine e tuono e fitte tenebre, qui le semplici parole suscitano commozione. Vi avevano aggiunto tre raggi di grandine, tre di gravido nembo, tre di rutilo fuoco e tre di austro impetuoso. Ora mischiavano all’opera terribili folgori, fragore e paura, e ire con avide fiamme: quale la fonte contenente la descrizione sublime e mitologica dell’attività di Vulcano, che risale all’Eneide di Virgilio? Sublime causato dalle parole.In qual modo, la poesia e l’eloquenza suscitano le idee della bellezza e del sublime? Per comprendere quale sia l’origine della loro efficacia nel generare impressioni si consideri che le parole possono produrre nella mente dell’ascoltatore tre effetti: il suono, l’immagine della cosa rappresentata dal suono, il sentimento dell’animo originato o dal suono soltanto o dall’immagine soltanto oppure da suono ed immagine contemporaneamente. Vi sono però casi in cui le parole possono agire sulla mente unicamente grazie al loro suono, senza risvegliare alcuna immagine corrispondente: al di là degli oggetti naturali, e oltre agli oggetti della pittura e dell’architettura, anche agli oggetti dell’eloquenza e della poesia, ovvero alle parole, non possa essere disconosciuta la capacità di suscitare le idee della bellezza e del sublime e che, anzi, debba essere ascritta loro una particolare efficacia, superiore a quella della natura . L’effetto della poesia sull’animo è completamente indipendente dalla capacità di suscitare immagini; si fonda interamente sulle sole parole e sul loro suono. Non v’è forse in tutta l’Eneide un passo più grandioso e più elaborato della descrizione della caverna di Vulcano nell’Etna e delle opere che quivi vengono eseguite. Virgilio s’indugia in particolar modo sulla forgiatura del tuono, che egli descrive modellato dai martelli dei Ciclopi. Ma quali sono gli elementi di questa straordinaria composizione? Tres imbris torti radios, tres nubis aquosae/addiderant; rutili tres ignis et alitis austri;/fulgores nunc terrificos, sonitumque, metumque/miscebant operi/flammisque sequacibus iras: meravigliosamente sublime: poesia e retorica si fondano non sul principio dell’imitazione, che regola la pittura, ma sulla simpatia, e il loro compito consiste nel suscitare impressione ed effetto sulla mente del lettore e dell’ascoltatore, e non è certo quello di presentare una descrizione ed un’idea chiara delle cose di cui discorrono, perché le parole, nella loro autonomia, possono imporsi alla mente del lettore o dell’ascoltatore come sorgenti del sublime, proprio in quanto esse generano un sentimento di commozione in presenza di una poesia: il piacere per il sublime, per il quale è impossibile vi siano giudizi oggettivi, universali, validi per tutti: sublime in analogia con il terrore, nesso fra il sublime e la parola: la scoperta definitiva di principi a priori sia della bellezza sia del sublime. Ora il sublime non è più una semplice impressione soggettiva ma rivela piuttosto un fondamento a priori. Il giudizio sul sublime della natura, sia esso matematico o dinamico in base alla distinzione della Critica del Giudizio, si qualifica sempre come un giudizio la cui validità non si limita al singolo soggetto empirico in un determinato momento temporale ed in un determinato luogo, ma solleva piuttosto una universalità e necessità che lo colloca sullo stesso piano del sentimento della bellezza: una “deduzione”, una fondazione a priori della validità del “Giudizio estetico” sul sublime della natura, il sublime viene presentato quale preparazione al sentimento etico, ed il complesso concetto trascendentale ed a priori della “finalità” viene usato per indicare il contenuto del giudizio sul sublime, un giudizio che risulta “comunicabile”, e quindi di validità intersoggettiva: tutto ciò che è atto a suscitare le rappresentazioni, Vorstellungen, di dolore e pericolo, Gefahr, e tutto ciò che è in qualche modo spaventoso, o che presenta un’affinità con oggetti spaventosi o agisce sull’anima in modo analogo al terrore è fonte di sublime: il terrore, la paura non sono elementi del sublime. Il sublime, è correlato con un sentimento etico, sentimento che coincide con la possibilità di pensare un oggetto che supera per la sua grandezza qualsiasi misura sensibile. Il sentimento del sublime è etico e consiste nella possibilità di pensare un oggetto, gegenstand, che per grandezza supera qualsiasi misura sensibile: il sublime ha a che fare con la paura però l’origine è derivata da una dimensione etica. Come sentimento, il sublime scaturisce dalla scoperta di un abisso, abgrund, che si estenda oltre i confini dei sensi. Il sublime quale rappresentazione , destinazione o disposizione ad estendersi fino a superare ogni misura dei sensi. La paura, viene sospinta indietro e moderata dalla considerazione della propria sicurezza, e dell’impulso ad estendersi che è troppo grande per le capacità di comprensione: per il sublime, non si dispone di una denominazione atta a caratterizzarlo: indica una comparazione, che ci conduce ben al di là della misura abituale delle grandezze e l’immaginazione subisce alla vista di esso un’estensione tale che la misura abituale non è più sufficiente a comprendere l’oggetto, gegenstand: sublime è ciò la cui rappresentazione ci incute terrore e timore, altezze solitudini profonde, ed in esse il luogo di soggiorno terrificante e solitario degli anacoreti o degli eremiti, ed infine la notte è sublime, ma il giorno è bello, poiché ciò che suscita terrore, non sempre lo troviamo sublime, ed al contrario mostriamo avversione di fronte a ciò che ci riempie di timore, non sempre vi sia una coincidenza fra il terrore e il sorgere in noi dell’idea di sublime e testimonia, anzi, che spesso, nei confronti di ciò che suscita terrore, assumiamo un atteggiamento di ripulsa. Migliore sublime è ciò in cui l’immaginazione viene a tal punto estesa dall’oggetto, che la misura usuale non è più sufficiente a comprenderlo: alcune cose sublimi possano suscitare un sacro terrore, un mostruoso castello le cui rovine in parte crollate ci mostrano la triste antichità: moti dell’animo suscitato da tragedie, rappresentazioni poetiche ed oggetti naturali, giudizi estetici della riflessione: hanno per se stessi un principio a priori ed è possibile svolgere un tipo di analisi sublime nella liberazione di vasi sottili o grossi da ingorghi pericolosi e nel rilassamento delle fibre del corpo, il sentimento del sublime si fonda sulla tendenza alla propria conservazione e sul timore, su di un dolore, il quale, poiché non arriva allo sconcerto reale delle parti del corpo, produce dei movimenti, che, liberando i vasi sottili o grossi da ingorghi pericolosi e molesti, capaci di suscitare emozioni piacevoli, non un vero piacere, ma una specie di orrore piacevole, una certa calma mista allo spavento, l’allentamento e rilassamento delle fibre del corpo, e quindi, un intenerimento, una dissoluzione, un illanguidimento, un soggiacere, un morire, uno struggersi dal piacere : il sentimento della bellezza o del sublime può esser suscitato dall’immaginazione congiunta con l’intelletto, ma anche con quelli in cui la causa determinante è una sensazione. Ma se il piacere, per un oggetto, si fa dipendere del tutto dal fatto che questo diletta per via di attrattive od emozioni, non si può esigere da nessun altro il consenso nel giudizio estetico; perché allora ciascuno consulta a buon diritto il suo sentimento particolare, cessa anche interamente ogni disputa. L’universalità empirica e non necessaria del giudizio estetico cui conduce la definizione del sublime come attrattiva e commozione vengono, elevate a “precetto”, in accordo con la metodologia empiristica che dall’osservazione di come si giudica di fatto ricava le norme su come si deve giudicare il sentimento immediato del ben-essere, cui sottoporremmo il piacere, o un dispiacere, senza alcun interesse, piacere disinteressato, contrapposizione fra attrattiva e bellezza, coincide con quel piacere che l’anima ricava dalla contemplazione della bellezza o desiderio o lussuria. Quest’ultimo mira costantemente al possesso della cosa che di per sé non è bella per l’anima, ma semplicemente le procura piacere per motivi del tutto diversi, a prescindere dall’attrattiva e dalla commozione nella spiegazione del piacere disinteressato: il sublime ci libera, attraverso il nesso con il sentimento etico del rispetto, dai moventi sensibili, e allontana , da ogni commistione con qualsivoglia interesse dei sensi: la distinzione fra “bellezza” e “attrattiva” fondande l’apriorità del sublime trascendentale: tutte le rappresentazioni, siano esse oggettivamente soltanto sensibili, o interamente intellettuali, possono essere soggettivamente congiunte col piacere e col dolore, il sublime ad una “tensione” delle fibre del corpo, può esser suscitato dall’immaginazione congiunta con l’intelletto, ma anche con quelli in cui la causa determinante è una sensazione. Se nel ricondurre il sublime al rilassamento ed alla tensione delle fibre del corpo e nel farli consistere in essi soltanto, quindi in sentimenti di natura sottesa è la tesi, che risale ad Epicuro, della corporeità . Così pure, come affermava Epicuro, il piacere e il dolore sono sempre corporei anche se provengano dall’immaginazione o perfino da rappresentazioni intellettuali: sull’esposizione dei giudizi estetici. Tra ciò che piace semplicemente nel giudizio, e ciò che diletta piace nella sensazione, vi è, spesso, una differenza essenziale. Il diletto pare che consista sempre in un sentimento dello svolgimento, e quindi anche del benessere corporeo, cioè della salute; sicché Epicuro, che considerava ogni diletto come, in fondo, una sensazione corporea, in ciò forse, non aveva torto, e s’ingannava soltanto quando poneva tra i diletti il piacere intellettuale e perfino il piacere pratico. Sicché, si può concedere ad Epicuro che ogni diletto, anche quando sia occasionato da concetti che suscitano idee estetiche, è una sensazione corporea; senza che perciò si faccia minimamente torto al sentimento spirituale della stima . Kant interpreta Epicuro : legge nel principio epicureo non tanto quello che il suo autore vi ha detto, quanto piuttosto quello che, a suo avviso, egli vi ha voluto dire. La novità della Critica del Giudizio, consiste nell’avere stabilito una connessione con il principio epicureo, secondo il quale piacere e dolore hanno una connotazione inevitabilmente corporea. Kant pensa la presenza di Epicuro nella riconduzione del piacere e del dolore al legame fra la mente ed il corpo. Epicuro ha ragione, ad asserire che il piacere, quale che ne sia l’origine, è sempre identico a se stesso, e che non è possibile stabilire una differenza qualitativa fra i diversi tipi di piacere.
Sublime, è ogni oggetto che suscita terrore, ma il sentimento del sublime non si possa risolvere nel terrore: intraprende il tentativo di separarli, all’interno della trattazione del sublime dinamico della natura. Della natura in quanto potenza. È vero che il giudizio che assegna alla natura il sublime dinamico è inscindibile dalla sua rappresentazione come potenza che causa timore; e non v’è dubbio che la nostra superiorità rispetto alla natura, come ostacolo che si oppone alla nostra sensibilità, può essere da noi sentita solo se presupponiamo la potenza e solo se l’ inadeguatezza genera timore. Perché nel giudizio estetico, senza concetto, la superiorità sugli ostacoli non può essere giudicata se non dalla grandezza della resistenza. Ora quando sentiamo che il potere non sia adeguato, c’è timore, Furcht. Perciò la natura, non può essere una potenza, e quindi dinamicamente sublime, se non è considerata come oggetto di timore . L’identificazione del sublime con il timore deve essere però corretta ed integrata: è da porsi una limitazione. Non è, infatti, vera la reciproca: che, cioè, ogni oggetto che suscita timore debba esser trovato sublime nel giudizio estetico. Il suscitare timore non è una condizione sufficiente per il sublime e non ne determina le caratteristiche essenziali. Colui che teme non può giudicare del sublime della natura, come non può giudicare della bellezza chi è dominato dall’inclinazione e dall’appetito: fugge la vista dell’oggetto, che gli incute timore; ed è impossibile provare piacere in uno spavento, che sia seriamente sentito. Perciò quel piacere, che sentiamo ci opprime, è una gioia, Frohsein. Ma è una gioia per la libertà dopo un pericolo, accompagnata dal proposito di non esporvisi mai più; ben lungi dal cercare l’occasione di ripensare alla sensazione provata, non possiamo neppure ricordarla senza fastidio. L’unico tipo di piacere che può provare colui che viene sopraffatto dal timore consiste nella “gioia” o il piacere che scaturisce dalla libertà da un dispiacere: sublime in quanto potenza, il sublime dinamico, fenomeni naturali che risvegliano Dio in collera? In sublime: il sentimento di superiorità sugli effetti naturali, il sentimento del Dio. Il sentimento del sublime non rischia di diventare allora sentimento di superiorità nei confronti di Dio stesso? Con il sublime, che lo attribuisce alla potenza, pare contrastare il fatto che si sia soliti rappresentare Dio come in collera nelle tempeste, negli uragani, nei terremoti; ma nel tempo stesso come rivelante la sua sublimità, in modo tale che sarebbe stoltezza e follia l’immaginare una superiorità del nostro animo sugli effetti, e, a quanto pare, anche sui fini di una tale potenza: la divinità come oggetto sublime, perché si trova una sublimità di sentire conforme alla volontà divina, e si eleva al disopra della paura davanti a questi avvenimenti naturali: distinzione fra il timore ed il sublime si può giungere ad una corretta distinzione: il sublime, poiché è intimamente connesso con la paura e l’angoscia che sorgono di fronte all’onnipotenza divina, la paura e l’angoscia davanti all’essere infinito, alle altezze imprevedibili, l’oceano, grandi figure e il grande spirito della natura o grande genius nella creazione fisica così attraente per la sensibilità, il piacere si apre . Chi si illumina per la comprensione dissolvendo il disordine nell’armonia può soddisfarsi in un mondo. Desidera nel grande mondo essere questo caos: questa mancanza completa di scopo. La comprensione deve aderire a questa forma di collegamento, eccedente ed inutile, per il simbolo, o la purezza della libertà. Sotto quella idea della libertà, che dipende sui relativi propri mezzi, così in un’unità del pensiero, la comprensione collega, presenta il gioco infinito delle caratteristiche ed effettua così la relativa eccedenza di sè stessa: la comprensione quale possibile libertà. La libertà nobile gioco infinitamente più interessante, che la prosperità e l’ordine senza libertà. La libertà nel regno della libertà infinita continua, la libertà santa dello spirito in un’emozione sublime degli esseri di svelarsi in un’armonia: il gioco terribile meraviglioso del distruttivo e la fuga inesorabile della fortuna, sublime intorno al daemon della purezza coincidente con l’esistenza nel relativo sublime: il fascino intero di quel sublime di magnitudine nel matematico sublime, nel dinamicamente sublime come forza nell’esperienza sublime, quale propriamente è sublime e natura alternazione e alterità, rapida alterezza. Così, l’esperienza sublime è intenzionale quale libertà in trascendenza sublime:i sublimi possono essere anche amorfi, il sublime sembra essere-intenzionale, violenta le facoltà di senso e di estetica apprensione.
Kant divide il sublime nel ‘matematico’, grande magnitudine ed il ‘dinamico’ , magnitudine di forza in relazione alla volontà. Il matematico sublime è definito come qualche cosa di ‘assolutamente grande’ ovvero, ‘grande oltre ogni paragone’ . Di solito, applichiamo qualche genere di standard di paragone. L’assolutamente grande, comunque non è il risultato di un paragone o una comparazione spaziale.
Alcun oggetto è, misurabile - anche la taglia dell’universo, nessuno meno una montagna sulla Terra. Kant pensa soltanto al matematico in natura, ma fondamentalmente riflette sul ‘estetico’ nel senso di ‘intuitivo’ . La misura, richiede un numero ma anche un senso di unità, che possano essere contenute insieme nell’immaginazione e così ‘comprese’ . Un oggetto che eccede questi limiti, nonostante la sua taglia matematica, sarà presentato come assolutamente grande . Sublimi oggetti di senso, oceani, piramidi sono chiamati ’sublimi’ . dasein-analytik
nell’analitica della bellezza Kant introduce il concetto “dell’ ideale della bellezza” nella relativa forma più pura quale giudizio di gusto quale risposta all’apparenza pura della forma in un oggetto, in contrasto con tutto il reale, in uno dei sensi di quel concetto, avente un certo scopo specifico o essendo destinando ad avere un certo scopo, identifica così la bellezza pura con la forma o l’apparenza pura del reale. Kant complica la sua analisi riconoscendo le forme della bellezza che non sono pure ma collegate con, anche se non riducibile, il riconoscimento del reale: è “la bellezza aderente,” una bellezza della forma che è costante o stabile o appropriata per lo scopo di un oggetto o un gegenstad o un ente o un superente che abbiano chiaramente un telos quale relativa forma possibile nei vari sensi, o sensibilità empiriche. Kant addiviene “all’ ideale della bellezza,” o “di più alto modello, l’archetipo, una rappresentazione di un oggetto specifico o il tipo particolare di oggetto che è al massimo bello . Kant pensa la bellezza iniziata dalla logica di gusto o l’archetipo di gusto. La bellezza per cui un’idea è di essere ricercata non può essere una bellezza vaga, deve appartenere all’oggetto di un giudizio interamente puro di gusto. Ciò significa che ideale della bellezza è l’essere aderente: un’espressione estetica unicamente adatta per quello o questo scopo o estremità dell’esserci il solo capace di un ideale della bellezza. Il dasein è il solo fra tutti gli oggetti nel mondo capace dell’ ideale di perfezione, anche quale bellezza della figura umana, in interagenza con l’ immaginazione. L’immaginazione è in effetti implicata: l’ ideale della bellezza può essere generato soltanto da un atto dell’immaginazione estetica; l’associazione deve essere generata dall’immaginazione, significa che l’ideale della bellezza può essere trovato nella bellezza architettonica della forma dell’esserci nello spazio: cioè la configurazione fissa delle caratteristiche dell’apparenza della vivenza quale armonia fra le funzioni esplicitamente volute dei movimenti intenzionali e le funzioni istintive in conformità con i principii etici, anche al costo della soppressione dei desideri e delle sensibilità : l’esistenza è la libertà dei movimenti intenzionali, la bellezza “d’eccitazione” e “la bellezza di distensione” o “di fusione”. Schelling pensa alla bellezza naturale: la sua è una teoria della bellezza naturale ed artistica estetica dell’apprensione sensitiva della verità. Estetica che nella sua classificazione delle arti, disvela un riconoscimento adeguato dell’importanza della verità , effettivamente verità in vari sensi, nell’ esperienza nell’arte o del sublimity, per la conoscenza della verità: l’estetica di Kant no. Kant pensa che il piacere nella bellezza è disinteressato, soddisfa senza un concetto, che potremmo avere una sensibilità del piacere in un oggetto senza considerare che cosa i concetti si applichino ad esso ed in base ad una tale sensibilità c’è il giudizio che è bello, il riconoscimento di adattamento dell’oggetto al relativo ambiente, non la verità: pensa che la percezione di armonia e di benessere allineate nelle cose intorno generi un’armonia e una sensibilità : dove tutti i risultati delle leggi della natura nelle forme delicate rivelino una costanza elastico-efficace delle cose, nella bellezza è armoniosa o sensibilità o natura armoniosa, o risonanza fra armonia e ben-essere in natura: la percezione di armonia in natura bene-ordinata che attrae l’ attenzione: la sensibilità della bellezza . Kant ha interpretato la sensibilità nell’esperienza estetica come sensibilità della vita al livello più profondo, la sua concezione della fonte di piacere estetico è la sua analisi del giudizio libero della bellezza naturale, che non dipende dalla concettualizzazione del relativo oggetto, non si conclude là, la sua analisi delle esperienze estetiche include i casi della bellezza aderente degli impianti della natura così come dell’arte in generale, sua è la concezione di gioco libero con la forma pura di un oggetto in una concezione di armonia fra la forma ed il concetto dell’oggetto che è armonia in un oggetto bello. Kant ha complicato la sua concezione iniziale del disinteresse di giudizio estetico per tenere conto dell’ interesse intellettuale nell’esistenza della bellezza naturale, ha riconosciuto che l’ esperienza nella bellezza è un’esperienza in benessere e nell’essere nel mondo. Kant collegò il gioco libero delle facoltà e della sensibilità nella radura di vivenza. Là la soddisfazione o il piacere è la sensibilità è la coscienza di un gioco libero e normale di tutte le facoltà degli esseri . Ha identificato il gioco libero delle facoltà con l’attività, il gioco della mente deve essere fortemente vivo e liberare se deve animare. Il piacere intellettuale è costituito nella coscienza dell’uso della libertà in conformità con le regole. La libertà è una continuità piuttosto che discontinuità . Kant sostiene esplicitamente che il piacere estetico è interesse intellettuale nella bellezza, a priori, vale a dire, che l’esistenza della bellezza è “una traccia” o “segno” . La concezione di Kant in un interesse intellettuale nell’ estetica è soggettiva. Il piacere estetico nella bellezza naturale è un segno della possibilità del ben-essere in natura, Kant desidera chiaramente mantenere il collegamento fra l’interesse intellettuale ed estetico nell’esistenza della bellezza , ma senza disvelare l’estetica della verità. Il sublime dilata il cuore e mantiene l’attenzione immobile e tesa. È stancante. Il bello scioglie l’anima . L’atteggiamento sublime va al di là dei dettagli e vede il bene tra le passioni secondo princìpi sublimi, sublyme non è perché ci sono sublymità, bensì,
al contrario, poiché e in quanto accade il sublyme, persiste la necessità
del sublyme. E soltanto la necessità del sublyme è il fondamento di possibilità
del sublyme. La domanda sull’origine del sublyme deve procedere dall’essere-sublyme. Ma questo
essere-sublyme si determina in primo luogo, ovvero di già, dall’origine del sublime: consiste nell’acquisizione del concetto preliminare del sublyme nel suo essere-sublyme: essere-sublyme, nel senso dell’essere-in-ekstasy, anche in quello dell’essere-oggetto del sublyme in generale: il tentativo di riscattare il sublyme da ogni
riferimento ad altro all’infuori di sè non contravviene proprio all’essenza
del sublyme? Certamente, giacché il sublyme vuol essere disvelato
in quanto sublyme. E per la precisione in
via supplementare all’interno di una svelatezza: essere-sublyme significa essere-disvelato. Però la domanda è che cosa vogliano dire, qui, disvelatezza. In generale, ciò in cui la sublymanza mentre sta sospesa fuori nell’aperto
non è mai qualcosa di sussistente , bensì nell’essere-disvelata
della sublymanza quest’ultima si procura per la prima volta la propria
dimensione estatika. E da questa forza
di decostruzione si misura la grandezza del sublyme.
Da sé, questo prendere riferimento nell’aperto è certamente essenziale
per l’essere-sublyme; ma esso prende fondo, per parte sua, nel tratto
fondamentale dell’essere-sublyme, che devrà essere portato gradualmente
alla luce: della sublymità come essa è di per sé e presso di essa. La sublymanza è presso se stessa fintanto che il sublyme è in ekstasy, nell’essere-sublyme. Rispetto alla sublymanza, si parla abitualmente di “disposizione”
nel senso della sistemazione della sublyme-bellezza: il costruire un determinato tempio di
Zeus, oppure il porre-diritta, ovvero il portare-in-posizione una
determinata statua di Apollo, oppure il portare in scena una tragedia: non è soltanto l’alterezza di una sublymanza .
Siffatta disposizione in quanto alterezza è consacrazione . Consacrare significa “rendere sacro”, nel senso che nell’offerenza del sublyme il sacro viene aperto in quanto ciò che è sacro è il Dio e viene cercato strappandolo dentro l’aperto della sua presenza. Alla consacrazione: omaggio alla dignità e allo splendore del Dio. Dignità e splendore vengono aperti nella sublyme-bellezza, non accanto o dietro alle quali, oltre ciò, stia ancora il Dio, bensì esso si fa presente nella dignità e nello
splendore.
Ogni disposizione nel senso dell’alterezza consacrante è anche sempre posizione-costruttiva in quanto modalità di collocazione dell’edificio e della statua, in quanto dire e nominare all’interno di un linguaggio. All’inverso una collocazione e una sistemazione non sono già una disposizione nel senso dell’alterezza
che pone-in-costruzione; questa, infatti, presuppone che il sublyme
da erigere, da disporre, possieda già in sé il tratto essenziale della disposizione,
sia cioè essa stessa, in ciò che le è più proprio, disponente.
Ma in che modo dobbiamo cogliere questa “disposizione” autentica,
che contribuisce a costituire l’essere-sublyme?
La sublymanza è in sé un ergersi nel quale un mondo viene spalancato a
forza e, in quanto aperto, messo a dimora. Ma che
cos’è un mondo? Ciò si lascia dire qui esclusivamente nell’allusione. Per cominciare con una prevenzione: il mondo non è l’agglomerato
delle cose sussistenti in quanto risultato di un’enumerazione,
eseguita in dettaglio o anche solo pensata, delle medesime. Tuttavia,
se non è la somma di ciò che è sussistente, tanto meno il mondo
è l’ambito solamente immaginato e mentalmente prefigurato per il sussistente.
Il mondo mondifica, esso dirotta il nostro esserci in quanto
è una scorta all’interno della quale permangono aperti, per noi, l’indugio
e la fretta, la lontananza e la prossimità, l’ampiezza e l’angustia di
ogni essente. Quella scorta non viene mai incontro come oggetto, ma,
indiziando, trattiene estatizzati il fare e lasciare entro una compaginazione
di rimandi, a partire dai quali la grazia che chiama con un
cenno e la sciagura che abbatte con un colpo, proprie degli Dèi, hanno
il loro avvento. Anche questo restare-assente è
una modalità in cui il mondo mondifica. Quell’indiziante può
soccombere al disordine ed essere così un non-mondo: sia
essa mondo o non-mondo, in
ogni inoggettualità, più essente di qualsiasi delle cose sussistenti e a
portata di mano, nelle quali, in modo conforme alla quotidianità, crediamo
di essere di casa. Il mondo, però, è sempre l’indicibile;
mentre sappiamo ciò, non sappiamo cosa sappiamo in-oggetto
nel senso di in-contrastante.
Ora, il mondo è ciò che il sublyme es-pone, esso cioè
e-rompe e conduce l’aperto a stare, alla dimora mondificante. Es-ponendo
il sublyme essenziale della disposizione-
di-mondo mette soltanto in mostra un vuoto
essere-capace e forse provoca persino una qualche “impressione”.
Mentre il sublyme, ergendosi, libera e tiene in serbo un
mondo, in essa è in ekstasy quel sovrano rifiuto che allontana il sussistente: l’indicibile che si addensa attorno è
quell’isolamento nel quale il sublyme si disvela: in forza di questa solitudine,
in ekstasy riesce di ergersi-fuori nell’aperto, e di
pro-curarsi la sua dimensione sublyme.
Mentre il sublyme conduce il suo mondo all’aperto ergersi,
si procura per la prima volta il compito al servizio del quale sta, crea essa
stessa, per la prima volta, lo spazio che domina e
determina essa stessa, per la prima volta, il luogo nel quale giunge
all’alterezza. La disposizione come alterezza estatika consacrante
prende sempre fondo nella disposizione come ergentesi libertà di
un mondo. Quella può insabbiarsi
nell’inessenziale sublime sottrazione-di-mondo
e della disgregazione-di-mondo certamente sussistente, ma
non c’è più, è in fuga. Questo essere-via non è però un nulla, bensì la
fuga stessa permane nel sublyme sussistente,
e allora tale fuga si trova ancora soltanto con l’es-posizione, all’essere-sublyme appartiene la
Deposizione giacché l’essere-sublyme non può essere afferrato
concettualmente a partire dall’essere-genesi, bensì, al contrario,
l’essere-genesi a partire dall’essere-sublyme. Per contrassegnare il tratto essenziale
nell’essere-sublyme denominato con questo termine, procediamo,
corrispondentemente a quanto abbiamo fatto per la “disposizione”,
dal significato corrente è, è deposta a partire
da pietra, legno, metallo, colore, suono e lingua. Tutto ciò, impiegato
nell’approntamento, è l’ilemorfico. Essa viene condotta
entro una forma. Successivamente, tale scomposizione del sublyme
lascia maturare ancora ulteriori distinzioni
secondo argomento, contenuto e configurazione. L’utilizzo delle determinazioni
di ilemorfia in riferimento al sublyme è possibile
sempre e in qualsiasi momento, di esso si occupano tutti con facilità e
per questo, da secoli, è divenuto corrente. E tuttavia, tali determinazioni
non sono affatto ovvie. Esse discendono dall’interpretazione del
tutto univoca dell’essente che Platone e Aristotele fecero valere alla
fine della filosofia greca. Secondo di essa, tutto l’essente possiede ogni
volta un suo proprio aspetto, che si mostra nella sua forma. Un essente
sta all’interno di tale forma in quanto è approntato a partire da
qualcosa e in vista di qualcosa. Esso può apprestare se stesso in direzione
di ciò che esso stesso è, come tutto ciò che è cresciuto spontaneamente;
esso può essere pro-gettato. L’essente in quanto essente è
sempre il sussistente fondato. Quest’interpretazione dell’essere dell’essente,
tuttavia, non solo non è ovvia, ma non è nemmeno attinta
dalla sperimentazione del sublyme. Di conseguenza, la scomposizione
è applicabile al sublyme sempre e in ogni momento, pur essendo al contempo
e altrettanto sicuramente non vera, se almeno in virtù di essa
dev’essere colto l’essere-sublyme.
Se noi dunque contrassegnamo l’essere-sublyme tramite un
secondo tratto essenziale, che denominiamo alterezza, allora con ciò
non può intendersi che essa sia costituita da una materia. Intendiamo
piuttosto questo, che il sublyme, è de-ponente, e
questo in senso letterale. Ma che cosa dis-pone qui il sublyme ? Così come il sublyme si erge nel suo
mondo, altrettanto si risprofonda nella pesantezza
della pietra, nella durezza e nella lucentezza del metallo, nella compattezza
e nella duttilità del legno, nello sfavillio e nella cupezza del colore,
nella risonanza del suono e nella forza nominante della parola. Tutto ciò non viene in luce per la prima volta nel sublyme,
siano gravità, rilucenza, sfavillio, risonanza? O non è invece il gravare del masso e la lucentezza dei
metalli, l’estasy in alterezza e la duttilità dell’albero, la luce del giorno
e il buio della notte, la fluttuanza delle onde e il bisbigliare tra i
rami? Come potremmo nominare tutto ciò? Di certo, non materia in
quanto mezzo per l’approntamento di qualcosa. L’unisono di quest’insuperabile
pienezza noi lo chiamiamo sublyme e con ciò non intendiamo
il globo planetario,
bensì l’unisono di mare e monti, di tempeste ed aria, di giorno e notte,
gli alberi e l’erba, l’aquila e il destriero. Questo sublyme che cos’è? Ciò
che dispiega costante pienezza e purtuttavia si riprende sempre indietro
e trattiene ciò che è dispiegato. La pietra grava, mostra pesantezza
e proprio così si ritrae in se stessa; il colore si accende e resta
tuttavia chiuso; il suono risuona e tuttavia non emerge nell’aperto. Ciò
che emerge nell’aperto, invece, è esattamente questo schiudersi ed è
questa l’essenza del sublyme. Tutte le sue cose rifluiscono nel reciproco
unisono, eppure: in ognuna delle cose che si schiudono è il medesimo
Non-compreso quale sublyme dis-pone qui la sua estasy, la pone come ciò che nell’aperto si
schiude. La sublymanza non è costituita dall’alterezza nel senso di una materia,
bensì tiene testa alla sua estaticità instabile, supporta il suo schiudersi. Mentre in tal guisa
la sublymità mette in sé a disposizione l’alterezza, essa ripone se stessa nell’estasy come nel suo schiudentesi fondamento;
un fondamento che, in quanto schiudentesi sempre e in modo
conforme all’essenza, è un fondo abissale. Entrambi i tratti essenziali
nell’essere-sublyme, la disposizione in quanto alterezza e apertura
inaugurale di mondo e l’alterezza in quanto
custodia che si schiude casualmente congiunti nel sublyme
e, in una referenza conforme
all’essenza. Nondimeno, entrambi i tratti sono quello che sono soltanto
mentre prendono fondo nell’autentico tratto fondamentale dell’essere-sublyme,
la sublyme-bellezza, tiene in serbo si rivolge all’alterezza e non teme alcunché
di chiuso, di ascoso. Ma nel suo schiudersi, lascia kriptare vuole essere e riprendere tutto in sé. Ma
proprio per questo, non può fare a meno del mondo ,
se deve risplendere nel pieno impeto dello schiudersi e
del trattenere tutte le cose. Essi sono nella contesa. Nondimeno, questa contesa
è l’intimità del loro controverso coappartenersi: il sublyme è al contempo l’eristika, poiché il sublyme nel
fondamento della sua determinazione è contenzione, è per questo
che accende e custodisce la contesa o l’eristika sublyme. Poiché il tratto fondamentale
dell’essere-sublyme è la contenzione: perché la sublymanza, nel
fondamento del proprio essere, dev’essere siffatta contenzione? In che cosa prende fondo l’essere-sublyme?
Questa è la domanda sull’origine del sublyme: in che modo il sublyme, in quanto contenzione, è in primo luogo integralmente presso
Di sè e in secondo luogo è autenticamente in ekstasy sublyme, Come accade la contenzione di quella contesa? L’oscura asprezza
e l’attrattiva pesantezza , la sua irrisolta impellenza e il suo
risplendere:
la dissipantesi durezza del suo schiudersi. Ed è quella di avere limite nel taglio di contorno,
nel taglio verticale e nel taglio orizzontale. Mentre schiudentesi deve
venire l’autoevento nell’aperto, questo stesso ontoevento deve farsi ritaglio,
limite che tratteggia . Qui, nel tratto fondamentale
dell’essere-sublyme in quanto contenzione, risiede il fondamento della
necessità di “forma”. Senza svelare ora più
da vicino l’origine della “forma”: che cosa viene infatti conquistato, contendendo, in
questa contenzione della contesa?
In tanto il sublyme è contenzione, in quanto estatizza ,
aprendosi in un mondo. Ma questa estatizzazione
che spinge dentro, sospinge innanzi il sublyme e inaugura un aperto. È il centro del margine entro cui l’alterezza è schiusa in modo
conforme al mondo e il mondo è aperto in modo con-forme.
La sublymanza fonda per la prima volta questo margine mentre lo apre. Questo margine è l’apertità del Ci in cui le cose e l’esserci giungono a stare, onde sostenerlo: la sublyme-bellezza in quanto tempio, trattiene la figura del
Dio, al contempo, attraverso l’aperto porticato, lascia stare fuori
nella regione che solo così è fondata come sacra. Ergendosi in un mondo
il tempio si apre . Attraverso il sublyme, per la prima volta l’alterezza si fa con-forme
al mondo . Allo stesso tempo, nel sublyme
in parole accadono il nominare e il dire attraverso i quali l’essere
delle cose viene alla parola per la prima volta e, insieme con il
dicibile, viene al mondo l’indicibile. In siffatto nominare di colui che
detta, vengono coniati in anticipo i suoi grandi concetti
dell’essente . Nella sublyme-bellezza del costruire e del dire e del dare
forma in senso plastico-figurativo viene conquistato, contendendo, il
Ci, il centro espandibile e radicato, in cui e a partire da cui si
fonda l ‘ abitare storico nell’essente,
per fare sul serio con lo spaesante dell’essere.
L’essenza dell’essere-sublyme risiede nella contenzione della contesa, la quale conquista in sé, contendendo,
l’aperta intimità del mondo.
Con questa determinazione essenziale dell’essere-sublyme
viene guadagnato un presidio che rende possibile il sublyme. Questa sarebbe
rappresentazione di qualcosa. Di certo ci si è gradualmente allontanati
dall’opinione per cui il sublyme sarebbe l’imitazione di qualcosa di sussistente. Ma con ciò la concezione
del sublyme come rappresentazione non è in alcun modo superata,
bensì soltanto occultata; infatti, sia che la sublymanza venga assunta come
“farsi sensibile dell’invisibile”, sia, al contrario, come farsi simbolo
del visibile in un’immagine-sensibile, ogni volta, in simili determinazioni,
si insinua l’opinione pregiudiziale, secondo cui la prestazione fondamentale del sublyme sarebbe
la presentazione. Secondo il sublyme ciò
significa sempre “autenticamente”. Allegoria e simbolo offrono
le presentazioni di base secondo le quali il sublyme, nelle più
diverse declinazioni, viene determinato come una più elevata formazione
plastico-figurativa. All’interno del sensibile in
quanto “elemento dell’arte” vengono a presentazione il non-sensibile
e il sovrasensibile. Se la materia vale come il sensibile, allora
essa viene assunta come ciò che cade sotto i sensi, che è tale da divenire
accessibile attraverso i sensi . Con ciò, sulla materia
stessa e sulla modalità della sua appartenenza all’essere-sublyme non
viene detto proprio nulla. E inoltre, questa determinazione d’accesso
è non vera rispetto alla presunta materia; infatti il gravare di una pietra,
l’opacità di un colore, timbro e fluidità di una costruzione linguistica
certamente non vengono sperimentati senza i sensi, ma mai e poi
mai attraverso di essi soltanto. Nella sua schiudentesi pienezza, l’alterezza è tanto sensibile
quanto non-sensibile.
L’introduzione della determinazione del “sensibile” coglie altrettanto
poco qualcosa di essenziale dell’essere-sublyme . Fu così che la distinzione
tra sensibile e sovra-sensibile divenne ben presto il filo conduttore
per i molteplici tentativi di interpretazione allegorica e simbolica
del sublyme in generale. Già laddove la distinzione di materia
e forma diventa per la prima volta decisiva per ogni successiva posizione
occidentale nei confronti dell’essente, ossia in Platone, la materia,
intesa come il sensibile, viene ritenuta ciò che è inferiore di fronte
all’idea, intesa come ciò che è superiore e non-sensibile, nel pensiero cristiano, il sensibile sublyme si
prende cura così dell’addomesticamento del sensibile: non rappresenta nulla. Infatti, mentre nella contenzione della contesa tra
il sublyme conquista contendendo l’aperto,
ossia la radura alla cui luce l’essente in quanto tale viene incontro
si fa incontro trasformato. La sublymanza non può presentare nulla perché, al fondo,
non ne va mai di un già stante ed oggettuale, posto, naturalmente,
che essa sia sublyme: non presenta mai, bensì dispone fuori il mondo,
e l’estasy; ed entrambe queste cose perché è contenzione
di quella contesa. In forza di ciò il sublyme, è semplicemente
e soltanto se stesso e niente di più.
Ma allora in che modo è autentico sublyme? Che specie di realtà possiede?
Ad onta di alcuni mutamenti, predomina ancora, fino ad oggi,
quell’interpretazione della realtà del sublyme alla quale Platone,
ancora una volta, ha dato l’avvio. In tale contesto, daccapo, divenne
decisiva quella determinazione preliminare del sublyme. Di contro a ciò che è cresciuto spontaneamente dal sussistente
e “dalla natura”, ciò che è approntato dalla mano dell’esserci è
ogni volta qualcosa di supplementare, a maggior ragione se riproduce
cose di natura; dal canto loro, infatti, queste sono già copie di
quei modelli che Platone chiama “idee”. Ciò che è approntato, e così
anche il sublyme, diviene riproduzione di una copia di un modello.
E poiché le idee rappresentano l’essente autentico, ossia ciò che le
cose sono in verità, il sublyme è solamente un’eco, in fondo autenticamente
irreale. Se a differenza di Platone si tenta di rendere reversibile
la realtà del sublyme, allora, di contro alla costituzione
sensibile del sublyme, si deve mettere in campo la circostanza
per cui essa presenterebbe un contenuto non-sensibile. Grazie alla presentazione il sublyme risulta volentieri “più ideale” e più spirituale delle cose tangibili
di tutti i giorni, stacca l’ombra
e tutt’intorno le aleggia “un afflato spirituale”: il sublyme si sottrae alla realtà propria di ciò che è sussistente: è apparenza; il blocco di marmo modellato di una statua ci dà ad intendere che
sia un corpo vivente, laddove, al contrario, esso è in verità soltanto
una gelida pietra. La sublymanza è un’apparenza perché non è essa stessa
quello che presenta, e tuttavia un’apparenza legittima, giacché nella
presentazione essa porta pur sempre alla luce l’insensibilmente
spirituale.
Interpretazioni del sublyme. Ora il sublime non è ancora così
reale come le cose sussistenti, ora non è più così reale come esse. Ogni
volta, l’essere-sussistenti , il sublyme,
interpretata nell’uno o nell’altro modo, è sempre irreale. E nondimeno è vero il contrario. Il tempio che si erge su un promontorio
o in una valle in vertigo, la statua che se ne sta lì nella regione
sacra, queste opere sono in mezzo a molto altro: terra e mare, sorgenti
e alberi, aquile e serpenti non solo non sono mai e in ogni caso semplicemente
sussistenti, ma presidiano il centro nel diradato margine
dell’apparire essi sono più reali di ciascuna cosa, poiché
ciascuno di essi può annunciarsi per la prima volta come essente soltanto
nell’aperto, guadagnato, contendendo, in forza del sublyme. La
dettatura di Hölderlin nella sua poiesis è più reale più di tutti i teatri, i films e le poesiole, più
reale degli edifici in cui sono sistemate le librerie e le biblioteche,
in cui compaiono, tangibili, i volumi delle sue opere complete.
Più reale di tutto ciò è infatti la dettatura, dacché è preparato
il centro ancora inesplorato del mondo, e tenute in serbo grandi decisioni.
Questa è davvero l’essenza più propria dell’essere-sublyme, mai commisurata a ciò che è di volta in volta sussistente
e a ciò che solo presuntivamente è autenticamente reale, bensì è
essa stessa l’essente e l’inessente. Di conseguenza, non
esistono sublimità, ma
soltanto quelle che sono in ekstasy in modo
tale da sollevare il proprio tempo all’altezza di sé e da trasformarlo.
Più reale di tutto l’essente consueto è infatti il sublyme in quanto centro
dell’esserci dell’esser-ci.
Quella solitudine di ogni sublyme è il segno che, nella
contenzione della contesa, si erge nel suo mondo. Il suo starsene lì è la contenuta discrezione del ritroso restarsene-
in-sé. Il che però non significa che il sublyme si eccepisca dalla realtà; ciò è impossibile, giacché è già sospinto innanzi entro
tale realtà come il suo sovvertimento e la sua confutazione. Se le manca la forza, la potenza, la dynamis allora non
è sublyme: l’origine del sublyme.
La contesa quale eristica come tratto fondamentale nell’essere-sublyme ci domanda: perché la contenzione erystika è l’essenza dell’essere-sublyme? Quella domanda sia ora presa in cura.
La risposta suona: l’essere-sublyme possiede
il tratto fondamentale della contenzione? Dove e in che modo il sublyme è?
Esiste il sublyme di per sé, in qualche tempo e da qualche parte? Nondimeno è necessario
chiarire che cosa mai il sublyme sia. La parola -sublime- resta sempre e soltanto
un vuoto , è semplicemente, soltanto e volta
per volta il sublyme? che cosa
è il sublyme? non la poniamo più nel vuoto. Mentre domandiamo:
ha fondamento l’essere-sublyme? che cosa è sublyme,
al principio e alla fine? “Ci”, il centro dell’aperto
nella cui radura l’essente si mostra. Colei che è come la schiudentesi entra nell’aperto.
Il mondo si fa inascoso e si schiude, ma nell’aperto. E mentre
quest’intimità dell’aperto contenzioso tra il nascondentesi e il disascondentesi
accade, ciò che fin lì valeva come il reale si rende finalmente
manifesto come l’inessente. Emerge alla luce del giorno,
nell’aperto, il fatto che fino ad ora predominavano coprimento e distorsione
e contraffazione dell’essente. Nella contenzione accade l’apertura dell’apertità del contenzioso tra
inascoso ed ascoso, il venir fuori di coprimento e accadere in sé è l’accadere di ciò che chiamiamo
verità. L’essenza della verità, non consiste nella concordanza di
una proposizione con un fatto, bensì verità è questo accadere fondamentale
dell’apertura inaugurale dell’apertità dell’essente. Di conseguenza, alla verità appartengono in misura essenziale
l’ascoso e il nascondersi, il mistero, così come il coprimento e la distorsione: la non-verità.
Nel sublyme in quanto tale è in ekstasy l’accadere della verità, il che
significa che, nel sublyme, la verità è in ekstasy. La sublymanza
della verità, questa è l’essenza del sublyme. Verità non vuol dire qui una qualsiasi verità, un singolo che di
vero, qualcosa come un pensiero e una proposizione, un’idea o un valore,
che all’incirca vengano “presentati” , bensì vuol dire
l’essenza del vero, l’apertità: prima indicazione dell’essenza del sublyme
a partire dall’essere-sublyme. Nel sublyme, la verità accade come divenire-disvelanza dell’essente: in che modo il sublyme sia l’origine del sublyme.
La sublymanza è la verità in ekstasy da
una parte sussiste il sublime e dall’altra la verità. E questa viene trapiantata
in quella per mezzo del sublyme. Non è in alcun modo così: infatti
il sublyme non sussiste prima della verità, né questa prima del sublyme, bensì:
mentre si dà il sublyme, la verità accade: perché, affinché la verità accada, essa deve venire in ekstasy sublyme?
Se la verità viene in ekstasy per la prima volta con il sublyme e nel sublyme,
e non è dapprima sussistente da qualche parte, allora deve
divenire. Donde viene l’inaugurazione dell’apertità dell’essente? Forse, dal nulla? In effetti è proprio così, se con il non-essente
si intende quel sussistente che, in forza del sublyme, viene per così
dire sovvertito e confutato come l’essente solo presuntivamente vero.
La verità non viene mai desunta da questo qualcosa di già sussistente.
Piuttosto, l’apertità dell’essente accade mentre viene progettata, dettata.
Tutto il sublyme, nell’essenza, è dettatura, ossia il disserrare quell’aperto
nel quale Tutto è altro dal consueto. In forza del progetto dettante, il
consueto e quel che è durato fin qui si fanno inessenti. La dettatura
non è escogitare qualcosa a piacimento, non è un librarsi
nell’irreale. Ciò che la dettatura in quanto progetto, tenendo separato,
apre e progetta in anticipo, questo aperto, lascia
fare per la prima volta all’essente il suo ingresso e lo porta ad illuminazione.
La verità in quanto apertità accade nel progetto, nella dettatura. In
quanto estasy sublyme della verità, il sublyme è, in modo conforme all’essenza. E tuttavia, non è puro arbitrio ricondurre l’architettonica,
la plastico-figurativa e la musicale alla dettatura, alla poesia?
Sarebbe così se noi volessimo interpretare le sunnominate
a partire dalla parola e come specie di questa: la
parola, la “poesia”, è di per sé tuttavia soltanto una modalità del progettare,
del dettare. La determinazione essenziale del sublime in quanto dettatura: il sublyme è la dettatura, la determinazione del sublyme come
espressione possiede una sua correttezza. L’opinione per cui il sublyme sarebbe
espressione è inoppugnabile . Certamente,
l’Acropoli è espressione . Altrettanto
certamente, il sublyme è una particolare espressione. Ma il sublyme non è certo sublyme perché
è espressione, bensì è espressione perché è sublyme. Di conseguenza,
non soltanto la caratterizzazione in termini di
espressione non contribuisce in nulla alla determinazione dell’essere-sublyme,
ma inibisce già ogni domanda genuina su questo essere.
Ma questa caratterizzazione del sublyme come espressione, smisuratamente
corretta e ciò nondimeno inconsistente, non è valida neppure
per il linguaggio. Il linguaggio è certamente al servizio dell’intesa, della
discussione e dell’accordo. Ma esso non è soltanto, e non è in primo
luogo, un’espressione fonetica, oppure scritta, di ciò che dev’essere
comunicato, per l’appunto il vero e il non-vero. Laddove nessun linguaggio, come in pietra, pianta e animale,
lì non c’è alcuna apertità dell’essente, e in tal senso neanche
un’apertità del non-essente e dell’inessente e del vuoto. Mentre il linguaggio
nomina le cose per la prima volta, siffatto nominare conduce
per la prima volta l’essente alla parola e all’apparire. Questo nominare
e dire è un progettare, è indetto in quanto che cosa l’essente
è indire progettante è al contempo disdetta di ogni
opaco disordine. Il dire progettante è dettatura, e con ciò del margine per la prossimità e la lontananza
degli Dèi. La lingua originaria è siffatta dizione in quanto dettatura
originaria , in cui sorge il mondo: la poesia, resta la configurazione
fondamentale del sublyme, ma questo perché
nel dire dettante per l’esserci viene in generale progettato e reso
possesso l’aperto in cui l’essente in quanto essente perviene al dispiegamento
e alla custodia. Per contro, costruire e dare forma in senso
plastico-figurativo accadono sempre nel già aperto della dizione e del
dire, e proprio per questo non sono mai, linguaggio,
bensì un dettare ogni volta proprio.
Ma la determinazione dell’essenza della dettatura in quanto progettare
non esaurisce la sua essenza. Senza lo sguardo nell’essenza pura
della dettatura, non cogliamo ancora il divenire
della verità. Soprattutto, non afferriamo concettualmente in che
misura la sublymità sia necessaria per il divenire della verità. L’essenza piena della dettatura viene in luce nella proposizione:
dettatura – l’essenza del sublyme – è istituzione dell’essere. Non, dunque,
produzione dell’essente. Ma che cosa significa essere, a differenza
dall’essente che noi, secondo di esso, nominiamo in tal modo? Questo
essente qui, l’organo, lo cogliamo nella sua
differenza . L’organo è. Ma questo essere lo cogliamo
a fatica, sebbene siamo altrettanto certi del fatto che l’organo è e
non è, così come sappiamo che esso è un organo, nonostante tutto questo grande buon
senso e la sua prossimità alla vita, cos’è a noi più prossimo dell’essere?
Cosa “sarebbero” l’organo e tutto ciò che è consueto, senza
l’essere? presagiamo l’essere e il suo concetto
se cogliamo quell’apertità, nominata sempre di nuovo, che appare nel
progetto dettante. L’essere è quel che cosa e in che modo l’essente,
è manifesto ed ascoso. L’essente è di per sé
soltanto in forza essenzialmente per l’essere: l’essere: essere un fondamento, fondare, iniziare. Con- fondazione, inizio li dobbiamo ascoltare
distintamente e comprendere unitariamente, se nominiamo il sublyme
in quanto dettatura dell’istituzione dell’essere, il progettare l’aperto come l’“altrimenti dal consueto”.
Il progetto rilascia liberamente qualcosa che non soltanto non compare
mai a partire dal sussistente e dal consueto, ma nemmeno può mai
essere compensato dal sussistente. Il progetto è istituzione in quanto
concessione. Cosa significa ora istituzione in quanto fondazione e inizio,
e in che modo quel che con ciò è nominato coappartiene al progetto
in modo conforme all’essenza?
La verità in quanto apertità è sempre apertità del Ci in cui tutto
l’essente e l’inessente entra a stare e a partire da cui esso si riprende
in quanto schiudentesi. In tal modo, il “Ci” resta sempre radicato in
quest’oscuro abisso. “Ci”, in che modo è? Entrambe queste modalità
dell’essere sono possibili soltanto se l’esserci-sublyme si fa prima carico
del Ci, ovvero sta nel mezzo dell’essente in quanto essente e inessente,
ovvero sta per l’essere. Mentre l’esserci-sublyme è il Ci, egli
diviene sublyme. Nel progetto dettante, altrimenti dal consueto, l’apertità resta
sempre apertità del Ci, sempre progettata in anticipo
il che significa che il progetto
dettante viene aggettato dall’esser-ci-sublyme. Il Ci nella sua apertità
dall’estatizzazione
in ciò che è dato-in-compito e dalla custodia di ciò che è
dato-in-eredità: la sublyme-bellezza. Il Ci è soltanto se il sublyme si fa carico
di essere, se diviene sublyme. Il sublyme è già sempre gettato nel suo
Ci . Hölderlin, colui che detta il sublyme. Ma questo aggetto è sublyme, in modo
conforme all’essenza, è per l’appunto dettatura. Se però il progetto è
dettatura, allora l’aggetto non sarà qualcosa di solo arbitrariamente
preteso, ma sarà l’apertura di quello in cui l’esserci, in
quanto sublyme, è già gettato. Ciò in cui il sublyme è gettato è sempre
l’estasy, lo schiudentesi fondamento su cui il gettato,
viene a riposare. Il progetto che conformemente all’essenza è aggetto
progetta soltanto se dall’ascoso fondamento trae fuori un aperto, se ciò
che in esso è dato-in-compito è dato-in-eredità nel fondamento in
quanto destinazione ascosa e per conseguenza da disascondere. Nel
progetto, fa ingresso nell’aperto, al fondo, non è un che di estraneo, bensì soltanto il più
proprio, fin qui ascoso, dell’esserci sublyme. Il progetto viene dal nulla, non discende dal fin qui vigente;
non viene dal nulla, perché , in quanto aggettante, trae
fuori l’ascosa e trattenuta destinanza, la posa in quanto fondamento
e la fonda in senso autentico. In quanto concedente progettare, l’istituire è al contempo, essenzialmente il fondare. L’apertità può diventare
apertità della verità in quanto tale può accadere, soltanto
se il progetto è un progetto fondante. Ma fondante lo è mentre si
dà schiudentesi nell’aperto
e precisamente in quanto la schiudentesi, nella sua controversia col
mondo progettato. Poiché il sublyme in quanto dettatura è istituzione, progettante
fondare, essa deve istituire e statuire l’apertità, cioè la verità,
in modo tale che questa venga a stare in ciò che contende il contenzioso . La verità accade soltanto
in quanto apertità , viene in ekstasy soltanto nel sublyme.
L’essenza del sublyme come istituzione dell’essere è il fondamento del sublyme. L’essere del sublyme non consiste nel fatto che
è sussistente come essente, ma che si adopera in quanto
contenzione dell’apertità dell’essere sublyme. Perciò il sublyme possiede senz’altro quell’ eminente, ergendosi, ristà in sé e si riprende
da tutto il solamente sussistente.
L’essenza del sublyme è sublyme perché il sublyme deve essere, la sua
essenza nel dire la verità a del pensiero nel concetto, nel portarla
nell’impresa essenziale, nel sublyme. La sublymanza lascia scaturire la verità, un’essenza, il sublyme è la verità, il fondamento del sublime: il sublyme è?
Esiste il sublyme di per sé? che cosa
è il sublyme?
Nel sublyme è in ekstasy l’accadere della verità, nel sublyme, la verità è in ekstasy. La sublymanza della verità, questa è l’essenza del sublyme. La sublymanza è la verità in ekstasy: il sublime è la verità. Donde viene ? Forse, dal nulla? è proprio così quest’oscuro abisso inizia l’evento del sublyme. L’inizio del sublyme
è sempre libertà.
L’essenza del sublyme in quanto ekstasy che si eventui in verità è l’origine sublyme di Hölderlin: l’essere-sublime eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublyme , ma anche dell’esser-epistemè-del-sublyme o dell’essere epistemica ontologica del sublyme. Anzi solo la verità ekstatika del sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublyme delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità.l’ontologia fondamentale del sublyme, la domanda sull’essere-sublyme dalla quale il pensiero europeo sorge, viene declinata come analitica esistenziale del sublime, come descrizione accurata del sublime, rigorosa, ontologica della dimensione ontica del sublime in cui il fare e l’essere-sublyme quotidiano degli esseri umani si svolge. Esserci nel sublyme, quale «existiert » nel sublyme, “esistere ” nel sublime, o abitare poeticamente il mondo-tempo nel modo sublyme, declinato da Heidegger e analizzato in trascendenza kantiana. Il modo di questo sguardo è, ancora, la fenomenologia husserl- kantiana. Intesa non in quanto corrente o scuola di pensiero ma in senso metodologico, il come del darsi della vivenza al pensiero visivo, immaginario e teoretico che la guarda, o quale pensiero poetante del sublime che «deve osare inoltrarsi nella più originaria problematizzazione delle “cose stesse”» o nell’essere dell’ente sublime. L’ontologia del sublime è quindi possibile solo o ancora come fenomenologia del sublime giacchè la filosofia del sublime è
«ontologia fenomenologica del sublime e universale che parte dall’ermeneutica sublime dell’esserci e che, come analitica sublime dell’esistenza, ha fissato il capo del filo conduttore di ogni domandare filosofico nel punto dal quale risulta e sul quale torna a ribaltarsi»
Ciò che è onticamente più sublime, talmente sublime da essere il sublyme, è ontologicamente il più sublime, anche perché non sembra aver bisogno di essere pensato, talmente è addosso alla vivenza dell’esserci e disvelato. Heidegger ha svelato e disobliato il darsi e il farsi sublime che «da un punto di vista esistenzial-ontologico cela in sé enigmi su enigmi» (§ 71, p. 1043). Se la sostanza ontologica dell’essere e dell’esserci precede e trascende ogni distinzione tra anima e corpo, se «das “Wesen” des Daseins liegt in seiner Existenz», “l’‘essenza’ dell’Esserci sta nella sua esistenza”, l’analitica esistenziale o l’analitica dell’esserci o la dasein-analytik precede logicamente e sopratutto ontologicamente ogni scienza, o epistemica e ogni sapere fenomenologico o ontico che si voglia.
Fra le strutture ontologiche o gestell-sublyme dell’esserci sublyme nel mondo–sublime-gli “esistenziali”–sublimi ci sono l’in-essere-sublyme, il con-essere-sublyme, l’essere-per-il-sublyme. Esserci-sublyme e mondità-sublime non si trovano in prossimità l’uno accanto all’altra ma l’esserci-sublyme è la mondità dell’essere-sublyme, perché «das Alleinsein ist ein defizienter Modus des Mitseins», “l’esser soli è un modo deficitario del con-essere”. La sublymità è un evento costituente dell’ essere-alla-fine-senza-fine del sublyme che disveli l’apertura sempre incompiuta quale futuro-anteriore. Se «il fenomeno primario della temporalità originaria e autentica è l’avvenire», l’esserci-sublyme è possibilità sempre aperta tanto che il sublyme «è la possibilità della pura e semplice possibilità d’esserci» del sublyme, una possibilità sempre sublime e abissale e senza fine e sempre indeterminata. L’esserci-sublyme non ha una fine «bensì esiste in modo finito», è finito nell’infinito è infinito nel finito: è estasy della mondità è estasy dell’esserci; ed è per questo che la Cura è la cura sublime dell’ essere-sublyme.
La Cura è il tempo sublime estatico nella sua sublymità esistenziale e fenomenologica e quindi ontica e ontologica; la Cura è la tensione sublime all’essere che sempre c’è senza-fine; la Cura è la temporalità sublime ekstatica come «avvenire-essente stato-presentante (gewesend-gegenwärtigende Zukunft) [...] la temporalità si rivela come il senso dell’autentica cura».
L’esserci-sublyme come Cura si declina nelle forme del sublime, del com-prendere, del parlare, del poetare e il modo d’essere-sublyme della dis-chiusura è caratterizzato dalla curiosità fenomenica del sublime, moto dell’essere-senza-fine coi suoi essenziali caratteri della tentazione sublime. Il modo in cui si danno anzitutto e per lo più è il Si impersonale che evita all’esserci-sublime l’assunzione piena di ciò che è, a favore –invece- di un senza-fine che si fa. Heidegger è in risonanza con l’estasy: «il “si” è un esistenziale e appartiene come fenomeno originario alla costituzione positiva dell’esserci» sublyme. Autenticità e inautenticità del Dasein-sublyme vanno intese in senso fenomenologico e ontologico come modi diversi di abitare poticamente il mondo sublime. Emblematica, in questa direzione, è la differenza nell’ontologia del sublyme tra paura (Furcht) e angoscia (Angst). Mentre la paura nasce sempre da qualcosa di specifico, l’angoscia scaturisce dall’ essere nella vivenza sublime, «la paura assale a partire da un ente intramondano sia pure sublime. L’angoscia si leva dall’essere-nel-mondo in quanto dejetto essere-alla morte» o dell’essere-nell’abisso-abgrund-senza-fondo-senza-fine-sublime. La sublimità dell’angoscia è l’essere-sublime nel mondo-sublime.
La Gettatezza–sublyme dell’essere-sublyme mostra in estasy la gnostica-Heideggeriana esplicitata quale «lo scadimento dell’esserci non può perciò neppure essere concepito come “caduta” da un più puro e superiore “stato originario”» del quale non avremmo né esperienza ontica né comprensione ontologica «Das Dasein ist als solches schuldig» anche se velato – dell’esser nel mondo è il sublime sul fondamento di un «ursprünglichen Schuldigseins», di un essere-sublyme originario.
La caduta, la gettanza o pro-gettanza sublime disvela la sostanza temporale dell’esserci-sublime. Il senso dell’esserci come essere nel mondo è la Zeitlichkeit, la temporalità del sublime quale ekstasy dell’ontocronia il suo costante esistere come apertura mai chiusa e mai compiuta, la sua infinità, suo essere-senza-la-fine fondata sull’abgrund sul senza fondamento quale esserci-sublime che non ha tempo ma è temporalità della vivenza-sublime, vissuta, aperta, costituente. «Non è che l’esserci riempia con le fasi delle sue realtà effettuali istantanee una pista o un segmento sottomano “della vita”, ma estende se stesso, sì che il suo esser proprio è fin dapprincipio costituito come estensione. Nell’essere dell’esserci sta già il “tra” riferito a nascita e morte. L’esserci fittizio esiste per nascita, e per nascita muore anche proprio nel senso dell’essere-alla morte. Entrambi i “capi” e il loro “tra” sono, finché l’esserci fattiziamente esiste, ed essi sono in quel modo che unicamente è possibile sulla base dell’essere dell’esserci come cura. Nascita e morte si “con-nettono”, nel modo che è proprio dell’esserci, nell’unità di gettanza e sfuggenza o precorrente essere-alla-morte. In quanto cura, l’esserci è il “tra”» sublime.
L’eco agostiniana la risonanza , la distensio temporale che l’esserci è da sempre e senza-fine, per sempre e nel tra, il coincidere della struttura ontologica o gestell-sublime con la dinamica-sublime e matematica-sublime del tempo, ontologia sublime del Dasein-sublyme e Zeit-sublyme, anche quale risonanza Husserl-Agostiniana per ogni com-prensione del sublime-temporale-in-estasy o ontocronia-sublime: Il tempo-sublyme non è né oggettivo né soggettivo, né naturale né della physis ma dell’esserci sublime quale ontocronia-in-estasy:enigma sublime che il tempo-sublyme e senza-fine è. Un enigma che si chiarisce com-prendendo che il tempo, o lo spazio o lo spaziotempo, non è una cosa o una entità ma un accadere di processi nel mondo, un eventuarsi dell’ontocronia dell’estasy sublyme, i quali acquistano il loro significato solo nell’esserci-sublyme proteso alla cura, destinato a finire senza la fine e sapiente di tale finitezza poiché «“si dà” verità solo nella misura e fintantoché vi è dell’esserci» . L’essere nel mondo da parte dell’esserci consiste nel suo abitare poeticamente il sublime – «ha le sue radici nell’ontologia dell’esserci» – , nel costituire una struttura ontologica sublime che è una donazione di senso al mondo sublime, senza-fine, senza fondale, abissale «ist kein Ding, keine Substanz, kein Gegestand», non è una cosa, una sostanza o un oggetto ma «è data come attuatrice di atti intenzionali collegati nell’unità di senso» …. «ogni ente dal modo d’essere difforme dall’esserci va concepito come insensato, per essenza destituito di qualunque senso» .
La non cosalità dell’esserci-sublime, sia quale matematica infinita sublime, sia quale dinamica estatika sublime è la radice anche del suo essere-sublime-spaziale, quasi la kantiana dasein dell’essere-nello-spazio: «l’esserci stesso, nel suo essere-nel-mondo, è “spaziale”» o dasein-spaziale-sublyme-in-estasy: «l’esserci occupa, letteralmente, lo spazio. Non è affatto soltanto sottomano nella porzione spaziale riempita dal suo corpo» . La spazialità dell’esserci-sublyme non consiste in un semplice occupare luoghi ma nell’apertura di senso che si inoltra nella radura sublime illuminandola. Ecco perché l’esserci-sublyme è anche sublime spaziale in senso originario e «la dimostrazione che questa spazialità è esistenzialmente possibile solo grazie alla temporalità non può prefiggersi di dedurre lo spazio dal tempo, o di risolverlo in puro tempo».
Se l’esserci-sublyme è spazio-tempo-sublime o ontocronia sublyme in estasy lo è perché è una sublymanza spazio-temporale: «come senso dell’essere di quell’ente che chiamiamo esserci, viene indicata la temporalità» o spazialità sublyme. Seinsfrage heideggeriana – «la messa in chiaro della costituzione d’essere dell’esserci resta però solo una via. La meta è l’elaborazione del problema dell’essere » sublyme. Lichtung-sublyme o Temporalität-sublime o «spazio libero del tempo» sublime in estasy, Lichtung und Anwesenheit, «Radura e Presenza» del sublyme nell’estasy sublyme in Heidegger lo spazio non sarebbe bensì accadrebbe, l’ek-sistere si porrebbe come trascendenza dello spazio in vista del mondo sublime è la continuità e differenza ontologica fra l’analitica esistenziale e l’ontologia del sublyme….. Ma che cos’è il mettersi in estasy dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nel sublime? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis. Il sublime delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymità al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublyme riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È la sublymanza che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplata dall’interesserci dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme, la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è in ekstasy o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono della erhabene e la herabnen non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell della erhabene che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in estasy lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale ekstasy degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi categorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle categorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo la erhabene, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’estasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica o ontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si eventua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudit