………………………………………………………………………………ontologia del sublime si è in presenza dell’arkè o priorità o singolarità di una tesi sul sublime , sorgente dalle lezioni kantiane del prof. s. gi. Si delinea una gestell o struttura o impianto dell’opera sul sentiero di una analitica dell’esserci o dasein-analytik assentemente presente in kant, per interpretare l’analitica della bellezza e l’analitica del sublime. Si approderà infine ad una ontologia del sublime o sublyme quale bellezza-sublime plotiniana o sublime-bellezza heideggeriana già compresenti nella prima ermeneutica del sublime longiniana o burkeiana. Si offrirà preliminarmente una panoramica delle contemplanze del sublime nella classicità quale sublime della mathesis o pitagorico o platonico eventuato già da anassimandro sia nell’apeiron sia nell’archè, quale sublime dei quanta infiniti o del senza-fine e del senza-limiti: presente nell’analitica kantiana quale sublime matematico o gegenstand sublime, ovvero quale entità sublime in trascendenza, presente solo nell’immaginazione della purezza sublime quale eccelsa e nobile magnanimità o magnitudine kolossale , sempre al dilà del sensibile e del percepibile quasi fosse l’alterezza proustiana. L’apeiron dei quanta però non è mai irreversibile: c’è sempre un senza fine infinitesimo o una abissalità senza fondale ove si autoeventui il sublime quale klinamen o ab-scissa dell’archè o dell’evento o della singolarità o ereignis. A quella visione quantica si aggiunse nel corso del tempo una dinamica del sublime interpretata dal pensiero della dynamis aristotelica, quale coercizione kategorica del panta-rei eraklitiano: qui la purezza è katarsi e la sua fenomenologia suscita quel sentimento o quella tensione o quella intermittenza che tanta fortuna avrà nel pensierò di Burke e di Kant, tanto da eventuare il fenomeno del sublime o il noumeno del sublime, ovvero il sublime fenomenico e il sublime noumenico. Ma nessuno si è ancora chiesto del perchè esista una musa della bellezza e non ci sia una musa del sublime. Forse il pensiero di Plotino ci viene in soccorso per delineare nel mito di Kalypso la disvelatezza del mito del sublime, quale bellezza in estasy instabile, fluttuante, assentemente presente o che si sveli solo nell’infinito o nel senza-fine o nell’abisso del senza-entità dell’etere o che aleggi sempre entousiasta , nell’eventuarsi sempre ab-scissa dell’essere-sublyme in mitica alterezza quale bellezza-sublime o sublime-bellezza. Le interpretazioni dell’estetica kantiana presenti nelle lezioni e nella poetica narrativa givoniana quell’eventuarsi dell’abissalità gettano nel pensiero della mondità. Quel che seguirà è intriso di quella pregnanza e salienza.
Il sublime dilata il cuore e mantiene l’attenzione immobile e tesa. È stancante. Il bello scioglie l’anima : già negli anni sessanta precritici kant percepisce una differenza fenomenica o una incongruenza spaziale nell’estetica , presente nell’epigenesi longiniana del sublime ma non ancora una differenza noumenica nella bellezza o nel sublime. Qui il sentimento sublime consiste in una vibrazione o alternazione rapida dei sentimenti o alterità o alterezza dell’esserci.
Il dinamicamente sublime è simile alla potenza osservata in natura irresistibile e terribile, ma se si è al sicuro, si rimane disinteressati e perciò non c’è più un oggetto o gegenstand che incuta la paura. Dio è terribile ma l’uomo retto non ha paura. Anzi solo il dio del sublime ci può salvare o solo il sublime salverà il mondo. Quella è la differenza: il sublime è il coraggio etico dell’anima e consente di scoprire un’abilità di resistere e comprendere ma solo perchè c’è l’alterezza dell’esserci. Kant pensa alla natura sublime perché eleva, innalza l’immaginazione all’esposizione eccelsa, là ove la mente può essere l’unica facoltà capace di comprendere o sentire la sublimità, anche al di sopra della stessa natura, quale sublimità appartenente alla libertà estetica dell’alterezza. Tale libertà è al di fuori dell’ordine naturale, ed è il centro della teoria etica di Kant: interagenza intima tra il sublime o il dinamicamente sublime e la sua teoria etica. C’è un fattore empirico per il sublime: la mente deve essere ricettiva alle idee razionali, ma può accadere solamente in una cultura che già capisce l’etica come una funzione della libertà o, più generalmente, negli esseri animati c’è già una dimensione che trascenda la natura. Il sublime è possibile solo per chi possieda tale cultura etica . Quindi, il sublime è sussunto in contingenza empirica. Kant pensa: siamo giustificati nel richiedere ad ognuno le condizioni trascendentali per la cultura etica ? Così per il sublime, perché queste condizioni sono , come nell’analitica della bellezza , le stesse sia per il pensiero teoretico sia per il pratico in generale. La sublimità, la sublime etica kantiana, il dinamicamente sublime è sempre in relatività o in reciprocità kategorica o in interagenza con la libertà. E’ la problematica kantiana della differenza kategorica tra il matematico e il dinamicamente sublime, o della differenza analitica tra la bellezza e il sublime: entrambi presuppongono un giudizio di riflessione: quindi l’inclinazione o il klinamen di ben-essere e sensibilità, come quella del piacevole; il ben-essere è pensato ed esperito nella purezza della vivenza o dell’immaginazione: entrambi i giudizi annunciano la realizzazione del requisito dell’analitica e non soltanto la sensibilità del desiderio; l’analitica della bellezza della natura interessa infatti la forma dell’ente, che esiste che c’è, che si dà quale esserci o dasein-analytik ; il sublime invece si trova di fronte un gegenstand, sempre non-ente o ente infinito o entità abissale senza-fine, senza fondo, un ni-ente, un nulla o un essere che ci viene in-contro quale ente informale, l’infinità, o completezza kategorica della monade o dell’arkè o della singolarità infinitesima nel suo subliminare ed infinitamente irreversibile nell’apeiron, nell’essere sempre senza fine e senza un fine o un telos: è in interagenza la piacevolezza del ben-essere con la qualità, o la quantità kolossale e magnanima e perciò alta e nobile quale eccellenza dell’etica o quale alterezza. Nell’analitica della bellezza c’è la seducenza quale attrazione fenomenologica, senza la presenza di un’immaginazione; la sensibilità del sublime invece è presente immediatamente quale compresenza di immaginazione pensante o immediatamente come emozione dell’immaginazione dell’ esserci o del non ente, niente, nulla o sacra superentità divina, incongruente e incompatibile con le attrazioni e con la seducenza, anzi prossima al timore e all’angoscia; la mente lì è costretta non soltanto alla presenza stabile dall’ente, ma è spinta anche fuori , tanto da non afferrare o percepire la completezza kategorica dell’arkè quale singolarità e dell’apeiron e, per-ciò , impossibilitata nel contenere il ben-essere o un desiderio solo positivo , ed allora si evidenzia anche il senso, contrastante, di ammirazione o tensione o attenzione, quale desideranza anche negativa o non desideranza o dispiacere o timore o tremore o paura ed angoscia. La differenza più importante e più interna tuttavia , sempre fenomenica o kategorica , è quella dell’analitica del sublime o della bellezza dell’esserci o dasein-analytik : qui il sublime Kant lo pensa quale
sensibilità che si esprime nella sensibilità estetica che non desidera essere ridotta e la corrispondenza con un’idea che non si può sacrificare nell’apparenza. Quindi, comunque rigorosamente richiede un’espressione etica, l’occhio richiede la bellezza come se ci fosse insistenza dello stesso oggetto, l’etica richiede un’armonia completa fra il principio e l’inclinazione, perché tutta la tensione o l’attenzione si impegna, giacchè si sente che l’eticità non sia ancora in completezza, la virtù non ancora perfezionata. La auto-padronanza che è espressa nella dignità .
Trovare il sublime nella bellezza è la bellezza filosofica. Quale analisi di Aristotele della tragedia nella Poetica, specificamente la sua identificazione delle salienze o pregnanze della tragedia; come nell’esperienza di paura e compassione conducenti ad una catarsi delle emozioni. Aristotele appare poco chiaro circa quel che accada nella catarsi. Kant pensa un possibile chiarimento.
C’è bellezza e c’è la bellezza-sublime o plotiniana: rappresentano due poli in un continuo: un polo è la bellezza che è associata con un senso della leggerezza ed ordine equilibrato. Ha una qualità debolmente decorativa . Nell’altro estremo c’è la forma molto più ob-scura di bellezza-sublime che si associa con la profondità e la verità. Questa seconda bellezza è il sublime. La differenza tra questi due estremi, o meglio la differenza tra due spazi topologici che si incontrano come in un nastro di Mobius, svela l’ analitica della bellezza dell’esserci: se un fiore, un tramonto, un poema, un dipinto, o un brano musicale: qualsiasi cosa che possieda bellezza del primo genere può essere visto anche come bellezza del secondo genere, se l’attenzione dell’osservatore è diretta e adeguata alla fenomenologia ermeneutica. Il differenziale nel continuo è costituito dalla consapevolezza dell’analitica fenomenologica del sublime nella bellezza o della bellezza nel sublime.
La fenomenologia ermeneutica della bellezza è ontologicamente connesso con la profondità e la verità, l’abisso e la svelatezza, non è una forma di bellezza che si adegui nelle categorie di Kant della bellezza ed il sublime. L’analitica di quei sublimi eventua una concezione più complessa della bellezza che Kant stesso mai teorizzò . L’analitica del l’estetica del sublime emerge così come una più complessa ermeneutica della bellezza, quale bellezza filosofica o trascendenza della bellezza o sublime bellezza. Quella re-interpretanza dell’analisi di Kant della bellezza connessa con alcuni dei commenti di Aristotele sulla tragedia possono delineare l’emergere di un nuovo paradigma givoniano.
Nell’Analitica del Giudizio Kant distingue il sublime dalla bellezza sempre fenomenica: è bella , kategoria della comprensione che organizza il sensibile molteplice nelle strutture usabili del mondo , la forma intenzionale. Nel caso della bellezza, identifichiamo lo stesso modello in un oggetto, riconosciamo ed apprezziamo un principio di organizzazione, è probabile che si dica anche, di pensiero, nell’oggetto ma l’oggetto stesso non ha utilità. Qualcosa è bella, come opposto ad utile, precisamente perché ha certe caratteristiche che possiamo identificare con utilità, ma l’oggetto stesso è inutile. È a causa di quello che la posizione riguardo al bel oggetto è disinteressata severamente, mentre il suo aspetto dà piacere. Un fiore è bello perché possiamo riconoscere la sua organizzazione, la sua simmetria i suoi colori come caratteristiche utili in una cosa , ma la cosa stessa è essenzialmente inutile , e così si pensa la bellezza senza scopo.
Il sublime, in contrasto, secondo Kant è un principio di disturbo. È il fenomeno della comprensione che incontra qualche entità che non può organizzare o contenere. Non può determinare un principio di organizzazione che delimiti la cosa, perché non può determinare limiti alla entità quale ob-getto sublime. Non può determinare limiti alla cosa perché la cosa, quale gegenstand, sfida i poteri di presenza dell’immaginazione. È sempre oltre i poteri dell’immaginazione per presentarsi in forma assennata alla comprensione, ed è sempre oltre i poteri della comprensione per avere senso solo al di fuori quale niente, non-ente, il nulla abissale. Ambedue le facoltà di comprensione sembrano non riuscire nel confronto col sublime. Il sublime, perciò rappresenta disorganizzazione. Quella disorganizzazione non è solo una disorganizzazione arbitraria esterna, ma un gegenstand che suggerisce una disorganizzazione interna, sistematica, perché è dalla inabilità di organizzare quella cosa che il senso di disorganizzazione sorge, minaccia la concezione di come organizzare le cose del sublime. È qualche entità che spaventa.
Kant identifica la bellezza con una qualità, mentre il sublime si identifica con una quantità, ma quella quantità è illimitata, i quanta sono infiniti e abissalmente infinitesimi. Dove la bellezza calma, il sublime disgrega, dis-turba, è, Kant pensa, però pre-adattabile al giudizio e così costituisce in se stesso un ob-getto della soddisfazione: ma il sublime è anche il contrario: sembra violare il giudizio, essere dis-adatto alla facoltà di presenza. Kant pensa il sublime quale violenza all’immaginazione.
Il piacere del sublime è un piacere negativo. È un piacere indiretto che non viene dal sublime stesso, ma dal sollievo che si sente quando si comprende che quel dis-turbo esterno non minaccia più il nostro equilibrio o ordine interno realmente; quando riconosciamo nel pericolo e nella paura, nel timore e nel terrore del tragico un senso alternativo, identificabile nella ragione o razionalità o kategorica ermeneutica indipendenti e quindi salvifiche da tutte le minacce mondane, da tutte le possibili tragedie, da tutte le angosce . Il sentimento della inadeguatezza per aggiungere ad un’idea che è una legge il confronto con l’impensabile nei richiami sublimi , inadeguatezza e coercizione per far si che ci si possa adeguare all’idea della legge morale: il sublime costringe l’esserci alla ricerca di un scopo alternativo da quello che è suscettibile di pericoli per la salvezza del mondo, vale a dire essere nell’etica. Il piacere che si prova dal riconoscimento della nostra sicurezza essenziale riguardo alla cosa minacciosa. Kant pensa il piacere del sublime come qualche genere della gioia, piacere che sorge dalla cessazione di un disagio , quale varietà o stato della gioia.
Kant analizza il sublime quasi fosse una utopia distopia: dobbiamo cercare una terra esterna per il bello di natura, ma la cerchiamo soltanto per il sublime e nell’ atteggiamento di pensiero che presenta la sublimità nella rappresentazione di natura, la bellezza ci disvela gli spazi esterni, il sublime è un movimento, una isteresi eristika interna, un’esperienza estetica della vivenza, quale erlebniz sublime. Kant sussume il sublime alla bellezza, perché l’esperienza della bellezza è espansiva, di natura, il sublime si disvela quale cuspide nell’ interno, un fenomeno inerentemente meno interessante: l’esperienza del sublime conduce internamente e seduce ad una particolare forma di riflessione, con la quale è connessa il più puro progetto filosofico di conoscenza di sé.
Per Kant né l’arte né la natura, nel positivo, senso intenzionale, sono sublimi, né generi di cose, da fiori a tramonti poemi a melodie, possano essere sentimento del sublime. Kant pensa il sublime d’importanza secondaria come un’esperienza estetica, per essere coniugato con la bellezza.
C’è comunque, una relazione tra la bellezza ed il sublime quel che Kant non pensa ma comunque disvela nella sua analisi dei due concetti estetici della sua fenomenologia. Se la descrizione di Kant della bellezza è, che è senza scopo, si può stabilire un collegamento interagente tra la bellezza ed il sublime. La caratteristica distinta della bellezza, per Kant è la qualità . Ma l’intenzionalità della bellezza è senza scopo. Se la qualità della bellezza è interiore, l’essenza della bellezza deve essere senza scopo. La bellezza divide, si dà differeziale dalla mondità e dalla mondanità, ma quello che distingue la bellezza è la sua qualità senza uno scopo, quello che conferisce alla bellezza la sua essenza, sebbene quella sia necessaria, è l’esserci , l’essere nel tempo, l’essere nel mondo ma come un gegestand senza uno scopo.
Se una cosa è senza un scopo realmente, poi è veramente indeterminata . Un oggetto della bellezza , avrà la qualità , ma la riflessione lo mostrerà per essere realmente senza telos, quale bellezza in negativo: piacevole e nel contempo dispiacevole: sublime-bellezza o bellezza-sublime, quasi ci fosse il chiasma plotiniano: dal sublime alla bellezza, è un confronto che la mente non può organizzare o contenere o avere senso . La mente, l’ immaginazione estende, ma non può determinare i confini. La sua propria integrità è minacciata, si è minacciati, l’esserci è in pericolo, ma dove c’è il pericolo lì c’è la salvezza. Sarà un sentimento di chiusura, molto vero ma invisibile e pericoloso. Quando la mente funziona contro questo pericolo, indietreggia, quando la ragione è impegnata, il sentimento è sollievo, cessazione della minaccia. Il sentimento successivo è il sentimento della gioia. È l’esperienza del sublime nella bellezza:in grazia della bellezza senza e con il sublime. Essere entusiasmati dalla luce e dal colore, l’armonia e le proporzioni in un dipinto , sperimentare il suo ordine è una buona esperienza, l’erlebniz della bellezza-sublime plotiniana quale sublime dell’entousiasmo e della deliranza . Alcuni pittori e poeti, suscitano l’esperienza del sublime dal di fuori dell’esperienza della bellezza: si può sperimentare il sublime, specialmente nelle forme in natura, nella contemplanza di cascate potenti e pietre sporgenti o cuspidi elevate.
È quando l’esperienza estetica è un modello di riflessione che inizi con un senso di ordine e l’armonia, ma diviene qualche genere di ricerca per un contesto significativo di ordine e armonia che la contemplazione delle bellezza si dà, si getta verso un’esperienza del sublime. La ricerca svela una ricerca per sé, per il proprio luogo, per l’esserci. Quella diviene una ricerca filosofica o di ermeneutica fenomenologica nell’esperienza del sublime; soltanto dopo quella interpretanza che l’esperienza estetica si svela in filosofica. È una ermeneutica filosofica perché la fine è più semplicemente delizia, qualche cosa come la verità, la verità dell’esserci ed il mondo o la mondità o la Xhorà quale luogo topologico nell’universo: la bellezza-sublime seduce l’esserci, il dasein e conduce verso una ricerca infinita e abissale . Il confronto col sublime nella bellezza o nel chiasma della bellezza-sublime è dirompente, ma liberante. Quello che disgrega, decostruisce è il compiacimento delle disposizioni, ma ci libera, libera l’esserci verso una sensibilità nuova della vivenza, erlebniz della sublime-bellezza, eccelsa libertà quale entousiasmante nobiltà o alterezza: aspetti di paura e gioia, di disgregazione e liberazione , di terrore ed entusiasmo, di angoscia e delirio classiche del misticismo sacro e mitico che possano essere costituenti dell’analisi di Kant del bello ed il sublime e connessi con le nozioni di Aristotele di paura e compassione in tragedia, e della fine della tragedia come catarsi, quale unico telos della bellezza sublime: c’è solo una referenza passeggera alla catarsi Poetica di Aristotele? Appare in un passaggio sulla tragedia.
Una tragedia, è un’imitazione di un’azione che sia terribile ma anche, con una magnitudine, completa in se stessa; con accessori piacevoli, con incidenti che risvegliano la pietà e timore con cui portare a termine la catarsi di quelle emozioni: definizione della natura della tragedia di Aristotele che ha molti collegamenti con la bellezza filosofica, dall’analisi di Kant della purezza del sublime e della bellezza.
Aristotele specifica come il protagonista della tragedia né deve essere troppo buono né troppo cattivo, ma piuttosto risvegliare il meson la corretta mescolanza di paura e pietà: nello sperimentare una tragedia, si sente paura perché ci si vede nel luogo del protagonista, e si sente la pietà della sfortuna quale quella della persona o dell’eroe che soffre o soccombe; si vede qualche cosa di se stessi nel protagonista, è il medesimo nostro esserci. L’identificazione col protagonista è un meson di paura e pietà e dà luogo o eventua l’ab-scissa della katarsi. Aristotele non è chiaro, ma un’analisi del Kant-sublime può far luce sul fenomeno o sull’ermeneutica estetica.
Nell’analisi di Kant del sublime c’è una imitatio, sia pure più complessa, accade si dà il reflex il riflesso speculare e supersimmetrico del chiasma plotiniano della sublime-bellezza-sublime, quella è un rispecchiamento che dà luogo ad una transizione simile o ad una transcendenza: dalla pietà e timore o terrore o orrore o angoscia o paura o orrore per disvelarsi una libera e gioiosa deliranza estatika. Nella esperienza della bellezza-sublime, per Kant, il dinamico o la dynamis in natura è una proiezione del senso interno dell’esserci. La riflessione del pensiero prioritario o della purezza in relatività con la physis o natura fa sembrare bella e dà un senso o un telos alla natura: similmente, quando si incontra la natura insondabile o noumenica nel pensiero, la natura, come dynamis, che si vede e riflette in quel fenomeno nel contempo la si teme tanto da poetizzarla in matrigna o causa dell’infelicità esistenziale: lì ove c’è la bellezza c’è anche il pericolo per la salvezza della destinanza del dasein.
La natura che si incontra nel sublime è una natura diversa da quella che si incontra nella bellezza. È natura, non come le piccole cose circa le quali si è solleciti, è la natura verso cui lo scopo è imperativo ipotetico. L’identificazione con questa natura ci mette al confronto con l’ inadeguatezza, per Kant, l’identificazione con la natura illimitata è causa di ansia estrema, l’angoscia, il timore e compassione e con-doglianza. Ma è intenzionale perché l’interagenza o il contrasto o l’isteresi ci costringe a cercare un senso diverso dal solito o insolita interpretanza dell’usuale proprio scopo semplicemente suscettibile e presente dall’immaginazione, quello che soggiorna alla giornata, in ricerca delle soddisfazioni quotidiane, le piccole cose circa le quali si è solleciti. La ragione identifica, un più grande evento al quale appartengono le nostre vite, la vivenza, l’erlebniz, il dasein, da allora quel pericolo molto verosimile da ultima inadeguatezza o insoddisfazione delle desideranze , non è più un pericolo grande di fronte all’eventuarsi della vivenza o dasein che, per Kant, è essere nell’etica. Quella realizzazione conduce ad una libertà autentica che si disveli nella katarsi, nell’essere abitati dall’entusiasmo divino o dalla transcendenza eccelsa aldilà dell’ansia con un senso conseguente di gioia e di autentica libertà:
Identificandosi col protagonista della tragedia o con l’eroe o l’eroina l’esserci è condotto similmente, ad una parvenza di paura o di timor panico o agorafobia e nel contempo di angoscia, nell’analisi di Aristotele, nella tragedia e nella compassione da virtù, dalla preoccupazione per, l’ identificazione con, il protagonista com-preso negli assalti ignoti ed inconoscibili che affliggono. Dalle virtù dei meccanismi di peripezia e scoperta si è capaci di riconoscere il difetto fatale del protagonista e dell’eroe e si è esperti nel valutare le differenze e le ab-scisse: è quella solo la preoccupazione del protagonista e la sua vulnerabilità di fronte agli assalti noti ed ignoti che lo affliggono, è solo sua la sollecitudine di quelle piccole cose. Quel riconoscimento: piccolo è bello, ma la tragedia è katartica disvela il nobile risultato di riflessione, l’appuntamento di ragione che consente la trascendenza, l’ identificazione col protagonista e l’eroe per svelare una alterezza quale passione per l’indifferenza verso il pericolo esistenziale: più alto, più eccelso o più elevato, per Aristotele, è l’ eudaimonia fondata sulle virtù.
Aristotele e Kant descrivono un’esperienza estetica simile che sembra trascendenza . È esperienza di vivenza della libertà che dà luogo ad un piacere che ci eneva e nobilita , è connesso ad una consapevolezza di qual genere di scopo più alto, più nobile, più sublime quale esserci o sublyme dasein rivelate dalla semplice ragione o razionalità. In ambo i casi l’esperienza comporta una interazione con l’ansia estrema che conduce ad un sentimento di libertà e piacere , quale gioia o una trascendenza, una sublime disposizione o sensibilità o purezza katartica verso la più grande struttura di dasein sublime. Né Aristotele né Kant descrivono l’esperienza estetica della bellezza-sublime o dell’ arte solo così, ancora un’analisi delle loro teorie di certi fenomeni estetici, quello del sublime nel bello o, semplicemente, la bellezza è indifferibile, ma non c’era prima ed ora c’è quale sublime-dasein sublime in natura in disvelatezza o quale arte in accordo con la natura o la bellezza della natura nell’adeguata convenienza nella sua formalità, per cui l’ente per il giudizio sembra essere come è stato predeterminato, esso costituisca l’argomento del ben-essere; tuttavia che cosa eccita la sensibilità di quel sublime, che possa comparire inadeguato per il giudizio, quale inadeguata abilità dell’immaginario e avvertita quale violenta per l’immaginazione, soltanto possibile nell’esserci del sublime o nella bellezza-sublime? Non possiamo non dire nient’altro, che quell’ente è adatto per la rappresentazione, che può essere trovato nella mente; perché il sublime non può essere contenuto in nessun formalismo, ma avviene è in interagenza o a contatto soltanto con le idee della purezza: quale informalità presente anche senza nessuna rappresentazione adeguata, possibilità che può essere imago rappresentata, attiva e denominata dalla e nella mente o essere in mente o essere la mente che mai mente. Così lontano , dall’oceano infuriante come in quadro di Turner o nell’odissea prima dell’approdo nelle sublimi insenature di Kalypso ove è dolce naufragare: tempeste sublimi e mitiche dell’eroe dell’esserci. La relativa vista di Kal-ypsous è la katarsi del sublime sintonizzante una sensibilità, che è sublime, poichè la mente è stimolata con le idee, che contengono la più nobile alterezza. La bellezza indipendente della natura discopre o disvela una tecnica della natura, che è priorità e purezza quale sistematica e organica preesistente alle leggi, il principio delle quali non troviamo nelle abilità. Non c’è adeguatezza ma tuttavia dalla natura, come meccanismo della purezza, si e condotti verso analisi più profonde o verso alterezze abissali. Ma in che cosa si dà nel sublime? Niente affatto in quell’accordo con le forme della natura per principii obiettivi e questi nel contempo verso le idee di quel sublime e nel relativo caos o nei relativi disordine e devastazione , se soltanto il formale possa essere osservato in quel sublime della natura. Alla bellezza della natura quel sublime costringe a pensare, un’osservazione provvisoria molto necessaria, che separa le idee di quel sublime della natura dalle teorie epistemiche: la valutazione estetica della natura si dà aldilà del formulario speciale in uso o adatto, giacchè l’immaginazione annichilisce e getta nella trascendenza anche la natura, quale desideranza, sia pure solo virtualmente. La relativa libertà elogiata è assolutamente niente, ma significante: essere nella libertà ed essere nella mente in libertà, o essere nella libertà della natura in desideranza: è possibile che le forze della natura possano essere controllate o respinte soltanto fino a certo punto, più oltre dipende solo dall’esserci. Gli esseri umani sono completamente liberi, e superiori alla natura, anche la natura dinamica non li raggiunge, la luce bella è presente, ma non brucia. Il bello è già un’espressione della libertà, la bellezza in libertà, perché è armonia. La sensibilità di quella alterezza è una sensibilità meson. È una composizione relativa più alta come nella tempesta esprime una felicità simile alla desideranza, tuttavia in lontananza e a distanza di sicurezza. Quella compresenza di due sensibilità contraddittorie in una soltanto sensibilità giacchè assolutamente impossibile che lo stesso sentimento sia situato in due topoi opposti, quasi che si sia situati in due luoghi differenti o in obiquità mistica: la physis opposta o bistabile si biforca o si trovi in una spazialità moebiusiana. Si sperimenta così dalla sensibilità di quella alterità che la circostanza non dipenda dalle leggi della natura e che ci sia un Principium indipendente nella mente epistemica, aldilà in trascendenza dell’agitazione o del timore o della paura: una alterità infinita, perché si pensa, che cosa i sensi non comprendano , quale entusiasmo in libertà che si dià oltre il terribile, perché si possa desiderare, da che cosa gli impulsi si danno all’immaginazione nel regno delle loro caratteristiche o il ritrovamento della loro matrice, perché infine è assolutamente grande in noi la natura e non possa essere immensa. denominata dalla e nella mente o essere in mente o essere la mente che mai mente. Così lontano , dall’oceano infuriante o nell’odissea nelle sublimi insenature di Kalypso ove è dolce naufragare: tempeste sublimi e mitiche dell’eroe e dell’eroina e dell’esserci in vista di Kal-ypsous è la katarsi del sublime, poichè la mente epistemica è stimolata con la più nobile alterezza. La bellezza-sublime della physis discopre o disvela una purezza preesistente alle leggi. Non c’è adeguatezza ma tuttavia dalla purezza, si aleggia verso analisi più profonde o verso alterezze cuspidali sublimi. Ma che cosa si dà nel sublime? Niente, dalla bellezza-sublime la valutazione estetica della natura si dà aldilà del formulario speciale in uso, che l’immaginazione getta nella trascendenza, quale desideranza. La libertà è assolutamente niente: essere nella libertà ed essere nella mente in libertà, o essere nella libertà della physis in desideranza, anche nella natura dinamica, come nella tempesta c’è una felicità simile alla desideranza, tuttavia in lontananza e a distanza di sicurezza, compresenza di due sensibilità contraddittorie in una . Si sperimenta così dalla sensibilità di quella alterità che la circostanza non dipenda dalle leggi della natura e che ci sia un Principium, aldilà in trascendenza dell’agitazione o del timore o della paura: una alterità infinita, perché si pensa, che cosa i sensi non comprendano , quale entusiasmo in libertà che si dà oltre il terribile, perché possiamo desiderare con l’immaginazione esistenziale. Dalla bellezza da sola non si è mai in interagenza come l’Intelligenza pura. Può essere che la fonte delle relative azioni sia pura, ma si deve costituire il fenomeno intero. La bellezza-sublime quale icona o figura di Kalypso si getta nelle onde ed è mito dell’alterezza che ama nascondersi nella bellezza e in alterità si dà, si autoeventua. Il sublime, non implica universalità; la bellezza, rappresenta l’oggetto di un giudizio che prescinde dal mutevole della sensazione empirica, si offre quale realtà formale che non colpisce il soggetto dall’esterno rendendolo passivo. Laddove la bellezza presupponga forma, proporzione, e misura, il sublime è riconducibile alla grandezza senza limiti e colpisce direttamente i sensi. All’origine del piacere per la bellezza si situa così una qualità oggettiva, fondata sulle leggi della sensibilità; leggi che Kant, intorno al 1770, ravvisa nello spazio e nel tempo in quanto intuizioni pure; alle sorgenti del sublime non vi sono invece dati oggettivi. Il sublime, non ha un nesso con la proporzione. Rocce audacemente sporgenti, nelle quali non si trova alcuna misura, ma solo grandezza, sono sublimi. Qui non è importante tanto il piacere, quanto piuttosto la grandezza.
Quale la fonte delle considerazioni sulla differenza fra bellezza e sublime? Una lunga linea, una vasta estensione, le radure vuote o l’Oceano, sono il sublime, una grande altezza, una roccia è ancora più sublime. La profondità risveglia un terrore; tutte le rocce sporgenti sul mare spaventano, la vastità è una delle fonti del sublime e comprende in sé lunghezza, altezza e profondità, Lange, Höhe, Tiefe. Fra le tre dimensioni è la lunghezza a suscitare il minore effetto, non genera la medesima impressione, Eindruck, di una torre, di una roccia o di una montagna alta . L’altezza appare meno grande della profondità, e si è commossi [gerührt] in misura maggiore se sprofondiamo lo sguardo in un abisso [Abgrund], che non se lo innalziamo verso un’altezza della medesima dimensione. Nell’alterità: dal grado estremo della grandezza a quello estremo della piccolezza: anche qui si scorge una fonte del sublime per l’impressione che essa suscita , impressione che non si distingue da quella della grandezza, poiché anch’essa genera stupore. I fenomeni sono diversi: il sublime, deve la sua origine ad un sentimento iniziale di dolore cui, subentra un sentimento di piacere. Quest’ultimo, meriterà la qualifica di piacere negativo e relativo, di piacere misto a terrore e sarà differente rispetto al piacere positivo donde trae origine la bellezza. Atra differenza: il sublime conduce le fibre del corpo ad uno stato di tensione, il bello induce in esse rilassamento. Dolore e tensione , piacere e rilassamento sono le vere e proprie fonti del sublime. La mente e il corpo sono così strettamente e intimamente connessi, che l’uno senza l’altro è incapace di provare dolore o piacere , simili a quelli di Epicuro: i movimenti, come il bello ed il sublime, sfociano in qualcosa di meccanico, attività che incrementa la tensione delle fibre connessa con ogni tipo di dolore sono causa del fenomeno del sublime, che presenta notevoli analogie con il dolore: determinata qualità all’origine del sublime quale piacere e dispiacere, Gefühl der Lust und Unlust, che presenta una complessità sfuggente completamente e che racchiude sotto di sé tre diverse specie: il piacere puramente animale e corporeo, il piacere più propriamente umano, ed infine il piacere di natura spirituale, geistige Lust. Kant differenza fra conoscenza simbolica e conoscenza intuitiva, che parrebbero sulle prime rientrare nell’orizzonte della tradizione leibniziana, e si occupa successivamente del problema: le semplici parole pare fossero in grado di suscitare sensazioni, utili per la comprensione della teoria del sublime.
È l’oggetto, l’immagine di esso, oppure sono le parole con le quali lo si esprime, senza riferimento all’immagine a produrre un sentimento? Anche le parole, pensa Kant, possono produrre sensazioni ed impressioni: la sensazione del terrore, senza che sia necessario che ad esse corrispondano immagini o idee precise. Quale spiegazione dare di questo fenomeno? Poiché è consuetudine utilizzare determinate parole quando ci si rappresenta oggetti terribili, queste parole suscitano terrore . Le parole che vengono associate ad oggetti terribili possono dunque suscitare il sentimento del terrore anche in assenza di quegli oggetti e senza rinviare ad idee o immagini. Quando si legge che Vulcano forgia la saetta di Giove mescolando fulmine, grandine e tuono e fitte tenebre, qui le semplici parole suscitano commozione. Vi avevano aggiunto tre raggi di grandine, tre di gravido nembo, tre di rutilo fuoco e tre di austro impetuoso. Ora mischiavano all’opera terribili folgori, fragore e paura, e ire con avide fiamme: quale la fonte contenente la descrizione sublime e mitologica dell’attività di Vulcano, che risale all’Eneide di Virgilio? Sublime causato dalle parole.In qual modo, la poesia e l’eloquenza suscitano le idee della bellezza e del sublime? Per comprendere quale sia l’origine della loro efficacia nel generare impressioni si consideri che le parole possono produrre nella mente dell’ascoltatore tre effetti: il suono, l’immagine della cosa rappresentata dal suono, il sentimento dell’animo originato o dal suono soltanto o dall’immagine soltanto oppure da suono ed immagine contemporaneamente. Vi sono però casi in cui le parole possono agire sulla mente unicamente grazie al loro suono, senza risvegliare alcuna immagine corrispondente: al di là degli oggetti naturali, e oltre agli oggetti della pittura e dell’architettura, anche agli oggetti dell’eloquenza e della poesia, ovvero alle parole, non possa essere disconosciuta la capacità di suscitare le idee della bellezza e del sublime e che, anzi, debba essere ascritta loro una particolare efficacia, superiore a quella della natura . L’effetto della poesia sull’animo è completamente indipendente dalla capacità di suscitare immagini; si fonda interamente sulle sole parole e sul loro suono. Non v’è forse in tutta l’Eneide un passo più grandioso e più elaborato della descrizione della caverna di Vulcano nell’Etna e delle opere che quivi vengono eseguite. Virgilio s’indugia in particolar modo sulla forgiatura del tuono, che egli descrive modellato dai martelli dei Ciclopi. Ma quali sono gli elementi di questa straordinaria composizione? Tres imbris torti radios, tres nubis aquosae/addiderant; rutili tres ignis et alitis austri;/fulgores nunc terrificos, sonitumque, metumque/miscebant operi/flammisque sequacibus iras: meravigliosamente sublime: poesia e retorica si fondano non sul principio dell’imitazione, che regola la pittura, ma sulla simpatia, e il loro compito consiste nel suscitare impressione ed effetto sulla mente del lettore e dell’ascoltatore, e non è certo quello di presentare una descrizione ed un’idea chiara delle cose di cui discorrono, perché le parole, nella loro autonomia, possono imporsi alla mente del lettore o dell’ascoltatore come sorgenti del sublime, proprio in quanto esse generano un sentimento di commozione in presenza di una poesia: il piacere per il sublime, per il quale è impossibile vi siano giudizi oggettivi, universali, validi per tutti: sublime in analogia con il terrore, nesso fra il sublime e la parola: la scoperta definitiva di principi a priori sia della bellezza sia del sublime. Ora il sublime non è più una semplice impressione soggettiva ma rivela piuttosto un fondamento a priori. Il giudizio sul sublime della natura, sia esso matematico o dinamico in base alla distinzione della Critica del Giudizio, si qualifica sempre come un giudizio la cui validità non si limita al singolo soggetto empirico in un determinato momento temporale ed in un determinato luogo, ma solleva piuttosto una universalità e necessità che lo colloca sullo stesso piano del sentimento della bellezza: una “deduzione”, una fondazione a priori della validità del “Giudizio estetico” sul sublime della natura, il sublime viene presentato quale preparazione al sentimento etico, ed il complesso concetto trascendentale ed a priori della “finalità” viene usato per indicare il contenuto del giudizio sul sublime, un giudizio che risulta “comunicabile”, e quindi di validità intersoggettiva: tutto ciò che è atto a suscitare le rappresentazioni, Vorstellungen, di dolore e pericolo, Gefahr, e tutto ciò che è in qualche modo spaventoso, o che presenta un’affinità con oggetti spaventosi o agisce sull’anima in modo analogo al terrore è fonte di sublime: il terrore, la paura non sono elementi del sublime. Il sublime, è correlato con un sentimento etico, sentimento che coincide con la possibilità di pensare un oggetto che supera per la sua grandezza qualsiasi misura sensibile. Il sentimento del sublime è etico e consiste nella possibilità di pensare un oggetto, gegenstand, che per grandezza supera qualsiasi misura sensibile: il sublime ha a che fare con la paura però l’origine è derivata da una dimensione etica. Come sentimento, il sublime scaturisce dalla scoperta di un abisso, abgrund, che si estenda oltre i confini dei sensi. Il sublime quale rappresentazione , destinazione o disposizione ad estendersi fino a superare ogni misura dei sensi. La paura, viene sospinta indietro e moderata dalla considerazione della propria sicurezza, e dell’impulso ad estendersi che è troppo grande per le capacità di comprensione: per il sublime, non si dispone di una denominazione atta a caratterizzarlo: indica una comparazione, che ci conduce ben al di là della misura abituale delle grandezze e l’immaginazione subisce alla vista di esso un’estensione tale che la misura abituale non è più sufficiente a comprendere l’oggetto, gegenstand: sublime è ciò la cui rappresentazione ci incute terrore e timore, altezze solitudini profonde, ed in esse il luogo di soggiorno terrificante e solitario degli anacoreti o degli eremiti, ed infine la notte è sublime, ma il giorno è bello, poiché ciò che suscita terrore, non sempre lo troviamo sublime, ed al contrario mostriamo avversione di fronte a ciò che ci riempie di timore, non sempre vi sia una coincidenza fra il terrore e il sorgere in noi dell’idea di sublime e testimonia, anzi, che spesso, nei confronti di ciò che suscita terrore, assumiamo un atteggiamento di ripulsa. Migliore sublime è ciò in cui l’immaginazione viene a tal punto estesa dall’oggetto, che la misura usuale non è più sufficiente a comprenderlo: alcune cose sublimi possano suscitare un sacro terrore, un mostruoso castello le cui rovine in parte crollate ci mostrano la triste antichità: moti dell’animo suscitato da tragedie, rappresentazioni poetiche ed oggetti naturali, giudizi estetici della riflessione: hanno per se stessi un principio a priori ed è possibile svolgere un tipo di analisi sublime nella liberazione di vasi sottili o grossi da ingorghi pericolosi e nel rilassamento delle fibre del corpo, il sentimento del sublime si fonda sulla tendenza alla propria conservazione e sul timore, su di un dolore, il quale, poiché non arriva allo sconcerto reale delle parti del corpo, produce dei movimenti, che, liberando i vasi sottili o grossi da ingorghi pericolosi e molesti, capaci di suscitare emozioni piacevoli, non un vero piacere, ma una specie di orrore piacevole, una certa calma mista allo spavento, l’allentamento e rilassamento delle fibre del corpo, e quindi, un intenerimento, una dissoluzione, un illanguidimento, un soggiacere, un morire, uno struggersi dal piacere : il sentimento della bellezza o del sublime può esser suscitato dall’immaginazione congiunta con l’intelletto, ma anche con quelli in cui la causa determinante è una sensazione. Ma se il piacere, per un oggetto, si fa dipendere del tutto dal fatto che questo diletta per via di attrattive od emozioni, non si può esigere da nessun altro il consenso nel giudizio estetico; perché allora ciascuno consulta a buon diritto il suo sentimento particolare, cessa anche interamente ogni disputa. L’universalità empirica e non necessaria del giudizio estetico cui conduce la definizione del sublime come attrattiva e commozione vengono, elevate a “precetto”, in accordo con la metodologia empiristica che dall’osservazione di come si giudica di fatto ricava le norme su come si deve giudicare il sentimento immediato del ben-essere, cui sottoporremmo il piacere, o un dispiacere, senza alcun interesse, piacere disinteressato, contrapposizione fra attrattiva e bellezza, coincide con quel piacere che l’anima ricava dalla contemplazione della bellezza o desiderio o lussuria. Quest’ultimo mira costantemente al possesso della cosa che di per sé non è bella per l’anima, ma semplicemente le procura piacere per motivi del tutto diversi, a prescindere dall’attrattiva e dalla commozione nella spiegazione del piacere disinteressato: il sublime ci libera, attraverso il nesso con il sentimento etico del rispetto, dai moventi sensibili, e allontana , da ogni commistione con qualsivoglia interesse dei sensi: la distinzione fra “bellezza” e “attrattiva” fondande l’apriorità del sublime trascendentale: tutte le rappresentazioni, siano esse oggettivamente soltanto sensibili, o interamente intellettuali, possono essere soggettivamente congiunte col piacere e col dolore, il sublime ad una “tensione” delle fibre del corpo, può esser suscitato dall’immaginazione congiunta con l’intelletto, ma anche con quelli in cui la causa determinante è una sensazione. Se nel ricondurre il sublime al rilassamento ed alla tensione delle fibre del corpo e nel farli consistere in essi soltanto, quindi in sentimenti di natura sottesa è la tesi, che risale ad Epicuro, della corporeità . Così pure, come affermava Epicuro, il piacere e il dolore sono sempre corporei anche se provengano dall’immaginazione o perfino da rappresentazioni intellettuali: sull’esposizione dei giudizi estetici. Tra ciò che piace semplicemente nel giudizio, e ciò che diletta piace nella sensazione, vi è, spesso, una differenza essenziale. Il diletto pare che consista sempre in un sentimento dello svolgimento, e quindi anche del benessere corporeo, cioè della salute; sicché Epicuro, che considerava ogni diletto come, in fondo, una sensazione corporea, in ciò forse, non aveva torto, e s’ingannava soltanto quando poneva tra i diletti il piacere intellettuale e perfino il piacere pratico. Sicché, si può concedere ad Epicuro che ogni diletto, anche quando sia occasionato da concetti che suscitano idee estetiche, è una sensazione corporea; senza che perciò si faccia minimamente torto al sentimento spirituale della stima . Kant interpreta Epicuro : legge nel principio epicureo non tanto quello che il suo autore vi ha detto, quanto piuttosto quello che, a suo avviso, egli vi ha voluto dire. La novità della Critica del Giudizio, consiste nell’avere stabilito una connessione con il principio epicureo, secondo il quale piacere e dolore hanno una connotazione inevitabilmente corporea. Kant pensa la presenza di Epicuro nella riconduzione del piacere e del dolore al legame fra la mente ed il corpo. Epicuro ha ragione, ad asserire che il piacere, quale che ne sia l’origine, è sempre identico a se stesso, e che non è possibile stabilire una differenza qualitativa fra i diversi tipi di piacere.
Sublime, è ogni oggetto che suscita terrore, ma il sentimento del sublime non si possa risolvere nel terrore: intraprende il tentativo di separarli, all’interno della trattazione del sublime dinamico della natura. Della natura in quanto potenza. È vero che il giudizio che assegna alla natura il sublime dinamico è inscindibile dalla sua rappresentazione come potenza che causa timore; e non v’è dubbio che la nostra superiorità rispetto alla natura, come ostacolo che si oppone alla nostra sensibilità, può essere da noi sentita solo se presupponiamo la potenza e solo se l’ inadeguatezza genera timore. Perché nel giudizio estetico, senza concetto, la superiorità sugli ostacoli non può essere giudicata se non dalla grandezza della resistenza. Ora quando sentiamo che il potere non sia adeguato, c’è timore, Furcht. Perciò la natura, non può essere una potenza, e quindi dinamicamente sublime, se non è considerata come oggetto di timore . L’identificazione del sublime con il timore deve essere però corretta ed integrata: è da porsi una limitazione. Non è, infatti, vera la reciproca: che, cioè, ogni oggetto che suscita timore debba esser trovato sublime nel giudizio estetico. Il suscitare timore non è una condizione sufficiente per il sublime e non ne determina le caratteristiche essenziali. Colui che teme non può giudicare del sublime della natura, come non può giudicare della bellezza chi è dominato dall’inclinazione e dall’appetito: fugge la vista dell’oggetto, che gli incute timore; ed è impossibile provare piacere in uno spavento, che sia seriamente sentito. Perciò quel piacere, che sentiamo ci opprime, è una gioia, Frohsein. Ma è una gioia per la libertà dopo un pericolo, accompagnata dal proposito di non esporvisi mai più; ben lungi dal cercare l’occasione di ripensare alla sensazione provata, non possiamo neppure ricordarla senza fastidio. L’unico tipo di piacere che può provare colui che viene sopraffatto dal timore consiste nella “gioia” o il piacere che scaturisce dalla libertà da un dispiacere: sublime in quanto potenza, il sublime dinamico, fenomeni naturali che risvegliano Dio in collera? In sublime: il sentimento di superiorità sugli effetti naturali, il sentimento del Dio. Il sentimento del sublime non rischia di diventare allora sentimento di superiorità nei confronti di Dio stesso? Con il sublime, che lo attribuisce alla potenza, pare contrastare il fatto che si sia soliti rappresentare Dio come in collera nelle tempeste, negli uragani, nei terremoti; ma nel tempo stesso come rivelante la sua sublimità, in modo tale che sarebbe stoltezza e follia l’immaginare una superiorità del nostro animo sugli effetti, e, a quanto pare, anche sui fini di una tale potenza: la divinità come oggetto sublime, perché si trova una sublimità di sentire conforme alla volontà divina, e si eleva al disopra della paura davanti a questi avvenimenti naturali: distinzione fra il timore ed il sublime si può giungere ad una corretta distinzione: il sublime, poiché è intimamente connesso con la paura e l’angoscia che sorgono di fronte all’onnipotenza divina, la paura e l’angoscia davanti all’essere infinito, alle altezze imprevedibili, l’oceano, grandi figure e il grande spirito della natura o grande genius nella creazione fisica così attraente per la sensibilità, il piacere si apre . Chi si illumina per la comprensione dissolvendo il disordine nell’armonia può soddisfarsi in un mondo. Desidera nel grande mondo essere questo caos: questa mancanza completa di scopo. La comprensione deve aderire a questa forma di collegamento, eccedente ed inutile, per il simbolo, o la purezza della libertà. Sotto quella idea della libertà, che dipende sui relativi propri mezzi, così in un’unità del pensiero, la comprensione collega, presenta il gioco infinito delle caratteristiche ed effettua così la relativa eccedenza di sè stessa: la comprensione quale possibile libertà. La libertà nobile gioco infinitamente più interessante, che la prosperità e l’ordine senza libertà. La libertà nel regno della libertà infinita continua, la libertà santa dello spirito in un’emozione sublime degli esseri di svelarsi in un’armonia: il gioco terribile meraviglioso del distruttivo e la fuga inesorabile della fortuna, sublime intorno al daemon della purezza coincidente con l’esistenza nel relativo sublime: il fascino intero di quel sublime di magnitudine nel matematico sublime, nel dinamicamente sublime come forza nell’esperienza sublime, quale propriamente è sublime e natura alternazione e alterità, rapida alterezza. Così, l’esperienza sublime è intenzionale quale libertà in trascendenza sublime:i sublimi possono essere anche amorfi, il sublime sembra essere-intenzionale, violenta le facoltà di senso e di estetica apprensione.
Kant divide il sublime nel ‘matematico’, grande magnitudine ed il ‘dinamico’ , magnitudine di forza in relazione alla volontà. Il matematico sublime è definito come qualche cosa di ‘assolutamente grande’ ovvero, ‘grande oltre ogni paragone’ . Di solito, applichiamo qualche genere di standard di paragone. L’assolutamente grande, comunque non è il risultato di un paragone o una comparazione spaziale.
Alcun oggetto è, misurabile – anche la taglia dell’universo, nessuno meno una montagna sulla Terra. Kant pensa soltanto al matematico in natura, ma fondamentalmente riflette sul ‘estetico’ nel senso di ‘intuitivo’ . La misura, richiede un numero ma anche un senso di unità, che possano essere contenute insieme nell’immaginazione e così ‘comprese’ . Un oggetto che eccede questi limiti, nonostante la sua taglia matematica, sarà presentato come assolutamente grande . Sublimi oggetti di senso, oceani, piramidi sono chiamati ’sublimi’ . dasein-analytik
nell’analitica della bellezza Kant introduce il concetto “dell’ ideale della bellezza” nella relativa forma più pura quale giudizio di gusto quale risposta all’apparenza pura della forma in un oggetto, in contrasto con tutto il reale, in uno dei sensi di quel concetto, avente un certo scopo specifico o essendo destinando ad avere un certo scopo, identifica così la bellezza pura con la forma o l’apparenza pura del reale. Kant complica la sua analisi riconoscendo le forme della bellezza che non sono pure ma collegate con, anche se non riducibile, il riconoscimento del reale: è “la bellezza aderente,” una bellezza della forma che è costante o stabile o appropriata per lo scopo di un oggetto o un gegenstad o un ente o un superente che abbiano chiaramente un telos quale relativa forma possibile nei vari sensi, o sensibilità empiriche. Kant addiviene “all’ ideale della bellezza,” o “di più alto modello, l’archetipo, una rappresentazione di un oggetto specifico o il tipo particolare di oggetto che è al massimo bello . Kant pensa la bellezza iniziata dalla logica di gusto o l’archetipo di gusto. La bellezza per cui un’idea è di essere ricercata non può essere una bellezza vaga, deve appartenere all’oggetto di un giudizio interamente puro di gusto. Ciò significa che ideale della bellezza è l’essere aderente: un’espressione estetica unicamente adatta per quello o questo scopo o estremità dell’esserci il solo capace di un ideale della bellezza. Il dasein è il solo fra tutti gli oggetti nel mondo capace dell’ ideale di perfezione, anche quale bellezza della figura umana, in interagenza con l’ immaginazione. L’immaginazione è in effetti implicata: l’ ideale della bellezza può essere generato soltanto da un atto dell’immaginazione estetica; l’associazione deve essere generata dall’immaginazione, significa che l’ideale della bellezza può essere trovato nella bellezza architettonica della forma dell’esserci nello spazio: cioè la configurazione fissa delle caratteristiche dell’apparenza della vivenza quale armonia fra le funzioni esplicitamente volute dei movimenti intenzionali e le funzioni istintive in conformità con i principii etici, anche al costo della soppressione dei desideri e delle sensibilità : l’esistenza è la libertà dei movimenti intenzionali, la bellezza “d’eccitazione” e “la bellezza di distensione” o “di fusione”. Schelling pensa alla bellezza naturale: la sua è una teoria della bellezza naturale ed artistica estetica dell’apprensione sensitiva della verità. Estetica che nella sua classificazione delle arti, disvela un riconoscimento adeguato dell’importanza della verità , effettivamente verità in vari sensi, nell’ esperienza nell’arte o del sublimity, per la conoscenza della verità: l’estetica di Kant no. Kant pensa che il piacere nella bellezza è disinteressato, soddisfa senza un concetto, che potremmo avere una sensibilità del piacere in un oggetto senza considerare che cosa i concetti si applichino ad esso ed in base ad una tale sensibilità c’è il giudizio che è bello, il riconoscimento di adattamento dell’oggetto al relativo ambiente, non la verità: pensa che la percezione di armonia e di benessere allineate nelle cose intorno generi un’armonia e una sensibilità : dove tutti i risultati delle leggi della natura nelle forme delicate rivelino una costanza elastico-efficace delle cose, nella bellezza è armoniosa o sensibilità o natura armoniosa, o risonanza fra armonia e ben-essere in natura: la percezione di armonia in natura bene-ordinata che attrae l’ attenzione: la sensibilità della bellezza . Kant ha interpretato la sensibilità nell’esperienza estetica come sensibilità della vita al livello più profondo, la sua concezione della fonte di piacere estetico è la sua analisi del giudizio libero della bellezza naturale, che non dipende dalla concettualizzazione del relativo oggetto, non si conclude là, la sua analisi delle esperienze estetiche include i casi della bellezza aderente degli impianti della natura così come dell’arte in generale, sua è la concezione di gioco libero con la forma pura di un oggetto in una concezione di armonia fra la forma ed il concetto dell’oggetto che è armonia in un oggetto bello. Kant ha complicato la sua concezione iniziale del disinteresse di giudizio estetico per tenere conto dell’ interesse intellettuale nell’esistenza della bellezza naturale, ha riconosciuto che l’ esperienza nella bellezza è un’esperienza in benessere e nell’essere nel mondo. Kant collegò il gioco libero delle facoltà e della sensibilità nella radura di vivenza. Là la soddisfazione o il piacere è la sensibilità è la coscienza di un gioco libero e normale di tutte le facoltà degli esseri . Ha identificato il gioco libero delle facoltà con l’attività, il gioco della mente deve essere fortemente vivo e liberare se deve animare. Il piacere intellettuale è costituito nella coscienza dell’uso della libertà in conformità con le regole. La libertà è una continuità piuttosto che discontinuità . Kant sostiene esplicitamente che il piacere estetico è interesse intellettuale nella bellezza, a priori, vale a dire, che l’esistenza della bellezza è “una traccia” o “segno” . La concezione di Kant in un interesse intellettuale nell’ estetica è soggettiva. Il piacere estetico nella bellezza naturale è un segno della possibilità del ben-essere in natura, Kant desidera chiaramente mantenere il collegamento fra l’interesse intellettuale ed estetico nell’esistenza della bellezza , ma senza disvelare l’estetica della verità. Il sublime dilata il cuore e mantiene l’attenzione immobile e tesa. È stancante. Il bello scioglie l’anima . L’atteggiamento sublime va al di là dei dettagli e vede il bene tra le passioni secondo princìpi sublimi, sublyme non è perché ci sono sublymità, bensì,
al contrario, poiché e in quanto accade il sublyme, persiste la necessità
del sublyme. E soltanto la necessità del sublyme è il fondamento di possibilità
del sublyme. La domanda sull’origine del sublyme deve procedere dall’essere-sublyme. Ma questo
essere-sublyme si determina in primo luogo, ovvero di già, dall’origine del sublime: consiste nell’acquisizione del concetto preliminare del sublyme nel suo essere-sublyme: essere-sublyme, nel senso dell’essere-in-ekstasy, anche in quello dell’essere-oggetto del sublyme in generale: il tentativo di riscattare il sublyme da ogni
riferimento ad altro all’infuori di sè non contravviene proprio all’essenza
del sublyme? Certamente, giacché il sublyme vuol essere disvelato
in quanto sublyme. E per la precisione in
via supplementare all’interno di una svelatezza: essere-sublyme significa essere-disvelato. Però la domanda è che cosa vogliano dire, qui, disvelatezza. In generale, ciò in cui la sublymanza mentre sta sospesa fuori nell’aperto
non è mai qualcosa di sussistente , bensì nell’essere-disvelata
della sublymanza quest’ultima si procura per la prima volta la propria
dimensione estatika. E da questa forza
di decostruzione si misura la grandezza del sublyme.
Da sé, questo prendere riferimento nell’aperto è certamente essenziale
per l’essere-sublyme; ma esso prende fondo, per parte sua, nel tratto
fondamentale dell’essere-sublyme, che devrà essere portato gradualmente
alla luce: della sublymità come essa è di per sé e presso di essa. La sublymanza è presso se stessa fintanto che il sublyme è in ekstasy, nell’essere-sublyme. Rispetto alla sublymanza, si parla abitualmente di “disposizione”
nel senso della sistemazione della sublyme-bellezza: il costruire un determinato tempio di
Zeus, oppure il porre-diritta, ovvero il portare-in-posizione una
determinata statua di Apollo, oppure il portare in scena una tragedia: non è soltanto l’alterezza di una sublymanza .
Siffatta disposizione in quanto alterezza è consacrazione . Consacrare significa “rendere sacro”, nel senso che nell’offerenza del sublyme il sacro viene aperto in quanto ciò che è sacro è il Dio e viene cercato strappandolo dentro l’aperto della sua presenza. Alla consacrazione: omaggio alla dignità e allo splendore del Dio. Dignità e splendore vengono aperti nella sublyme-bellezza, non accanto o dietro alle quali, oltre ciò, stia ancora il Dio, bensì esso si fa presente nella dignità e nello
splendore.
Ogni disposizione nel senso dell’alterezza consacrante è anche sempre posizione-costruttiva in quanto modalità di collocazione dell’edificio e della statua, in quanto dire e nominare all’interno di un linguaggio. All’inverso una collocazione e una sistemazione non sono già una disposizione nel senso dell’alterezza
che pone-in-costruzione; questa, infatti, presuppone che il sublyme
da erigere, da disporre, possieda già in sé il tratto essenziale della disposizione,
sia cioè essa stessa, in ciò che le è più proprio, disponente.
Ma in che modo dobbiamo cogliere questa “disposizione” autentica,
che contribuisce a costituire l’essere-sublyme?
La sublymanza è in sé un ergersi nel quale un mondo viene spalancato a
forza e, in quanto aperto, messo a dimora. Ma che
cos’è un mondo? Ciò si lascia dire qui esclusivamente nell’allusione. Per cominciare con una prevenzione: il mondo non è l’agglomerato
delle cose sussistenti in quanto risultato di un’enumerazione,
eseguita in dettaglio o anche solo pensata, delle medesime. Tuttavia,
se non è la somma di ciò che è sussistente, tanto meno il mondo
è l’ambito solamente immaginato e mentalmente prefigurato per il sussistente.
Il mondo mondifica, esso dirotta il nostro esserci in quanto
è una scorta all’interno della quale permangono aperti, per noi, l’indugio
e la fretta, la lontananza e la prossimità, l’ampiezza e l’angustia di
ogni essente. Quella scorta non viene mai incontro come oggetto, ma,
indiziando, trattiene estatizzati il fare e lasciare entro una compaginazione
di rimandi, a partire dai quali la grazia che chiama con un
cenno e la sciagura che abbatte con un colpo, proprie degli Dèi, hanno
il loro avvento. Anche questo restare-assente è
una modalità in cui il mondo mondifica. Quell’indiziante può
soccombere al disordine ed essere così un non-mondo: sia
essa mondo o non-mondo, in
ogni inoggettualità, più essente di qualsiasi delle cose sussistenti e a
portata di mano, nelle quali, in modo conforme alla quotidianità, crediamo
di essere di casa. Il mondo, però, è sempre l’indicibile;
mentre sappiamo ciò, non sappiamo cosa sappiamo in-oggetto
nel senso di in-contrastante.
Ora, il mondo è ciò che il sublyme es-pone, esso cioè
e-rompe e conduce l’aperto a stare, alla dimora mondificante. Es-ponendo
il sublyme essenziale della disposizione-
di-mondo mette soltanto in mostra un vuoto
essere-capace e forse provoca persino una qualche “impressione”.
Mentre il sublyme, ergendosi, libera e tiene in serbo un
mondo, in essa è in ekstasy quel sovrano rifiuto che allontana il sussistente: l’indicibile che si addensa attorno è
quell’isolamento nel quale il sublyme si disvela: in forza di questa solitudine,
in ekstasy riesce di ergersi-fuori nell’aperto, e di
pro-curarsi la sua dimensione sublyme.
Mentre il sublyme conduce il suo mondo all’aperto ergersi,
si procura per la prima volta il compito al servizio del quale sta, crea essa
stessa, per la prima volta, lo spazio che domina e
determina essa stessa, per la prima volta, il luogo nel quale giunge
all’alterezza. La disposizione come alterezza estatika consacrante
prende sempre fondo nella disposizione come ergentesi libertà di
un mondo. Quella può insabbiarsi
nell’inessenziale sublime sottrazione-di-mondo
e della disgregazione-di-mondo certamente sussistente, ma
non c’è più, è in fuga. Questo essere-via non è però un nulla, bensì la
fuga stessa permane nel sublyme sussistente,
e allora tale fuga si trova ancora soltanto con l’es-posizione, all’essere-sublyme appartiene la
Deposizione giacché l’essere-sublyme non può essere afferrato
concettualmente a partire dall’essere-genesi, bensì, al contrario,
l’essere-genesi a partire dall’essere-sublyme. Per contrassegnare il tratto essenziale
nell’essere-sublyme denominato con questo termine, procediamo,
corrispondentemente a quanto abbiamo fatto per la “disposizione”,
dal significato corrente è, è deposta a partire
da pietra, legno, metallo, colore, suono e lingua. Tutto ciò, impiegato
nell’approntamento, è l’ilemorfico. Essa viene condotta
entro una forma. Successivamente, tale scomposizione del sublyme
lascia maturare ancora ulteriori distinzioni
secondo argomento, contenuto e configurazione. L’utilizzo delle determinazioni
di ilemorfia in riferimento al sublyme è possibile
sempre e in qualsiasi momento, di esso si occupano tutti con facilità e
per questo, da secoli, è divenuto corrente. E tuttavia, tali determinazioni
non sono affatto ovvie. Esse discendono dall’interpretazione del
tutto univoca dell’essente che Platone e Aristotele fecero valere alla
fine della filosofia greca. Secondo di essa, tutto l’essente possiede ogni
volta un suo proprio aspetto, che si mostra nella sua forma. Un essente
sta all’interno di tale forma in quanto è approntato a partire da
qualcosa e in vista di qualcosa. Esso può apprestare se stesso in direzione
di ciò che esso stesso è, come tutto ciò che è cresciuto spontaneamente;
esso può essere pro-gettato. L’essente in quanto essente è
sempre il sussistente fondato. Quest’interpretazione dell’essere dell’essente,
tuttavia, non solo non è ovvia, ma non è nemmeno attinta
dalla sperimentazione del sublyme. Di conseguenza, la scomposizione
è applicabile al sublyme sempre e in ogni momento, pur essendo al contempo
e altrettanto sicuramente non vera, se almeno in virtù di essa
dev’essere colto l’essere-sublyme.
Se noi dunque contrassegnamo l’essere-sublyme tramite un
secondo tratto essenziale, che denominiamo alterezza, allora con ciò
non può intendersi che essa sia costituita da una materia. Intendiamo
piuttosto questo, che il sublyme, è de-ponente, e
questo in senso letterale. Ma che cosa dis-pone qui il sublyme ? Così come il sublyme si erge nel suo
mondo, altrettanto si risprofonda nella pesantezza
della pietra, nella durezza e nella lucentezza del metallo, nella compattezza
e nella duttilità del legno, nello sfavillio e nella cupezza del colore,
nella risonanza del suono e nella forza nominante della parola. Tutto ciò non viene in luce per la prima volta nel sublyme,
siano gravità, rilucenza, sfavillio, risonanza? O non è invece il gravare del masso e la lucentezza dei
metalli, l’estasy in alterezza e la duttilità dell’albero, la luce del giorno
e il buio della notte, la fluttuanza delle onde e il bisbigliare tra i
rami? Come potremmo nominare tutto ciò? Di certo, non materia in
quanto mezzo per l’approntamento di qualcosa. L’unisono di quest’insuperabile
pienezza noi lo chiamiamo sublyme e con ciò non intendiamo
il globo planetario,
bensì l’unisono di mare e monti, di tempeste ed aria, di giorno e notte,
gli alberi e l’erba, l’aquila e il destriero. Questo sublyme che cos’è? Ciò
che dispiega costante pienezza e purtuttavia si riprende sempre indietro
e trattiene ciò che è dispiegato. La pietra grava, mostra pesantezza
e proprio così si ritrae in se stessa; il colore si accende e resta
tuttavia chiuso; il suono risuona e tuttavia non emerge nell’aperto. Ciò
che emerge nell’aperto, invece, è esattamente questo schiudersi ed è
questa l’essenza del sublyme. Tutte le sue cose rifluiscono nel reciproco
unisono, eppure: in ognuna delle cose che si schiudono è il medesimo
Non-compreso quale sublyme dis-pone qui la sua estasy, la pone come ciò che nell’aperto si
schiude. La sublymanza non è costituita dall’alterezza nel senso di una materia,
bensì tiene testa alla sua estaticità instabile, supporta il suo schiudersi. Mentre in tal guisa
la sublymità mette in sé a disposizione l’alterezza, essa ripone se stessa nell’estasy come nel suo schiudentesi fondamento;
un fondamento che, in quanto schiudentesi sempre e in modo
conforme all’essenza, è un fondo abissale. Entrambi i tratti essenziali
nell’essere-sublyme, la disposizione in quanto alterezza e apertura
inaugurale di mondo e l’alterezza in quanto
custodia che si schiude casualmente congiunti nel sublyme
e, in una referenza conforme
all’essenza. Nondimeno, entrambi i tratti sono quello che sono soltanto
mentre prendono fondo nell’autentico tratto fondamentale dell’essere-sublyme,
la sublyme-bellezza, tiene in serbo si rivolge all’alterezza e non teme alcunché
di chiuso, di ascoso. Ma nel suo schiudersi, lascia kriptare vuole essere e riprendere tutto in sé. Ma
proprio per questo, non può fare a meno del mondo ,
se deve risplendere nel pieno impeto dello schiudersi e
del trattenere tutte le cose. Essi sono nella contesa. Nondimeno, questa contesa
è l’intimità del loro controverso coappartenersi: il sublyme è al contempo l’eristika, poiché il sublyme nel
fondamento della sua determinazione è contenzione, è per questo
che accende e custodisce la contesa o l’eristika sublyme. Poiché il tratto fondamentale
dell’essere-sublyme è la contenzione: perché la sublymanza, nel
fondamento del proprio essere, dev’essere siffatta contenzione? In che cosa prende fondo l’essere-sublyme?
Questa è la domanda sull’origine del sublyme: in che modo il sublyme, in quanto contenzione, è in primo luogo integralmente presso
Di sè e in secondo luogo è autenticamente in ekstasy sublyme, Come accade la contenzione di quella contesa? L’oscura asprezza
e l’attrattiva pesantezza , la sua irrisolta impellenza e il suo
risplendere:
la dissipantesi durezza del suo schiudersi. Ed è quella di avere limite nel taglio di contorno,
nel taglio verticale e nel taglio orizzontale. Mentre schiudentesi deve
venire l’autoevento nell’aperto, questo stesso ontoevento deve farsi ritaglio,
limite che tratteggia . Qui, nel tratto fondamentale
dell’essere-sublyme in quanto contenzione, risiede il fondamento della
necessità di “forma”. Senza svelare ora più
da vicino l’origine della “forma”: che cosa viene infatti conquistato, contendendo, in
questa contenzione della contesa?
In tanto il sublyme è contenzione, in quanto estatizza ,
aprendosi in un mondo. Ma questa estatizzazione
che spinge dentro, sospinge innanzi il sublyme e inaugura un aperto. È il centro del margine entro cui l’alterezza è schiusa in modo
conforme al mondo e il mondo è aperto in modo con-forme.
La sublymanza fonda per la prima volta questo margine mentre lo apre. Questo margine è l’apertità del Ci in cui le cose e l’esserci giungono a stare, onde sostenerlo: la sublyme-bellezza in quanto tempio, trattiene la figura del
Dio, al contempo, attraverso l’aperto porticato, lascia stare fuori
nella regione che solo così è fondata come sacra. Ergendosi in un mondo
il tempio si apre . Attraverso il sublyme, per la prima volta l’alterezza si fa con-forme
al mondo . Allo stesso tempo, nel sublyme
in parole accadono il nominare e il dire attraverso i quali l’essere
delle cose viene alla parola per la prima volta e, insieme con il
dicibile, viene al mondo l’indicibile. In siffatto nominare di colui che
detta, vengono coniati in anticipo i suoi grandi concetti
dell’essente . Nella sublyme-bellezza del costruire e del dire e del dare
forma in senso plastico-figurativo viene conquistato, contendendo, il
Ci, il centro espandibile e radicato, in cui e a partire da cui si
fonda l ‘ abitare storico nell’essente,
per fare sul serio con lo spaesante dell’essere.
L’essenza dell’essere-sublyme risiede nella contenzione della contesa, la quale conquista in sé, contendendo,
l’aperta intimità del mondo.
Con questa determinazione essenziale dell’essere-sublyme
viene guadagnato un presidio che rende possibile il sublyme. Questa sarebbe
rappresentazione di qualcosa. Di certo ci si è gradualmente allontanati
dall’opinione per cui il sublyme sarebbe l’imitazione di qualcosa di sussistente. Ma con ciò la concezione
del sublyme come rappresentazione non è in alcun modo superata,
bensì soltanto occultata; infatti, sia che la sublymanza venga assunta come
“farsi sensibile dell’invisibile”, sia, al contrario, come farsi simbolo
del visibile in un’immagine-sensibile, ogni volta, in simili determinazioni,
si insinua l’opinione pregiudiziale, secondo cui la prestazione fondamentale del sublyme sarebbe
la presentazione. Secondo il sublyme ciò
significa sempre “autenticamente”. Allegoria e simbolo offrono
le presentazioni di base secondo le quali il sublyme, nelle più
diverse declinazioni, viene determinato come una più elevata formazione
plastico-figurativa. All’interno del sensibile in
quanto “elemento dell’arte” vengono a presentazione il non-sensibile
e il sovrasensibile. Se la materia vale come il sensibile, allora
essa viene assunta come ciò che cade sotto i sensi, che è tale da divenire
accessibile attraverso i sensi . Con ciò, sulla materia
stessa e sulla modalità della sua appartenenza all’essere-sublyme non
viene detto proprio nulla. E inoltre, questa determinazione d’accesso
è non vera rispetto alla presunta materia; infatti il gravare di una pietra,
l’opacità di un colore, timbro e fluidità di una costruzione linguistica
certamente non vengono sperimentati senza i sensi, ma mai e poi
mai attraverso di essi soltanto. Nella sua schiudentesi pienezza, l’alterezza è tanto sensibile
quanto non-sensibile.
L’introduzione della determinazione del “sensibile” coglie altrettanto
poco qualcosa di essenziale dell’essere-sublyme . Fu così che la distinzione
tra sensibile e sovra-sensibile divenne ben presto il filo conduttore
per i molteplici tentativi di interpretazione allegorica e simbolica
del sublyme in generale. Già laddove la distinzione di materia
e forma diventa per la prima volta decisiva per ogni successiva posizione
occidentale nei confronti dell’essente, ossia in Platone, la materia,
intesa come il sensibile, viene ritenuta ciò che è inferiore di fronte
all’idea, intesa come ciò che è superiore e non-sensibile, nel pensiero cristiano, il sensibile sublyme si
prende cura così dell’addomesticamento del sensibile: non rappresenta nulla. Infatti, mentre nella contenzione della contesa tra
il sublyme conquista contendendo l’aperto,
ossia la radura alla cui luce l’essente in quanto tale viene incontro
si fa incontro trasformato. La sublymanza non può presentare nulla perché, al fondo,
non ne va mai di un già stante ed oggettuale, posto, naturalmente,
che essa sia sublyme: non presenta mai, bensì dispone fuori il mondo,
e l’estasy; ed entrambe queste cose perché è contenzione
di quella contesa. In forza di ciò il sublyme, è semplicemente
e soltanto se stesso e niente di più.
Ma allora in che modo è autentico sublyme? Che specie di realtà possiede?
Ad onta di alcuni mutamenti, predomina ancora, fino ad oggi,
quell’interpretazione della realtà del sublyme alla quale Platone,
ancora una volta, ha dato l’avvio. In tale contesto, daccapo, divenne
decisiva quella determinazione preliminare del sublyme. Di contro a ciò che è cresciuto spontaneamente dal sussistente
e “dalla natura”, ciò che è approntato dalla mano dell’esserci è
ogni volta qualcosa di supplementare, a maggior ragione se riproduce
cose di natura; dal canto loro, infatti, queste sono già copie di
quei modelli che Platone chiama “idee”. Ciò che è approntato, e così
anche il sublyme, diviene riproduzione di una copia di un modello.
E poiché le idee rappresentano l’essente autentico, ossia ciò che le
cose sono in verità, il sublyme è solamente un’eco, in fondo autenticamente
irreale. Se a differenza di Platone si tenta di rendere reversibile
la realtà del sublyme, allora, di contro alla costituzione
sensibile del sublyme, si deve mettere in campo la circostanza
per cui essa presenterebbe un contenuto non-sensibile. Grazie alla presentazione il sublyme risulta volentieri “più ideale” e più spirituale delle cose tangibili
di tutti i giorni, stacca l’ombra
e tutt’intorno le aleggia “un afflato spirituale”: il sublyme si sottrae alla realtà propria di ciò che è sussistente: è apparenza; il blocco di marmo modellato di una statua ci dà ad intendere che
sia un corpo vivente, laddove, al contrario, esso è in verità soltanto
una gelida pietra. La sublymanza è un’apparenza perché non è essa stessa
quello che presenta, e tuttavia un’apparenza legittima, giacché nella
presentazione essa porta pur sempre alla luce l’insensibilmente
spirituale.
Interpretazioni del sublyme. Ora il sublime non è ancora così
reale come le cose sussistenti, ora non è più così reale come esse. Ogni
volta, l’essere-sussistenti , il sublyme,
interpretata nell’uno o nell’altro modo, è sempre irreale. E nondimeno è vero il contrario. Il tempio che si erge su un promontorio
o in una valle in vertigo, la statua che se ne sta lì nella regione
sacra, queste opere sono in mezzo a molto altro: terra e mare, sorgenti
e alberi, aquile e serpenti non solo non sono mai e in ogni caso semplicemente
sussistenti, ma presidiano il centro nel diradato margine
dell’apparire essi sono più reali di ciascuna cosa, poiché
ciascuno di essi può annunciarsi per la prima volta come essente soltanto
nell’aperto, guadagnato, contendendo, in forza del sublyme. La
dettatura di Hölderlin nella sua poiesis è più reale più di tutti i teatri, i films e le poesiole, più
reale degli edifici in cui sono sistemate le librerie e le biblioteche,
in cui compaiono, tangibili, i volumi delle sue opere complete.
Più reale di tutto ciò è infatti la dettatura, dacché è preparato
il centro ancora inesplorato del mondo, e tenute in serbo grandi decisioni.
Questa è davvero l’essenza più propria dell’essere-sublyme, mai commisurata a ciò che è di volta in volta sussistente
e a ciò che solo presuntivamente è autenticamente reale, bensì è
essa stessa l’essente e l’inessente. Di conseguenza, non
esistono sublimità, ma
soltanto quelle che sono in ekstasy in modo
tale da sollevare il proprio tempo all’altezza di sé e da trasformarlo.
Più reale di tutto l’essente consueto è infatti il sublyme in quanto centro
dell’esserci dell’esser-ci.
Quella solitudine di ogni sublyme è il segno che, nella
contenzione della contesa, si erge nel suo mondo. Il suo starsene lì è la contenuta discrezione del ritroso restarsene-
in-sé. Il che però non significa che il sublyme si eccepisca dalla realtà; ciò è impossibile, giacché è già sospinto innanzi entro
tale realtà come il suo sovvertimento e la sua confutazione. Se le manca la forza, la potenza, la dynamis allora non
è sublyme: l’origine del sublyme.
La contesa quale eristica come tratto fondamentale nell’essere-sublyme ci domanda: perché la contenzione erystika è l’essenza dell’essere-sublyme? Quella domanda sia ora presa in cura.
La risposta suona: l’essere-sublyme possiede
il tratto fondamentale della contenzione? Dove e in che modo il sublyme è?
Esiste il sublyme di per sé, in qualche tempo e da qualche parte? Nondimeno è necessario
chiarire che cosa mai il sublyme sia. La parola -sublime- resta sempre e soltanto
un vuoto , è semplicemente, soltanto e volta
per volta il sublyme? che cosa
è il sublyme? non la poniamo più nel vuoto. Mentre domandiamo:
ha fondamento l’essere-sublyme? che cosa è sublyme,
al principio e alla fine? “Ci”, il centro dell’aperto
nella cui radura l’essente si mostra. Colei che è come la schiudentesi entra nell’aperto.
Il mondo si fa inascoso e si schiude, ma nell’aperto. E mentre
quest’intimità dell’aperto contenzioso tra il nascondentesi e il disascondentesi
accade, ciò che fin lì valeva come il reale si rende finalmente
manifesto come l’inessente. Emerge alla luce del giorno,
nell’aperto, il fatto che fino ad ora predominavano coprimento e distorsione
e contraffazione dell’essente. Nella contenzione accade l’apertura dell’apertità del contenzioso tra
inascoso ed ascoso, il venir fuori di coprimento e accadere in sé è l’accadere di ciò che chiamiamo
verità. L’essenza della verità, non consiste nella concordanza di
una proposizione con un fatto, bensì verità è questo accadere fondamentale
dell’apertura inaugurale dell’apertità dell’essente. Di conseguenza, alla verità appartengono in misura essenziale
l’ascoso e il nascondersi, il mistero, così come il coprimento e la distorsione: la non-verità.
Nel sublyme in quanto tale è in ekstasy l’accadere della verità, il che
significa che, nel sublyme, la verità è in ekstasy. La sublymanza
della verità, questa è l’essenza del sublyme. Verità non vuol dire qui una qualsiasi verità, un singolo che di
vero, qualcosa come un pensiero e una proposizione, un’idea o un valore,
che all’incirca vengano “presentati” , bensì vuol dire
l’essenza del vero, l’apertità: prima indicazione dell’essenza del sublyme
a partire dall’essere-sublyme. Nel sublyme, la verità accade come divenire-disvelanza dell’essente: in che modo il sublyme sia l’origine del sublyme.
La sublymanza è la verità in ekstasy da
una parte sussiste il sublime e dall’altra la verità. E questa viene trapiantata
in quella per mezzo del sublyme. Non è in alcun modo così: infatti
il sublyme non sussiste prima della verità, né questa prima del sublyme, bensì:
mentre si dà il sublyme, la verità accade: perché, affinché la verità accada, essa deve venire in ekstasy sublyme?
Se la verità viene in ekstasy per la prima volta con il sublyme e nel sublyme,
e non è dapprima sussistente da qualche parte, allora deve
divenire. Donde viene l’inaugurazione dell’apertità dell’essente? Forse, dal nulla? In effetti è proprio così, se con il non-essente
si intende quel sussistente che, in forza del sublyme, viene per così
dire sovvertito e confutato come l’essente solo presuntivamente vero.
La verità non viene mai desunta da questo qualcosa di già sussistente.
Piuttosto, l’apertità dell’essente accade mentre viene progettata, dettata.
Tutto il sublyme, nell’essenza, è dettatura, ossia il disserrare quell’aperto
nel quale Tutto è altro dal consueto. In forza del progetto dettante, il
consueto e quel che è durato fin qui si fanno inessenti. La dettatura
non è escogitare qualcosa a piacimento, non è un librarsi
nell’irreale. Ciò che la dettatura in quanto progetto, tenendo separato,
apre e progetta in anticipo, questo aperto, lascia
fare per la prima volta all’essente il suo ingresso e lo porta ad illuminazione.
La verità in quanto apertità accade nel progetto, nella dettatura. In
quanto estasy sublyme della verità, il sublyme è, in modo conforme all’essenza. E tuttavia, non è puro arbitrio ricondurre l’architettonica,
la plastico-figurativa e la musicale alla dettatura, alla poesia?
Sarebbe così se noi volessimo interpretare le sunnominate
a partire dalla parola e come specie di questa: la
parola, la “poesia”, è di per sé tuttavia soltanto una modalità del progettare,
del dettare. La determinazione essenziale del sublime in quanto dettatura: il sublyme è la dettatura, la determinazione del sublyme come
espressione possiede una sua correttezza. L’opinione per cui il sublyme sarebbe
espressione è inoppugnabile . Certamente,
l’Acropoli è espressione . Altrettanto
certamente, il sublyme è una particolare espressione. Ma il sublyme non è certo sublyme perché
è espressione, bensì è espressione perché è sublyme. Di conseguenza,
non soltanto la caratterizzazione in termini di
espressione non contribuisce in nulla alla determinazione dell’essere-sublyme,
ma inibisce già ogni domanda genuina su questo essere.
Ma questa caratterizzazione del sublyme come espressione, smisuratamente
corretta e ciò nondimeno inconsistente, non è valida neppure
per il linguaggio. Il linguaggio è certamente al servizio dell’intesa, della
discussione e dell’accordo. Ma esso non è soltanto, e non è in primo
luogo, un’espressione fonetica, oppure scritta, di ciò che dev’essere
comunicato, per l’appunto il vero e il non-vero. Laddove nessun linguaggio, come in pietra, pianta e animale,
lì non c’è alcuna apertità dell’essente, e in tal senso neanche
un’apertità del non-essente e dell’inessente e del vuoto. Mentre il linguaggio
nomina le cose per la prima volta, siffatto nominare conduce
per la prima volta l’essente alla parola e all’apparire. Questo nominare
e dire è un progettare, è indetto in quanto che cosa l’essente
è indire progettante è al contempo disdetta di ogni
opaco disordine. Il dire progettante è dettatura, e con ciò del margine per la prossimità e la lontananza
degli Dèi. La lingua originaria è siffatta dizione in quanto dettatura
originaria , in cui sorge il mondo: la poesia, resta la configurazione
fondamentale del sublyme, ma questo perché
nel dire dettante per l’esserci viene in generale progettato e reso
possesso l’aperto in cui l’essente in quanto essente perviene al dispiegamento
e alla custodia. Per contro, costruire e dare forma in senso
plastico-figurativo accadono sempre nel già aperto della dizione e del
dire, e proprio per questo non sono mai, linguaggio,
bensì un dettare ogni volta proprio.
Ma la determinazione dell’essenza della dettatura in quanto progettare
non esaurisce la sua essenza. Senza lo sguardo nell’essenza pura
della dettatura, non cogliamo ancora il divenire
della verità. Soprattutto, non afferriamo concettualmente in che
misura la sublymità sia necessaria per il divenire della verità. L’essenza piena della dettatura viene in luce nella proposizione:
dettatura – l’essenza del sublyme – è istituzione dell’essere. Non, dunque,
produzione dell’essente. Ma che cosa significa essere, a differenza
dall’essente che noi, secondo di esso, nominiamo in tal modo? Questo
essente qui, l’organo, lo cogliamo nella sua
differenza . L’organo è. Ma questo essere lo cogliamo
a fatica, sebbene siamo altrettanto certi del fatto che l’organo è e
non è, così come sappiamo che esso è un organo, nonostante tutto questo grande buon
senso e la sua prossimità alla vita, cos’è a noi più prossimo dell’essere?
Cosa “sarebbero” l’organo e tutto ciò che è consueto, senza
l’essere? presagiamo l’essere e il suo concetto
se cogliamo quell’apertità, nominata sempre di nuovo, che appare nel
progetto dettante. L’essere è quel che cosa e in che modo l’essente,
è manifesto ed ascoso. L’essente è di per sé
soltanto in forza essenzialmente per l’essere: l’essere: essere un fondamento, fondare, iniziare. Con- fondazione, inizio li dobbiamo ascoltare
distintamente e comprendere unitariamente, se nominiamo il sublyme
in quanto dettatura dell’istituzione dell’essere, il progettare l’aperto come l’“altrimenti dal consueto”.
Il progetto rilascia liberamente qualcosa che non soltanto non compare
mai a partire dal sussistente e dal consueto, ma nemmeno può mai
essere compensato dal sussistente. Il progetto è istituzione in quanto
concessione. Cosa significa ora istituzione in quanto fondazione e inizio,
e in che modo quel che con ciò è nominato coappartiene al progetto
in modo conforme all’essenza?
La verità in quanto apertità è sempre apertità del Ci in cui tutto
l’essente e l’inessente entra a stare e a partire da cui esso si riprende
in quanto schiudentesi. In tal modo, il “Ci” resta sempre radicato in
quest’oscuro abisso. “Ci”, in che modo è? Entrambe queste modalità
dell’essere sono possibili soltanto se l’esserci-sublyme si fa prima carico
del Ci, ovvero sta nel mezzo dell’essente in quanto essente e inessente,
ovvero sta per l’essere. Mentre l’esserci-sublyme è il Ci, egli
diviene sublyme. Nel progetto dettante, altrimenti dal consueto, l’apertità resta
sempre apertità del Ci, sempre progettata in anticipo
il che significa che il progetto
dettante viene aggettato dall’esser-ci-sublyme. Il Ci nella sua apertità
dall’estatizzazione
in ciò che è dato-in-compito e dalla custodia di ciò che è
dato-in-eredità: la sublyme-bellezza. Il Ci è soltanto se il sublyme si fa carico
di essere, se diviene sublyme. Il sublyme è già sempre gettato nel suo
Ci . Hölderlin, colui che detta il sublyme. Ma questo aggetto è sublyme, in modo
conforme all’essenza, è per l’appunto dettatura. Se però il progetto è
dettatura, allora l’aggetto non sarà qualcosa di solo arbitrariamente
preteso, ma sarà l’apertura di quello in cui l’esserci, in
quanto sublyme, è già gettato. Ciò in cui il sublyme è gettato è sempre
l’estasy, lo schiudentesi fondamento su cui il gettato,
viene a riposare. Il progetto che conformemente all’essenza è aggetto
progetta soltanto se dall’ascoso fondamento trae fuori un aperto, se ciò
che in esso è dato-in-compito è dato-in-eredità nel fondamento in
quanto destinazione ascosa e per conseguenza da disascondere. Nel
progetto, fa ingresso nell’aperto, al fondo, non è un che di estraneo, bensì soltanto il più
proprio, fin qui ascoso, dell’esserci sublyme. Il progetto viene dal nulla, non discende dal fin qui vigente;
non viene dal nulla, perché , in quanto aggettante, trae
fuori l’ascosa e trattenuta destinanza, la posa in quanto fondamento
e la fonda in senso autentico. In quanto concedente progettare, l’istituire è al contempo, essenzialmente il fondare. L’apertità può diventare
apertità della verità in quanto tale può accadere, soltanto
se il progetto è un progetto fondante. Ma fondante lo è mentre si
dà schiudentesi nell’aperto
e precisamente in quanto la schiudentesi, nella sua controversia col
mondo progettato. Poiché il sublyme in quanto dettatura è istituzione, progettante
fondare, essa deve istituire e statuire l’apertità, cioè la verità,
in modo tale che questa venga a stare in ciò che contende il contenzioso . La verità accade soltanto
in quanto apertità , viene in ekstasy soltanto nel sublyme.
L’essenza del sublyme come istituzione dell’essere è il fondamento del sublyme. L’essere del sublyme non consiste nel fatto che
è sussistente come essente, ma che si adopera in quanto
contenzione dell’apertità dell’essere sublyme. Perciò il sublyme possiede senz’altro quell’ eminente, ergendosi, ristà in sé e si riprende
da tutto il solamente sussistente.
L’essenza del sublyme è sublyme perché il sublyme deve essere, la sua
essenza nel dire la verità a del pensiero nel concetto, nel portarla
nell’impresa essenziale, nel sublyme. La sublymanza lascia scaturire la verità, un’essenza, il sublyme è la verità, il fondamento del sublime: il sublyme è?
Esiste il sublyme di per sé? che cosa
è il sublyme?
Nel sublyme è in ekstasy l’accadere della verità, nel sublyme, la verità è in ekstasy. La sublymanza della verità, questa è l’essenza del sublyme. La sublymanza è la verità in ekstasy: il sublime è la verità. Donde viene ? Forse, dal nulla? è proprio così quest’oscuro abisso inizia l’evento del sublyme. L’inizio del sublyme
è sempre libertà.
L’essenza del sublyme in quanto ekstasy che si eventui in verità è l’origine sublyme di Hölderlin: l’essere-sublime eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublyme , ma anche dell’esser-epistemè-del-sublyme o dell’essere epistemica ontologica del sublyme. Anzi solo la verità ekstatika del sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublyme delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità.l’ontologia fondamentale del sublyme, la domanda sull’essere-sublyme dalla quale il pensiero europeo sorge, viene declinata come analitica esistenziale del sublime, come descrizione accurata del sublime, rigorosa, ontologica della dimensione ontica del sublime in cui il fare e l’essere-sublyme quotidiano degli esseri umani si svolge. Esserci nel sublyme, quale «existiert » nel sublyme, “esistere ” nel sublime, o abitare poeticamente il mondo-tempo nel modo sublyme, declinato da Heidegger e analizzato in trascendenza kantiana. Il modo di questo sguardo è, ancora, la fenomenologia husserl- kantiana. Intesa non in quanto corrente o scuola di pensiero ma in senso metodologico, il come del darsi della vivenza al pensiero visivo, immaginario e teoretico che la guarda, o quale pensiero poetante del sublime che «deve osare inoltrarsi nella più originaria problematizzazione delle “cose stesse”» o nell’essere dell’ente sublime. L’ontologia del sublime è quindi possibile solo o ancora come fenomenologia del sublime giacchè la filosofia del sublime è
«ontologia fenomenologica del sublime e universale che parte dall’ermeneutica sublime dell’esserci e che, come analitica sublime dell’esistenza, ha fissato il capo del filo conduttore di ogni domandare filosofico nel punto dal quale risulta e sul quale torna a ribaltarsi»
Ciò che è onticamente più sublime, talmente sublime da essere il sublyme, è ontologicamente il più sublime, anche perché non sembra aver bisogno di essere pensato, talmente è addosso alla vivenza dell’esserci e disvelato. Heidegger ha svelato e disobliato il darsi e il farsi sublime che «da un punto di vista esistenzial-ontologico cela in sé enigmi su enigmi» (§ 71, p. 1043). Se la sostanza ontologica dell’essere e dell’esserci precede e trascende ogni distinzione tra anima e corpo, se «das “Wesen” des Daseins liegt in seiner Existenz», “l’‘essenza’ dell’Esserci sta nella sua esistenza”, l’analitica esistenziale o l’analitica dell’esserci o la dasein-analytik precede logicamente e sopratutto ontologicamente ogni scienza, o epistemica e ogni sapere fenomenologico o ontico che si voglia.
Fra le strutture ontologiche o gestell-sublyme dell’esserci sublyme nel mondo–sublime-gli “esistenziali”–sublimi ci sono l’in-essere-sublyme, il con-essere-sublyme, l’essere-per-il-sublyme. Esserci-sublyme e mondità-sublime non si trovano in prossimità l’uno accanto all’altra ma l’esserci-sublyme è la mondità dell’essere-sublyme, perché «das Alleinsein ist ein defizienter Modus des Mitseins», “l’esser soli è un modo deficitario del con-essere”. La sublymità è un evento costituente dell’ essere-alla-fine-senza-fine del sublyme che disveli l’apertura sempre incompiuta quale futuro-anteriore. Se «il fenomeno primario della temporalità originaria e autentica è l’avvenire», l’esserci-sublyme è possibilità sempre aperta tanto che il sublyme «è la possibilità della pura e semplice possibilità d’esserci» del sublyme, una possibilità sempre sublime e abissale e senza fine e sempre indeterminata. L’esserci-sublyme non ha una fine «bensì esiste in modo finito», è finito nell’infinito è infinito nel finito: è estasy della mondità è estasy dell’esserci; ed è per questo che la Cura è la cura sublime dell’ essere-sublyme.
La Cura è il tempo sublime estatico nella sua sublymità esistenziale e fenomenologica e quindi ontica e ontologica; la Cura è la tensione sublime all’essere che sempre c’è senza-fine; la Cura è la temporalità sublime ekstatica come «avvenire-essente stato-presentante (gewesend-gegenwärtigende Zukunft) [...] la temporalità si rivela come il senso dell’autentica cura».
L’esserci-sublyme come Cura si declina nelle forme del sublime, del com-prendere, del parlare, del poetare e il modo d’essere-sublyme della dis-chiusura è caratterizzato dalla curiosità fenomenica del sublime, moto dell’essere-senza-fine coi suoi essenziali caratteri della tentazione sublime. Il modo in cui si danno anzitutto e per lo più è il Si impersonale che evita all’esserci-sublime l’assunzione piena di ciò che è, a favore –invece- di un senza-fine che si fa. Heidegger è in risonanza con l’estasy: «il “si” è un esistenziale e appartiene come fenomeno originario alla costituzione positiva dell’esserci» sublyme. Autenticità e inautenticità del Dasein-sublyme vanno intese in senso fenomenologico e ontologico come modi diversi di abitare poticamente il mondo sublime. Emblematica, in questa direzione, è la differenza nell’ontologia del sublyme tra paura (Furcht) e angoscia (Angst). Mentre la paura nasce sempre da qualcosa di specifico, l’angoscia scaturisce dall’ essere nella vivenza sublime, «la paura assale a partire da un ente intramondano sia pure sublime. L’angoscia si leva dall’essere-nel-mondo in quanto dejetto essere-alla morte» o dell’essere-nell’abisso-abgrund-senza-fondo-senza-fine-sublime. La sublimità dell’angoscia è l’essere-sublime nel mondo-sublime.
La Gettatezza–sublyme dell’essere-sublyme mostra in estasy la gnostica-Heideggeriana esplicitata quale «lo scadimento dell’esserci non può perciò neppure essere concepito come “caduta” da un più puro e superiore “stato originario”» del quale non avremmo né esperienza ontica né comprensione ontologica «Das Dasein ist als solches schuldig» anche se velato – dell’esser nel mondo è il sublime sul fondamento di un «ursprünglichen Schuldigseins», di un essere-sublyme originario.
La caduta, la gettanza o pro-gettanza sublime disvela la sostanza temporale dell’esserci-sublime. Il senso dell’esserci come essere nel mondo è la Zeitlichkeit, la temporalità del sublime quale ekstasy dell’ontocronia il suo costante esistere come apertura mai chiusa e mai compiuta, la sua infinità, suo essere-senza-la-fine fondata sull’abgrund sul senza fondamento quale esserci-sublime che non ha tempo ma è temporalità della vivenza-sublime, vissuta, aperta, costituente. «Non è che l’esserci riempia con le fasi delle sue realtà effettuali istantanee una pista o un segmento sottomano “della vita”, ma estende se stesso, sì che il suo esser proprio è fin dapprincipio costituito come estensione. Nell’essere dell’esserci sta già il “tra” riferito a nascita e morte. L’esserci fittizio esiste per nascita, e per nascita muore anche proprio nel senso dell’essere-alla morte. Entrambi i “capi” e il loro “tra” sono, finché l’esserci fattiziamente esiste, ed essi sono in quel modo che unicamente è possibile sulla base dell’essere dell’esserci come cura. Nascita e morte si “con-nettono”, nel modo che è proprio dell’esserci, nell’unità di gettanza e sfuggenza o precorrente essere-alla-morte. In quanto cura, l’esserci è il “tra”» sublime.
L’eco agostiniana la risonanza , la distensio temporale che l’esserci è da sempre e senza-fine, per sempre e nel tra, il coincidere della struttura ontologica o gestell-sublime con la dinamica-sublime e matematica-sublime del tempo, ontologia sublime del Dasein-sublyme e Zeit-sublyme, anche quale risonanza Husserl-Agostiniana per ogni com-prensione del sublime-temporale-in-estasy o ontocronia-sublime: Il tempo-sublyme non è né oggettivo né soggettivo, né naturale né della physis ma dell’esserci sublime quale ontocronia-in-estasy:enigma sublime che il tempo-sublyme e senza-fine è. Un enigma che si chiarisce com-prendendo che il tempo, o lo spazio o lo spaziotempo, non è una cosa o una entità ma un accadere di processi nel mondo, un eventuarsi dell’ontocronia dell’estasy sublyme, i quali acquistano il loro significato solo nell’esserci-sublyme proteso alla cura, destinato a finire senza la fine e sapiente di tale finitezza poiché «“si dà” verità solo nella misura e fintantoché vi è dell’esserci» . L’essere nel mondo da parte dell’esserci consiste nel suo abitare poeticamente il sublime – «ha le sue radici nell’ontologia dell’esserci» – , nel costituire una struttura ontologica sublime che è una donazione di senso al mondo sublime, senza-fine, senza fondale, abissale «ist kein Ding, keine Substanz, kein Gegestand», non è una cosa, una sostanza o un oggetto ma «è data come attuatrice di atti intenzionali collegati nell’unità di senso» …. «ogni ente dal modo d’essere difforme dall’esserci va concepito come insensato, per essenza destituito di qualunque senso» .
La non cosalità dell’esserci-sublime, sia quale matematica infinita sublime, sia quale dinamica estatika sublime è la radice anche del suo essere-sublime-spaziale, quasi la kantiana dasein dell’essere-nello-spazio: «l’esserci stesso, nel suo essere-nel-mondo, è “spaziale”» o dasein-spaziale-sublyme-in-estasy: «l’esserci occupa, letteralmente, lo spazio. Non è affatto soltanto sottomano nella porzione spaziale riempita dal suo corpo» . La spazialità dell’esserci-sublyme non consiste in un semplice occupare luoghi ma nell’apertura di senso che si inoltra nella radura sublime illuminandola. Ecco perché l’esserci-sublyme è anche sublime spaziale in senso originario e «la dimostrazione che questa spazialità è esistenzialmente possibile solo grazie alla temporalità non può prefiggersi di dedurre lo spazio dal tempo, o di risolverlo in puro tempo».
Se l’esserci-sublyme è spazio-tempo-sublime o ontocronia sublyme in estasy lo è perché è una sublymanza spazio-temporale: «come senso dell’essere di quell’ente che chiamiamo esserci, viene indicata la temporalità» o spazialità sublyme. Seinsfrage heideggeriana – «la messa in chiaro della costituzione d’essere dell’esserci resta però solo una via. La meta è l’elaborazione del problema dell’essere » sublyme. Lichtung-sublyme o Temporalität-sublime o «spazio libero del tempo» sublime in estasy, Lichtung und Anwesenheit, «Radura e Presenza» del sublyme nell’estasy sublyme in Heidegger lo spazio non sarebbe bensì accadrebbe, l’ek-sistere si porrebbe come trascendenza dello spazio in vista del mondo sublime è la continuità e differenza ontologica fra l’analitica esistenziale e l’ontologia del sublyme….. Ma che cos’è il mettersi in estasy dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nel sublime? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis. Il sublime delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymità al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublyme riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È la sublymanza che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplata dall’interesserci dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme, la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è in ekstasy o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono della erhabene e la herabnen non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell della erhabene che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in estasy lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale ekstasy degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi categorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle categorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo la erhabene, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’estasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica o ontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si eventua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvela quale dis-verità o essere opera della dis-aletheia dell’essere-sublyme, si discopre quale dis-inveramento della gestell-sublyme o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità del sublyme. La verità nel sublyme ci appare quale aletheia-della-dis-invelatezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inleratezza dell’essere-sublyme, giacchè il sublyme ama la disinvelatezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’essere-sublyme getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-sublyme o meglio nell’essere-sublyme è in estasy la verirà dis-ascosta della dis-in-velatezza o che nell’essere-sublyme vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta
della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è in estasy la verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’estasy dell’essere-sublyme. Quella interagenza consente al sublyme di essere-sublyme dall’esserci-musagete o meglio solo quando la sublymanza è in estasy quale essere-verità-dis-ascosa della dis-in-velatezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è sublyme e il sublyme è la verità dell’essere-sublyme. Lì si dà il sublyme o il sublyme si dà quale estasy: l’origine o l’originalità del sublyme o del musagete è il sublyme della verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in opera nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’essere-sublyme almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in estasy quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-velatezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti……….topologia del sublyme abissale,della fondatezza del sublyme ,dell’aldilà quale sublyme:la storia del mito del sublyme è la storia dei luoghi del sublyme,la storia mitika del sublyme è la storia dell’Essere-sublyme,o dell’eterno ritorno del mito o della risonanza infinita dell’essere nel sublyme,nella latenza,custodita,curata per eventuarsi nella epokè mitica del sublyme.
La storia del sublyme è la storia della radura dell’Essere, dell’Essere diradato,sgombro,libero d’Essere nell’abisso sublyme, senza nulla, senza niente, senza-fine, senza tramonto, senza eclisse.
Nessuno è ancora stato libero di ricercare la storia dell’ontologia del sublyme, aldilà dell’ermeneutica teologica, oltre la metafisica nichilista kategorica, epistemica,paradigmatica.
Non c’è né l’ontologia dell’essere-sublyme, né l’ontosofia del sublyme o la storia mitika del sublyme.
La storia del sublyme si fonda sulla storia sublime della libertà:senza esser liberi di contemplare il sublyme, non c’è sublyme ma solo fondamentalismo teologico, teocrazia:la storia sublime del sublyme è la storia sublyme della libertà d’Essere in presenza della contemplazione dell’Essere divinità.
Il sublyme c’è quando l’essere si pone dinanzi nella contemplazione dell’Essere che si dà, si getta alla presenza nella radura, nella topologia dell’Essere, quale ontologia dell’Essere poetante, il Gegengrundsein che si eventua nella ontovarietà della gettatezza del mito è la radura poetante che custodisce, kriptata, latente la cura dell’Essere.
I luoghi della Gegengrundsein sono gli spazi kaosmici ove si getta dinanzi,davanti l’Essere-sublyme: i luoghi del sublyme sono quelli che l’esserci si trova di fronte non ad un orizzonte del mondo, o ad una prospettiva mondana, o ad un tramonto o eclisse cosmici, ma quelli sublimi del l’Essere abitato poeticamente dall’orizzonte e dalla prospettiva dell’Essere senza-fine, senza declino,senza tramonto, senza eclisse, quale eterno ritorno della risonanza dell’Essere-sublyme.
Solo così si eventua l’epochè della sublymanza, non teokratica, della sublymità della Physis.
Tanto per essere rigorosi fino in fondo:il sublyme non è la topologia della teocrazia, né il sublyme è la singolarità nichilista cosmica del tempo immaginario, giacchè quelle suggestive topologie sono sempre kategorie della prospettiva del mondo tramontante mentre l’orizzonte dell’Essere-sublyme non si trova mai di fronte all’eclisse, al tramonto, alla fine della storia, del tempo, dello spazio, del kosmo.
Nel sublyme invece c’è l’eterno ritorno della differenza ontologica tra il il fenomeno e l’evento: non il nulla o il niente, ma l’Essere che ci viene in-contro, l’Essere che si getta alla presenza, per abitare l’Essere che contempla la radura sublyme.
La storia sublime della sublymanza è la storia della differenza che si eventua nell’ontologia poetante,
quale presenza che abita il luogo kaosmico.
La storia sublime del sublyme è la storia dell’Essere che contempla l’essere di fronte, quale presenza della radura, ove non ha mai abitato né l’entità, né l’Esserci, né la mondità, né la metafisica, né la teocrazia, ma solo la risonanza dell’Essere che ci viene in-contro, quale eterno ritorno del sublyme.
La storia mitika del sublyme è la storia dalle origini del sublyme, tanto per abitare i luoghi storici del sublyme, si eventua nella risonanza quale Essere-sublyme, Essere divino che ci viene incontro, Essere che abita l’Essere, Essere che si incontra kriptato nell’Essere sublyme della diradanza sublyme.
La topologia, il luogo ove l’Essere ci viene in-contro e ci abita è il sublyme: la topologia del sublyme è la sublyme topologia della storia del sublyme: solo nella topologia del sublyme la storia si eventua quale storia del sublyme: giacchè solo lì è libera d’essere storia del sublyme e mai più storia della teocrazia, storia metafisica della teologia teocratica, storia metafisica della teologia teocratica,storia della volontà di potenza della teocrazia, storia dell’etica teocratica.
I luoghi ove il sublyme ci viene incontro, o dove l’essere in-contra l’essere che si eventua ed abita l’essenza del pensiero poetante, sono i luoghi del sublyme sacri, oscuri, misterici, kriptati, perché quella prossimità dell’essere con la sua ikona che si getta alla presenza e la abita è sublyme, nel senso di indicibile, inaudita …….. dai paradigmi fisici cosmici, la storia del sublyme è la storia degli spazi liberi, abitati solo dall’Essere che ci viene in-contro, quale sublyme senza-la-fine, mai nullità, e nel contempo:Essere che si incontra nell’essere che si getta ed abita, nella contemplazione, l’Essere poetante.
Le varietà del venire incontro dell’Essere sono infinite, indicibili, senza-fine, senza eclissi: perché i luoghi del sublyme sfuggono alla classificazione dell’imperativo kategorico del rigore razionale o della metafisica ideale nichilista, sinergetica, supersimmetrica,inferenziale,logistica,teocratica.
Gli eventi del sublyme sono sempre in relatività con gli eventi e le ontovarietà dell’Essere che ci viene incontro, che si eventua quale libertà ontologica: si incontra l’Essere, si contempla la libertà d’essere kaosmica.
I luoghi del sublyme sono gli spazi topologici ove l’Essere si dispone nella contemplazione, nell’ascolto,nella visione, nella sensibilità e nel pensiero poetante dell’Essere di fronte, dinnanzi, davanti che ci viene incontro, nella sublymanza kaosmica.
La storia sublyme è la storia delle radure, dei vuoti ontologici della sublymità, ove l’essere si eventua per essere contemplato e per abitare poeticamente l’essere di fronte, oltre che abitare poeticamente solo il mondo, la “Physis”, il kosmo.
Quando un luogo, una radura, un vuoto sono abitate poeticamente dall’Essere che si getta e che viene in-contro all’Essere, si eventua il sublyme e la sua storia quale storia sublyme del sublime abitare poeticamente l’Essere poetante, in libertà, in verità, in prossimità con l’Essere-sublyme.
La libertà di ricerca sulla storia sublyme della sublymenza si eventua nella storia dei luoghi ordinari del senso del sublyme, della sua essenza, della sua presenza qui ed aldilà del mondo quali luoghi del sublyme, anzi meglio la topologia del sublyme, lo spazio vuoto, la radura, lo spazio libero dalla mondità ove è custodito, curato, evocato e contemplato il sublyme: l’Essere che viene incontro per abitare poeticamente, non solo il mondo, ma l’ikona dell’Essere, l’essenza dell’Essere, l’Essere poetante, l’Essere ontologico, l’Essere-sublyme.
Si eventua così nello spazio e nel tempo del mondo la differenza ontologica: si presenta la topologia dell’Essere-sublyme, di là e di qua della topologia fluttuante del mondo dell’Esserci, del mondo virtuale, del mondo immaginario, del mondo ontologico, del mondo poetante.
Il mondo dell’Essere-sublyme si getta nella mondità anche quale mondo sublime, mondo caotico mondo cosmico, mondo caosmico, mondo onirico, mondo estatico e la sua influenza metafisica si dispiega nel mondo etico, epistemico, paradigmatico, ermeneutico, costituente, noetico.
Quale fondamento della verità dell’Essere-sublyme la sua influenza dà senso al kaos, all’invisibile, all’indicibile, all’inaudito, all’assenza presente della sua sacralità provvidenziale: l’unica che ci possa salvare o curare nel mondo dell’aldilà, del bene e del male.
La Topologia dell’essere-sublyme è la sua topologia animata dell’Essere animato che trascende
l’Esserci,ma non è l’Essere ontologico o poetante.
Quelle ontovarietà dispiegano la complessità della fondatezza dell’Essere-sublyme nel mondo virtuale, animato, ontologico, immaginario, onirico, metafisico, sinergetico, supersimmetrico e disvelano quanta volontà di potenza ci sia nella storia sublime del sublyme.
Volontà di potenza dell’eterno ritorno dell’Essere-sublyme, nell’epochè della storia dell’Esserci, ma anche volontà di influenza egemonica imperativa kategorica nella metafisica, ermeneutica, poetica, etica, estetica, epistemè, virtuale, immaginaria, onirica, estatica, mitica, magica.
Nell’Essere-sublyme, l’Essere animato non si adegua, in verità né all’Esserci, né all’Essere ontologico o poetante.
Nel mondo del sublyme il mondo animato non ritrova l’adeguatezza metafisica, epistemica, razionale, poetica, estetica, etica con il mondo dell’Esserci, né con l’Essere nel mondo cosmico, immaginario, virtuale, kaosmico.
Ma quella differenza ontologica dell’adeguatezza non trascura l’ortogonalità influente della volontà di potenza metafisica della storia del sublyme, anzi la sua kategorica imperativa dà senso, identità, teocrazia storica e trascendenza.
L’Essere-sublyme, quale essere animato nel mondo sublime è la misura di tutto: del kosmo che c’è e del mondo che non c’è, o è invisibile, indicibile, inaudito, mitico, magico, estatico; l’Essere-sublime è anzi l’unico centro gravitazionale che dà senso, stabilità, pace, e soprattutto e per lo più dà l’impianto, la creazione, la Gestell al mondo dell’Esserci, dell’Esser qui, dell’Esser là, dell’Esser aldilà.
La topologia del sublyme, quale storia del sublyme è la Gestell-sublyme del mondo e dell’Essere animato, quale Esserci che ci viene in-contro nella sua morfogenesi-sublyme di Essere animato: e perciò da contemplare e da venerare.
Giacchè solo quell’Essere è sublymanza della physis che ci potrà salvare, o curare, o consolare, o guidare nel destino nella sorte, nell’avventura della storia del sublyme.
La Topologia dell’Essere-sublyme è implementata nella bistabilità dei sentieri che si biforcano: c’è la superficie della Gestell-sublyme fondante il mondo dell’Esserci, virtuale, trascendenza, immaginario, metafisico, etico, poetico, estetico, sinergetico, cosmico, epistemico, ermeneutico, ma c’è, quale eterno ritorno nella superficie supersimmetrica,l’Essere animato che ci viene incontro nel vuoto ontologico, nella radura libera dal nichilismo, nella singolarità kaosmica del nulla, quale Gestell-sublyme: contro-Essere, Essere che ci incontra e avviene,si getta nell’Essere ma anche nell’Esserci, per abitarvi con il senso del sublyme o dell’Essere animato.
La storia del sublyme è stata, ed è,sempre interpretata quale volontà di potenza della metafisica imperativa influente: non c’è una storia poetante del sublyme, né una storia ontologica, né una storia sublyme, né una storia ontologica, né una storia sublime nel senso di Topologia del sublyme dell’Essere più che del mondo o della mondanità.
Il futuro della libertà di ricerca della storia del sublyme si presenta nel plesso, o nel chiasma, dell’Essere storia della Gestell sublyme dell’Esserci e del mondo, e storia della sublymanza dell’Essere-sublyme che ci in-contra, che avviene in-contro, quale risonanza dell’Essere animato sempre, eternamente ritornante nell’aldiqua dall’aldilà.
L’Esserci sublyme che ci viene in-contro, quale sublymanza è la donazione di misura, la misurata topologica del sublyme e della storia del sublyme animato che abita poeticamente l’Essere, oltre che il mondo e l’Esserci, si eventua quale instabilità del Kaos, morfogenesi visibile dell’invisibile, koinè, linguaggio comune etico dell’indicibile, dell’inaudito, mistero dell’indecidibile, mistico svelato del sublyme eternamente ed infinitamente interpretato, ermeneutica del vuoto silenzio della singolarità del sublyme, quale storia del sublyme.
La storia dell’Essere-sublyme è la storia dell’abbandono, della kriptazione, della latenza, dell’oblio dell’Essere ontologico nell’Esser animato: sia quale vivenza dell’Esserci, sia quale vivenza della mondanità eterna, infinita, mitica, indicibile, inaudita.
L’Essere che vi viene in-contro o che si in-contra è l’essere animato che dalla latenza kriptata, custodita, curata, della radura della Topologia dell’Essere, si eventua imperativamente quale misura del tempo e dello spazio, dell’etica e dell’estetica, del kosmo e del Kaos, del bene e del male.
Ma quella gettatezza dell’Essere-sublyme non è semplicemente imperativo metafisico della volontà di potenza quella è solo la sua metamorfosi teocratica, influente, altrimenti il sublime sarebbe solo una delle varietà ermeneutiche, epistemiche, estetiche,astronomiche ………l’Esser gettati, quale sublymanza dell’Essere animato dà stabilità alla più complessa Ontoteologia o Teoontologia.
Aldilà del bene e del male, anzi quale fondatezza che eventua ora l’uno ora l’altro o annienta sia l’unità, sia l’alterità, la storia che si getta, quale storia del sublyme si presenta sempre nella sua varietà ontoteologica influente che si dà, che ci viene in-contro, che si in-contra nei sentieri ininterrotti del sublyme, quale metastabilità del Kaos, orizzonte prospettico dell’Esser animato che dà senso all’Esserci, alla vivenza, alla creazione, alla mondità, all’aldilà.
L’Essere animato che si in-contra si getta nell’Esserci, nel mondo, nella vivenza quale impianto imperativo stabile della volontà di potenza dell’Essere-sublyme: è la Gestell-sublyme dell’Essere animato che ci viene in-contro, non quella metafisica, o etica, epistemica, ma quella metastabilità che annienta il Kaos, il nulla, il niente oltrechè l’Esserci preesistente, per fondare la Topologia del sublyme dal nulla, dall’invisibile, dall’inaudito, dal vuoto cosmico.
La Topologia dell’Essere-sublyme che ci in-contra abita mistericamente il fondamento dell’Esser animato, dell’Esserci della vivenza del mondo: abita la stabilità della Gestell-sublyme quale venire in-contro della presenza che ci in-contra nell’Essenza dell’Essere-sublyme.
La stabilità dell’Esser animato è la storia del sublyme quale controkaos e risonanza che ci presenta davanti, di fronte al Kaos per Essere Gestell-sublyme-topologica della radura, del vuoto dell’invisibile, dell’indicibile, dell’inaudito: la storia del sublyme è la storia dell’Esser di fronte al Kaos, quale Essere animato che ci viene in-contro e che si in-contra nella essenza della vivenza, dell’Esserci, della mondità.
La storia del sublyme è la storia della metastabilità iperbolika, ellittika, parabolika, metabolika dell’Esser animato che si presenta, si eventua, ci in-contra nella fondatezza dell’Essere, dell’Esserci quale vivenza, del mondo, dell’Essere aldilà.
Il Metaodos-sublyme è il sentiero ininterrotto del sublyme: eterno ritorno della risonanza dell’Essere che ci viene in-contro, e che si getta alla presenza dell’Essere che si in-contra di fronte, dinnanzi, quale evento dell’Essere animato.
Il gettarsi incontro nella metastabilità della presenza sia quale volontà di presenza o teocrazia,sia quale dono della misura del sublyme o Ontoteologia, è la storia del sublyme che dà senso all’imperativo kategorico del sublime Essere di fronte, davanti, incontro al Kaos del mondo.
Ma la sua presenza si eventua anche nel gettare nell’essenza del fondamento dell’Esserci e della vivenza l’incontro dell’Essere animato, quale Topologia dell’Essere o varietà dell’Essere ontologico.
La storia del sublyme sarà la storia dell’interfaccia, intervolto, interessere animato che ci viene incontro nel sentiero dell’Essere.
Il campo del sublyme è l’intervolto dell’interessere topologico animato.
I sentieri del campo del sublyme sono la risonanza dell’eterno ritorno della storia del sublyme.
Il campo sublyme è l’intervarietà della Topologia dell’Essere quale campo metamorfico che dà ortogonalità all’abisso, dà la visione dell’Essere animato all’invisibile, dà ascolto al silenzio inaudito, dà senso al sublyme: getta i sentieri dell’essere animato nell’Abgrund-sublyme, nel senza fondo delle fondamenta dell’Essere: il campo sublyme è la Gestell-sublyme dell’Abgrund-sublyme, l’impianto della metastabilità che s’eventua nei sentieri dell’abisso.
La storia del sublyme è la storia del campo sacro, quale intervarietà della topologia dell’essere animato.
Il campo sacro è la metastabilità, la Gestell dell’abisso, dell’Abgrund-sublyme, dell’interessere, dell’intervolto, dell’interfaccia ortogonale imperativo dell’aldilà che si eventua quale vuoto cosmico, radura dell’invisibile, silenzio dell’inaudito, indicibile.
Il campo sacro del sublyme è la risonanza dell’eterno ritorno dell’Essere animato che si getta nella storia quale storia del sublyme.
Il campo sacro del mondo è la Gestell nell’Abgrund-sublyme, quale ortogonalità imperativa senza fondo nell’aldilà, oltre l’orizzonte, oltre il tramonto della storia, oltre la fine della storia, oltre l’eclisse del mondo della storia classica.
Il campo sacro del sublyme, la Gestell-sublyme, l’impianto sublime ove l’Essere animato avviene, si getta dall’aldilà, ci viene in-contro e si incontra nella sublymanza quale Essere aldilà che si presenta di fronte, davanti, dinnanzi quale intervolto, dell’invisibile, indicibile, inaudito del sublyme nella volontà di potenza metafisica influente, nell’Etica, nell’Estetica, nella Noetica, nell’Ermeneutica.
Il campo del sublyme-sacro si presenta sempre aldilà della semplice teocrazia, quale volontà di potenza della metafisica ideale dell’aldilà, nella sua intervarietà di ontoteologia o Teontologia: evento che si incontra nei sentieri della gettatezza dell’interessere animato quale intervolto interimmagine dell’Abgrund-sublyme, dell’Essere abissale che si in-contra nella radura topologica, nel vuoto ontologico, cosmico, nelle singolarità nichiliste della cronotopia immaginaria.
La differenza ontologica tra il campo sacro della storia sublime e la storia classica del sublyme si eventua nella differenza tra la storia della volontà di potenza dell’Esserci metafisico e la storia della Topologia dell’Essere animato che ci viene incontro, che si in-contra, di fronte quale sublymanza dell’aldilà, dell’abisso, quale matastabilità, Gestell dell’Abgrund-sublyme.
La storia del campo sacro è la storia sublyme dell’immagine dell’Essere che ci in-contra di fronte: intervolto dell’immagine, Interbild.
Il campo del sublyme è la Bild-sublyme dell’abisso che ci sta sempre di fronte, ci abita e che ci in-contra quale aldilà.
Ma il campo sacro del sublyme, si presenta anche quale metastabilità, impianto, struttura ontologica,in qualità di salvezza, cura, pensiero poetante del sublyme.
La storia del campo sacro del sublyme è anche la storia dell’Essere-sublyme: solo nella sua varietà di Bild-sublyme, di immagine dell’Essere animato, mai quale volontà di potenza della metafisica dell’immagine del mondo.
Anzi il campo sacro del sublyme con la sua Bild-sublyme influenza la mondità, mai può essere soggetto, giacchè la sua fondatezza si disvela sempre dalla metastabilità dell’abisso, dell’invisibile, dell’indicibile, dell’inaudito, dell’aldilà che si presentano di fronte, davanti, in-contro alla mondanità, e si gettano nella sua fo ndatezza senza essere mai fondati.
In quel senso il campo sacro del sublyme è libero, è più libero, dalle immagini del mondo: la storia del sublyme è la libertà dalla volontà di potenza della metafisica nichilista, della fine della storia; è più libera, giacchè abbandona le immagini del mondo per gettare in-contro le immagini dell’Essere-sublyme-animato.
Il campo sublyme non è stato, e non sarà mai una nuova metafisica, se mai è la Teontologia, senza essere ontologica: si eventua invece quale alterità, senza essere differenza, e quale relatività senza essere dispiegamento.
Il campo sacro del sublyme è la radura ove si getta e si incontra sempre di fronte l’evento dell’immagine dell’Essere animato.
La storia del sublyme è la storia dell’accadere della presenza, volontà e potenza dell’immagine dell’Essere che si dispiega dall’abisso, dall’aldilà, dall’invisibile, dall’indicibile, dall’inaudito: che decostruisce il tempo e l’immagine del mondo, dell’Esserci, della metafisica imperante nichilista.
Il campo sacro del sublyme crea lo spazio alla Bild-sublyme che si eventua dalla metastabilità dell’Abgrund-sublyme, ma non dà fondatezza alla Grund-sublyme: si svela in-contro, di fronte, in relatività, quale immagine dell’Essere mai fondata, né fondabile dalla immagine del mondo, o dell’Esserci, o della Physis: Teontologia della Bild-sublyme quale intervolto, intervarietà della Ikona-sublyme del pensiero poetante.
Il campo sacro della Physis-sublyme è la storia della differenza del venirci in-contro dell’Essere e del suo gettarsi nel mondo, nella Physis cosmica: in qualità di immagine dell’Essere che si eventua, quale Essere animato metastabile dell’intervarietà dell’Abgrund-sublyme: nella sua varietà della semplice gettatezza nella storia dell’Esserci, o dell’Essere al mondo.
Mai mondo nell’Essere o volontà d’Essere mondità dell’immagine dell’Essere.
Daseyn-sublyme e Bild-sublyme sono i sentieri del campo sacro del sublyme ove si eventua l’in-contro la sublymanza della Physis-sublyme-ontologica .
Lì la risonanza dell’Essere che ci in-contra, dà senso alla Teontologia, quale alterità della metafisica nichilista, in relatività con l’ontologia poetante della Physis-sublyme .
La storia di quell’in-contro si in-contra nella risonanza della storia del sublyme, quale storia dell’immagine d’Essere che si getta di fronte all’immagine del mondo o dell’Esserci: Bild-sublyme che si getta in-contro al Daseyn-sublyme.
Il campo sacro della Physis-sublyme è quella Topologia ove la storia sublyme si eventua quale Bild-sublyme del Daseyn, ed anche dell’immagine del mondo, attraverso l’immagine dell’Essere animato in relatività con l’immagine dell’Essere che si getta dall’aldilà, dall’invisibile, dall’abisso, Abgrund-sublyme, indicibile, inaudito.
Ma il campo della Physis-sublyme-ontologica è anche la Topologia metastabile della Bild-abgrund-sublyme: immagine dell’abisso dell’Essere o dell’Essere abissale che si getta nella storia del sublyme.
In qualità di Bildabgrund-sublyme il campo del sublyme si metastabilizza in Bild-gestell-sublyme, ikona-sublyme della sua struttura ontologica, ove si eventua l’incontro tra l’Essere animato, Bild-sublyme e l’immagine dell’Esserci.
Il campo della Physis-sublyme è al tempo stesso stabile ed instabile:la sua stabilità è relativa all’Essere animato che si eventua quale essere-sublyme: dall’abisso dell’Essere ci viene incontro e in-contra l’Esserci ed il mondo, la Physis-sublyme e la sua struttura ontologica.
E’ stabile nella Gestell-sublyme dell’immagine dell’Essere-sublyme ma instabile nell’Abgrund-sublyme intermittente la sublymanza, quale risonanza dell’Essere poetante della Physis-sublyme.
L’anfibologia del campo sublyme dà alla sua Gestell-sublyme l’essenza della metastabilità in relatività con l’ontologia, quale Teontologia, in relatività con l’immagine dell’Esserci e del mondo quale teokrazia della storia classica del sublyme.
Quella differenza è essenziale, perché crea la biforcazione tra l’immagine della storia sublyme e l’immagine del mondo della storia della Physis-sublyme .
Il sentiero nel campo sublyme dell’immagine della storia della Physis-sublyme è stato interrotto, giacchè la storia si è dispiegata quale immagine della volontà di potenza della metafisica o teocrazia.
La Teontologia, quale immagine dell’Essere-sublyme che si getta nella immagine della storia del sublyme non è più presente né nel mondo, né nel sacro mondo, né nel mondo sacro, né nell’Esserci del sacro campo della Physis-sublyme .
Solo la libertà di ricerca eventuerà nel futuro un’immagine della storia del sublyme quale gettatezza dell’Essere-sublyme-animato, che si disvela dall’abisso dell’aldilà.
Solo così il campo sublyme della Physis quale campo animato dell’immagine o interimmagine della storia del sublyme eventua la storia del mondo animato, mentre fin’ora la storia del sublime si è presentata nell’interpretazione dell’immagine del mondo imperativa ed influente, quale volontà di potenza metafisica sull’immagine della storia della Physis-sublyme.
Nella storia della Physis si eventua una interferenza: quale immagine della storia del campo sublyme che dà la misura non solo al mondo, all’immagine del mondo, all’Esserci, alla vivenza, al nulla ma anche purtroppo all’essenza fondamentale dell’Essere, la storia sublyme libera, esprime, disvela la verità, ma anche la occulta, la oblia, la kripta sotto la parvenza della cura, della latenza che custodisce conserva, accudisce, consacra e contempla.
L’interferenza ontologica nella differenza ermeneutica del capo sublyme della Physis dà la misura della sua volontà di potenza imperativa kategorica, ma anche la valenza dell’Essere-sublyme quale sentiero, di libertà di svelatezza della libertà, di contemplazione che dekripta l’evento dell’incontro che ci incontra nel chiasma-sublyme dell’Esser animato, quali immagine in relatività con l’Essere ontologico.
Quella interferenza che appare originariamente nel campo sublyme della Physis-sublyme, ma anche si eventua in altri campi quale la Psychè o la Physis o la koinè, disvela la differenza ontologica tra l’Essere-sé dell’Esserci nel mondo e l’esser-sé quale Sublymanza: nella storia del sublyme della Physis c’è sempre la trivarietà della Topologia dell’Essere: Seyn, Daseyn, sublyme ove l’Esserci o l’Essere è indeterminato, ma sempre in relatività quale sublymanza: Esserci sempre nell’Essere-sè e nell’Essere al di là dal sé, senza-fine, senza paradossi di identità o di principi logici di contradizione, anzi quelle evenienze non fanno altro che confortare l’imperativo kategorico del campo sublyme della Physis.
L’interferenza di quella presenza, nel campo sublyme-ontologico della storia della Physis-sublyme dà la misura dell’ indeterminatezza, dell’invisibile, dell’infinitesimale, dell’indicibile, dell’inaudibile, del bene e del male, ma anche della sublymanza dell’adilà del bene e del male, dell’aldilà del mondo e del nulla, dell’aldilà del tempo e dello spazio, dell’aldilà della cronaca e della storia mitika, dell’adilà dell’etica e dell’estetica, dell’aldilà della guerra e della pace.
Nell’interferenza ontologica quelle varietà sono solo episodi eventuali dell’immagine del campo sublyme che dà la misura dell’Esserci quale Essere-sé nell’Essere animato nel mondo animato, nella Physis-sublyme-animata.
La storia sublyme è creatrice di storia,non solo nel suo campo sublyme della Physis-sublyme, ma in generale e nel senso della globalità, quale evento della nuova libertà: libertà d’Essere animata in qualità di varietà sublyme: Esserci, Essere sublyme, Essere in relatività con l’Essere aldilà.
La nuova libertà d’Essere animata è creatrice di storia del campo sublyme della Physis, ma anche di quello immaginario, virtuale, ortogonale, metafisico influente nichilista, decostruttivo, ermeneutico, epistemico, etico, estetico, sinergetico.
Il campo sublyme quale storia sublyme della Physis sarà così il fondamento della nuova libertà: libertà d’Essere contemporaneamente, quale Sublymanza, Esserci, Essere alterità nell’aldilà, Essere sublyme dell’Essere animato.
Il campo sublyme così è, non l’unico, ma il più evidente nella creazione della storia, sia Gestell, sia Gegen-Gestell: o meglio, e di più, è il Gegen-Stell: l’impianto della storia sublyme , struttura ontologica che ci viene incontro dall’adilà, dall’alterità, ma che ci in-contra nel sentiero dell’Essere animato.
Il Gegen-Stell, la sua struttura ontologica, è la metastabilità che ci viene incontro, quale presenza che ci incontra nel campo sublyme per impedire il declino nel nulla, nel kaos, nell’abisso, quale Abgrund-sublyme.
La storia sublyme che crea la storia dell’immagine del mondo, è la presenza metastabile dell’aldilà, dell’alterità che ci incontra sempre di fronte, per interferire nel declino, nel klinamen abissale della metafisica nichilista tramontante, eclissante.
Ma affinchè appaia la presenza della storia del sublyme nel campo sublyme interferente non è sufficiente il sapere dell’Esserci e del mondo, ma indispensabile dispiegare il sapere dell’Essere animato che si eventua di fronte e ci incontra dall’alterità e dall’aldilà.
Il campo sublyme si presenta nel mondo della storia solo attraverso il sapere del fondamento dell’Essere animato, il quale s’eventua sempre quale interferenza che ci incontra sempre di fronte, e viene ad abitare poeticamente il sublyme campo della storia dell’Essere animato.
Solo il sapere dell’Essere consente di essere sempre di fronte ed incontro all’Essere-sublyme nell’equilibrio del campo sublyme che consentirà di decostruire e creare il sentiero della storia della Physis-sublyme .
Il sapere dell’Essere-sublyme si dispiega nel campo sublyme quale creazione della storia sublyme, che dà fondatezza, getta nel mondo e nell’immagine del mondo le verità dell’Essere animato.
Il sapere dell’Essere-sublyme che ci viene in-contro e ci incontra nel campo sublyme
della Physis, quale sapere sublyme dell’Essere animato, che getta nella storia mitika del sublyme la sua creatività, la sua verità, la sua missione dell’Esserci, la sua immagine del mondo.
Quella sapienza sublyme dell’Essere sublymanza della Physis-sublyme che si eventua sempre di fronte, quale Essere animato trascendenza la semplice volontà di potenza metafisica teokratica, o nichilista o sinergetica kosmica per dispiegare, nel campo sublyme che crea la storia sulla volontà di verità del sublyme, e sulla volontà animata, o volontà della storia sublyme.
Mai sarà animata una nuova ontologia, ma è già trascendenza e tramonto della metafisica nichilista, epistemica, ermeneutica, paradigmatica che disvela l’immagine del mondo quale creatività dell’immagine della storia della globalità del mondo.
La volontà di verità sublyme fonda la Teontologia, quale sapere dell’Essere animato nel campo sacro del sublyme che crea la storia del sublyme e l’immagine della storia dell’Esserci globale del kosmo: la storia sublyme della Physis-sublyme dall’abgrund-sublyme…… ..…il venir-fuori-dalla-velatezza è l’essere del sublyme, il disvelarsi di una nuova morfia della physis, di una sagomatura della natura animata dell’essere, di una templarità dell’ikona della physis dell’essere. L’ontologia del sublyme è la templarità dell’immagine dell’essere nella physis, o morfia templare quale supersimmetria dell’ikona della physis dell’essere. Il disvelarsi dell’aletheia ontologica è il venire alla luce, il darsi alla luce, la gettanza che si dà alla luce nella radura vuota e libera della templarità dell’ikona della physis dell’essere, quale morfica templare dell’immagine dell’essere nella physis. Il venir fuori della disvelatezza discoprente la templarità dell’ikona della physis ontologica dell’essere. È la templarità della radura vuota, del luogo ove abita poeticamente l’essere che disvela l’ikona della physis o l’immagine dell’aletheia dell’essere, quale topologia poetante o quale ontopoiesis o quale ontoikona dell’essere nella physis. È l’ontoykona dell’essere che getta le fondamenta, si getta e si de-costruisce nella radura luminosa della physis e si eventua in morfie templari dell’immagine della physis dell’essere e si disvela all’esserci quale gegenstand, sempre di fronte, dell’ikona ontologica della destinanza dell’essere. L’ontoykona ama disvelarsi nella radura luminosa della physis dell’essere quale sublymanza del’esseRe o per essere l’aletheia dell’essere quale evento nel sublyme. La sublymanza ama nascondersi nel sublyme dell’essere ontoykona della physis per eventuarsi quale svelatezza nel gegenstand della topologia templare dell’immagine dell’essere. Ma perché l’ontoykona si eventua sempre quale sublyme dell’essere più tosto che evento del nulla o del niente? Mha perché la differenza ontologica lascia all’epistemica la destinanza delle entità mondane e cura, custodisce l’aletheia della physis dell’essere quale templarità ikonica della topologia ontologica dell’essere. È la physis templata che si eventua quale sublymanza sia nella ontocronia che nella ontokairosia: nell’ontocronia dell’essere dell’entità, nella ontokairosia dell’essere evento della singolarità originaria del sublyme. Spesso è compresente sia l’ontocronia della physis della mondità che l’ontokairosa singolarità dell’essere o meglio nel sublyme è assentemente presente l’una o presentemente presente l’altra nella stessa radura luminosa dell’onto-topia dell’essere sublymanza o ontopia-del-sublyme o ontopia dell’ikona o dell’imago dell’essere o topologia ontologica dell’onto-ikontopia. È quella la differenza ontologica della temporalità e templaticità del sublyme: mentre la ontocronia si eventua solo nella physis mondana o dell’esserci, l’ontokairosia si dà, si eventua solo nell’essere-sublyme. Attenzione qui si discopre la differenza anche nel sublimità fatta a mano, immagine o suono o voce che sia, il manufatto o analitika dell’esserci- ontokronia e quello dell’essere-ontokairosia: il primo si adegua alla temporalità delle entità mondane senza discoprirne l’ontologia della physis, la temporalità templata invece disvela sempre e per sempre l’ontokairos dell’ontoykona dell’essere-sublyme-per-l’essere prima d’essere-sublime-per-il-mondo o essere-sublime-per-esserci…ah come si farà a comprendere? La sublimità per esserci o il-sibòime-per-la-mondanità privilegia sempre e comunque l’ontologia del presente: si adegua alla verità epistemica del mondo senza chiedere nulla di più, giacchè la sua ermeneutica è finita con l’ontokronia dell’ontica o dell’esser-solo-entità-del-mondo, anzi solo entità ontica di questo mondo senza alcuna onto-topia, ma solo u-topia o dis-topia. Lì l’essere-sublimità-per-essere è custodita nell’oblio o nascosta nella physis epistemica del mondo o nella mitica origine dell’esserci. Ma l’ontologia dell’ontopia dell’ontikona si sottrae dalla ontokronia per abitare poeticamente la radura luminosa della templata-ontokairosa dell’esere-sublyme-per-l’essere che si getta nella physis della mondità ma che si differenzia sempre nella sua interpretanza infinita, quale ermeneutica ontologica dell’essere sublyme per l’essRe. Qui l’impianto, la ge-stell dell’ontologia del sublyme si eventua sempre quale templarità dell’ontoikona ontopica ontopoietica, anzi la gestell, la struttura ontologica, è l’ontikona templata dell’essere sublyme dell’esseRe, di più è la destinanza dell’ontopoiesis dell’ikona che apre il sentiero ininterrotto nella radura vuota ontologica. L’ontologia dell’essere-sublyme si disvela nell’essere-la-radura, lichthung-sein, quale gestell della radura della destinanza dell’essere: lì nella spazialità vuota la struttura ontologica dell’essere-sublyme soggiorna poeticamente quale ikona ontopica della ontokairosia. L’essere-la-radura quale destinanza sia del grund sia dell’abgrund dell’essere-sublyme, sia fondamento sia abisso dell’ontologia del sublyme: lì quel che appare quale eristica epistemica si eventua quale kaosmica-ontikona dell’aldiqua e dell’aldilà. Solo così si comprende l’originalità del sublyme, giacchè la sua destinanza ontologica non subisce mai la dettattura epistemica dell’essere dell’ente perché quella eventualità si dispiega solo nell’ontokronia e mai nell’ontokarosia: può essere tangente alla tecnè, tecnica, ma mai decostruire l’essere-sublymanza ontopica. Nell’origine del sublyme l’ontokairosia dell’ontoikona si eventua per sempre senza più essere ontokronia epistemica dell’essere-entità: la sublymanza non è più abbandonata dall’essere…gli dei sono fuggiti dalla sublimità ontoteologica, ma non l’essere della sublymanza quale ontikona della gestell ontologica. Perciò l’ontologia del sublyme non sarà mai una semplice estetica dell’esserci o dell’essere-entità ontokronica, giacchè i sensi sono dispiegamenti dell’esserci e possono solo percepire le entità ontiche, mai l’essere si disvela ai sensi sempre si discopre solo all’interessere ontokairoslogico. L’ontologia dell’essere-sublyme discopre la compresenza nella sublymanza dell’interagenza tra ontokronia e ontokronotopia: mentre nell’epistemica fisica esiste solo la kronotopia quantica dell’essere dell’ente, nell’essere-sublyme si eventua l’essere della ontologia kronotopica ikonica che dispiega l’ontocronia iconica già assentemente presente nell’ontocronia quantica. Nella physis c’è la destinanza dell’essere quale gestell-ontokronica la quale si dà sia nella gestell-ontologica, sia nella gestell-ontica, sia nella gestell-epistemica, sia in quella gestell-paradigmatica che dà fondatezza all’ontologica gestell-grund come alla gestell-abgrund, alla gestell-abissale, alla struttura ontologica dell’essere-sublyme nella gestell-destinanza della sublymanza. Ma perché? Forse l’ontologia della destinanza dell’essere-sublyme sconvolge la causalità epistemica della temporalità per eventuare sempre e in ogni luogo la gestell-ontokronotopica del destino della gestell-ikona o della gestell-imagine o gestell-imaginaria o gestell-imago nell’essere sublymanza dell’essere oltre che dell’esserci. Già altri hanno svelato l’interagenza del tempo-figura col tempo-immagine o dell’immagine-tempo o dell’imago-tempo qui si discoprirà l’ontologia dell’imagine-spazio o dell’imagine-spaziotempo o dell’imago-spaziotempo fondanti lo spaziotempo-imagine o lo spaziotempo-figura o lo spaziotempo-imago nella gestell-ontopoetica o nella gestell-poetante-pensante dell’essere-sublyme-ekstatiko. Lì l’ikona-tempo si disvela sempre nella sua qualità di ikona-spazio-tempo, quale ikona spaziotemporale dell’aletheia-tempo o dell’aletheia-spaziotempo disvelante sempre la gestell-aletheia o gestell-verità o la struttura ontologica della gestell-tecnè quale gestell-poiesis o gestell-ontopoiesis della gestell-ontoteleologica della gestell-ikona dell’essere-sublime e non altro, ma che si dà quale fondatezza della destinanza epistemica dell’ontokronotopia. È la gestell-templata dell’ontologia dell’essere-sublyme che si dà quale sublymanza del musagete, dell’esserci che cura nella radura ontologica l’eventuarsi della gestell-ontopoietica. L’essere-sublyme è la misura di tutte le cose della mondanità, delle entità della mondità, dell’esserci, della presenza assentemente-presente, dell’essere nel mondo del sublime, dell’imagine dell’essere nella mondità, dell’imago dell’essere, dell’ikona dell’essere, della gestell della sublymanza, della struttura ontologica del sublyme. L’essere-sublyme è la misura, la destinanza ontokronotopica, del musagete, della gestell-musagete, della struttura ontologica dell’esser-musagete, dell’esserci quale musagete della gestell-imago, della gestell-imagine, della gestell-ikona della gestell-poetante-pensante. È la prova ontologica dell’esistenza del sublyme o meglio la prova ontologica dell’esistenza della gestell-sublyme, della struttuta ontologica dell’essere-sublyme. Non solo e non tanto quale prova ontologica dell’esistenza delle entità del sublime, o quale prova ontologica dell’epistemica o ermeneutica della sublimità, giacchè l’esserci nella mondità della sublimità è già presente nell’ontocronia del mondo, ma quale presenza ontokairosa della gestell-templata dell’esseRe: la sublymanza non è e non sarà mai solo l’ontica imagine del mondo ontocronico o utopico o distopico, ma sempre la gestell-ikona dell’essere ontocronotopia della ontokairostopia o ikonotopia dell’esseRe. La gestell-ikona non è più l’essere animato o l’esserci del musagete, ma non è altrettanto l’essere inanimato delle imagini del mondo, se mai sarà per sempre l’essere dis-animato dis-animante l’ikona dell’essere: senza essere anima o entità onteteologica o solo mitica o ematopoietica, l’indeterminatezza dell’animato
o dell’inanimato per essere dis-anima della struttura ontologica ontopoietica dell’imagine-dell’esseRe. Ma che significa ikona dis-animata della gestell del sublyme? È l’ontologia dell’imagine del vuoto, l’imagine della radura o l’ikona del vuoto o l’ikona della radura
che si dà nell’origine o nell’originalità della sublymanza quale ikona o imagine dell’essere libero, essere-in-estasy-katartika dalle entità ontiche della mondanità del nulla o del niente o del non-ente, quale ontologia della libertà dell’ikona ell’essere liberata dalle immagini del nulla o del niente o del nihilismo ontico delle varie volontà di potenza kategoriche dell’imperativo mondano epistemico delle entità del vuoto quantico. Solo l’imagine del vuoto consente all’essere d’abitare poeticamente la radura-gestell-ontopica: là l’imagine dell’essere si disvela libera quale misura della mondità ontocronotopica. Qui si discopre l’autentica ermeneutica ontologica della misura quale gestell-templata o gestell-templare o struttura ontologica template dell’ikona dell’essere, mentre la misura classica o simmetrica si adeguò all’imagine ontica della temporalità ontocronica. Solo la gestell-ikona disvela la destinanza della singolarità che si eventua nel sentiero ininterrotto nella radura fondale-gestell. Lì l’aletheia della gestell o la verità della struttura ontologica consente all’ikona d’essere-sublyme, ma anche consente alla verità di disvelarsi nella sublymanza quale evento della verità o evento dell’aletheia o evento della disvelatezza dell’ikona-gestell dell’esseRe. La sublymità è la verità o meglio l’essere-sublyme è l’aletheia dell’ikona-gestell della destinanza dell’esseRe. Mentre la verità epistemica o ermeneutica si adeguano alle verità ontiche delle entità kategoriche, la verità del sublyme disvela l’essere delle entità e non solo: la gestell-aletheia discopre l’ikona del vuoto o l’imagine della radura ove possa abitare poeticamente l’essere ed ove possa aleggiare l’evento dell’aletheia-destinanza. Ma forse quel che è più rilevante qui ed ora è la sublymanza della verità dell’ikona dell’abisso, dell’imagine dell’abgrund dell’essere: la sublimità nella nostra epoca è innanzi tutto l’ontologia della gestell dell’ikona dell’abisso ell’esseRe…………………………………..
c’è una differenza ontologica nell’ontica della verità: c’è una verità epistemica fondata sui modelli della matesis, c’è una verità ermeneutica narrativa ed eterotopica o ontocronica, invece l’essere-sublyme eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublymanza o dell’essere-sublyme, ma anche dell’esser-epistemè-del-sublime o dell’essere epistemica ontologica del sublime. Anzi solo la verità-sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublime delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità. Ma che cos’è il mettersi in sublymanza dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nella sublymanza? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis, autoevento, mitoevento, ontoevento. Il sublyme-estatiko-katartiko delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla, anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymanza al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublime riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È l’essere sublyme che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplatezza dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme , la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è all’opera o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono dal sublime e la sublymanza non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell del sublyme che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in sublymanza lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale setzen degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi kategorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle kategorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme in ekstasy, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo il sublyme, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’ekstasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme-in-ekstasy: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica oontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, nel senza-fine, quale autoevento o ontoevento, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere: configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si evntua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvlela quale dis-verità o essere sublymanza della dis-aletheia dell’essere-sublyme, si discopre quale dis-inveramento della gestell-sublyme o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità del sublyme. La verità nel sublyme ci appare quale aletheia-della-dis-inveratezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inveratezza dell’essere-sublyme, giacchè il sublyme ama la disinveratezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’essere-sublyme getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-sublymanza del sublyme-in-ekstasy o
meglio nell’essere-sublymanza è in ekstasy sublyme la verirà dis-ascosta della dis-in-veratezza, o che nell’essere-sublymanza vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è assentemente presente la verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’opera dell’essere-sublyme. Quella interagenza consente al sublyme di essere-sublymanza dall’esserci-musagete o meglio solo quando il sublyme è sublymanza dell’essere-verità-dis-ascosa della dis-in-veratezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è sublyme e la sublymanza è la verità dell’essere-sublyme. Lì si dà il sublyme o la sublymanza si dà quale sublyme: l’origine o l’originalità del sublyme o del musagete è il sublyme della verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in sublymanza nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’essere-sublyme almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in sublymanza quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-veratezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti per la verità-epistemica o verità tecnica fondata su modelli della matesis. Nella mitopoiesis invece il musagete ascolta il sublyme della verità ontologica la sola che gli consenta l’interagenza con l’essere-sublyme della verità quale sublymanza dell’essere che eventui l’essere-sublyme dal musagete. L’essere-sublyme eventua l’epistemica ontologica della tecnè, ma soprattutto discopre l’evento della aletheia-dis-ascosità quale gestell della destinamza dell’essere-sublyme dall’interagenza dell’esserci con la radura vuota e senza limiti, la radura sub-lime del fondale ove l’interessere possa soggiornare poeticamente in sinestesia con l’evento della verità-disascosità-disvelatezza-dis-verità-dis-aletheia. Qui nella mitopoiesis come mell’ontopoiesis o nella poiesis stessa l’epistemica on tologica della verita si discopre quale in-disasconsità, ma anche quale dis-disascosità, meglio in aletheia e in dis-aletheia, in velatezza e disvelatezza indicibile ma sempre sublymanza dell’essere-sublyme dell’interesserci con la physis. Solo quando l’essere-sublyme custodisce e cura l’aletheia-disascosità si eventua l’attrazione verso l’opera dell’essere-sublyme, anzi è la verità-attanza che attira la contemplazione dell’esserci, è l’aletheia-attanza che discopre il sentiero ininterrotto della destinanza d ell’essere-sublyme-dall’essere. Ontologia dell’essere-sublyme………. ah la platonica ikona della temporalità quale ikona dinamica dell’eternità o ikona ontodinamica dell’apeiron o ikona ontodinamica del dis-apeiron, del dis-infinito, della dis-gestell dell’essere-sublyme. Lì l’ontodinamica ikonica dell’essere -infinito si discopre quale imago ontodinamica dell’essere-sublyme o quale imagine ontodinamica dell’apeiron del pensiero primigenio sottratto alla mitopoiesis. Ma in origine l’ikona ontodinamica ontokronica si svela senza differenza ontologica quale sublyme della mitopoiesis del l’apeiron dis-infinita, ove l’ikona del kairos si confonde con l’imagine della kronotopia infinita. Solo l’epistemica e l’ermeneutica creano la fissione nella kronotopia, giammai l’essere-sublyme dell’esserci quale musagete che sottrae all’eternità divine delle mitiche muse l’ikona dell’ontodinamica kronotopica. La frattalità del’ikona ontodinamica della temporalità platonica differenzia ontologicamente l’epistemica e l’ermeneutica dall’ontopoietica dell’essere-sublyme dall’esserci del musagete, ma in origine ci fu una onto-topia della gestell ove si eventuò l’epistemica e l’ermeneutica ontologica mai scomparsa nei dispiegamenti storici dell’essere-sublyme, anzi lì curata e custodita dalle incursioni della volontà di potenza imperativa dell’epistemica ontologica. Quella presenza incompente impera e sottrae nel corso del tempo l’ontopoietica epistemica dell’ontodinamica onto-poietica per attuare la morfogenesi della tecnica o dell’artigianato o del saper-fare mondano e klonante. O sottrae all’ikona dell’essere-sublymanza-dell’infinito l’ontodinamica cronologica della frattalità temporale. Solo così l’epistemica e l’ermeneutica si dispiegano quali immagini della storia della mondità , ma quell’evento inaugura l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere quale sublyme dell’essere per essere solo sublime della tecnè, prima, e della tecnica artigiana poi, ove l’ontodinamica infinita dell’ikona si è dissipata, dissolta, dis-obliata: è l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere che si dà quale fondatezza della tecnè epistemica e tuttora, nel presente impera per sottrarre tutta l’ontologia epistemica possibile dalla ontopoiesis dell’essere. Solo che nel corso del tempo l’essere-sublymità dall’essere non scompare totalmente, ma per fortuna si dis-oblia: si oblia nella tecnè epistemica per eventuarsi solo nell’ontologia-epistemica-ermeneutica dell’essere-sublymità-dall’essere. È il dis-oblio della dis-verità o dell’a dis-aletheia che si dis-annichilisce, che si sottrae dal nichilismo della tecnica-epistemica per dis-gettarsi ancora quale dis-mittenza intermittente della sublymanza della verità ontologica dell’essere-sublyme-dell’essere. Quella dis-mittenza ama nascondersi nell’essere-sublymanza quale sublymità per sottrarre l’aletheia dall’oblio imperante della tecnè-epistemica clonante e per disvelare la dis-abissalità dell’essere-sublyme dall’essere ikona ontodinamica dell’ontokronotopia dis-infinita. Per sempre l’essere-sublyme dis-vuota, disgombra, dis-oblia , disattua, dis-opera, dismette, dis-aleggia , disvela l’ikona dell’essere dall’immagine della tecnè imperativa influente, per disgettarsi quale dis-gegenstand dis-grund, quale fondale intermittente della dis-mittenza dell’essere ikona del sublyme. È lì che la destinanza dell’essere-sublyme si disoblia per disgettarsi quala dis-mittenza dell’essere dis-opera della disaletheia dell’epistemica-ontologica aldilà dell’oblio imperante della tecnè-epistemè e non solo nell’estetica classica o nel sublime metafisico o nella surrealtà informale armonica o disarmonica o dissimmetrica, ma anche nell’epistemica ontologica della physis e della matesis quale disoblio della disgettanza della physis dell’essere. Qui si eventua una nuova differenza all’interno della stessa ontologia dell’essere, forse epigenica nella sublymanza dell’essere-sublyme, ma dispiegante la sua gestell anche nella tecnè epistemica o ermeneutica: oltre alla classica messa in opera della verità o aletheia , nell’essere-sublyme si dà , si getta, si eventua la sublymanza della verità dell’essere, dell’aletheia dell’essere quale struttura ontologica del sublyme della radura, del kairos, poiesis, ontopoiesis, ikona, imagine, imago, kaosmos e della loro destinanza. Anzi il sublyme della verità getta le fondamenta della sublymanza della destinanza dell’essere quale sentiero ininterrotto dell’essere che eventui ekstaticamente la gestell e la gegenstand, ma anche la physis del grund e dell’abgrund. Per l’epistemica classica o anche per l’ermeneutica quella destinanza appare come se fosse un non-evento, ma può essere un dis-evento, un evento che non c’è ma che creò l’evento dell’essere che si dis-oblia anche nell’assenza dell’epistemica quale dis-epistemè, giacchè dis-abissa l’essere dall’essere in essere per essere destinanza dell’essere che crea la physis o la dis-eventua dal dis-nulla o dal dis-niente. Quell’evento è dis-epistemico solo perché si dis-abissa aldilà dell’epistemica della tecnè o dell’esserci o del musagete giacché si dis-oblia sempre quale dis-ontica o dis-onteologica, ma anche quale dis-mito o dis-arte o dis-opera quale perenne dis-messa-in-sublymanza del sublyme o meglio quando il sublyme si dà alla contemplazione epistemica l’essere si dis-eventua quale dis-mittenza per non soccombere al nichilismo clonante cronologico. L’essere-sublyme si dis-istalla proprio quando si eventua giacchè si sottrae all’ontocronia del dicibile epistemico o ermeneutico o ontico o ontoteologico o onto-poietico: si dà alla physis quale dis-physis o meglio quale sublymanza non più della physis, e perciò appare inaudito, misterico, indicibile: l’essere del sublyme si dis-dice, disvela la sua dis-verità, dis-abissa la dis-aletheia, dis-oblia la destinanza nella dis-radura, nel dis-vuoto, nel dis-nulla. quell‘enigma trova una sua vivenza nell‘essere-per-la-morte del sublime, O essere-per-la-sublymanza-della-morte o essere per la dis-morte della dis-sublymità, o essere per la dis-sublymanza della dismorte quale morte del nulla o dismorte del disnulla. In quella essenza dell‘essere si eventua l‘ontologia del sublyme o la sua epigenesi E lì si svela anche l‘ontologia della poiesis o dell’ontopoiesis o della non-poesie quale epigenesi della tecnè-epistemica. Per tale destinanza l‘ontologia dell‘ikona dell‘essere nel mondo pare possa essere fondata sulla dis-gestell
del non-essere o dall‘essere solo per la morte o dal nulla o dal disnulla quale disarte della dis-poiesis, ossia della poiesis della dismorte della dis-sublymanza: quale sublyme katatiko del dis-musagete che canta o compone il dis-mito delle dis-muse. Quell’ermeneutica eventua la destinanza ontologica della dis-ontica o dis-metafisica o dis-trascendenza o dis-ontologia dell‘immagine dell‘essere-nel-mondo, e quella dis-destinanza pare si possa fondare sull‘essere-nihilista o sul dis-essere dis-nihilista. Può l‘essere fondarsi sull‘anti-essere o sul dis-essere-nel-dis-mondo, E la sublymanza fondarsi sulla non-sublimità o la dis-sublymità o la poiesis sull‘a-poiesis, o sulla dispoiesis o sul disnulla o sul disniente o sulla dismorte della dis-sublymanza o sul dis-gestell o dis-grund o dis-radura o dis-lichtung, può l‘essere essere fondato dall‘anti-essere o dal disessere o dis-dasein o dis-esserci o dis-interesserci o dal disinteressere o dalla disverità o dalla disaletheia o dall‘essere-abissale o dall‘essere-nell‘abisso, abgrund che getta le fondamente e si getta quale fondatezza dell‘essere o del sublyme o della sublimità d‘essere l‘ikona dell‘essere-nella-mondità o della dis-sublymanza della disikona o della dis-imago o della dis-imagine, nel cosmo, nel discosmo, nel caos, nel discaos, nel kaosmos, nel dis-kaosmos? Forse un dis-mito ci può salvare, o un dis-dio che dis-viene quale sublymanza gettata dell’essere del dis-nulla. E‘ solo l‘essere a gettare le fondamenta della destinanza o della dis-destinanza dell‘esserci o la salvezza della disdestinanza del disesserci o disdasein trova l‘epigenesi nel mito o nel dismito ontoteologico-disontoteologico della bellezza-dis-bellezza simmetrica-disimmetrica quale misura che salverà la mondità dell‘esserci-disesserci-disdasein. L‘essere è gettato nel suo essere per la morte o per la dismorte del sublime o della dis-sublymanza: l‘essere-per-il-sublyme-dis-sublyme può salvare l‘arte-disarte nel suo declino verso l‘essere per la sua morte-dismorte, o simmetria-disimmetria o mito-dismito o bellezza-disbellezza. Solo così l‘essere ci può salvare. Ci salverà, dalle crisi della storia o dal mito riemergente dell‘antilogos o dall‘angoscia per la morte dell‘arte o dell‘arte per la morte o dell‘essere per la morte, o dal disesserci per la dismorte. O ci salverà dall‘essere-nella-temporalità-della-morte-dismorte o del disnulla-disniente. Ah il tempo quale ikona-disicona, imago-disimago della dis-ontodinamica dell‘essere che si disvela al mondo-dismondo nella spazialità-dispaziale immaginaria-disimmaginaria del sublyme-dis-sublyme. Arte immaginaria o immagine-disimmagine del quale ikona-disicona immaginaria dell‘essere mondità-dismondità che salverà l‘esserci-disesserci-disdasein solo se l‘essere salverà il sublyme quale ikona immaginaria-disimmaginaria dell‘essere o dell‘esserci-disesserci o disinteresserci o disinteressere……. essere per la salvezza dell‘essere significa essere per la salvezza del sublyme….. Il dio-disdio che non muore mai ma che dismuore sempre perché disviene nella sublymanza del dismusagete del dismito delle dismuse non fugge mai, giacchè disfugge, o meglio è sempre in fuga dall’essere-disessere per essere evento-disevento della mondità-dismondità, e mai tramonta dopo il tramonto del mondo-occidente giacchè è sempre al tramonto quale mito-dismito dell’essere che non c’è mai più, ma che è sempre di fronte quale fondale gegenstand-disgegenstand: il sublyme salverà l’essere o l’esserci-disesserci-disdasein così come salvò il mito-dismito delle muse-dismuse degli dei-disdei in fuga-disfuga. Solo il mito-dismito del sublyme può salvare il mito delle muse-dismuse della poiesis-dispoiesis o dell’autopoiesis-ontopoiesis, il sublyme è anche la salvezza del musagete-dismusagete, quale essere-divinità-disdivinità o esserci-disesserci-disdasein che si dà al sublyme o che dà al sublyme la fondatezza del mito-dismito. l’essere-musagete-dismusagete-disdasein che si dà al sublyme del gettare-disgettare l’ikona-disikona-dell’essere-nel-mondo-dismondo: disvela l’immagine-disimmagine della mondanità-dismondanità quale ontologia dello spazio-dispazio-tempo-distempo immaginario-disimmaginario da abitare-disabitare poeticamente, quale ontopoiesis-disontopoiesis, ed essere la creazione del sublyme dell’essere. il sentiero-disentiero ininterrotto-disinterrotto dell’ontologia poetante-dispoetante del sublyme quale disvelatezza dell’ontopoiesis-disontopoiesis, oltrechè dell’autopoiesis-disautopoiesis si eventuò-diseventuò nell’intermittenza-dismittenza del pensiero poetante dell’essere-musagete-dismusagete o nel pensiero-poetante-pensante quale ikona-disikona della gettanza-disgettanza dell’essere. Dopo un millenario oblio nella radura-disradura ove si eventuò-dieventuò l’inter-essere-disinteressere poetante dell’’essere-musagete-dismusagete la sua erranza-diserranza nel sublyme è giunta-disgiunta nel tempo-distempo della sua sublime-disublime metastabilità-distabilità, nella struttura-distruttura ontologica dell’ontopoiesis-disontopoiesis. L’evento-disevento sarà lì nella pregnanza della radura-disradura quale ikona-disikona dell’essere-musagete…………..ontologia del sublime si è in presenza dell’arkè o priorità di una tesi sul sublime , sorgente dalle lezioni kantiane del prof. s. givone. Si delinea una gestell o struttura o impianto dell’opera sul sentiero di una analitica dell’esserci o dasein-analytik assentemente presente in kant per interpretare l’analitica della bellezza e l’analitica del sublime. Si approderà infine ad una ontologia del sublime o sublyme quale bellezza-sublime plotiniana o sublime-bellezza heideggeriana già compresenti nella prima ermeneutica del sublime longiniana o burkeiana. Si offrirà preliminarmente una panoramica delle contemplanze del sublime nella classicità quale sublime della mathesis o pitagorico o platonico eventuato già da anassimandro sia nell’apeiron sia nell’archè, quale sublime dei quanta infiniti o del senza-fine e del senza-limiti: presente nell’analitica kantiana quale sublime matematico o gegenstand sublime, ovvero quale entità sublime in trascendenza, presente solo nell’immaginazione della purezza sublime quale eccelsa e nobile magnanimità o magnitudine kolossale , sempre al dilà del sensibile e del percepibile. L’apeiron dei quanta però non è mai irreversibile: c’è sempre un senza fine infinitesimo o una abissalità senza fondale ove si eventui il sublime quale klinamen o ab-scissa dell’archè o dell’evento o ereignis. A quella visione quantica si aggiunse nel corso del tempo una dinamica del sublime interpretata dal pensiero della dynamis aristotelica, quale coercizione kategorica del panta-rei eraklitiano: qui la purezza è katarsi e la sua fenomenologia suscita quel sentimento o quella tensione o quella intermittenza che tanta fortuna avrà nel pensierò di burke e kant. Ma nessuno si è ancora chiesto del perchè esista una musa della bellezza e non c’è una musa del sublime. Forse il pensiero di plotino ci viene in soccorso per delineare nel mito di Kalypso la disvelatezza del mito del sublime, quale bellezza in estasy instabile, fluttuante, assentemente presente o che si sveli solo nell’infinito o nel senza-fine o nell’abisso del senza-entità dell’etere o che aleggi sempre entousiasta nell’eventuarsi sempre ab-scissa dell’essere-sublyme. Le interpretazioni dell’estetica kantiana presenti nelle lezioni e nella poetica narrativa givoniana quell’eventuarsi gettano nel pensiero della mondità. Quel che seguirà è intriso di quella pregnanza e salienza..
. modelli della matesis, c’è una verità ermeneutica narrativa ed eterotopica o ontocronica, invece l’essere-sublime eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublyme , ma anche dell’esser-epistemè-del-sublyme o dell’essere epistemica ontologica del sublyme. Anzi solo la verità ekstatika del sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublyme delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità. Ma che cos’è il mettersi in estasy dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nel sublime? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis. Il sublime delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymità al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublyme riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È la sublymanza che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplata dall’interesserci dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme, la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è in ekstasy o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono della erhabene e la herabnen non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell della erhabene che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in estasy lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale ekstasy degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi categorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle categorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo la erhabene, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’estasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica o ontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si eventua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvela quale dis-verità o essere opera della dis-aletheia dell’essere-sublyme, si discopre quale dis-inveramento della gestell-sublyme o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità del sublyme. La verità nel sublyme ci appare quale aletheia-della-dis-invelatezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inleratezza dell’essere-sublyme, giacchè il sublyme ama la disinvelatezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’essere-sublyme getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-sublyme o meglio nell’essere-sublyme è in estasy la verirà dis-ascosta della dis-in-velatezza o che nell’essere-sublyme vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta
della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è in estasy la verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’estasy dell’essere-sublyme. Quella interagenza consente al sublyme di essere-sublyme dall’esserci-musagete o meglio solo quando la sublymanza è in estasy quale essere-verità-dis-ascosa della dis-in-velatezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è sublyme e il sublyme è la verità dell’essere-sublyme. Lì si dà il sublyme o il sublyme si dà quale estasy: l’origine o l’originalità del sublyme o del musagete è il sublyme della verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in opera nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’essere-sublyme almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in estasy quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-velatezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti……….topologia del sublyme abissale,della fondatezza del sublyme ,dell’aldilà quale sublyme:la storia del mito del sublyme è la storia dei luoghi del sublyme,la storia mitika del sublyme è la storia dell’Essere-sublyme,o dell’eterno ritorno del mito o della risonanza infinita dell’essere nel sublyme,nella latenza,custodita,curata per eventuarsi nella epokè mitica del sublyme.
La storia del sublyme è la storia della radura dell’Essere, dell’Essere diradato,sgombro,libero d’Essere nell’abisso sublyme, senza nulla, senza niente, senza-fine, senza tramonto, senza eclisse.
Nessuno è ancora stato libero di ricercare la storia dell’ontologia del sublyme, aldilà dell’ermeneutica teologica, oltre la metafisica nichilista kategorica, epistemica,paradigmatica.
Non c’è né l’ontologia dell’essere-sublyme, né l’ontosofia del sublyme o la storia mitika del sublyme.
La storia del sublyme si fonda sulla storia sublime della libertà:senza esser liberi di contemplare il sublyme, non c’è sublyme ma solo fondamentalismo teologico, teocrazia:la storia sublime del sublyme è la storia sublyme della libertà d’Essere in presenza della contemplazione dell’Essere divinità.
Il sublyme c’è quando l’essere si pone dinanzi nella contemplazione dell’Essere che si dà, si getta alla presenza nella radura, nella topologia dell’Essere, quale ontologia dell’Essere poetante, il Gegengrundsein che si eventua nella ontovarietà della gettatezza del mito è la radura poetante che custodisce, kriptata, latente la cura dell’Essere.
I luoghi della Gegengrundsein sono gli spazi kaosmici ove si getta dinanzi,davanti l’Essere-sublyme: i luoghi del sublyme sono quelli che l’esserci si trova di fronte non ad un orizzonte del mondo, o ad una prospettiva mondana, o ad un tramonto o eclisse cosmici, ma quelli sublimi del l’Essere abitato poeticamente dall’orizzonte e dalla prospettiva dell’Essere senza-fine, senza declino,senza tramonto, senza eclisse, quale eterno ritorno della risonanza dell’Essere-sublyme.
Solo così si eventua l’epochè della sublymanza, non teokratica, della sublymità della Physis.
Tanto per essere rigorosi fino in fondo:il sublyme non è la topologia della teocrazia, né il sublyme è la singolarità nichilista cosmica del tempo immaginario, giacchè quelle suggestive topologie sono sempre kategorie della prospettiva del mondo tramontante mentre l’orizzonte dell’Essere-sublyme non si trova mai di fronte all’eclisse, al tramonto, alla fine della storia, del tempo, dello spazio, del kosmo.
Nel sublyme invece c’è l’eterno ritorno della differenza ontologica tra il il fenomeno e l’evento: non il nulla o il niente, ma l’Essere che ci viene in-contro, l’Essere che si getta alla presenza, per abitare l’Essere che contempla la radura sublyme.
La storia sublime della sublymanza è la storia della differenza che si eventua nell’ontologia poetante,
quale presenza che abita il luogo kaosmico.
La storia sublime del sublyme è la storia dell’Essere che contempla l’essere di fronte, quale presenza della radura, ove non ha mai abitato né l’entità, né l’Esserci, né la mondità, né la metafisica, né la teocrazia, ma solo la risonanza dell’Essere che ci viene in-contro, quale eterno ritorno del sublyme.
La storia mitika del sublyme è la storia dalle origini del sublyme, tanto per abitare i luoghi storici del sublyme, si eventua nella risonanza quale Essere-sublyme, Essere divino che ci viene incontro, Essere che abita l’Essere, Essere che si incontra kriptato nell’Essere sublyme della diradanza sublyme.
La topologia, il luogo ove l’Essere ci viene in-contro e ci abita è il sublyme: la topologia del sublyme è la sublyme topologia della storia del sublyme: solo nella topologia del sublyme la storia si eventua quale storia del sublyme: giacchè solo lì è libera d’essere storia del sublyme e mai più storia della teocrazia, storia metafisica della teologia teocratica, storia metafisica della teologia teocratica,storia della volontà di potenza della teocrazia, storia dell’etica teocratica.
I luoghi ove il sublyme ci viene incontro, o dove l’essere in-contra l’essere che si eventua ed abita l’essenza del pensiero poetante, sono i luoghi del sublyme sacri, oscuri, misterici, kriptati, perché quella prossimità dell’essere con la sua ikona che si getta alla presenza e la abita è sublyme, nel senso di indicibile, inaudita …….. dai paradigmi fisici cosmici, la storia del sublyme è la storia degli spazi liberi, abitati solo dall’Essere che ci viene in-contro, quale sublyme senza-la-fine, mai nullità, e nel contempo:Essere che si incontra nell’essere che si getta ed abita, nella contemplazione, l’Essere poetante.
Le varietà del venire incontro dell’Essere sono infinite, indicibili, senza-fine, senza eclissi: perché i luoghi del sublyme sfuggono alla classificazione dell’imperativo kategorico del rigore razionale o della metafisica ideale nichilista, sinergetica, supersimmetrica,inferenziale,logistica,teocratica.
Gli eventi del sublyme sono sempre in relatività con gli eventi e le ontovarietà dell’Essere che ci viene incontro, che si eventua quale libertà ontologica: si incontra l’Essere, si contempla la libertà d’essere kaosmica.
I luoghi del sublyme sono gli spazi topologici ove l’Essere si dispone nella contemplazione, nell’ascolto,nella visione, nella sensibilità e nel pensiero poetante dell’Essere di fronte, dinnanzi, davanti che ci viene incontro, nella sublymanza kaosmica.
La storia sublyme è la storia delle radure, dei vuoti ontologici della sublymità, ove l’essere si eventua per essere contemplato e per abitare poeticamente l’essere di fronte, oltre che abitare poeticamente solo il mondo, la “Physis”, il kosmo.
Quando un luogo, una radura, un vuoto sono abitate poeticamente dall’Essere che si getta e che viene in-contro all’Essere, si eventua il sublyme e la sua storia quale storia sublyme del sublime abitare poeticamente l’Essere poetante, in libertà, in verità, in prossimità con l’Essere-sublyme.
La libertà di ricerca sulla storia sublyme della sublymenza si eventua nella storia dei luoghi ordinari del senso del sublyme, della sua essenza, della sua presenza qui ed aldilà del mondo quali luoghi del sublyme, anzi meglio la topologia del sublyme, lo spazio vuoto, la radura, lo spazio libero dalla mondità ove è custodito, curato, evocato e contemplato il sublyme: l’Essere che viene incontro per abitare poeticamente, non solo il mondo, ma l’ikona dell’Essere, l’essenza dell’Essere, l’Essere poetante, l’Essere ontologico, l’Essere-sublyme.
Si eventua così nello spazio e nel tempo del mondo la differenza ontologica: si presenta la topologia dell’Essere-sublyme, di là e di qua della topologia fluttuante del mondo dell’Esserci, del mondo virtuale, del mondo immaginario, del mondo ontologico, del mondo poetante.
Il mondo dell’Essere-sublyme si getta nella mondità anche quale mondo sublime, mondo caotico mondo cosmico, mondo caosmico, mondo onirico, mondo estatico e la sua influenza metafisica si dispiega nel mondo etico, epistemico, paradigmatico, ermeneutico, costituente, noetico.
Quale fondamento della verità dell’Essere-sublyme la sua influenza dà senso al kaos, all’invisibile, all’indicibile, all’inaudito, all’assenza presente della sua sacralità provvidenziale: l’unica che ci possa salvare o curare nel mondo dell’aldilà, del bene e del male.
La Topologia dell’essere-sublyme è la sua topologia animata dell’Essere animato che trascende
l’Esserci,ma non è l’Essere ontologico o poetante.
Quelle ontovarietà dispiegano la complessità della fondatezza dell’Essere-sublyme nel mondo virtuale, animato, ontologico, immaginario, onirico, metafisico, sinergetico, supersimmetrico e disvelano quanta volontà di potenza ci sia nella storia sublime del sublyme.
Volontà di potenza dell’eterno ritorno dell’Essere-sublyme, nell’epochè della storia dell’Esserci, ma anche volontà di influenza egemonica imperativa kategorica nella metafisica, ermeneutica, poetica, etica, estetica, epistemè, virtuale, immaginaria, onirica, estatica, mitica, magica.
Nell’Essere-sublyme, l’Essere animato non si adegua, in verità né all’Esserci, né all’Essere ontologico o poetante.
Nel mondo del sublyme il mondo animato non ritrova l’adeguatezza metafisica, epistemica, razionale, poetica, estetica, etica con il mondo dell’Esserci, né con l’Essere nel mondo cosmico, immaginario, virtuale, kaosmico.
Ma quella differenza ontologica dell’adeguatezza non trascura l’ortogonalità influente della volontà di potenza metafisica della storia del sublyme, anzi la sua kategorica imperativa dà senso, identità, teocrazia storica e trascendenza.
L’Essere-sublyme, quale essere animato nel mondo sublime è la misura di tutto: del kosmo che c’è e del mondo che non c’è, o è invisibile, indicibile, inaudito, mitico, magico, estatico; l’Essere-sublime è anzi l’unico centro gravitazionale che dà senso, stabilità, pace, e soprattutto e per lo più dà l’impianto, la creazione, la Gestell al mondo dell’Esserci, dell’Esser qui, dell’Esser là, dell’Esser aldilà.
La topologia del sublyme, quale storia del sublyme è la Gestell-sublyme del mondo e dell’Essere animato, quale Esserci che ci viene in-contro nella sua morfogenesi-sublyme di Essere animato: e perciò da contemplare e da venerare.
Giacchè solo quell’Essere è sublymanza della physis che ci potrà salvare, o curare, o consolare, o guidare nel destino nella sorte, nell’avventura della storia del sublyme.
La Topologia dell’Essere-sublyme è implementata nella bistabilità dei sentieri che si biforcano: c’è la superficie della Gestell-sublyme fondante il mondo dell’Esserci, virtuale, trascendenza, immaginario, metafisico, etico, poetico, estetico, sinergetico, cosmico, epistemico, ermeneutico, ma c’è, quale eterno ritorno nella superficie supersimmetrica,l’Essere animato che ci viene incontro nel vuoto ontologico, nella radura libera dal nichilismo, nella singolarità kaosmica del nulla, quale Gestell-sublyme: contro-Essere, Essere che ci incontra e avviene,si getta nell’Essere ma anche nell’Esserci, per abitarvi con il senso del sublyme o dell’Essere animato.
La storia del sublyme è stata, ed è,sempre interpretata quale volontà di potenza della metafisica imperativa influente: non c’è una storia poetante del sublyme, né una storia ontologica, né una storia sublyme, né una storia ontologica, né una storia sublime nel senso di Topologia del sublyme dell’Essere più che del mondo o della mondanità.
Il futuro della libertà di ricerca della storia del sublyme si presenta nel plesso, o nel chiasma, dell’Essere storia della Gestell sublyme dell’Esserci e del mondo, e storia della sublymanza dell’Essere-sublyme che ci in-contra, che avviene in-contro, quale risonanza dell’Essere animato sempre, eternamente ritornante nell’aldiqua dall’aldilà.
L’Esserci sublyme che ci viene in-contro, quale sublymanza è la donazione di misura, la misurata topologica del sublyme e della storia del sublyme animato che abita poeticamente l’Essere, oltre che il mondo e l’Esserci, si eventua quale instabilità del Kaos, morfogenesi visibile dell’invisibile, koinè, linguaggio comune etico dell’indicibile, dell’inaudito, mistero dell’indecidibile, mistico svelato del sublyme eternamente ed infinitamente interpretato, ermeneutica del vuoto silenzio della singolarità del sublyme, quale storia del sublyme.
La storia dell’Essere-sublyme è la storia dell’abbandono, della kriptazione, della latenza, dell’oblio dell’Essere ontologico nell’Esser animato: sia quale vivenza dell’Esserci, sia quale vivenza della mondanità eterna, infinita, mitica, indicibile, inaudita.
L’Essere che vi viene in-contro o che si in-contra è l’essere animato che dalla latenza kriptata, custodita, curata, della radura della Topologia dell’Essere, si eventua imperativamente quale misura del tempo e dello spazio, dell’etica e dell’estetica, del kosmo e del Kaos, del bene e del male.
Ma quella gettatezza dell’Essere-sublyme non è semplicemente imperativo metafisico della volontà di potenza quella è solo la sua metamorfosi teocratica, influente, altrimenti il sublime sarebbe solo una delle varietà ermeneutiche, epistemiche, estetiche,astronomiche ………l’Esser gettati, quale sublymanza dell’Essere animato dà stabilità alla più complessa Ontoteologia o Teoontologia.
Aldilà del bene e del male, anzi quale fondatezza che eventua ora l’uno ora l’altro o annienta sia l’unità, sia l’alterità, la storia che si getta, quale storia del sublyme si presenta sempre nella sua varietà ontoteologica influente che si dà, che ci viene in-contro, che si in-contra nei sentieri ininterrotti del sublyme, quale metastabilità del Kaos, orizzonte prospettico dell’Esser animato che dà senso all’Esserci, alla vivenza, alla creazione, alla mondità, all’aldilà.
L’Essere animato che si in-contra si getta nell’Esserci, nel mondo, nella vivenza quale impianto imperativo stabile della volontà di potenza dell’Essere-sublyme: è la Gestell-sublyme dell’Essere animato che ci viene in-contro, non quella metafisica, o etica, epistemica, ma quella metastabilità che annienta il Kaos, il nulla, il niente oltrechè l’Esserci preesistente, per fondare la Topologia del sublyme dal nulla, dall’invisibile, dall’inaudito, dal vuoto cosmico.
La Topologia dell’Essere-sublyme che ci in-contra abita mistericamente il fondamento dell’Esser animato, dell’Esserci della vivenza del mondo: abita la stabilità della Gestell-sublyme quale venire in-contro della presenza che ci in-contra nell’Essenza dell’Essere-sublyme.
La stabilità dell’Esser animato è la storia del sublyme quale controkaos e risonanza che ci presenta davanti, di fronte al Kaos per Essere Gestell-sublyme-topologica della radura, del vuoto dell’invisibile, dell’indicibile, dell’inaudito: la storia del sublyme è la storia dell’Esser di fronte al Kaos, quale Essere animato che ci viene in-contro e che si in-contra nella essenza della vivenza, dell’Esserci, della mondità.
La storia del sublyme è la storia della metastabilità iperbolika, ellittika, parabolika, metabolika dell’Esser animato che si presenta, si eventua, ci in-contra nella fondatezza dell’Essere, dell’Esserci quale vivenza, del mondo, dell’Essere aldilà.
Il Metaodos-sublyme è il sentiero ininterrotto del sublyme: eterno ritorno della risonanza dell’Essere che ci viene in-contro, e che si getta alla presenza dell’Essere che si in-contra di fronte, dinnanzi, quale evento dell’Essere animato.
Il gettarsi incontro nella metastabilità della presenza sia quale volontà di presenza o teocrazia,sia quale dono della misura del sublyme o Ontoteologia, è la storia del sublyme che dà senso all’imperativo kategorico del sublime Essere di fronte, davanti, incontro al Kaos del mondo.
Ma la sua presenza si eventua anche nel gettare nell’essenza del fondamento dell’Esserci e della vivenza l’incontro dell’Essere animato, quale Topologia dell’Essere o varietà dell’Essere ontologico.
La storia del sublyme sarà la storia dell’interfaccia, intervolto, interessere animato che ci viene incontro nel sentiero dell’Essere.
Il campo del sublyme è l’intervolto dell’interessere topologico animato.
I sentieri del campo del sublyme sono la risonanza dell’eterno ritorno della storia del sublyme.
Il campo sublyme è l’intervarietà della Topologia dell’Essere quale campo metamorfico che dà ortogonalità all’abisso, dà la visione dell’Essere animato all’invisibile, dà ascolto al silenzio inaudito, dà senso al sublyme: getta i sentieri dell’essere animato nell’Abgrund-sublyme, nel senza fondo delle fondamenta dell’Essere: il campo sublyme è la Gestell-sublyme dell’Abgrund-sublyme, l’impianto della metastabilità che s’eventua nei sentieri dell’abisso.
La storia del sublyme è la storia del campo sacro, quale intervarietà della topologia dell’essere animato.
Il campo sacro è la metastabilità, la Gestell dell’abisso, dell’Abgrund-sublyme, dell’interessere, dell’intervolto, dell’interfaccia ortogonale imperativo dell’aldilà che si eventua quale vuoto cosmico, radura dell’invisibile, silenzio dell’inaudito, indicibile.
Il campo sacro del sublyme è la risonanza dell’eterno ritorno dell’Essere animato che si getta nella storia quale storia del sublyme.
Il campo sacro del mondo è la Gestell nell’Abgrund-sublyme, quale ortogonalità imperativa senza fondo nell’aldilà, oltre l’orizzonte, oltre il tramonto della storia, oltre la fine della storia, oltre l’eclisse del mondo della storia classica.
Il campo sacro del sublyme, la Gestell-sublyme, l’impianto sublime ove l’Essere animato avviene, si getta dall’aldilà, ci viene in-contro e si incontra nella sublymanza quale Essere aldilà che si presenta di fronte, davanti, dinnanzi quale intervolto, dell’invisibile, indicibile, inaudito del sublyme nella volontà di potenza metafisica influente, nell’Etica, nell’Estetica, nella Noetica, nell’Ermeneutica.
Il campo del sublyme-sacro si presenta sempre aldilà della semplice teocrazia, quale volontà di potenza della metafisica ideale dell’aldilà, nella sua intervarietà di ontoteologia o Teontologia: evento che si incontra nei sentieri della gettatezza dell’interessere animato quale intervolto interimmagine dell’Abgrund-sublyme, dell’Essere abissale che si in-contra nella radura topologica, nel vuoto ontologico, cosmico, nelle singolarità nichiliste della cronotopia immaginaria.
La differenza ontologica tra il campo sacro della storia sublime e la storia classica del sublyme si eventua nella differenza tra la storia della volontà di potenza dell’Esserci metafisico e la storia della Topologia dell’Essere animato che ci viene incontro, che si in-contra, di fronte quale sublymanza dell’aldilà, dell’abisso, quale matastabilità, Gestell dell’Abgrund-sublyme.
La storia del campo sacro è la storia sublyme dell’immagine dell’Essere che ci in-contra di fronte: intervolto dell’immagine, Interbild.
Il campo del sublyme è la Bild-sublyme dell’abisso che ci sta sempre di fronte, ci abita e che ci in-contra quale aldilà.
Ma il campo sacro del sublyme, si presenta anche quale metastabilità, impianto, struttura ontologica,in qualità di salvezza, cura, pensiero poetante del sublyme.
La storia del campo sacro del sublyme è anche la storia dell’Essere-sublyme: solo nella sua varietà di Bild-sublyme, di immagine dell’Essere animato, mai quale volontà di potenza della metafisica dell’immagine del mondo.
Anzi il campo sacro del sublyme con la sua Bild-sublyme influenza la mondità, mai può essere soggetto, giacchè la sua fondatezza si disvela sempre dalla metastabilità dell’abisso, dell’invisibile, dell’indicibile, dell’inaudito, dell’aldilà che si presentano di fronte, davanti, in-contro alla mondanità, e si gettano nella sua fo ndatezza senza essere mai fondati.
In quel senso il campo sacro del sublyme è libero, è più libero, dalle immagini del mondo: la storia del sublyme è la libertà dalla volontà di potenza della metafisica nichilista, della fine della storia; è più libera, giacchè abbandona le immagini del mondo per gettare in-contro le immagini dell’Essere-sublyme-animato.
Il campo sublyme non è stato, e non sarà mai una nuova metafisica, se mai è la Teontologia, senza essere ontologica: si eventua invece quale alterità, senza essere differenza, e quale relatività senza essere dispiegamento.
Il campo sacro del sublyme è la radura ove si getta e si incontra sempre di fronte l’evento dell’immagine dell’Essere animato.
La storia del sublyme è la storia dell’accadere della presenza, volontà e potenza dell’immagine dell’Essere che si dispiega dall’abisso, dall’aldilà, dall’invisibile, dall’indicibile, dall’inaudito: che decostruisce il tempo e l’immagine del mondo, dell’Esserci, della metafisica imperante nichilista.
Il campo sacro del sublyme crea lo spazio alla Bild-sublyme che si eventua dalla metastabilità dell’Abgrund-sublyme, ma non dà fondatezza alla Grund-sublyme: si svela in-contro, di fronte, in relatività, quale immagine dell’Essere mai fondata, né fondabile dalla immagine del mondo, o dell’Esserci, o della Physis: Teontologia della Bild-sublyme quale intervolto, intervarietà della Ikona-sublyme del pensiero poetante.
Il campo sacro della Physis-sublyme è la storia della differenza del venirci in-contro dell’Essere e del suo gettarsi nel mondo, nella Physis cosmica: in qualità di immagine dell’Essere che si eventua, quale Essere animato metastabile dell’intervarietà dell’Abgrund-sublyme: nella sua varietà della semplice gettatezza nella storia dell’Esserci, o dell’Essere al mondo.
Mai mondo nell’Essere o volontà d’Essere mondità dell’immagine dell’Essere.
Daseyn-sublyme e Bild-sublyme sono i sentieri del campo sacro del sublyme ove si eventua l’in-contro la sublymanza della Physis-sublyme-ontologica .
Lì la risonanza dell’Essere che ci in-contra, dà senso alla Teontologia, quale alterità della metafisica nichilista, in relatività con l’ontologia poetante della Physis-sublyme .
La storia di quell’in-contro si in-contra nella risonanza della storia del sublyme, quale storia dell’immagine d’Essere che si getta di fronte all’immagine del mondo o dell’Esserci: Bild-sublyme che si getta in-contro al Daseyn-sublyme.
Il campo sacro della Physis-sublyme è quella Topologia ove la storia sublyme si eventua quale Bild-sublyme del Daseyn, ed anche dell’immagine del mondo, attraverso l’immagine dell’Essere animato in relatività con l’immagine dell’Essere che si getta dall’aldilà, dall’invisibile, dall’abisso, Abgrund-sublyme, indicibile, inaudito.
Ma il campo della Physis-sublyme-ontologica è anche la Topologia metastabile della Bild-abgrund-sublyme: immagine dell’abisso dell’Essere o dell’Essere abissale che si getta nella storia del sublyme.
In qualità di Bildabgrund-sublyme il campo del sublyme si metastabilizza in Bild-gestell-sublyme, ikona-sublyme della sua struttura ontologica, ove si eventua l’incontro tra l’Essere animato, Bild-sublyme e l’immagine dell’Esserci.
Il campo della Physis-sublyme è al tempo stesso stabile ed instabile:la sua stabilità è relativa all’Essere animato che si eventua quale essere-sublyme: dall’abisso dell’Essere ci viene incontro e in-contra l’Esserci ed il mondo, la Physis-sublyme e la sua struttura ontologica.
E’ stabile nella Gestell-sublyme dell’immagine dell’Essere-sublyme ma instabile nell’Abgrund-sublyme intermittente la sublymanza, quale risonanza dell’Essere poetante della Physis-sublyme.
L’anfibologia del campo sublyme dà alla sua Gestell-sublyme l’essenza della metastabilità in relatività con l’ontologia, quale Teontologia, in relatività con l’immagine dell’Esserci e del mondo quale teokrazia della storia classica del sublyme.
Quella differenza è essenziale, perché crea la biforcazione tra l’immagine della storia sublyme e l’immagine del mondo della storia della Physis-sublyme .
Il sentiero nel campo sublyme dell’immagine della storia della Physis-sublyme è stato interrotto, giacchè la storia si è dispiegata quale immagine della volontà di potenza della metafisica o teocrazia.
La Teontologia, quale immagine dell’Essere-sublyme che si getta nella immagine della storia del sublyme non è più presente né nel mondo, né nel sacro mondo, né nel mondo sacro, né nell’Esserci del sacro campo della Physis-sublyme .
Solo la libertà di ricerca eventuerà nel futuro un’immagine della storia del sublyme quale gettatezza dell’Essere-sublyme-animato, che si disvela dall’abisso dell’aldilà.
Solo così il campo sublyme della Physis quale campo animato dell’immagine o interimmagine della storia del sublyme eventua la storia del mondo animato, mentre fin’ora la storia del sublime si è presentata nell’interpretazione dell’immagine del mondo imperativa ed influente, quale volontà di potenza metafisica sull’immagine della storia della Physis-sublyme.
Nella storia della Physis si eventua una interferenza: quale immagine della storia del campo sublyme che dà la misura non solo al mondo, all’immagine del mondo, all’Esserci, alla vivenza, al nulla ma anche purtroppo all’essenza fondamentale dell’Essere, la storia sublyme libera, esprime, disvela la verità, ma anche la occulta, la oblia, la kripta sotto la parvenza della cura, della latenza che custodisce conserva, accudisce, consacra e contempla.
L’interferenza ontologica nella differenza ermeneutica del capo sublyme della Physis dà la misura della sua volontà di potenza imperativa kategorica, ma anche la valenza dell’Essere-sublyme quale sentiero, di libertà di svelatezza della libertà, di contemplazione che dekripta l’evento dell’incontro che ci incontra nel chiasma-sublyme dell’Esser animato, quali immagine in relatività con l’Essere ontologico.
Quella interferenza che appare originariamente nel campo sublyme della Physis-sublyme, ma anche si eventua in altri campi quale la Psychè o la Physis o la koinè, disvela la differenza ontologica tra l’Essere-sé dell’Esserci nel mondo e l’esser-sé quale Sublymanza: nella storia del sublyme della Physis c’è sempre la trivarietà della Topologia dell’Essere: Seyn, Daseyn, sublyme ove l’Esserci o l’Essere è indeterminato, ma sempre in relatività quale sublymanza: Esserci sempre nell’Essere-sè e nell’Essere al di là dal sé, senza-fine, senza paradossi di identità o di principi logici di contradizione, anzi quelle evenienze non fanno altro che confortare l’imperativo kategorico del campo sublyme della Physis.
L’interferenza di quella presenza, nel campo sublyme-ontologico della storia della Physis-sublyme dà la misura dell’ indeterminatezza, dell’invisibile, dell’infinitesimale, dell’indicibile, dell’inaudibile, del bene e del male, ma anche della sublymanza dell’adilà del bene e del male, dell’aldilà del mondo e del nulla, dell’aldilà del tempo e dello spazio, dell’aldilà della cronaca e della storia mitika, dell’adilà dell’etica e dell’estetica, dell’aldilà della guerra e della pace.
Nell’interferenza ontologica quelle varietà sono solo episodi eventuali dell’immagine del campo sublyme che dà la misura dell’Esserci quale Essere-sé nell’Essere animato nel mondo animato, nella Physis-sublyme-animata.
La storia sublyme è creatrice di storia,non solo nel suo campo sublyme della Physis-sublyme, ma in generale e nel senso della globalità, quale evento della nuova libertà: libertà d’Essere animata in qualità di varietà sublyme: Esserci, Essere sublyme, Essere in relatività con l’Essere aldilà.
La nuova libertà d’Essere animata è creatrice di storia del campo sublyme della Physis, ma anche di quello immaginario, virtuale, ortogonale, metafisico influente nichilista, decostruttivo, ermeneutico, epistemico, etico, estetico, sinergetico.
Il campo sublyme quale storia sublyme della Physis sarà così il fondamento della nuova libertà: libertà d’Essere contemporaneamente, quale Sublymanza, Esserci, Essere alterità nell’aldilà, Essere sublyme dell’Essere animato.
Il campo sublyme così è, non l’unico, ma il più evidente nella creazione della storia, sia Gestell, sia Gegen-Gestell: o meglio, e di più, è il Gegen-Stell: l’impianto della storia sublyme , struttura ontologica che ci viene incontro dall’adilà, dall’alterità, ma che ci in-contra nel sentiero dell’Essere animato.
Il Gegen-Stell, la sua struttura ontologica, è la metastabilità che ci viene incontro, quale presenza che ci incontra nel campo sublyme per impedire il declino nel nulla, nel kaos, nell’abisso, quale Abgrund-sublyme.
La storia sublyme che crea la storia dell’immagine del mondo, è la presenza metastabile dell’aldilà, dell’alterità che ci incontra sempre di fronte, per interferire nel declino, nel klinamen abissale della metafisica nichilista tramontante, eclissante.
Ma affinchè appaia la presenza della storia del sublyme nel campo sublyme interferente non è sufficiente il sapere dell’Esserci e del mondo, ma indispensabile dispiegare il sapere dell’Essere animato che si eventua di fronte e ci incontra dall’alterità e dall’aldilà.
Il campo sublyme si presenta nel mondo della storia solo attraverso il sapere del fondamento dell’Essere animato, il quale s’eventua sempre quale interferenza che ci incontra sempre di fronte, e viene ad abitare poeticamente il sublyme campo della storia dell’Essere animato.
Solo il sapere dell’Essere consente di essere sempre di fronte ed incontro all’Essere-sublyme nell’equilibrio del campo sublyme che consentirà di decostruire e creare il sentiero della storia della Physis-sublyme .
Il sapere dell’Essere-sublyme si dispiega nel campo sublyme quale creazione della storia sublyme, che dà fondatezza, getta nel mondo e nell’immagine del mondo le verità dell’Essere animato.
Il sapere dell’Essere-sublyme che ci viene in-contro e ci incontra nel campo sublyme
della Physis, quale sapere sublyme dell’Essere animato, che getta nella storia mitika del sublyme la sua creatività, la sua verità, la sua missione dell’Esserci, la sua immagine del mondo.
Quella sapienza sublyme dell’Essere sublymanza della Physis-sublyme che si eventua sempre di fronte, quale Essere animato trascendenza la semplice volontà di potenza metafisica teokratica, o nichilista o sinergetica kosmica per dispiegare, nel campo sublyme che crea la storia sulla volontà di verità del sublyme, e sulla volontà animata, o volontà della storia sublyme.
Mai sarà animata una nuova ontologia, ma è già trascendenza e tramonto della metafisica nichilista, epistemica, ermeneutica, paradigmatica che disvela l’immagine del mondo quale creatività dell’immagine della storia della globalità del mondo.
La volontà di verità sublyme fonda la Teontologia, quale sapere dell’Essere animato nel campo sacro del sublyme che crea la storia del sublyme e l’immagine della storia dell’Esserci globale del kosmo: la storia sublyme della Physis-sublyme dall’abgrund-sublyme…… ..…il venir-fuori-dalla-velatezza è l’essere del sublyme, il disvelarsi di una nuova morfia della physis, di una sagomatura della natura animata dell’essere, di una templarità dell’ikona della physis dell’essere. L’ontologia del sublyme è la templarità dell’immagine dell’essere nella physis, o morfia templare quale supersimmetria dell’ikona della physis dell’essere. Il disvelarsi dell’aletheia ontologica è il venire alla luce, il darsi alla luce, la gettanza che si dà alla luce nella radura vuota e libera della templarità dell’ikona della physis dell’essere, quale morfica templare dell’immagine dell’essere nella physis. Il venir fuori della disvelatezza discoprente la templarità dell’ikona della physis ontologica dell’essere. È la templarità della radura vuota, del luogo ove abita poeticamente l’essere che disvela l’ikona della physis o l’immagine dell’aletheia dell’essere, quale topologia poetante o quale ontopoiesis o quale ontoikona dell’essere nella physis. È l’ontoykona dell’essere che getta le fondamenta, si getta e si de-costruisce nella radura luminosa della physis e si eventua in morfie templari dell’immagine della physis dell’essere e si disvela all’esserci quale gegenstand, sempre di fronte, dell’ikona ontologica della destinanza dell’essere. L’ontoykona ama disvelarsi nella radura luminosa della physis dell’essere quale sublymanza del’esseRe o per essere l’aletheia dell’essere quale evento nel sublyme. La sublymanza ama nascondersi nel sublyme dell’essere ontoykona della physis per eventuarsi quale svelatezza nel gegenstand della topologia templare dell’immagine dell’essere. Ma perché l’ontoykona si eventua sempre quale sublyme dell’essere più tosto che evento del nulla o del niente? Mha perché la differenza ontologica lascia all’epistemica la destinanza delle entità mondane e cura, custodisce l’aletheia della physis dell’essere quale templarità ikonica della topologia ontologica dell’essere. È la physis templata che si eventua quale sublymanza sia nella ontocronia che nella ontokairosia: nell’ontocronia dell’essere dell’entità, nella ontokairosia dell’essere evento della singolarità originaria del sublyme. Spesso è compresente sia l’ontocronia della physis della mondità che l’ontokairosa singolarità dell’essere o meglio nel sublyme è assentemente presente l’una o presentemente presente l’altra nella stessa radura luminosa dell’onto-topia dell’essere sublymanza o ontopia-del-sublyme o ontopia dell’ikona o dell’imago dell’essere o topologia ontologica dell’onto-ikontopia. È quella la differenza ontologica della temporalità e templaticità del sublyme: mentre la ontocronia si eventua solo nella physis mondana o dell’esserci, l’ontokairosia si dà, si eventua solo nell’essere-sublyme. Attenzione qui si discopre la differenza anche nel sublimità fatta a mano, immagine o suono o voce che sia, il manufatto o analitika dell’esserci- ontokronia e quello dell’essere-ontokairosia: il primo si adegua alla temporalità delle entità mondane senza discoprirne l’ontologia della physis, la temporalità templata invece disvela sempre e per sempre l’ontokairos dell’ontoykona dell’essere-sublyme-per-l’essere prima d’essere-sublime-per-il-mondo o essere-sublime-per-esserci…ah come si farà a comprendere? La sublimità per esserci o il-sibòime-per-la-mondanità privilegia sempre e comunque l’ontologia del presente: si adegua alla verità epistemica del mondo senza chiedere nulla di più, giacchè la sua ermeneutica è finita con l’ontokronia dell’ontica o dell’esser-solo-entità-del-mondo, anzi solo entità ontica di questo mondo senza alcuna onto-topia, ma solo u-topia o dis-topia. Lì l’essere-sublimità-per-essere è custodita nell’oblio o nascosta nella physis epistemica del mondo o nella mitica origine dell’esserci. Ma l’ontologia dell’ontopia dell’ontikona si sottrae dalla ontokronia per abitare poeticamente la radura luminosa della templata-ontokairosa dell’esere-sublyme-per-l’essere che si getta nella physis della mondità ma che si differenzia sempre nella sua interpretanza infinita, quale ermeneutica ontologica dell’essere sublyme per l’essRe. Qui l’impianto, la ge-stell dell’ontologia del sublyme si eventua sempre quale templarità dell’ontoikona ontopica ontopoietica, anzi la gestell, la struttura ontologica, è l’ontikona templata dell’essere sublyme dell’esseRe, di più è la destinanza dell’ontopoiesis dell’ikona che apre il sentiero ininterrotto nella radura vuota ontologica. L’ontologia dell’essere-sublyme si disvela nell’essere-la-radura, lichthung-sein, quale gestell della radura della destinanza dell’essere: lì nella spazialità vuota la struttura ontologica dell’essere-sublyme soggiorna poeticamente quale ikona ontopica della ontokairosia. L’essere-la-radura quale destinanza sia del grund sia dell’abgrund dell’essere-sublyme, sia fondamento sia abisso dell’ontologia del sublyme: lì quel che appare quale eristica epistemica si eventua quale kaosmica-ontikona dell’aldiqua e dell’aldilà. Solo così si comprende l’originalità del sublyme, giacchè la sua destinanza ontologica non subisce mai la dettattura epistemica dell’essere dell’ente perché quella eventualità si dispiega solo nell’ontokronia e mai nell’ontokarosia: può essere tangente alla tecnè, tecnica, ma mai decostruire l’essere-sublymanza ontopica. Nell’origine del sublyme l’ontokairosia dell’ontoikona si eventua per sempre senza più essere ontokronia epistemica dell’essere-entità: la sublymanza non è più abbandonata dall’essere…gli dei sono fuggiti dalla sublimità ontoteologica, ma non l’essere della sublymanza quale ontikona della gestell ontologica. Perciò l’ontologia del sublyme non sarà mai una semplice estetica dell’esserci o dell’essere-entità ontokronica, giacchè i sensi sono dispiegamenti dell’esserci e possono solo percepire le entità ontiche, mai l’essere si disvela ai sensi sempre si discopre solo all’interessere ontokairoslogico. L’ontologia dell’essere-sublyme discopre la compresenza nella sublymanza dell’interagenza tra ontokronia e ontokronotopia: mentre nell’epistemica fisica esiste solo la kronotopia quantica dell’essere dell’ente, nell’essere-sublyme si eventua l’essere della ontologia kronotopica ikonica che dispiega l’ontocronia iconica già assentemente presente nell’ontocronia quantica. Nella physis c’è la destinanza dell’essere quale gestell-ontokronica la quale si dà sia nella gestell-ontologica, sia nella gestell-ontica, sia nella gestell-epistemica, sia in quella gestell-paradigmatica che dà fondatezza all’ontologica gestell-grund come alla gestell-abgrund, alla gestell-abissale, alla struttura ontologica dell’essere-sublyme nella gestell-destinanza della sublymanza. Ma perché? Forse l’ontologia della destinanza dell’essere-sublyme sconvolge la causalità epistemica della temporalità per eventuare sempre e in ogni luogo la gestell-ontokronotopica del destino della gestell-ikona o della gestell-imagine o gestell-imaginaria o gestell-imago nell’essere sublymanza dell’essere oltre che dell’esserci. Già altri hanno svelato l’interagenza del tempo-figura col tempo-immagine o dell’immagine-tempo o dell’imago-tempo qui si discoprirà l’ontologia dell’imagine-spazio o dell’imagine-spaziotempo o dell’imago-spaziotempo fondanti lo spaziotempo-imagine o lo spaziotempo-figura o lo spaziotempo-imago nella gestell-ontopoetica o nella gestell-poetante-pensante dell’essere-sublyme-ekstatiko. Lì l’ikona-tempo si disvela sempre nella sua qualità di ikona-spazio-tempo, quale ikona spaziotemporale dell’aletheia-tempo o dell’aletheia-spaziotempo disvelante sempre la gestell-aletheia o gestell-verità o la struttura ontologica della gestell-tecnè quale gestell-poiesis o gestell-ontopoiesis della gestell-ontoteleologica della gestell-ikona dell’essere-sublime e non altro, ma che si dà quale fondatezza della destinanza epistemica dell’ontokronotopia. È la gestell-templata dell’ontologia dell’essere-sublyme che si dà quale sublymanza del musagete, dell’esserci che cura nella radura ontologica l’eventuarsi della gestell-ontopoietica. L’essere-sublyme è la misura di tutte le cose della mondanità, delle entità della mondità, dell’esserci, della presenza assentemente-presente, dell’essere nel mondo del sublime, dell’imagine dell’essere nella mondità, dell’imago dell’essere, dell’ikona dell’essere, della gestell della sublymanza, della struttura ontologica del sublyme. L’essere-sublyme è la misura, la destinanza ontokronotopica, del musagete, della gestell-musagete, della struttura ontologica dell’esser-musagete, dell’esserci quale musagete della gestell-imago, della gestell-imagine, della gestell-ikona della gestell-poetante-pensante. È la prova ontologica dell’esistenza del sublyme o meglio la prova ontologica dell’esistenza della gestell-sublyme, della struttuta ontologica dell’essere-sublyme. Non solo e non tanto quale prova ontologica dell’esistenza delle entità del sublime, o quale prova ontologica dell’epistemica o ermeneutica della sublimità, giacchè l’esserci nella mondità della sublimità è già presente nell’ontocronia del mondo, ma quale presenza ontokairosa della gestell-templata dell’esseRe: la sublymanza non è e non sarà mai solo l’ontica imagine del mondo ontocronico o utopico o distopico, ma sempre la gestell-ikona dell’essere ontocronotopia della ontokairostopia o ikonotopia dell’esseRe. La gestell-ikona non è più l’essere animato o l’esserci del musagete, ma non è altrettanto l’essere inanimato delle imagini del mondo, se mai sarà per sempre l’essere dis-animato dis-animante l’ikona dell’essere: senza essere anima o entità onteteologica o solo mitica o ematopoietica, l’indeterminatezza dell’animato o dell’inanimato per essere dis-anima della struttura ontologica ontopoietica dell’imagine-dell’esseRe. Ma che significa ikona dis-animata della gestell del sublyme? È l’ontologia dell’imagine del vuoto, l’imagine della radura o l’ikona del vuoto o l’ikona della radura
che si dà nell’origine o nell’originalità della sublymanza quale ikona o imagine dell’essere libero, essere-in-estasy-katartika dalle entità ontiche della mondanità del nulla o del niente o del non-ente, quale ontologia della libertà dell’ikona ell’essere liberata dalle immagini del nulla o del niente o del nihilismo ontico delle varie volontà di potenza kategoriche dell’imperativo mondano epistemico delle entità del vuoto quantico. Solo l’imagine del vuoto consente all’essere d’abitare poeticamente la radura-gestell-ontopica: là l’imagine dell’essere si disvela libera quale misura della mondità ontocronotopica. Qui si discopre l’autentica ermeneutica ontologica della misura quale gestell-templata o gestell-templare o struttura ontologica template dell’ikona dell’essere, mentre la misura classica o simmetrica si adeguò all’imagine ontica della temporalità ontocronica. Solo la gestell-ikona disvela la destinanza della singolarità che si eventua nel sentiero ininterrotto nella radura fondale-gestell. Lì l’aletheia della gestell o la verità della struttura ontologica consente all’ikona d’essere-sublyme, ma anche consente alla verità di disvelarsi nella sublymanza quale evento della verità o evento dell’aletheia o evento della disvelatezza dell’ikona-gestell dell’esseRe. La sublymità è la verità o meglio l’essere-sublyme è l’aletheia dell’ikona-gestell della destinanza dell’esseRe. Mentre la verità epistemica o ermeneutica si adeguano alle verità ontiche delle entità kategoriche, la verità del sublyme disvela l’essere delle entità e non solo: la gestell-aletheia discopre l’ikona del vuoto o l’imagine della radura ove possa abitare poeticamente l’essere ed ove possa aleggiare l’evento dell’aletheia-destinanza. Ma forse quel che è più rilevante qui ed ora è la sublymanza della verità dell’ikona dell’abisso, dell’imagine dell’abgrund dell’essere: la sublimità nella nostra epoca è innanzi tutto l’ontologia della gestell dell’ikona dell’abisso ell’esseRe…………………………………..
c’è una differenza ontologica nell’ontica della verità: c’è una verità epistemica fondata sui modelli della matesis, c’è una verità ermeneutica narrativa ed eterotopica o ontocronica, invece l’essere-sublyme eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublymanza o dell’essere-sublyme, ma anche dell’esser-epistemè-del-sublime o dell’essere epistemica ontologica del sublime. Anzi solo la verità-sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublime delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità. Ma che cos’è il mettersi in sublymanza dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nella sublymanza? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis, autoevento, mitoevento, ontoevento. Il sublyme-estatiko-katartiko delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla, anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymanza al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublime riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È l’essere sublyme che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplatezza dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme , la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è all’opera o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono dal sublime e la sublymanza non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell del sublyme che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in sublymanza lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale setzen degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi kategorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle kategorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme in ekstasy, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo il sublyme, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’ekstasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme-in-ekstasy: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica oontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, nel senza-fine, quale autoevento o ontoevento, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere: configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si evntua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvlela quale dis-verità o essere sublymanza della dis-aletheia dell’essere-sublyme, si discopre quale dis-inveramento della gestell-sublyme o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità del sublyme. La verità nel sublyme ci appare quale aletheia-della-dis-inveratezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inveratezza dell’essere-sublyme, giacchè il sublyme ama la disinveratezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’essere-sublyme getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-sublymanza del sublyme-in-ekstasy o
meglio nell’essere-sublymanza è in ekstasy sublyme la verirà dis-ascosta della dis-in-veratezza, o che nell’essere-sublymanza vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è assentemente presente la verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’opera dell’essere-sublyme. Quella interagenza consente al sublyme di essere-sublymanza dall’esserci-musagete o meglio solo quando il sublyme è sublymanza dell’essere-verità-dis-ascosa della dis-in-veratezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è sublyme e la sublymanza è la verità dell’essere-sublyme. Lì si dà il sublyme o la sublymanza si dà quale sublyme: l’origine o l’originalità del sublyme o del musagete è il sublyme della verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in sublymanza nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’essere-sublyme almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in sublymanza quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-veratezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti per la verità-epistemica o verità tecnica fondata su modelli della matesis. Nella mitopoiesis invece il musagete ascolta il sublyme della verità ontologica la sola che gli consenta l’interagenza con l’essere-sublyme della verità quale sublymanza dell’essere che eventui l’essere-sublyme dal musagete. L’essere-sublyme eventua l’epistemica ontologica della tecnè, ma soprattutto discopre l’evento della aletheia-dis-ascosità quale gestell della destinamza dell’essere-sublyme dall’interagenza dell’esserci con la radura vuota e senza limiti, la radura sub-lime del fondale ove l’interessere possa soggiornare poeticamente in sinestesia con l’evento della verità-disascosità-disvelatezza-dis-verità-dis-aletheia. Qui nella mitopoiesis come mell’ontopoiesis o nella poiesis stessa l’epistemica on tologica della verita si discopre quale in-disasconsità, ma anche quale dis-disascosità, meglio in aletheia e in dis-aletheia, in velatezza e disvelatezza indicibile ma sempre sublymanza dell’essere-sublyme dell’interesserci con la physis. Solo quando l’essere-sublyme custodisce e cura l’aletheia-disascosità si eventua l’attrazione verso l’opera dell’essere-sublyme, anzi è la verità-attanza che attira la contemplazione dell’esserci, è l’aletheia-attanza che discopre il sentiero ininterrotto della destinanza d ell’essere-sublyme-dall’essere. Ontologia dell’essere-sublyme………. ah la platonica ikona della temporalità quale ikona dinamica dell’eternità o ikona ontodinamica dell’apeiron o ikona ontodinamica del dis-apeiron, del dis-infinito, della dis-gestell dell’essere-sublyme. Lì l’ontodinamica ikonica dell’essere -infinito si discopre quale imago ontodinamica dell’essere-sublyme o quale imagine ontodinamica dell’apeiron del pensiero primigenio sottratto alla mitopoiesis. Ma in origine l’ikona ontodinamica ontokronica si svela senza differenza ontologica quale sublyme della mitopoiesis del l’apeiron dis-infinita, ove l’ikona del kairos si confonde con l’imagine della kronotopia infinita. Solo l’epistemica e l’ermeneutica creano la fissione nella kronotopia, giammai l’essere-sublyme dell’esserci quale musagete che sottrae all’eternità divine delle mitiche muse l’ikona dell’ontodinamica kronotopica. La frattalità del’ikona ontodinamica della temporalità platonica differenzia ontologicamente l’epistemica e l’ermeneutica dall’ontopoietica dell’essere-sublyme dall’esserci del musagete, ma in origine ci fu una onto-topia della gestell ove si eventuò l’epistemica e l’ermeneutica ontologica mai scomparsa nei dispiegamenti storici dell’essere-sublyme, anzi lì curata e custodita dalle incursioni della volontà di potenza imperativa dell’epistemica ontologica. Quella presenza incompente impera e sottrae nel corso del tempo l’ontopoietica epistemica dell’ontodinamica onto-poietica per attuare la morfogenesi della tecnica o dell’artigianato o del saper-fare mondano e klonante. O sottrae all’ikona dell’essere-sublymanza-dell’infinito l’ontodinamica cronologica della frattalità temporale. Solo così l’epistemica e l’ermeneutica si dispiegano quali immagini della storia della mondità , ma quell’evento inaugura l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere quale sublyme dell’essere per essere solo sublime della tecnè, prima, e della tecnica artigiana poi, ove l’ontodinamica infinita dell’ikona si è dissipata, dissolta, dis-obliata: è l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere che si dà quale fondatezza della tecnè epistemica e tuttora, nel presente impera per sottrarre tutta l’ontologia epistemica possibile dalla ontopoiesis dell’essere. Solo che nel corso del tempo l’essere-sublymità dall’essere non scompare totalmente, ma per fortuna si dis-oblia: si oblia nella tecnè epistemica per eventuarsi solo nell’ontologia-epistemica-ermeneutica dell’essere-sublymità-dall’essere. È il dis-oblio della dis-verità o dell’a dis-aletheia che si dis-annichilisce, che si sottrae dal nichilismo della tecnica-epistemica per dis-gettarsi ancora quale dis-mittenza intermittente della sublymanza della verità ontologica dell’essere-sublyme-dell’essere. Quella dis-mittenza ama nascondersi nell’essere-sublymanza quale sublymità per sottrarre l’aletheia dall’oblio imperante della tecnè-epistemica clonante e per disvelare la dis-abissalità dell’essere-sublyme dall’essere ikona ontodinamica dell’ontokronotopia dis-infinita. Per sempre l’essere-sublyme dis-vuota, disgombra, dis-oblia , disattua, dis-opera, dismette, dis-aleggia , disvela l’ikona dell’essere dall’immagine della tecnè imperativa influente, per disgettarsi quale dis-gegenstand dis-grund, quale fondale intermittente della dis-mittenza dell’essere ikona del sublyme. È lì che la destinanza dell’essere-sublyme si disoblia per disgettarsi quala dis-mittenza dell’essere dis-opera della disaletheia dell’epistemica-ontologica aldilà dell’oblio imperante della tecnè-epistemè e non solo nell’estetica classica o nel sublime metafisico o nella surrealtà informale armonica o disarmonica o dissimmetrica, ma anche nell’epistemica ontologica della physis e della matesis quale disoblio della disgettanza della physis dell’essere. Qui si eventua una nuova differenza all’interno della stessa ontologia dell’essere, forse epigenica nella sublymanza dell’essere-sublyme, ma dispiegante la sua gestell anche nella tecnè epistemica o ermeneutica: oltre alla classica messa in opera della verità o aletheia , nell’essere-sublyme si dà , si getta, si eventua la sublymanza della verità dell’essere, dell’aletheia dell’essere quale struttura ontologica del sublyme della radura, del kairos, poiesis, ontopoiesis, ikona, imagine, imago, kaosmos e della loro destinanza. Anzi il sublyme della verità getta le fondamenta della sublymanza della destinanza dell’essere quale sentiero ininterrotto dell’essere che eventui ekstaticamente la gestell e la gegenstand, ma anche la physis del grund e dell’abgrund. Per l’epistemica classica o anche per l’ermeneutica quella destinanza appare come se fosse un non-evento, ma può essere un dis-evento, un evento che non c’è ma che creò l’evento dell’essere che si dis-oblia anche nell’assenza dell’epistemica quale dis-epistemè, giacchè dis-abissa l’essere dall’essere in essere per essere destinanza dell’essere che crea la physis o la dis-eventua dal dis-nulla o dal dis-niente. Quell’evento è dis-epistemico solo perché si dis-abissa aldilà dell’epistemica della tecnè o dell’esserci o del musagete giacché si dis-oblia sempre quale dis-ontica o dis-onteologica, ma anche quale dis-mito o dis-arte o dis-opera quale perenne dis-messa-in-sublymanza del sublyme o meglio quando il sublyme si dà alla contemplazione epistemica l’essere si dis-eventua quale dis-mittenza per non soccombere al nichilismo clonante cronologico. L’essere-sublyme si dis-istalla proprio quando si eventua giacchè si sottrae all’ontocronia del dicibile epistemico o ermeneutico o ontico o ontoteologico o onto-poietico: si dà alla physis quale dis-physis o meglio quale sublymanza non più della physis, e perciò appare inaudito, misterico, indicibile: l’essere del sublyme si dis-dice, disvela la sua dis-verità, dis-abissa la dis-aletheia, dis-oblia la destinanza nella dis-radura, nel dis-vuoto, nel dis-nulla. quell‘enigma trova una sua vivenza nell‘essere-per-la-morte del sublime, O essere-per-la-sublymanza-della-morte o essere per la dis-morte della dis-sublymità, o essere per la dis-sublymanza della dismorte quale morte del nulla o dismorte del disnulla. In quella essenza dell‘essere si eventua l‘ontologia del sublyme o la sua epigenesi E lì si svela anche l‘ontologia della poiesis o dell’ontopoiesis o della non-poesie quale epigenesi della tecnè-epistemica. Per tale destinanza l‘ontologia dell‘ikona dell‘essere nel mondo pare possa essere fondata sulla dis-gestell
del non-essere o dall‘essere solo per la morte o dal nulla o dal disnulla quale disarte della dis-poiesis, ossia della poiesis della dismorte della dis-sublymanza: quale sublyme katatiko del dis-musagete che canta o compone il dis-mito delle dis-muse. Quell’ermeneutica eventua la destinanza ontologica della dis-ontica o dis-metafisica o dis-trascendenza o dis-ontologia dell‘immagine dell‘essere-nel-mondo, e quella dis-destinanza pare si possa fondare sull‘essere-nihilista o sul dis-essere dis-nihilista. Può l‘essere fondarsi sull‘anti-essere o sul dis-essere-nel-dis-mondo, E la sublymanza fondarsi sulla non-sublimità o la dis-sublymità o la poiesis sull‘a-poiesis, o sulla dispoiesis o sul disnulla o sul disniente o sulla dismorte della dis-sublymanza o sul dis-gestell o dis-grund o dis-radura o dis-lichtung, può l‘essere essere fondato dall‘anti-essere o dal disessere o dis-dasein o dis-esserci o dis-interesserci o dal disinteressere o dalla disverità o dalla disaletheia o dall‘essere-abissale o dall‘essere-nell‘abisso, abgrund che getta le fondamente e si getta quale fondatezza dell‘essere o del sublyme o della sublimità d‘essere l‘ikona dell‘essere-nella-mondità o della dis-sublymanza della disikona o della dis-imago o della dis-imagine, nel cosmo, nel discosmo, nel caos, nel discaos, nel kaosmos, nel dis-kaosmos? Forse un dis-mito ci può salvare, o un dis-dio che dis-viene quale sublymanza gettata dell’essere del dis-nulla. E‘ solo l‘essere a gettare le fondamenta della destinanza o della dis-destinanza dell‘esserci o la salvezza della disdestinanza del disesserci o disdasein trova l‘epigenesi nel mito o nel dismito ontoteologico-disontoteologico della bellezza-dis-bellezza simmetrica-disimmetrica quale misura che salverà la mondità dell‘esserci-disesserci-disdasein. L‘essere è gettato nel suo essere per la morte o per la dismorte del sublime o della dis-sublymanza: l‘essere-per-il-sublyme-dis-sublyme può salvare l‘arte-disarte nel suo declino verso l‘essere per la sua morte-dismorte, o simmetria-disimmetria o mito-dismito o bellezza-disbellezza. Solo così l‘essere ci può salvare. Ci salverà, dalle crisi della storia o dal mito riemergente dell‘antilogos o dall‘angoscia per la morte dell‘arte o dell‘arte per la morte o dell‘essere per la morte, o dal disesserci per la dismorte. O ci salverà dall‘essere-nella-temporalità-della-morte-dismorte o del disnulla-disniente. Ah il tempo quale ikona-disicona, imago-disimago della dis-ontodinamica dell‘essere che si disvela al mondo-dismondo nella spazialità-dispaziale immaginaria-disimmaginaria del sublyme-dis-sublyme. Arte immaginaria o immagine-disimmagine del quale ikona-disicona immaginaria dell‘essere mondità-dismondità che salverà l‘esserci-disesserci-disdasein solo se l‘essere salverà il sublyme quale ikona immaginaria-disimmaginaria dell‘essere o dell‘esserci-disesserci o disinteresserci o disinteressere……. essere per la salvezza dell‘essere significa essere per la salvezza del sublyme….. Il dio-disdio che non muore mai ma che dismuore sempre perché disviene nella sublymanza del dismusagete del dismito delle dismuse non fugge mai, giacchè disfugge, o meglio è sempre in fuga dall’essere-disessere per essere evento-disevento della mondità-dismondità, e mai tramonta dopo il tramonto del mondo-occidente giacchè è sempre al tramonto quale mito-dismito dell’essere che non c’è mai più, ma che è sempre di fronte quale fondale gegenstand-disgegenstand: il sublyme salverà l’essere o l’esserci-disesserci-disdasein così come salvò il mito-dismito delle muse-dismuse degli dei-disdei in fuga-disfuga. Solo il mito-dismito del sublyme può salvare il mito delle muse-dismuse della poiesis-dispoiesis o dell’autopoiesis-ontopoiesis, il sublyme è anche la salvezza del musagete-dismusagete, quale essere-divinità-disdivinità o esserci-disesserci-disdasein che si dà al sublyme o che dà al sublyme la fondatezza del mito-dismito. l’essere-musagete-dismusagete-disdasein che si dà al sublyme del gettare-disgettare l’ikona-disikona-dell’essere-nel-mondo-dismondo: disvela l’immagine-disimmagine della mondanità-dismondanità quale ontologia dello spazio-dispazio-tempo-distempo immaginario-disimmaginario da abitare-disabitare poeticamente, quale ontopoiesis-disontopoiesis, ed essere la creazione del sublyme dell’essere. il sentiero-disentiero ininterrotto-disinterrotto dell’ontologia poetante-dispoetante del sublyme quale disvelatezza dell’ontopoiesis-disontopoiesis, oltrechè dell’autopoiesis-disautopoiesis si eventuò-diseventuò nell’intermittenza-dismittenza del pensiero poetante dell’essere-musagete-dismusagete o nel pensiero-poetante-pensante quale ikona-disikona della gettanza-disgettanza dell’essere. Dopo un millenario oblio nella radura-disradura ove si eventuò-dieventuò l’inter-essere-disinteressere poetante dell’’essere-musagete-dismusagete la sua erranza-diserranza nel sublyme è giunta-disgiunta nel tempo-distempo della sua sublime-disublime metastabilità-distabilità, nella struttura-distruttura ontologica dell’ontopoiesis-disontopoiesis. L’evento-disevento sarà lì nella pregnanza della radura-disradura quale ikona-disikona dell’essere-musagete-dismusagete che si dà-disdà alla luce e che dà-disdà luce al sentiero-disentiero topologico-distopologico dell’essere immaginario-disimmaginario cosmico-discosmico. Quale radura-disradura vuota-disvuota e libera, sgombrata-disgombrata dalle scorie temporali e spirituali, si disvelerà sia nella tecnè-distecnè dell’autopoiesis-disautopoiesis, sia nella epistemè-disepistemè o nell‘ontologia epistemica-disepistemica, L’essere-musagete-dismusagete fonda-disfonda e dà-disdà senso-disenso alla sublymanza, quale sublime-disublime estasi-disestasi del pensiero-poetante-pensante della topologia-distopologia fluttuante-disfluttuante dell’interessere-disinteressere. l’oblio-disoblio si dis-oblia mentre intraprende-disintraprende il sentiero-disentiero interrotto-ininterrotto e ascolta-disascolta la visione-disvisione dell’ikona-disikona che parla-disparla tra gli interstizi dell’intermittenza-dismittenza dell’essere-poetante-dispoetante. Il sentiero-disentiero, il meta-odos-dis-odos-dismetaodos, che ha condotto l’essere-musagete-dismusagete verso la radura-disradura ama-disama kriptarsi-diskriptarsi nel sublyme…….. è chiaro che l’evento-disevento dell’essere-sublyme disvleli la verità-disverità del paradigma-disparadigma dell’epistemica-disepistemica. Può esserci-disesserci una ontologia epistemica-disepistemica che eventui paradigmi-disparadigmi della verità-disverità? Nell’evento del sublyme il musagete-dismusagete evoca le dismuse del dismito degli dei-disdei, l’epistemè ha annichilito l’influenza dell’atetheia-disaletheia mitopoietica-dismitopoietica con intenzionalità assolute, totali, fondamentali, perciò la verità disepistemica può apparire stravagante. Ma una più attenta riflessione inerente l’ontologia degli eventi della physis-disphysis disvela l’indeterminatezza dei paradigmi-disparadigmi nelle dimensioni infinitesime prossime al vuoto quantista…….. qui però si vorrà disvelare l’ontologia dis-epistemica del sublyme prima dell’evento della tecnè-epistemica e dell’evento-disevento della post-tecnè-disepistemica. Già aleggia nell’ontologia del presente l’evento-disevento della post-tecnica-disepistemè emergente dall’ontologia della matesis-distatesi dei modelli della physis-disphysis supersimmetrica-disimmetrica, ma nel sublyme il dis-evento-disepistemico si svela da sempre quale disaletheia della disphysis contemplata dal dismusagete dismitopoietico che non trema di fronte alla fuga degli dei-disdei. Il dismusagete non si sente abbandonato dalla fuga degli dei perché la disverità ontologica disepistemica si discopre quale disgegenstand, quale dis-fondale della radura-disradura ove si possa abitare-disabitare poeticamente senza la salvezza degli dei fuggitivi, ma con la cura delle muse-dismuse assentemente sempre presenti. Sarà la-sublymanza-disepistemica ad eventuare una nuova meta-epistemica o meglio a disvelare l’onto-epistemica dell’essere? Nessuno prima del presente ha disvelato la differenza ontologica dell’epistemè anche perché la matesis e la metafisica della physis hanno gettato l’oblio dell’epistemica, ma in origine si disvelò sia l’onto-epistemè che l’eu-epistemè della verità nell’essere-sublyme quale sublymanza del musagete-dismusagete in risonanza della disgettanza delle onto-morfie delle muse-dismuse: in quell’evento si discoprì la bellezza del sublime essere più vigente di quella manifesta, o meglio la bellezza dell’essere essere più ontomorfica di quella delle entità o della superentità o della mondità o dell’esserci. L’epistemè scelse la bellezza del mondo la dismittenza del sublyme si eventuò sempre più quale bellezza dell’essere: quella ontomorfia sarà contemplata e com-presa dall’ontoepistemica o dall’euepistemè. La differenza ontologica nell’epistemè discoprì l’eristica epistemica o l’isteresi epistemologica della loro destinanza: l’una si svelò quale erranza dell’altra, l’una gettò nell’oblio l’altra: la sublymanza si eventuò quale essere erranza dell’epistemè-tecnè, e l’epistemica si discoprì quale erranza dell’esserci del musagete contemplante solo le muse giacchè anche gli dei sono fuggiti. Si disvelò così l’erranza dell’essere nell’essere-sublyme l’oblio dell’essere nella tecnè-epistemica, ma quell’evento discoprì anche la diradanza dell’essere, dell’essere vuota nullità per l’epistemè e dell’essere vuota radura ove si possa abitare poeticamente anche quando la destinanza degli dei li porta alla fuga e le muse sono più libere nella loro disvelatezza delle risonanze musagetiche. Lì nella diradanza della radura-disradura si cura l’abisso dell’essere dis-diradanza
ontomorfica com-presa solo con l’ontoepistemica o l’euepistemica dell’essere-sublymanza-della-dismittenza-del-sublyme. In quell’essere per la destinanza nella diradanza dell’essere si eventuò l’ontomorfia dell’essere per la verità o la morfogenesi dell’essere nella verità o essere per l’aletheia o essere nell’aletheia o essere-per-il-sublyme o essere-nel-sublyme più che esserci nella tecnè-epistemè. È l’increspatura ontologica della diradanza che disvela l’essere dall’oblio, dal suo essere stato un essere-nel nulla o un essere-nel-niente, o meglio l’essere stato compreso quale essere-del-nulla o essere-del-niente o solo essere dell’ente o della superentità. L’ikona dell’essere si dis-oblia dal suo essere-del-nihil o essere del nihilismo o essere per il nihilismo per disgettarsi quale ontoikona e ontomorfia dell’essere-nella-physis-dell’essere e perciò com-preso dall’ontoepistemica dell’essere sublymanza d’essere. La luce dell’essere si disvelò dal dis-oblio per essere com-presa quale divelanza della luce dell’essere, non del niente o del non-ente o dell’entità o dell’esserci o della tecnè-epistemica-ontica o della superentità ontoteologica. Anzi la fuga degli dei lasciò libertà d’essere alla diradanza dell’essere, alla risonanza delle muse, alla contemplanza del musagete, ma soprattutto lasciò alla destinanza dell’essere di essere nella libertà o di essere per la libertà della dismittenza del sublyme quale ontomorfia-compresa-dall’ontoepistemica o epistemè ontologica dell’imagine dell’essere nella radura o l’ikona dell’essere nella diradanza quale imago dell’essere-radura-disradura o ontikona dell’essere-diradanza-disdiradanza. Quella sua gestell o struttura ontomorfica si dis-oblia per essere nella physis, per essere della physis dell’essere ed essere al mondo quale essere-sublymità dall’essere che si getta nel suo mondo ontologico prima d’essere mondità ontoepistemica o mondanità dell’epistemè-tecnè. È la singolarità della luce sublime della diradanza che si dis-oblia o si dis-abissa, quale ontomorfia dell’ikona dell’essere-sublyme della morphysis, della morfogenesi della physis, dell’ontogenesi dell’essere-physis da contemplare e com-prendere con l’ontoepistemè del sublyme: la luccicanza della vuova diradanza che si dà, si getta quale sacra luce misterica dell’essere-sublymanza dall’essere-sublyme, quale immagine in essere dell’imagine dell’essere o ikona dell’essere o imagine per l’essere o imago dall’essere o imagine sull’essere-in-essere-compresa-dall’essere: epistemè in essere dell’essere epistemica dell’essere o ontoepistemica dell’essere-sublyme quale essere oltre il nulla, oltre il niente, oltre il non-ente, oltre l’entità, oltre la morte dell’esserci, oltre il nihilismo della tecnè-epistemica, al di là del tempo, essere aldilà, essere l’aldilà, essere nell’aldilà, essere per l’aldilà: essere la poiesis, essere nella poiesis, essere della poiesis. Solo così l’essere non è più una delle tante storie del nulla o del niente o del non-ente come ci hanno tramandato gli epistemici, ma si disvela quale storia in essere dell’essere-sublyme ad immagine dell’essere, o dell’immaginario dell’essere quale ontologia immaginaria o ontoepistemica immaginaria, aldilà del vuoto ontologico. È il dis-oblio della destinanza dell’essere poetante che disvela, contempla e com-prende la physis poetante, la libertà poetante, la mitopoiesis poetante, l’arte poetante della verità poetante o della aletheia poetante, l’ontomorfia poetante, pensiero poetante dell’essere-sublyme quale intermittenza dell’essere e mai più intermittenza del nulla. In origine la dismittenza-intermittenza del’essere si dis-oblia quale intermittenza del vuoto, della radura vuota, sgombrata, della diradanza che si increspa da sé e che si dà, si getta quale intermittenza dell’esserci o dismittenza-intermittenza del musagete-dismusagete o ex-stasi ontologica o estasi ontoepistemica che com-prende la risonanza delle muse-dismuse anche quando gli dei sono in fuga-disfuga dalla physis e dall’aldilà, dalla spazialità e dall’ontocronia…………. si disvela così l’essere in estasi dell’essere, quale ontologia dell’estasi dell’essere-sublime dell’estasi-sublime-dell’essere. È l’eventuarsi dal nulla, dalla radura vuota e libera, dalla diradanza della disgettanza estatica sub-lime dell’essere-sublymanza-dall’essere-ad-imagine-dell’essere ontomorfia che si decripta dopo essere stato kriptato nel nulla, nel niente, nel non-ente, nelle entità, nelle superentità ontoteologiche. Fin allora l’essere fu assentemente presente quale niente o quale nulla ove abita l’essere kriptato, obliato: il nulla quale esserci kriptato, il nulla quale evento kriptato dell’essere. Il dis-oblio dell’essere-sublyme o si eventua quale autoevento imaginario della dismittenza-intermittente dell’estasi dell’essere-in-essere singolarità imaginaria dell’ontogenesi ontomorfica dell’ontikona. L’essere che è sempre e c’è sempre e mai diviene o s-viene o dis-viene o interviene o previene o conviene o avviene o perviene, si dà, si getta, si dis-abissa, si dis-oblia quale sublyme in essere nella sublymanza in risonanza dell’essere-in-estasi-immaginaria. La sublymanza è l’estasi ex-statica dell’essere imaginario, dell’essere poetante che contempla l’estasi dell’essere e com-prende l’ikona del dis-oblio, della de-criptanza dell’essere, della decostruzione del nulla, del niente-oblio, dell’entità ontica, delle superentità ontoteologiche: lì ove l’essere si kripta lì si dekripta, lì ove la verità dell’essere si è kriptata, lì si decripta quale essere-in-verità o essere-la-verità-dell’essere-sublyme, o essere-la-disvelatezza-dell’essere-sublyme-che-si-dà quale sublyme-che-si-eventui dall’essere che eventua la verità dell’essere come essere-sublyme. Nell’eventuare il sublyme l’essere libera dalle entità-tecnè l’ikona della disvelatezza dell’aletheia della physis-sublyme…
vivenza nell‘essere-per-il-sublyme……. O essere-per-il-sublyme-della-morte o essere per la dis-morte del sublyme o essere per il sublyme della dismorte quale morte del nulla o dismorte del disnulla. In quella essenza dell‘essere si eventua l‘ontologia del sublyme o la sua epigenesi. E lì si svela anche l‘ontologia della poiesis o dell’ontopoiesis o della non-poesie quale epigenesi della tecnè-epistemica. Per tale destinanza l‘ontologia dell‘ikona dell‘essere nel mondo pare possa essere fondata sulla dis-gestell del non-essere o dall‘essere solo per la morte o dal nulla o dal disnulla quale sublyme della dis-poiesis ossia della poiesis della dismorte del sublyme: quale sublymanza del dis-musagete che canta o compone il dis-mito delle dis-muse. Quell’ermeneutica eventua la destinanza ontologica della dis-ontica o dis-metafisica o dis-trascendenza o dis-ontologia dell‘immagine dell‘essere-nel-mondo, e quella dis-destinanza pare si possa fondare sull‘essere-nihilista o sul dis-essere dis-nihilista. Può l‘essere fondarsi sull‘anti-essere o sul dis-essere-nel-dis-mondo. E il sublyme fondarsi sulla sublymanza ekstatika o la poiesis sull‘a-poiesis o sulla dispoiesis o sul disnulla o sul disniente o sulla katarsy sublyme o sul dis-gestell o dis-grund o dis-radura o dis-lichtung, può l‘essere essere fondato dall‘anti-essere o dal disessere o dis-dasein o dis-esserci o dis-interesserci o dal disinteressere o dalla disverità o dalla disaletheia o dall‘essere-abissale o dall‘essere-nell‘abisso, abgrund che getta le fondamente e si getta quale fondatezza dell‘essere o del sublyme o della sublymanza ekstatika d‘essere l‘ikona dell‘essere-nella-mondità o della sublymanza della disikona o della dis-imago o della dis-imagine, nel cosmo, nel discosmo, nel caos, nel discaos, nel kaosmos, nel dis-kaosmos? Forse un dis-mito ci può salvare, o un dis-dio che dis-viene quale sublymanza ekstatika gettata dell’essere del dis-nulla. E‘ solo l‘essere a gettare le fondamenta della destinanza o della dis-destinanza dell‘esserci o la salvezza della disdestinanza del disesserci o disdasein e così trova l‘epigenesi nel mito o nel dismito ontoteologico-disontoteologico della bellezza-dis-bellezza simmetrica-disimmetrica quale misura che salverà la mondità dell‘esserci-disesserci-disdasein. L‘essere è gettato nel suo essere per la morte o per la dismorte del sublyme : l‘essere-per-il-sublyme può salvare il sublyme nel suo declino verso l‘essere per la sua morte-dismorte, o simmetria-disimmetria o mito-dismito o bellezza-disbellezza. Solo così l‘essere ci può salvare, Ci salverà, dalle crisi della storia o dal mito riemergente dell‘antilogos o dall‘angoscia per la morte del sublime o della sublimità per la morte o dell‘essere per la morte, o dal disesserci per la dismorte. O ci salverà dall‘essere-nella-temporalità-della-morte-dismorte o del disnulla-disniente. Ah il tempo quale ikona-disicona, imago-disimago della dis-ontodinamica dell‘essere che si disvela al mondo-dismondo nella spazialità-dispaziale immaginaria-disimmaginaria del sublyme. Sulymanza immaginaria o immagine-disimmagine del sublyme quale ikona-disicona immaginaria dell‘essere mondità-dismondità che salverà l‘esserci-disesserci-disdasein solo se l‘essere salverà la sublymità quale ikona immaginaria-disimmaginaria dell‘essere o dell‘esserci-disesserci o disinteresserci o disinteressere……. essere per la salvezza dell‘essere significa essere per la salvezza del sublyme. Il dio-disdio che non muore mai ma che dismuore sempre perché disviene nel sublyme del dismusagete del dismito delle dismuse non fugge mai, giacchè disfugge, o meglio è sempre in fuga dall’essere-disessere per essere evento-disevento o autoevento ekstatiko o ontoevento della mondità-dismondità, e mai tramonta dopo il tramonto del mondo-occidente giacchè è sempre al tramonto quale mito-dismito dell’essere che non c’è mai più, ma che è sempre di fronte quale fondale gegenstand-disgegenstand: il sublyme salverà l’essere o l’esserci-disesserci-disdasein così come salvò il mito-dismito delle muse-dismuse degli dei-disdei in fuga-disfuga: Solo il mito-dismito del sublyme può salvare il mito delle muse-dismuse della poiesis-dipoiesis o dell’autopoiesis-ontopoiesis, il sublyme è anche la salvezza del musagete-dismusagete, quale essere-divinità-disdivinità o esserci-disesserci-disdasein che si dà al sublyme o che dà al sublyme la fondatezza del mito-dismito…….. l’essere-musagete-dismusagete-disdasein che si dà al sublyme del gettare-disgettare l’ikona-disikona-dell’essere-nel-mondo-dismond disvela l’immagine-disimmagine della mondanità-dismondanità quale ontologia dello spazio-dispazio-tempo-distempo immaginario-disimmaginario da abitare-disabitare poeticamente quale ontopoiesis-disontopoiesis, ed essere il sublyme dell’essere…… il sentiero-disentiero ininterrotto-disinterrotto dell’ontologia poetante-dispoetante del sublyme quale disvelatezza dell’ontopoiesis-disontopoiesis, oltrechè dell’autopoiesis-disautopoiesis, si eventuò-diseventuò nell’intermittenza-dismittenza del pensiero poetante dell’essere-musagete-dismusagete o nel pensiero-poetante-pensante quale ikona-disikona della gettanza-disgettanza dell’essere. Dopo un millenario oblio nella radura-disradura ove si eventuò-dieventuò l’inter-essere-disinteressere poetante dell’’essere-musagete-dismusagete la sua erranza-diserranza nel sublyme è giunta-disgiunta nel tempo-distempo della sua sublime-disublime metastabilità-distabilità nella struttura-distruttura ontologica dell’ontopoiesis-disontopoiesis. L’evento-disevento sarà lì nella pregnanza della radura-disradura quale ikona-disikona dell’essere-musagete-dismusagete che si dà-disdà alla luce e che dà-disdà luce al sentiero-disentiero topologico-distopologico dell’essere immaginario-disimmaginario cosmico-discosmico. Quale radura-disradura vuota-disvuota e libera, sgombrata-disgombrata dalle scorie temporali e spirituali, si disvelerà sia nella tecnè-distecnè dell’autopoiesis-disautopoiesis, sia nella epistemè-disepistemè o nell‘ontologia epistemica-disepistemica, L’essere-musagete-dismusagete fonda-disfonda e dà-disdà senso-disenso al sublyme, quale sublime-disublime estasi-disestasi del pensiero-poetante-pensante della topologia-distopologia fluttuante-disfluttuante dell’interessere-disinteressere……. l’oblio-disoblio si dis-oblia mentre intraprende-disintraprende il sentiero-disentiero interrotto-ininterrotto e ascolta-disascolta la visione-disvisione dell’ikona-disikona che parla-disparla tra gli interstizi dell’intermittenza-dismittenza dell’essere-poetante-dispoetante. Il sentiero-disentiero, il meta-odos-dis-odos-dismetaodos, che ha condotto l’essere-musagete-dismusagete verso la radura-disradura ama-disama kriptarsi-diskriptarsi nel sublyme……. è chiaro che l’evento-disevento dell’essere sublyme disvleli la verità-disverità del paradigma-disparadigma dell’epistemica-disepistemica. Può esserci-disesserci una ontologia epistemica-disepistemica che eventui paradigmi-disparadigmi della verità-disverità? Nell’evento del sublyme il musagete-dismusagete evoca le dismuse del dismito degli dei-disdei, l’epistemè ha annichilito l’influenza dell’atetheia-disaletheia mitopoietica-dismitopoietica con intenzionalità assolute, totali, fondamentali, perciò la verità disepistemica può apparire stravagante. Ma una più attenta riflessione inerente l’ontologia degli eventi della physis-disphysis disvela l’indeterminatezza dei paradigmi-disparadigmi nelle dimensioni infinitesime prossime al vuoto quantista….. qui però si vorrà disvelare l’ontologia dis-epistemica del sublyme prima dell’evento della tecnè-epistemica e dell’evento-disevento della post-tecnè-disepistemica. Già aleggia nell’ontologia del presente l’evento-disevento della post-tecnica-disepistemè emergente dall’ontologia della matesis-distatesi dei modelli della physis-disphysis supersimmetrica-disimmetrica, ma nel sublyme il dis-evento-disepistemico si svela da sempre, quale disaletheia della disphysis contemplata dal dismusagete dismitopoietico che non trema di fronte alla fuga degli dei-disdei. Il dismusagete non si sente abbandonato dalla fuga degli dei perché la disverità ontologica disepistemica si discopre quale disgegenstand, quale dis-fondale della radura-disradura ove si possa abitare-disabitare poeticamente senza la salvezza degli dei fuggitivi, ma con la cura delle muse-dismuse assentemente sempre presenti. Sarà la sublymanza-disepistemica ad eventuare una nuova meta-epistemica o meglio a disvelare l’onto-epistemica dell’essere? Nessuno prima del presente ha disvelato la differenza ontologica dell’epistemè, anche perché la matesis e la metafisica della physis hanno gettato l’oblio dell’epistemica, ma in origine si disvelò sia l’onto-epistemè che l’eu-epistemè della verità nell’essere-sublyme del musagete-dismusagete in risonanza della disgettanza delle onto-morfie delle muse-dismuse: in quell’evento si discoprì la bellezza del sublime essere più vigente di quella manifesta, o meglio la bellezza dell’essere essere più ontomorfica di quella delle entità o della superentità o della mondità o dell’esserci. L’epistemè scelse la bellezza del mondo la dismittenza del sublime si eventuò sempre più quale bellezza dell’essere: quella ontomorfia sarà contemplata e com-presa dall’ontoepistemica o dall’euepistemè. La differenza ontologica nell’epistemè discoprì l’eristica epistemica o l’isteresi epistemologica della loro destinanza: l’una si svelò quale erranza dell’altra, l’una gettò nell’oblio l’altra: il sublyme si eventuò quale essere erranza dell’epistemè-tecnè, e l’epistemica si discoprì quale erranza dell’esserci del musagete contemplante solo le muse, giacchè anche gli dei sono fuggiti. Si disvelò così l’erranza dell’essere nell’essere-sublyme e l’oblio dell’essere nella tecnè-epistemica, ma quell’evento discoprì anche la diradanza dell’essere, dell’essere vuota nullità per l’epistemè e dell’essere vuota radura ove si possa abitare poeticamente anche quando la destinanza degli dei li porta alla fuga e le muse sono più libere nella loro disvelatezza delle risonanze musagetiche. Lì nella diradanza della radura-disradura si cura l’abisso dell’essere dis-diradanza ontomorfica com-presa solo con l’ontoepistemica o l’euepistemica dell’essere-sublyme-dismittenza-del-sublyme. In quell’essere per la destinanza nella diradanza dell’essere si eventuò l’ontomorfia dell’essere per la verità o la morfogenesi dell’essere nella verità o essere per l’aletheia o essere nell’aletheia o essere-per-il-sublyme o essere-nel-sublyme più che esserci nella tecnè-epistemè. È l’increspatura ontologica della diradanza che disvela l’essere dall’oblio, dal suo essere stato un essere-nel nulla o un essere-nel-niente, o meglio l’essere stato compreso quale essere-del-nulla o essere-del-niente o solo essere dell’ente o della superentità. L’ikona dell’essere si dis-oblia dal suo essere-del-nihil o essere del nihilismo o essere per il nihilismo per disgettarsi quale ontoikona e ontomorfia dell’essere-nella-physis-dell’essere e perciò com-preso dall’ontoepistemica dell’essere sublymanza d’essere. La luce dell’essere si disvelò dal dis-oblio per essere com-presa quale divelanza della luce dell’essere, non del niente o del non-ente o dell’entità o dell’esserci o della tecnè-epistemica-ontica o della superentità ontoteologica. Anzi la fuga degli dei lasciò libertà d’essere alla diradanza dell’essere, alla risonanza delle muse, alla contemplanza del musagete, ma soprattutto lasciò alla destinanza dell’essere di essere nella libertà o di essere per la libertà della dismittenza del sublyme quale ontomorfia-compresa-dall’ontoepistemica o epistemè ontologica ell’imagine dell’essere nella radura o l’ikona dell’essere nella diradanza quale imago dell’essere-radura-disradura o ontikona dell’essere-diradanza-disdiradanza. Quella sua gestell o struttura ontomorfica si dis-oblia per essere nella physis, per essere della physis dell’essere ed essere al mondo quale essere sublyme dell’essere che si getta nel suo mondo ontologico prima d’essere mondità ontoepistemica o mondanità dell’epistemè-tecnè. È la singolarità della luce sublime della diradanza che si dis-oblia o si dis-abissa quale ontomorfia dell’ikona dell’essere-sublyme della morphysis, della morfogenesi della physis, dell’ontogenesi dell’essere-physis da contemplare e com-prendere con l’ontoepistemè del sublyme: la luccicanza della vuova diradanza che si dà, si getta quale sacra luce misterica dell’essere-sublyme, quale immagine in essere dell’imagine dell’essere o ikona dell’essere o imagine per l’essere o imago dall’essere o imagine sull’essere-in-essere-compresa-dall’essere: epistemè in essere dell’essere epistemica dell’essere o ontoepistemica dell’essere-sublyme quale esser oltre il nulla, oltre il niente, oltre il non-ente, oltre l’entità, oltre la morte dell’esserci, oltre il nihilismo della tecnè-epistemica, al di là del tempo, essere aldilà, essere l’aldilà, essere nell’aldilà, essere per l’aldilà: essere la poiesis, essere nella poiesis, essere della poiesis. Solo così l’essere non è più una delle tante storie dl nulla o del niente o del non-ente come ci hanno tramandato gli epistemici, ma si disvela quale storia in essere dell’essere-sublyme-dell’essere ad immagine dell’essere, o dell’immaginario dell’essere quale ontologia immaginaria o ontoepistemica immaginaria, aldilà del vuoto ontologico. È il dis-oblio della destinanza dell’essere poetante che disvela, contempla e com-prende la physis poetante, la libertà poetante, la mitopoiesis poetante, il sublyme poetante della verità poetante o della aletheia poetante, l’ontomorfia poetante, pensiero poetante dell’essere-sublyme quale intermittenza dell’essere e mai più intermittenza del nulla. In origine la dismittenza-intermittenza dell’essere si dis-oblia quale intermittenza del vuoto, della radura vuota, sgombrata, della diradanza che si increspa da sé e che si dà, si getta quale intermittenza dell’esserci o dismittenza-intermittenza del musagete-dismusagete o ex-stasi ontologica o estasi ontoepistemica che com-prende la risonanza delle muse-dismuse, anche quando gli dei sono in fuga-disfuga dalla physis e dall’aldilà, dalla spazialità e dall’ontocronia……. si disvela così l’essere in estasi dell’essere, quale ontologia dell’estasi dell’essere-sublime dell’estasi-sublime-dell’essere. È l’eventuarsi dal nulla, dalla radura vuota e libera, dalla diradanza della disgettanza estatica sub-lime dell’essere-sublyme-dell’essere-ad-imagine-dell’essere: ontomorfia che si decripta dopo essere stata kriptata nel nulla, nel niente, nel non-ente, nelle entità, nelle superentità ontoteologiche. Fin allora l’essere fu assentemente presente quale niente o quale nulla ove abita l’essere kriptato, il nulla quale esserci kriptato, il nulla quale evento kriptato dell’essere. Il dis-oblio dell’essere-sublyme o si crea quale evento imaginario della dismittenza-intermittente dell’estasi dell’essere-in-essere, singolarità imaginaria dell’ontogenesi ontomorfica dell’ontikona. L’essere che è sempre e c’è sempre e mai diviene o s-viene o dis-viene o interviene o previene o conviene o avviene o perviene, si dà, si getta, si dis-abissa, si dis-oblia, quale sublymanza messa in essere nel sublyme in risonanza dell’essere-in-estasi-immaginaria……..il sublyme è l’estasi ex-statica dell’essere imaginario, dell’essere poetante che contempla l’estasi dell’essere e com-prende l’ikona del dis-oblio, della de-criptanza dell’essere, della decostruzione del nulla, del niente-oblio, dell’entità ontica, delle superentità ontoteologiche: lì ove l’essere si kripta lì si dekripta, lì ove la verità dell’essere si è kriptata, lì si decripta quale essere-in-verità o essere-la-verità-dell’essere-sublyme, o essere-la-disvelatezza-dell’essere-sublyme-che-si-dà, quale sublymanza creata dall’essere che eventua la verità dell’essere come essere-sublyme. Nel creare-il-sublyme l’essere libera dalle entità-tecnè l’ikona della disvelatezza dell’aletheia della physis-in-essere prima d’essere criptata nell’ente o nel non-ente, o nel niente o nel nulla o nell’epistemica mondana. L’essere-portato-alla-luce nell’essere-creato-dall’essere è la dismittenza della verità-portata-alla-luce o aletheia decriptata quale ontikona dell’essere che si getta dinanzi a sé, si dà quale estasi dell’essere-sublyme. Il lasciar essere il sublyme è il lasciar essere-in-essere la verità dell’essere, la disvelatezza della physis, l’alethaia che ci com-prende e ci fa com-prendere quale ontoepistemica della destinanza dell’essere-sublyme.
.. …..la platonica ikona della temporalità quale ikona dinamica dell’eternità o ikona ontodinamica dell’apeiron o ikona ontodinamica del dis-apeiron, del dis-infinito, della dis-gestell dell’essere sublyme. Lì l’ontodinamica ikonica dell’essere -infinito si discopre quale imago ontodinamica dell’essere sublyme o quale imagine ontodinamica dell’apeiron del pensiero primigenio sottratto alla mitopoiesis. Ma in origine l’ikona ontodinamica ontokronica si svela senza differenza ontologica quale sublymanza dalla mitopoiesis del l’apeiron dis-infinita, ove l’ikona del kairos si confonde con l’imagine della kronotopia infinita. Solo l’epistemica e l’ermeneutica creano la fissione nella kronotopia, giammai l’essere-sublyme dell’esserci quale musagete che sottrae all’eternità divine delle mitiche muse l’ikona dell’ontodinamica kronotopica. La frattalità del’ikona ontodinamica della temporalità platonica differenzia ontologicamente l’epistemica e l’ermeneutica dall’ontopoietica dell’essere-sublime dall’esserci del musagete, ma in origine ci fu una onto-topia della gestell ove si eventuò l’epistemica e l’ermeneutica ontologica mai scomparsa nei dispiegamenti storici dell’essere-sublyme, anzi lì curata e custodita dalle incursioni della volontà di potenza imperativa dell’epistemica ontologica. Quella presenza incompente impera e sottrae nel corso del tempo l’ontopoietica epistemica dell’ontodinamica onto-poietica per attuare la morfogenesi della tecnica o dell’artigianato o del saper-fare mondano e klonante. O sottrae all’ikona dell’essere-sublymanza-dell’infinito l’ontodinamica cronologica della frattalità temporale. Solo così l’epistemica e l’ermeneutica si dispiegano quali immagini della storia della mondità , ma quell’evento inaugura l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere quale sublymanza dell’essere per essere solo sublime della tecnè, prima, e della tecnica artigiana poi, ove l’ontodinamica infinita dell’ikona si è dissipata, dissolta, dis-obliata: è l’oblio dell’essere-sublymanza dall’essere sublyme che si dà quale fondatezza della tecnè epistemica e tuttora, nel presente impera per sottrarre tutta l’ontologia epistemica possibile dalla ontopoiesis dell’essere. Solo che nel corso del tempo l’essere-sublimità dall’essere non scompare totalmente, ma per fortuna si dis-oblia: si oblia nella tecnè epistemica per eventuarsi solo nell’ontologia-epistemica-ermeneutica dell’essere-sublimità dall’essere. È il dis-oblio della dis-verità o dell’a dis-aletheia che si dis-annichilisce, che si sottrae dal nichilismo della tecnica-epistemica per dis-gettarsi ancora quale dis-mittenza intermittente della messa in sublymanza della verità ontologica dell’essere-sublime dell’essere. Quella dis-mittenza ama nascondersi nell’essere-sublymanza quale sublymità per sottrarre l’aletheia dall’oblio imperante della tecnè-epistemica clonante e per disvelare la dis-abissalità dell’essere-sublymanza dall’essere ikona ontodinamica dell’ontokronotopia dis-infinita. Per sempre l’essere-sublymanza in ekstasy dis-vuota, disgombra, dis-oblia , disattua, dis-opera, dismette, dis-aleggia , disvela l’ikona dell’essere dall’immagine della tecnè imperativa influente, per disgettarsi quale dis-gegenstand dis-grund, quale fondale intermittente della dis-mittenza dell’essere ikona del sublime in dis-sublymanza. È lì che la destinanza dell’essere-sublymanza in dis-sublymità si disoblia per disgettarsi quale dis-mittenza dell’essere dis-sublymanza della disaletheia dell’epistemica-ontologica aldilà dell’oblio imperante della tecnè-epistemè e non solo nell’estetica classica o nel sublime metafisico o nella surrealtà informale armonica o disarmonica o dissimmetrica, ma anche nell’epistemica ontologica della physis e della matesis quale disoblio della disgettanza della physis dell’essere. Qui si eventua una nuova differenza all’interno della stessa ontologia dell’essere, forse epigenica nella messa in sublymanza del dis-sublyme dell’essere-dis-sublimità ekstatika, instabilità dis-sublimante, ma dispiegante la sua gestell anche nella tecnè epistemica o ermeneutica: oltre alla classica sublymanza ekstatica della verità o aletheia , nell’essere-sulyme si dà , si getta, si eventua la sublymanza ekstatika del dis-sublyme della verità dell’essere, dell’aletheia dell’essere quale struttura ontologica della sublymanza della radura, del kairos, poiesis, ontopoiesis, ikona, imagine, imago, kaosmos e della loro destinanza. Anzi la sublymanza ekstatika della verità getta le fondamenta della dis-sublymanza della destinanza dell’essere quale sentiero ininterrotto dell’essere che dis-sublima la gestell e la gegenstand, ma anche la physis del grund e dell’abgrund. Per l’epistemica classica o anche per l’ermeneutica quella destinanza appare come se fosse un non-evento, ma può essere un dis-evento, un evento che non c’è ma che creò l’evento dell’essere che si dis-oblia anche nell’assenza dell’epistemica quale dis-epistemè, giacchè dis-abissa l’essere dall’essere in essere per essere destinanza dell’essere che crea la physis o la dis-eventua dal dis-nulla o dal dis-niente. Quell’evento è dis-epistemico solo perché si dis-abissa aldilà dell’epistemica della tecnè o dell’esserci o del musagete giacché si dis-oblia sempre quale dis-ontica o dis-onteologica, ma anche quale dis-mito o dis-arte o dis-sublime, quale perenne dis-sublymanza ekstatika del sublime o meglio quando la sublymanza si dà alla contemplazione epistemica l’essere si dis-eventua quale dis-mittenza per non soccombere al nichilismo clonante cronologico. L’essere-sublime si dis-istalla proprio quando si eventua giacchè si sottrae all’ontocronia del dicibile epistemico o ermeneutico o ontico o ontoteologico o onto-poietico: si dà alla physis quale dis-physis o meglio quale sublymanza non più della physis, e perciò appare inaudito, misterico, indicibile: l’essere del sublime si dis-dice, disvela la sua dis-verità, dis-abissa la dis-aletheia, dis-oblia la destinanza nella dis-radura nel dis-vuoto nel dis-nulla…..
quell‘enigma trova una sua vivenza nell‘essere-per-la-morte del sublime…. O essere-per-la-sublymanza-della-morte o essere per la dis-morte della dis-sublymità o essere per la dis-sublymanza della dismorte quale morte del nulla o dismorte del disnulla. In quella essenza dell‘essere si eventua l‘ontologia del sublime o la sua epigenesi E lì si svela anche l‘ontologia della poiesis o dell’ontopoiesis o della non-poesia quale epigenesi della tecnè-epistemica. Per tale destinanza l‘ontologia dell‘ikona dell‘essere nel mondo pare possa essere fondata sulla dis-gestell del non-essere o dall‘essere solo per la morte o dal nulla o dal disnulla quale dis-sublime della dis-poiesis ossia della poiesis della dismorte della dis-sublymanza: quale sublymanza ekstatika che si eventui dal dis-musagete che canta o compone il dis-mito delle dis-muse. Quell’ermeneutica eventua la destinanza ontologica della dis-ontica o dis-metafisica o dis-trascendenza o dis-ontologia dell‘immagine dell‘essere-nel-mondo, e quella dis-destinanza pare si possa fondare sull‘essere-nihilista o sul dis-essere dis-nihilista. Può l‘essere fondarsi sull‘anti-essere o sul dis-essere-nel-dis-mondo, E la sublymanza fondarsi sulla non sublymità o la dis-sublymanza o la poiesis sull‘a-poiesis o sulla dispoiesis o sul disnulla o sul disniente o sulla dismorte della dis-sublymità o sul dis-gestell o dis-grund o dis-radura o dis-lichtung, può l‘essere essere fondato dall‘anti-essere o dal dis-essere o dis-dasein o dis-esserci o dis-interesserci o dal dis-interessere o dalla dis-verità o dalla dis-aletheia o dall‘essere-abissale o dall‘essere-nell‘abisso, abgrund che getta le fondamente e si getta quale fondatezza dell‘essere o della sublymanza o della sublimità d‘essere l‘ikona dell‘essere-nella-mondità o della dis-sublymanza della disikona o della dis-imago o della dis-imagine, nel cosmo, nel discosmo, nel caos, nel discaos, nel kaosmos, nel dis-kaosmos? Forse un dis-mito ci può salvare, o un dis-dio che dis-viene quale sublymanza ekstatika gettata dell’essere del dis-nulla. E‘ solo l‘essere a gettare le fondamenta della destinanza o della dis-destinanza dell‘esserci o la salvezza della disdestinanza del disesserci o disdasein trova l‘epigenesi nel mito o nel dismito ontoteologico-disontoteologico della bellezza-dis-bellezza simmetrica-disimmetrica quale misura che salverà la mondità dell‘esserci-disesserci-disdasein. L‘essere è gettato nel suo essere per la morte o per la dismorte del sublime o della dis-sublyme: l‘essere-per-il-sublyme-dis-sublyme può salvare la-sublymanza-dis-sublyme nel suo declino verso l‘essere per la sua morte-dismorte, o simmetria-disimmetria o mito-dismito o bellezza-disbellezza. Solo così l‘essere ci può salvare, Ci salverà, dalle crisi della storia o dal mito riemergente dell‘antilogos o dall‘angoscia per la morte del sublyme o della sublymanza per la morte o dell‘essere per la morte, o dal disesserci per la dismorte, O ci salverà dall‘essere-nella-temporalità-della-morte-dismorte o del disnulla-disniente. Ah il tempo quale ikona-disicona, imago-disimago della dis-ontodinamica dell‘essere che si disvela al mondo-dismondo nella spazialità-dispaziale immaginaria-disimmaginaria del-sublyme-dis-sublyme. Sublymanza immaginaria o immagine-disimmagine del sublime quale ikona-disicona immaginaria dell‘essere mondità-dismondità che salverà l‘esserci-disesserci-disdasein solo se l‘essere salverà il sublyme quale ikona immaginaria-disimmaginaria dell‘essere o dell‘esserci-disesserci o disinteresserci o disinteressere…….essere per la salvezza dell‘essere significa essere per la salvezza del-sublyme-dis-sublyme. Il dio-disdio che non muore mai ma che dismuore sempre perché disviene nella dis-sublymanza ekstatika del dis-sublime del dismusagete del dismito delle dismuse non fugge mai, giacchè disfugge, o meglio è sempre in fuga dall’essere-disessere per essere evento-disevento della mondità-dismondità, e mai tramonta dopo il tramonto del mondo-occidente giacchè è sempre al tramonto quale mito-dismito dell’essere che non c’è mai più, ma che è sempre di fronte quale fondale gegenstand-disgegenstand: la-sublymanza-dis-sublyme salverà l’essere o l’esserci-disesserci-disdasein così come salvò il mito-dismito delle muse-dismuse degli dei-disdei in fuga-disfuga: Solo il mito-dismito del-sublyme-dis-sublyme può salvare il mito delle muse-dismuse della poiesis-dipoiesis o dell’autopoiesis-ontopoiesis, è la salvezza del musagete-dismusagete, quale essere-divinità-disdivinità o esserci-disesserci-disdasein che si dà al sublime e dà al sublyme la fondatezza del mito-dismito. l’essere-musagete-dismusagete-disdasein che si dà alla sublymanza ekstatika del gettare-disgettare l’ikona-disikona-dell’essere-nel-mondo-dismondo: disvela l’immagine-disimmagine della mondanità-dismondanità quale ontologia dello spazio-dispazio-tempo-distempo immaginario-disimmaginario da abitare-disabitare poeticamente quale ontopoiesis-disontopoiesis, ed essere la creazione del sublyme dell’essere…….. il sentiero-disentiero ininterrotto-disinterrotto dell’ontologia poetante-dispoetante del sublyme quale disvelatezza dell’ontopoiesis-disontopoiesis oltrechè dell’autopoiesis-disautopoiesis si eventuò-diseventuò nell’intermittenza-dismittenza del pensiero poetante dell’essere-musagete-dismusagete o nel pensiero-poetante-pensante quale ikona-disikona della gettanza-disgettanza dell’essere. Dopo un millenario oblio nella radura-disradura ove si eventuò-dieventuò l’inter-essere-disinteressere poetante dell’’essere-musagete-dismusagete la sua erranza-diserranza nel sublyme è giunta-disgiunta nel tempo-distempo della sua sublime-disublime metastabilità-distabilità nella struttura-distruttura ontologica dell’ontopoiesis-disontopoiesis. L’evento-disevento sarà lì nella pregnanza della radura-disradura quale ikona-disikona dell’essere-musagete-dismusagete che si dà-disdà alla luce e che dà-disdà luce al sentiero-disentiero topologico-distopologico dell’essere immaginario-disimmaginario cosmico-discosmico. Quale radura-disradura vuota-disvuota e libera, sgombrata-disgombrata dalle scorie temporali e spirituali, si disvelerà sia nella tecnè-distecnè dell’autopoiesis-disautopoiesis, sia nella epistemè-disepistemè o nell‘ontologia epistemica-disepistemica, L’essere-musagete-dismusagete fonda-disfonda e dà-disdà senso-disenso alla sublymanza, quale sublime-disublime estasi-disestasi del pensiero-poetante-pensante della topologia-distopologia fluttuante-disfluttuante dell’interessere-disinteressere…… l’oblio-disoblio si dis-oblia mentre intraprende-disintraprende il sentiero-disentiero interrotto-ininterrotto e ascolta-disascolta la visione-disvisione dell’ikona-disikona che parla-disparla tra gli interstizi dell’intermittenza-dismittenza dell’essere-poetante-dispoetante. Il sentiero-disentiero, il meta-odos-dis-odos-dismetaodos, che ha condotto l’essere-musagete-dismusagete verso la radura-disradura ama-disama kriptarsi-diskriptarsi nella sublymanza. È chiaro che l’evento-disevento dell’essere sublyme disvleli la verità-disverità del paradigma-disparadigma dell’epistemica-disepistemica. Può esserci-disesserci una ontologia epistemica-disepistemica che eventui paradigmi-disparadigmi della verità-disverità? Nell’evento del sublyme il musagete-dismusagete evoca le dismuse del dismito degli dei-disdei, l’epistemè ha annichilito l’influenza dell’atetheia-disaletheia mitopoietica-dismitopoietica con intenzionalità assolute, totali, fondamentali, perciò la verità disepistemica può apparire stravagante. Ma una più attenta riflessione inerente l’ontologia degli eventi della physis-disphysis disvela l’indeterminatezza dei paradigmi-disparadigmi nelle dimensioni infinitesime prossime al vuoto quanta……….. qui però si vorrà disvelare l’ontologia dis-epistemica del sublyme prima dell’evento della tecnè-epistemica e dell’evento-disevento della post-tecnè-disepistemica. Già aleggia nell’ontologia del presente l’evento-disevento della post-tecnica-disepistemè emergente dall’ontologia della matesis-distatesis dei modelli della physis-disphysis supersimmetrica-disimmetrica, ma nel sublyme il dis-evento-disepistemico si svela da sempre quale disaletheia della disphysis contemplata dal dismusagete dismitopoietico che non trema di fronte alla fuga degli dei-disdei. Il dismusagete non si sente abbandonato dalla fuga degli dei perché la disverità ontologica disepistemica si discopre quale disgegenstand, quale dis-fondale della radura-disradura ove si possa abitare-disabitare poeticamente senza la salvezza degli dei fuggitivi, ma con la cura delle muse-dismuse assentemente sempre presenti. Sarà la-sublymità-disepistemica ad eventuare una nuova meta-epistemica o meglio a disvelare l’onto-evento del sublime o l’autoevento ekstatiko del sublime quale ontoeventy dell’essere-sublyme?..
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