Archivio perMaggio, 2008

ontology spacetime

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GIACINTO P

Ontologia dello spazio-tempo: 

Leibniz versus Kant

Ontologia dello spazio-tempo: 

Leibniz versus Kant

Pherecydes:580 BC,svelò la differenza ontoteologica  o mitologica del Chronos, Time,e la Chthonie o  Ground o grund o  meglio abgrund  quale  spazialità   ontoteologica   o  mitopoietica; ANAXIMANDER, 580 BC, disvelò  l’apeiron   spazio  temporale  quale   physis  infinita   e  senza  fine   infinitamente sublime, mentre  Diodorus e    Democritus    differenziarono   l’apeiron    e  l’archè   nel    cosmo   quale   cosmesi   o   bellezza   finita  dell’infinito  sublime    anaximandreo:   delicate membrane   spaziali  o  topologiche, quali  varietà  sferiche  consentiva   la   sensibilità  dell’apparenza o  phenomena   quali  imago   dell’estasy  eonyka  platonica    o  ideale   Cronotopia   della Physis Ontologica.  

La  frattalità  kronotopica  dell’apeiron di Anaximandro o i frammenti  dell’archè   di  Anaximandro  consentirono  alla  Ontologia  dello  spaziotempo  di Anaximandro   di  dispiegarsi  nel  vuoto  nulla di  Melissus, per  eventuare  una   Philosophy a   della  temporalità  nel Timaeus  Platonico:lì l’apprensibile  modello paradigmatico svela  il comprensibile Platonico Cosmos quale adeguatezza  alla verità   Platonica paradigmatica.  

E’  l’universo   paradigmatico  dello  spaziotempo Platonico quale  estasy  exstatica  dell’eternità,o  paradigma   della  physis  eterna   che  si  dà  solo  quale  fenomeno  visibile  dell’ideale  invisibile,  ma  intuibile  con  la  metafisica  della  verità  o  logos  animato.  

   
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Solo    così  è  possibile  percepire  le  differenze   spaziotemporali   dei   phora   o  dei    periodos    o  delle   periphoras    o    dei   kykleseos:   tutti misurabili  secondo   il  paradigma  pitagorico  dell’identità  tra  aritmos  e    curvatura  dello  spaziotempo,  in  una  sublime  armonia  cosmica   e  mousikale quale  perfezione  ideale   delle  eterne   sphere    spiralimorfe    Platoniche. 

Si  dà  così  la continuità  dello spazio tempo in dinamica sublime e  in  infinito apeiron sublime   ma   apparente nei fenomena quale discreto  e finito,anzi  aritmos,senza ritmo,in stasi  inerziale ocontrastanza ob-gettata  o  gegenstand  istantanea,attimo,momentanea o atto, o  essere  solo  in  atto,o apparire nei  fenomena solo  nell’esserci  dell’atto discreto quale singoralità  temporale  del  presente, o  apriorità dell’archè della kronotopia  infinita.   

E’ la  differenza  nella  temporalità   che  si  dà  quale  aritmos   della  presenza  per   creare  la  trascendenza  al  passato  ed  eventuare  la  possibilità  eventuale  del  futuro,  o  futuro  anteriore   o  eterno  ritorno  o  apokatastasy    ciclica  o   in lineare sequenza: Zeno  Docet.

Finito ed  infinito non  sono possibili nella  stessa  frazione  di  tempo: l’apeiron  dovrà essere frammentato ed  i suoi  frattali  fondare la  rigorosità  e l’esattezza,   altrimenti  la  divisibilità  o   l’analitica  o  la  dyairesis  infinite  possono  creare  dei  paradoxa spaziotemporali infiniti.  

Aristotile inventò  così  le  distanza discrete irriducibili nella temporalità  kategorica  memore  delle  omeomerie  anaxagoriane, ma  sempre   nella  dynamis  dell’essere  in  atto   nella  presenza  e  di  essere  in  potenza  nel  futuro o nel  futuro  anteriore quale passato.

Leibniz nei  Fundamenta Theoria Motus Abstracta  del 1671 svelò una Philosophy Ontoteologica  dello  spaziotempo  quale  relatività Leibnizia  della  simultaneità  degli  eventi:Gödel si  ispirò  a quel paradigma per  immaginare  l’apokatastasy  kaosmika, ma  quella  sarà  un’altra sublime story, qui  invece   si  è  in  presenza  del  versus Newton o  della monade versus  la  gravità.

Newton  pensò  al   paradigma   del  tempo    ab-soluto   quale   ab-soluta  verità   del  tempo   mathematico, la  cui  durata  può  essere  misurata    con  il  pensiero  calcolante  degli  infinitesimi   microkronotopici   ma  non-infinitamente   divisibili.

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E’ il Newton  versus Leibniz  o  la  syntesy  dell’analitica degli eventi   temporali: Gravità-Newtoniana   dello Space-Time   in  contrastanza   con  la  relatività    della  simultaneità  degli  eventi  della  monade  sublime.     

Newton   nei    Principia   immagina  gli  eventi istantanei   con  un  paradigma  empirista    o  non  si  cura  di  spiegare  la  struttura  ontologica  dell’evento,   mentre Leibniz   con  la  sua   ontoteologia  della  monade   svela   una  metafisica  ermeneutica  della  verità  che  si  eventui  sia  nei  fenomena,  sia  nelle  verità  nascoste   o  kryptate  o  non  ancora  in  dis-oblio   nella  mente  sublime  ed  infinita  della  divinità: è  la Leibniz-Theory   della   Temporalità    Ontoteologica   che  si  dà  quale  nuovo  paradigma   della  Leibniz-Theory   dello  spazio  tempo, giacchè   nella  struttura  ontologica  della  monade   non  c’è  più  differenza  sia  nell’intra  che  nell’extramonade,   quale  mondità,  o  mente  sublime ed  infinita  della  divinità.  

Leibniz nei  Mathematicarum Metaphysica  del 1715 explicita definitivamente   la  struttura  ontologica   degli   eventi   simultanei  dello  spaziotempo  quale  dynamis   sublime   delle  intramonadi   o  delle  extramonadi  in  sistole  e  dyastole  o  quali  intermittenze   sublimi   della  struttura  ontologica  della  monade.

E’ l’ermeneutica  della  temporalità  o  l’interpretazione  dello  spazio  tempo    intuitivo,  quale  consapevolezza  dell’adeguatezza  della  metafisica  della  verità   fenomeniche,  o  kriptate   quali  eventi  virtuali nella  mente  sublime  della  divinità  o  monadea  o   eventi  sublimi   noumenici   o  noetici   del  pensiero  pensante.    

Russell   nella   sua  riscoperta  critica  del   paradigma  Leibniziano    introdusse   l’immaterialità  post-newtoniana,   ma  le  conferì   un  paradigma  logico  e  non  ontologico,   tanto  da  intraprendere  una  controversia  con  il  suo  coevo  Whitehead,  più  in proximità   con  il  paradigma   Leibniziano.  

Axiomi  degli  eventi  dinamici delle monadi  eventueranno  una cronodinamica   della   Philosophy   del   Tempo   di  entità imaginarie  o  entità  metafisiche  immateriali  e  virtuali, un  bel paradosso  giacchè   le  entità  nell’immaginaririo  non  ci  sono  o  sono  latenti  o  kryptate  nella  mente  sublime  della  divinità  monaDea.          


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Gottfried Leibniz   pensò  quegli  assiomi  virtuosi  e  virtuali   come  paradigmi  epistemici  o  metaontologie  o  ontoteologie  matematiche.

Christian Wolff   invece   quali    axiomi della mathematica  della  physis  e  quindi  dello  spaziotempo: è  il  Methodo   dell’Analytica  dello  spazio  tempo  che  tanta  fortuna  addusse  a  Kant  e  ai   Mathematici  della  Durata  e  della   magnitudine  dei  quanta  spazio-temporali,   così Christian Wolff  eminente  philosofo   della   Germany  promosse Leibniz  nella  philosophya   universale.  

Leibniz  aleggiò   quel  paradigma   nell’ Analysis Situs, o Geometrya   della Situatione  emotiva   o  cronodinamica  della  monadea.

Lì  gli   axiomi  della Geometrya   Euclidea  si   disvelano  quali  assiomi  della  metafisica  delle  verità  fenomeniche  e  virtuali  e  perciò   assiomi  di  una  geometria  immaginaria,  senza  entità  ilemorfiche,  quasi  un’ontoteologia  topologica  o  una    metaphysica topologica  o  geometrica  o  metamatematica   o  ontologia  della  mathesis   della  monadea.   

Leibniz, nei  fragmenti  del  1671, definì  la  quantità   come  se  fosse  il  chiasma  o  l’apokatastasy  della   qualità  spaziale  e  simbolica: l’infinito  è  il  simbolo  della  qualità  di un  logos  virtuale  e così  l’infinitesimo,  o  lo  zero  della mathesis.   

Quantità e adeguatezza  degli  eventi  si  riflettono nella qualità  della  monadea, quale  innovativa  Philosophya  del Tempo  in  alterità con  la Classica
Philosophya  che  da   Aristotele  dominò  in Europa , una differente versione del   Mythos   Rhapsodico  di Chronos: quale movimento  o  ontodinamica  immaginaria  dell’ eternità   o  ontokronia  cronodinamica della  monadea.  

Leibniz   nella  celebre  controversia   si  ispirò   a  Plotino  quasi  presago   di  una  virtuale    relativity-theory.   Plotino   disvelò  l’estasi  del  tempo  quale  autoevento   dell’esserci  nella  mondità  o dell’esserci  della  monadea.   

Plotino  decostruì  sia  l’ilemorfica  interpretanza  del  tempo  sia  l’ideale  armonia  cosmica  platonica  per  eventuare  una  paradigmatica  e   ab-stracta interpretazione della  temporalità  sublime: definì   quasi  una   philosophya del tempo  immaginaria,  cioè  senza  l’entità ilemorfica.

 
                   
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Leibniz     dispiegò  quella  intuizione   per   immaginare  l’interpretanza   o  l’ermeneutica  dell’evento  immaginario  nell’intra-extramonade  virtuale,  quale  struttura  ontologica  o  gestell  dello   spazio-tempo  immaginario  o metalogica matematica immaginaria come entità immaginaria.

Plotino  fonda sull’Essere  Infinito evento della singolarità,  quale  Abisso vertiginoso di oscurità, perché insondabile, l’Essere di Parmenide che tutto comprende e, perché tutto comprende, di esso non si può dire nulla.

L’abisso assoluto dell’Essere è una intuizione sfuggente che può divenire però più “stabile” quando c’è nell’Abisso e Silenzio la prima intuizione  della consapevolezza come   Infinita singolarità nella sua assolutezza vertiginosa di Abisso e Silenzio , l’Infinità in sè assolutamente vuota,   atto puro: trascendenza  della purezza,  pensiero  pensante, oltre  cui c’è l’abisso e silenzio  mistico.

Essere   abisso infinito dell’essere   in   Essere come “momenti all’interno” dell’Infinito:  Agostino  docet: Platone, il più puro e il più luminoso di ogni filosofo, ha dissipato le tenebre dell’errore ed ora risplende specialmente in Plotino, un platonico così simile al suo maestro che si penserebbe vissuto insieme o piuttosto, dato il periodo così lungo che li separa, che Platone sia nato di nuovo : attorno alla rosa c’è il profumo e il profumo non nasce dopo, nasce con la rosa, e, se essa è eterna, coeterno è il profumo in essere  perfetto   che si crea dal   niente: vibrazioni coeternamente esistenti nell’essere infinito.

Infinito nei suoi infiniti livelli di manifestazione, la dimensione immateriale del mondo: l’Infinito si pone su infiniti piani con vibrazioni diverse: l’Essere  costituito da infinite vibrazioni è l’intuizione di Plotino e verrà poi ripresa da Leibniz: il discorso di Plotino  sarà il discorso di Leibniz, ma in Plotino  si intuisce la relatività del tempo.

Platone pensò   al tempo quale   immagine dell’eternità    o    spazio di tempo  dell’ eternità dell’essere: se nessuno  chiede cos’è il tempo io so che cos’è, lo intuisco, ma se qualcuno chiede di spiegare che cos’è il tempo  di Plotino   o  Tempo   immagine il più possibile perfetto dell’eternità del mondo  ideale, non   si   trova niente di meglio che l’immagine mobile dell’eternità    che   procede secondo il numero.

Giorni, notti, anni, sono forme del tempo che imita l’eternità e si muove secondo il numero.

 
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Tutti i  movimenti celesti si  misurano  con i numeri.

Tutti i tempi astrali sono coordinati nell’unico cosmo, regolato dal tempo  o   ciclo universale in cui tutti i celesti ritornano esattamente alle loro  primitive posizioni di partenza: il numero perfetto del tempo compie l’anno perfetto.

Il tempo in questo senso è un numero, cioè un’armonia matematica. Il tempo cosmico dell’anima mundi.  
Il tempo  fu fatto insieme col  cielo, generati insieme,  insieme si dissolvano.
Il tempo nasce, o il cosmo inizia in assoluto, secondo un’equazione rigorosa:ciò che diviene, ciò che è fisico, per natura nasce , mentre soltanto ciò che  non nasce è eterno.

La nascita del cosmo procede dal disordine caotico dell’  ilemorfica  purezza.
L’eventuale   dissoluzione      ci  sarà   nel sensibile non perfetto: idee del  cosmotrascendente che non inizia in alcun tempo; soltanto Platone fa nascere il tempo. 

Proclo  nella sua Fisica  invece immagina ogni anima inserita nel cosmo regolato da rotazioni e apocatastasi  immaginarie  o l’estasi  tempo  in  estasi,   fuori di sé.

Tutta l’ esistenza fisica e i moti dell’ anima, si sublima per Plotino in un’estasi suprema, in attimi di  felicità.

L’intuizione plotiniana dell’aldilà,  dell’atemporalità, della sopra-temporalità, o della pre-temporalità  del flusso,  della costituzione del flusso  quale apprensione  o varietà d’apparizioni  immanenti nel tempo preempirico  o  oggetto temporale, con la sua durata oggettiva  per l’oggetto spaziale   o oggetto temporale nel tempo trascendente  nell’ eterno flusso eracliteo,   secondo una prospettiva temporale analoga alla prospettiva spaziale.

Così  in  ogni istante  è  custodita, curata,sigillata  l’intenzionalità  in relazioni temporali di anteriorità e  posteriorità  in sé, o un principio di descrizione dei fenomeni:   il tempo è  un fenomeno, un cambiamento immanente  complesso,   o che trascorra e accada  ad immagine del cambiamento, possiede una direzione,  una continuità, tutti   fenomeni che presuppongono il tempo, dunque  il tempo è qualche cosa di temporale: paradosso assoluto della temporalità fenomenica.   

 

 
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I   fenomeni   del flusso assoluto, o del flusso  in quanto fenomeno temporale  dell’intenzionalità longitudinale virutale, quale  singolarità  dell’evento  della monade disvelano   l’estasi della trascendenza.

L’intenzionalità longitudinale o ab-scissa  si differenzia dall’intenzionalità trasversale o transfinita  per la  sua  fenomenologia  non inerente  o  non   aderente verso   gli oggetti temporali, ma verso   le fasi di apparenza delle entità  spaziotemporali: le due intenzionalità, longitudinale e trasversale, sono   inscindibilmente intrecciate  talchè l’intenzionalità longitudinale non si realizzi parallelamente all’intenzionalità trasversale, l’autoapparenza del flusso non  implica  la confusione  dell’intenzionalità pre-egoica o   pre-oggettiva: un archi-movimento, un flusso, uno scorrimento, un allungamento, una dilatazione, una distensione si trovano nel tempo come un fenomeno temporale o  intratemporale.  

Platone e Aristotele  hanno pensato il tempo-metabolè,ma il tempo non è definito dal tempo:qui c’è  il rifiuto di fare dell’anima il sito originario del tempo;senza l’anima che numera e che conta, il tempo,il numero del movimento, non c’è; il tempo, per essere, ha   da  essere  animato;  senza l’anima, il tempo  esisterebbe solo  in potenza, perché ha la sua origine nei movimenti .

È aderenza al  movimento e non inerenza   dell’anima.

Aristotele pensò  l’esistenza  quale movimento  interno dell’anima e come tutti gli altri movimenti del mondo, si svolga   nel tempo  ma la descrizione dello svolgimento temporale è possibile solo su una alterità.   

Plotino immaginò  il tempo con un movimento o un archi-movimento,quale  arckè  della  dynamis  dell’anima  della mondità.

In apparenza   il tempo non può essere il movimento, perché il movimento è sempre nel tempo.
Plotino identificò il tempo con il movimento della  verità o  meglio con la disvelatezza,  o alètheia,  dell’anima come anima del mondo.   

Ma  che cosa è il tempo?
Non è niente altro che il movimento dell’anima,movimento da cui provengono originariamente l’anteriore ed il posteriore; ma l’anima non è nel tempo.  

 

 

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Così l’anima è la prima a  giungere  fino al tempo, genera il tempo  e lo possiede coi suoi propri atti: movimento dell’anima che dà nascita al tempo è un
movimento non sensibile.

L’anima temporalizza il tempo  e  la vita stessa dell’anima.

Il tempo è la vita dell’anima che consiste nel movimento nel  quale l’anima passa da uno stato di vita ad un altro,  il tempo è la distensione della vita dell’anima  intempora o supertempora: è l’eternità di Plotino o Agostino:il tempo è
nell’anima  del mondo, o  nell’extramonade   quale  apprensione del tempo come processo compreso e determinato dalla misura dell’intratempora .

Agostino vi afferma che il tempo è impensabile al di fuori di ciò che accade  nelle tre dimensioni del tempo futurum, praesens, praeteritum. 

Questi due tempi, dunque, il passato e il futuro, come sono?

Poiché, se si tratta del passato, non è più, se si tratta del futuro non è ancora.

In quanto al presente, se fosse stato sempre presente e non se ne fosse andato nel passato, nec in praeteritum transiret,  non sarebbe il tempo ma l’eternità.

Con Plotino la soggettività-spiritualità del tempo diventa possibile.
Il tempo è spirituale, soltanto: l’attesa, l’attenzione, la memoria che, tendendosi verso il loro oggetto, provocano nello spirito una distensione come distensio animi. 

Kant   invece  distinse  il tempo come forma pura dell’intuizione dai contenuti sensibili e dagli oggetti empirici, e   concluse per la sua permanenza.  

Quindi il tempo, nel quale dev’essere pensata ogni variazione delle apparenze, rimane, e non muta, poiché esso è ciò in cui la successione e la simultaneità possono essere rappresentate soltanto come sue determinazioni.

Kant rifiutò il tempo passante,ma non rifiutò l’alternativa stessa del
cambiamento e della permanenza, poiché attribuì al tempo proprio  l’invarianza  strutturale, la permanenza, il tempo non passa  mai,  rimane.

 

 
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Kant distinse la forma pura del tempo dalle intratempora  fenomeniche, pensò il tempo  dell’intratempora, poiché può solo rimanere  ciò che è suscettibile di cambiare,  oppose la durata al tempo spazializzato,concepì la prima come una specie di flusso, di cambiamento continuo a differenza del tempo  matematico che potrebbe accelerarsi enormemente, e persino infinitamente.

L’elaborazione del concetto di tempo estatico   plotiniana   o temporalità non significò una successione delle estasi.

L’avvenire non è posteriore all’essere-stato,  a  sua  volta non è anteriore al presente.

La temporalità si temporalizza come avvenire essendo-stato-presentificante,  il tempo non passa né dimora, ma si temporalizza.

La costituzione estatico-orizzontale della temporalità si dà in  temporalità
autentica e inautentica: tra una temporalità originaria che appartiene al Dasein, e un tempo derivato o cronometrico.

La temporalità originaria è fondata   nelle  estasy  temporali  del Dasein:  l’attesa, la presenza e la cura: essere-in-attesa, custodire  e presenziare non sono soltanto i modi in cui afferriamo l’una volta, il presto e l’adesso, delle modalità della coscienza , ma sono proprio la loro origine; essere-in-attesa non è una modalità della coscienza del tempo, ma il tempo stesso nel suo senso originario ed autentico il tempo è pensato ancora da Agostino nella fenomenologia  originaria della soggettività ontologica o Dasein,  è il Dasein che dà il tempo  ai  cronometri.

L’aspettarsi-discordante-presenziare dell’esistenza inautentica è la  possibilità dell’esperienza volgare di un passaggio del tempo, ciò non implica forse che il passaggio del tempo sia un modo legittimo  di apprendere il fenomeno temporale  in una coscienza in scorrimento continuo, in un flusso eracliteo.  

Il tempo è rigido eppure il tempo fluisce.

Questo è il problema:comprendere come da una temporalità formale ed immutabile, la temporalità estatica non conosca successione.

 

 
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E come   si possa derivare qualche cosa come il fenomeno del passaggio delle cose nel tempo, o piuttosto il fenomeno del passaggio del tempo stesso, il tempo appreso come successione di   istanti  della  presenza, nel suo concetto  metafisico di tempo o  ontologia tradizionale  come successione  sul modello dell’intratempora.

E’ l’immagine ricorrente del flusso, già in Simplicio e nel neoplatonismo, intratempora del tempo e la sua soggettività-spiritualità.

Il tempo nasce e si dispiega  fra esserci   e mondo.   

Mentre per Aristotele lo spazio è finito in estensione  ma continuo e quindi divisibile all’infinito, il tempo  è un numero ,  anzi  il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il dopo, è l’infinito almeno potenziale. 

Aristotele pensa che il movimento sia eterno: in particolare  il tempo compare come una proprietà del movimento, il suo essere misurabile, cioè numerabile,  nel senso di ciò che rende numerabile il movimento. 

Per Aristotele il movimento è un continuum  e il tempo è una misura che appartiene simultaneamente a tutti i movimenti misurabili, v’è un solo tempo che appartiene a tutti i movimenti del cosmo.

L’infinito potenziale del tempo si esplora tanto verso il passato quanto verso il futuro.

Per Platone vi era un inizio del mondo, l’atto  del demiurgo che crea il tempo;

Aristotele è un anti creazionista,  pensa  il mondo  intriso di divino, mosso dal motore immobile invisibile, ma la struttura del cosmo è eterna.
Aristotele   disamina il tempo con un paradosso: il tempo non esiste: il passato perché non c’è più, il futuro perché non c’è ancora, il presente  non è nel tempo perché  separa ciò che è passato da ciò che è futuro, il tempo non è nell’istante, perché l’istante è dynamis.   

Agostino  dispiega: la memoria è la presenza del passato, l’anticipazione è la presenza del futuro.
Il futuro e il passato sono modalità del presente.

 

 

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Le relazioni temporali  si ispirarono  tutte  al Timeo di Platone: la vera dimensione ontologica del mondo è quella dell’eterno; il tempo, pertanto, è solo la dimensione del cosmo e dell’essere fisico.

Il tempo è stato creato dal demiurgo insieme con il mondo, e quindi prima della creazione del mondo non ci  fu tempo.

In Plotino  la funzione temporalizzante dell’anima si  svelò metafisicamente determinante.

Il tempo è una distensione  o una estensione dell’anima  e l’  estensione può essere indivisibile, divisibile in maniera finita o infinitamente divisibile.

Se c’è un movimento in un atomo di tempo, c’è anche in un istante,  quindi sarebbe divisibile ulteriormente, un intervallo di tempo infinitamente divisibile dove la separazione è dynamis  o  ontodinamica  dell’essere  dell’ente, quale  cronodinamica  dell’esserci.

Il presente è un intervallo di tempo di ampiezza arbitraria e struttura infinitamente divisibile.

Il futuro è anticipazione di ciò che sta per accadere, il passato è attesa: è necessario che ci sia un futuro a causa del persistere del movimento e del cambiamento,  ma  il futuro è del tutto indeterminato nei suoi dettagli e sulla sua esistenza è  solo  potenziale.

Dunque non esistono oggetti futuri se non in potenza, in senso potenziale: c’è però  una  aporia, il passato ci appare  quale presenza  di infinità, infinite
rivoluzioni celesti, infiniti generi.

Il finitismo di Aristotele implica che il passato, gli eventi  del passato o  i cambiamenti passati siano solo un’esistenza potenziale.
Il passato, o il tempo passato, può essere infinito, apeiron, ma nel senso non quantitativo di essere senza limiti, come in una sfera.

Il tempo dipende dalla numerabilità dei movimenti  e niente è misurabile se non dalla mente e quindi niente è misurabile se non c’ è simultaneamente una mente . 

 

 
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Aristotele   pensò  al tempo  come ontologicamente secondario, in quanto non esiste autonomamente ma nella  morfogenesi  del  movimento o   cambiamento.

Il tempo non agisce sull’essere  dell’ente perché non ha autonomia ontologica.

C’è asimmetria tra passato e futuro:l’asimmetria ha un significato metafisico  e fonda la teoria metafisica del divenire nella struttura fisica del mondo o la nozione di istante- eventi simultanei nei paradossi di Zenone in soluzione,somma finita di infiniti infinitesimi   quale   premessa per la concezione galileana dello spazio-tempo   o il tempo  con lo spazio- luogo-topos e spazio-chora.

La fisica è  scienza dei corpi in movimento ed è nel luogo che in senso primario si svolge il movimento di una sua potenza, dynamis quale ontodinamica  dell’essere  dell’ente  stabile in  uno spaziotempo.

Ma  allora che cos’è il luogo?  

Pare  che   il luogo coincida con ciò che delimiti un corpo,  con la sua forma, e  la sua estensione sia commisurata alle dimensioni della grandezza delimitata, della materia del corpo, di cui la forma è limite.

Ma  è impossibile, dal momento che la forma e la materia non sono separabili da un corpo, mentre il luogo può esserlo.  Corpi e luogo sono tra loro distinti, ma correlati,in contatto ma non sovrapponibili, l’uno è contenente,l’altro contenuto; nessuno dei due è assolutamente in se stesso, bensì l’uno in funzione dell’altro, ma l’uno è ciò in cui qualcosa è contenuto,l’altro invece ciò che è in qualcos’altro ed essi non appaiono coincidenti né all’evidenza, né al ragionamento.

Si può perciò dire che ogni cosa è in un luogo come in un recipiente, è cioè
circondata da qualcosa che la contiene e la delimita e che è perciò ad essa commisurato, ma non si identifica con essa né con la sua forma.

Il luogo è quindi il limite primo del contenente, ossia ciò che immediatamente delimita un corpo in quanto suo recipiente, ma non è parte del contenuto né ad esso eccedente: il luogo sia un intervallo  che si frapponga nei corpi come una porzione di grandezza capace di sussistere separata e per sé, indipendentemente dal movimento.

 

 
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Ma non può esserci limite se non di ciò che è da esso limitato, né contenente se non di qualcosa che è da esso contenuto e nessun interstizio, vuoto, può  dividerli.

Aristotele    inventò  la  dynamis  relativa  col  fenomeno  imitato  da  quasi   tutti  o  almeno  da  Galileo  a  Kant,  una nave in movimento sul fiume:  è il luogo contenente di tutto ciò che si trova a bordo  e  si muove in quanto  è mossa da  sè; il fiume è invece il luogo nel quale la nave si muove.

Ma in quanto tale non è il fiume che si muove, bensì la nave che muovendosi in esso occupa una posizione sempre diversa,  nessun movimento sarebbe possibile senza punti di riferimento fissi e determinazioni spaziali stabili, il luogo è il primo limite immobile del contenente senza l’esistenza del vuoto, là dove non c’è alcun corpo, c’è vuoto, quel che è in realtà pieno d’aria,  è  il vuoto  o  quale  luogo vuoto  nel quale non c’è nulla: nel vuoto  nessun movimento locale pare  sia possibile.

Nel vuoto  la velocità dei corpi  potrebbe  essere incalcolabile e tutti i corpi  equiveloci, infatti la velocità di un corpo differisce.
Ma nel vuoto la resistenza è nulla,  perciò in un tempo ci si muoverebbe con velocità smisurata.
Newton  per  risolvere simili  paradossalità   immaginò  il  tempo  e  lo spazio  quali  assoluti  ove  gravitino  solo  entità  in  movimento,

Leibniz,invece, nella celebre controversia, immaginò la relatività dello spaziotempo in  relatività con la dynamis  dell’essere  dell’ente  in  una temporalità  extatica   plotiniana  quale  disvelatezza  della verità  o  aletheia,  o    ontodinamica  della  kronodinamica  della  monadea  relativa  ad  una temporalità  immaginaria   cioè  priva  di  entità  sia  pure  della  purezza trascendente.

il  tempo  immaginario  di  Leibniz  o  di  Plotino  è  il  tempo  della  verità  immaginaria  giammai  degli  enti,  se  mai  sempre  del  non-ente,  del  niente,  del  nulla  abissale.   

Apollodoro  definì   il  tempo  quale  interspazio  finito  ove  abiti  l’infinito   o  apeiron  nell’archè   o  spazialità  finita  ove  si  dà   l’infinita  temporalità,  ma  se  quella   si  configuri  in  una  topologia   qualitativa  si  eventua  la  monade  leibniziana o il  Syntagma Philosophico  della  kronotopiadynamica.   

 
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Leibniz  disvelò  così  la Temporalità  Ontologica   quale  kronodinamica  della  verità  o  disvelatezza  plotiniana:   ontologia  della  verità  dell’ontologia  del  tempo   ontodynamico,  o ontologia  immaginaria   nonlineare  o  ab-scissa  dall’esserci ontologia   della  curvatura   del  tempo  o  dello  spaziotempo.

Leibniz,nel  1684, immaginò  fosse  possibile  una  ontodinamica  infinita  in  uno  spaziotempo  finito  o  definito  in  monade,   quale  apeiron  nell’apriori  o  archè Spaziotemporale, assolutamente estraneo alla meccanica Newtoniana    intrisa  di   accelerazione assoluta, per sistemi di riferimento in moto relativo rettilineo ed uniforme.

In relatività in  verità  invece  non  c’è  mai   separatamente lo spazio e il tempo, ma solo lo spaziotempo.

L’idea che la relatività possa essere una   teoria geometrica dello spazio tempo è   una  disvelanza  dell’ontologia  della  verità  quale

Temporalità ontologica dello spazioTempo Ontologico  o  autentico  in  relatività  all’estasi  dell’esserci  e  giammai  dell’ente: le   varietà , quali  monadi  dello   spaziotempo ontologico, in  estasy  TRANScendenti  transfinite  è  già  presente  in  Leibniz  nel  suo  paradigmatico  TempoEvento nello  spazioTempo
Immaginario,  quale  nonlineare ontologia  dell’evento  della  monade in  un originale spazio  tempo  a  curvatura  immaginaria. 

La nonlineare ontologia plotinoleibniziana svela una  nonlineare
spaziotemporalità ontologica in  transcedenza transfinita, quale spaziotemporale ontologia ontodinamica  dell’esserci.

Leibniz svelò l’infinito o l’infinitesimo  nell’evento temporale finito e  lo  calcolò  quale  spaziotemporalità ontologica  dell’evento  dell’esserci  ontodynamico   denso  di  infinite  dimensioni,  non  solo  quelle  immaginate  o   quantiche  della  compresente   m-theory, anzi  quella  non  è  altro  che  una  singolarità   della  pl-theory,  quale  ontodinamica  della  multy-super-dimensionalità dell’ontologia.

Nonlineare della Curvatura   dello   spazioTempo o nonlineare dynamica   delle  superdimensioni  sublimi  della  monadea.

 

 
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L’  analytica nonlineare chaotica e  ontodynamica  lì  trovò  la  sua  ontogenesi   fino  al  Lorenz-model   del  1963, ove  c’è  lo strange-attractor     della  celebre  butterfly:   eventi  infinitesimi   posso  creare  ontodinamiche  imprevedibili  ed  indicibili.   

Lorenz modellò  i suoi  paradigmi  sulla  pl-theory  o  pl-Ontology dei  creodi  delle  Monadi.   
Kant attaccò Leibniz e  in  apparenza  anche Clarke  nell’estetica trascendentale.  

Kant definì  l’ontologia  spaziotemporale  plotinoleibniziana  una  chimera, Leibniz non fu  in grado  di  repliche, ma  il  tempo e  i  dispiegamenti   risposero  per  lui.   

Leibniz ha sostenuto che l’ilemorfica  era un’apparenza fondata sulle  monadi   metafisiche: singolarità  qualitative, impenetrabili, indistruttibili   spatio-temporalità.

Kant rifiutò quell’idealismo, ma dedusse  la scienza fisica dall’ a-priori.

Non ci sono atomi materiali; la materia è divisibile all’infinità ma l’oggetto transcendentale  è sconosciuto:capire niente tranne  qualcosa nell’intuizione,    non può essere afferrato, nella purezza.  

Leibniz  disvelò  invece   una teoria relazionale  spazio-temporale.

Senza le  monadi non ci sarebbe spazio e senza eventi non ci sarebbe tempo. Lo spazio ed il tempo non sono contenitori in cui le cose e gli eventi possano essere inseriti ma  può  rimanere vuoto spazio-tempo:  l’ evento  è una singolarità senza coordinate dello spaziotempo.

Il presupposto è che il tempo non esiste indipendentemente dai rapporti di spazio-tempo degli eventi   di  una singolarità, le teorie relazionali implicano che lo spazio-tempo sia  gli  eventi ed i rapporti spaziotemporali   i loro eventi. 

Leibniz è contro Newton  e la sua  teoria del tempo e spazio assoluto, Kant è entrato nell’arena dal lato di Newton: se c’ è uno  spazio in sè allora la teoria assoluta è migliore della teoria relazionale.

 

 
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Ma   la teoria della relatività speciale  risollevò  le  sorti  della teoria relazionale;  la relatività generale indica che la curvatura dello spazio-tempo è influenzata   dalla distribuzione delle  interazioni  gravitazionali, quindi  la relatività  è ontologica . 

La geometria fisica non è a priori, ma  soprattutto  è  non-Euclidea, Kant invece   pensò  sempre  ad  una geometria euclidea quale  conoscenza a priori.

Così l’avvento della relatività generale, fondata  sulle geometrie non-Euclidee per lo  spaziotempo ha   gettato  nella  crisi  il  pensiero  di  Kant   o  il  suo paradigma   anche  perchè  la grande eccezione  ontologica  fu  proprio  il  suo avversario  Leibniz.

La geometria non-euclidea  e  la relatività speciale si  disvelano  proprio  dalla  sua  idea di spazio-tempo con l’abbandono della simultaneità assoluta; dalla relatività generale viene l’idea che lo spazio-tempo è dinamico e che la gravità dovrebbe essere   relativa.

Leibniz   o  la  scienza di  Leibniz   fu   oscurata  da  Kant-Newton  ma l’esistenza di punti spazio-tempo o di spaziotempo  quali  eventi  ontologici o punti di spazio-tempo sull’ontologia dello spaziotempo  disoblia  quel  paradigma  o  quell’ontologia della  monade  o  quanta  immaginarii  dell’ontologia dello spaziotempo.

Newton attribuiva al tempo e allo spazio una realtà di tipo sostanzialistico del tutto indipendente dagli eventi , mentre Leibniz  li considerò come relazioni  secondo uno statuto ontologico  degli eventi. 
Gottfried Wilhelm Leibniz versus   Samuele Clarke-kant   o   clarkant? 
Pare  proprio  così:  klarkant  e  l’ontologia  dello  spaziotempo  della  pl-theory .

Loro non furono d’accordo sullo status ontologico dello spazio piuttosto che sulla sua struttura geometrica o fisica:confutare la voglia di quelli che pensano  lo spazio possa essere una sostanza, o almeno un assoluto,non solo c’è
l’incoerenza in Newton, ma lo spazio  denota  condizioni di possibilità, un ordine di cose che esistono  insieme, lo spazio è un ideale.  

Leibniz dà definizione: il luogo è  la relazione della co-esistenza è perfettamente  la relazione della co-esistenza, le relazioni della co-esistenza sono completamente in co-esistenza con relazioni della co-esistenza.  

 
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Quali “relazioni della co-esistenza”  Leibniz aveva in mente?

La “situazione” di un oggetto non è una relazione, ma  le “relazioni attinenti della co-esistenza” . 

Leibniz  presuppose che le distanze tra oggetti fisici definiscano  una funzione di distanza più forte, o  di  gravità  attrattiva  quali “relazioni geometriche  più complesse di co-existenza, lì  lo  spazio non è nulla altro che  un ordine dell’esistenza di cose, osservate  come insieme.

Il tempo varietà dei paradigmi della fisica,eventuati dopo la metafisica ininfluente ontogenica classica, non sono ancora riusciti a disvelare la differenza ontologica tra l’ontofisica dell’essere e la fisica delle entità ilemorfiche.

Nell’ultimo secolo, alcune teorie della mathesis,alcune intuizioni del pensiero ontologico hanno eventuato la presenza di una struttura ontologica nei modelli ontologici per l’ ontofisica.
La dove l’essenza dell’essere è la misura del tempo ontologico,della velocità del tempo in relatività alla velocità della luce: sia nell’astrofisica kaosmica,sia nella microfisica quantica della Gestell,dell’impianto della struttura topologica fluttuante planckiana dell’ ontofisica con le sue ermeneutiche ed i suoi paradigmi,sia nella struttura ontologica del chaosmos.

Nella struttura ontologica dello spazio-tempo della cronotopia della fondatezza della Physis si svela  una paradigmatica sistemica per la fisica, c’è una tematica prioritaria noetica,ma non c’è ancora una noematica,né l’ermeneutica,né un’ontologia della physis, men che mai per l’ontofisica o la struttura ontologica dell’esserci dell’evento.

E’ essenziale analizzare,studiare,interpretare gli eventi caotici o meglio kaosmici della temporalità,della singolarità spaziali ,dei vuoti del tempo immaginario delle fluttanze nelle regioni planckyane o nella Gestell di Planck ma la fisica sia pure quantica supergravitazionale che sia influenzata dalla metafisica,nulla può di fronte ai nuovi eventi e perciò si può solo rifugiare nel frattale,sia grazie alla replicabilità ricorsiva computazionale.

Ma chi non si arrende e non cede alle lusinghe ortogonali,canoniche,clonabili è nella libertà noematica di svelare modelli ontologici dell’ontofisica anche nella struttura ontologica  del kaosmos.

 
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Con il consenso nolente o volente del pensiero gli attrattori,delle varietà topologiche della stabilità strutturale,dei modelli godeliani,dell’ermeneutica epistemicadel tempo immaginario nella gravità quantica o meglio la struttura ontologica dell’epistemica  delle verità. 

La differenza ontologica essenziale tra l’epistemologia abitata dalla metafisica influente,ininfluente e l’epistemè in relatività con l’ontologia influente è l’ermeneutica della  temporalità: per millenni  la visione del tempo si affida alla ortogonalità lineare canonica,cosmica nella pl-theory si eventua il tempo ontologico, virtuale, immaginario, trascendente e transfinito.  

La struttura ontologica transfinita trascendente ed i modelli ontologici ontofisici consentono il dispiegamento di singolarità ontovarietà non solo con la
temporalità immaginaria ma di più e oltre con la temporalità ontologica,virtuale transfinita trascendente,kaosmica sia nella Gestell planckyana,sia nella supergravità quantica.

Si eventueranno anche gli attanti ontologici,al di là degli utilissimi fin’ora attrattori strani, la struttura ontologica degli attanti immaginari gli attanti virtuali consentiti dall’ontovarietà gli attanti trascendenti.

Solo con quelle varietà o  strutture ontologiche sarà consentito eventuale le velocità del tempo superiori alla canonica velocità gravifotonica.

La velocità del tempo non sarà più solo una formula estetica della ontologia influente della nuova epistemica o noematica della ontofisica.

Ma l’ontologia dei modelli per l’ontofisica consentirà anche di svelare l’ontologia della verità soprattutto e per lo più quella inerente all’ontologia ed ermeneutica dell’essere in velocità nel mondo dell’essere in elasticità nel vuoto nel kaosmo dell’essere la velocità e l’elasticità del tempo delle superonde, supercorde, metacorde, metaonde, ontoboliche o ontovarietà delle ontosingolarità quantiche, virtuali, immaginarie, transfinite.

L’ontologia dei modelli per l’ontofisica consente il disgelarsi della interazione ontologica ontomorfica o formattanza per le ontologie dell’elasticità nella Gestell planckyana ontoelasticità delle ontosingolarità delle onde.

 

 
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Il dispiegarsi dell’ontologia dell’ontofisica consentirtà la disvelatezza della ontologia del campo immaginario, virtuale, campo transfinito trascendentale.

Ontocampo cosmico utile per l’ontoelasticità virtuale immaginaria transfinita trascendente ma di più e meglio dell’interessere nella sua isteresi virtuale, immaginaria, trascendente, transfinita .

L’ontologia del campo nellla Gestell planckyana consente il disvelarsi di modelli  della topologia fluttuante per le supercorde l’ontovarietà creodale nelle differenze di creodi quantici, creodi gluconici o gravifotonici, creodi quarks.

O di meglio i creodi ontologici sentieri ontologici della topologia planckyana ontogenesi quantici, quarks virtuali, immaginari, transfiniti, trascendentali, kaosmici,la ontologia kaosmica qual è l’ontogenesi dei sentieri creativi che dall’ontovarietà planckiana si disvelano nel tempo ontologico nella velocità del tempo nel vuoto virtuale quantico immaginario, transfinito, trascendente o vuoto ontologico.

L’ontologia delle singolarità creodali o virtuali immaginarie, transfinite, trascendenti, kaosmiche si eventua nella Gestell planckiana quali ontovarietà, cuspidali, ellittiche, iperboliche, metaboliche, ontoboliche, è il modello della topologia fluttuante delle singolarità dei sentieri creativi con la sua isteresi pregnante di almeno quattro valenze sinestetiche.

C’è di meglio per lo più l’ontologia dei sentieri creativi nella Gestell   planckyana eventua la differenza tra attanti ove l’ontologia della temporalità è caosmica, ove la temporalità si dispiega virtualmente, ortogonalmente, canonicamente nella supergravità quantica.

Nell’attanziale invece c’è ancora una sinestesia o un’indeterminatezza tra la temporalità immaginaria e la transfinita trascendente: è l’ontologia
dell’infinitesimno kaosmico immaginario che dà increspature al vuoto e crea il sentiero dell’essere o creodo ontologico metastabile ontobolico, della ontovarietà.

I creodi dell’ontogenesi ontologica si gettano nel campo della  Gestell o struttura ontologica planckiana con  ontocronie indeterminate fluttuanti, instabili, virtuali, immaginarie, trascendenti ,transfinite, kaosmiche, solo la differenza tra il sentiero creativo e i creodi si dà quale evento della temporalità della mondità.

 

 

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La differenza ontologica della velocità del tempo getta sul campo diverse ontocronie da quelle più canoniche ed ortogonali quali la supergravità quantica  a quelle più affascinanti quali le singolarità immaginarie dal caosmo ma nella Gestell planckiana fluttuante cripta  e si decripta un sentiero creativo ove si eventua il transfinito, isteresi creodale dell’indeterminatezza tra le due differenze contemplate dall’epistemè paradigmatica.

Lì i creodi ontologici custodiscono e disvelano sia l’ontocronoia quantica sia l’altra immaginaria superdeterminatativamente ed eventuano così anche il tempo ontologico trascendente kaosmico.

Il sentiero creativo che si getta nel campo della Gestell planckiana è il creodo dell’ontocronia fluttuante tra le differenti velocità del tempo contemplate dall’epistemè paradigmatica: la velocità del tempo supergravitazionale quantico, la velocità del tempo immaginario, la velocità del tempo transfinito trascendente, la velocità del tempo ontologico kaosmico.

E’ evidente l’ortogonalità della velocità della velocità del tempo quantico supergravitazionale ancora sperimentale la velocità del tempo,superiore alla costante fotonica, immaginario delle singolarità nichiliste cosmiche nel campo progettuale di ricerca, la presente e viva la velocità del tempo virtuale, transfinito, trascendente kaosmico: l’ontologia del tempo ove oltre all’attrattore temporale, ortogonale, strano o frattale che sia,si eventua anche l’attante
immaginario, l’attante transfinito, trascendente, l’attante kaosmico.

L’ontologia delle ontovarietà del tempo getta nel campo della Gestell planckiana l’ontopoiesi dei sentieri creativi, le singolarità virtuali, immaginarie,trascendenti ,trasfinite, kaosmiche, le singolarità ontologiche attanziali criptanti e decriptanti la velocità del tempo prima che sia  tempo del mondo o tempo dell’esserci o tempo dell’essere nel mondo o tempo nel tempo della mondanità.

Nel campo della Gestell o struttura ontologica planckiana oltre agli eventi virtuali o immaginari si gettano in interazione gli attanti degli eventi transfiniti trascendenti cosmici: è l’interessere tra gli eventi dei sentieri creativi che si dà quale topologia fluttuante delle ontovarietà dell’ontopoiesis dell’ontofisica.
Il pensiero kaosmico è sceso nel campo dell’imprevisto frattale,ma non ancora si è gettato nel campo della Gestell immaginaria, virtuale, transfinita, trascendente.

 
                   
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Il progranma di ricerca sui modelli per l’ontofisica dispiegherà e svelerà l’ontologia influente per l’ontopoiesis.

La Gestell o struttura ontologica dei sentieri creativi che si eventuano di fronte all’essere sono la morfogenesi virtuale,immaginaria,trascendente,transfinita, kaosmica della physis nella sua indeterminatezza  dei virtuali, immaginari, transfiniti, trascendent, kaosmici: è l’impianto, la struttura ontologica, la montatura che si getta nel campo della Gestell planckiana prima di fluttuare nella frattalità degli attrattori strani delle teorie del kaos lorenziane

Le sue dimensioni infinitesime non consentono una visione o previsione ma consentono l’eventuarsi delle icone morfogeniche, virtuali, immaginarie, transfinite, trascendenti, kaosmiche.

Anzi le isteresi delle icone dei sentieri creativi eventua le differenza ontologica con i creodi,sia pure ontologici, per disvelare l’ontofisica che si getta di fronte dinnanzi davanti libera e sgombra dalle influenze della metafisica imperativa categorica della volontà di potenza sinergetica, sia anche nella versione più epistemica della supergravità quantica.

I modelli ontologici delle icone consentiranno d’eventuare le icone morfogeniche, immaginarie, virtuali, trascendenti, transfinite, kaosmiche che si gettano nel campo della Gestell disvelano  gli attanti dell’ontofisica, ontopoietici della velocità del tempo, del vuoto ontologico, dello spazio metastabile, delle ontovarietà ontoboliche.

L’ icona è una varietà ontologica ontobolica o un ontovarietà kaosmica che ci sta di fronte dinnanzi sempre davanti.

Nella Gestell  o struttura ontologica planckiana le icone dei sentieri creativi si eventuano nel vuoto ontologico ora quali singolarità kaosmiche, leibniziane, morfogeniche di varietà gluoniche, ora in qualità di singolarità immaginarie  ontogeniche di varietà cuspidali, ellittiche, quarks.

Nell’isteresi degli eventi della Gestell  o struttura ontologica planckiana, le varietà iperboliche si alternano a quelle paraboliche il loro interesserci si dà quali ikone  del vuoto ontopoietico fluttuante e dispiegante singolarità virtuali immaginarie, trascendenti transfinite.

 

 

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L’ontofisica consente di eventuare modelli ontologici anche per le singolarità immaginarie, supergravitazionali o kaosmiche:immagina  quali attrattori unidirezionali e per simmetria, o supersimmetria, aggettanti intermittenze quantiche, cosmiche.

Ma in  un modello ontofisico si possono eventuale varietà ove l’attante si presenta in tutte le direzionalità kaosmiche, sia in micro che in macro o mega,giacchè i sentieri creativi morfoattanti si gettano in campo globale: ogni infinitesimo per ontogenesi si eventua quale singolarità non solo immaginaria anche virtuale,trascendente, transfinita, kaosmica.

Giacchè lì la temporalità si svela trascendente ontopoietica, ma anche disvela la sua differenza ontologica attraverso le increspature metastabili che creano i sentieri irreversibili nel tempo dell’esserci nella Gestell  o struttura ontologica planckiana.

Morfogenicamente i modelli ontologici eventuano le morfoattanze o le interazioni della Gestell di Planck delle ontofisica: nel disvelare le singolarità della temporalità ellittica la temporalità virtuale parabolica la temporalità transfinita iperbolica la metabolica temporalità dei sentieri creativi delle kaosmiche ontoboliche.

Lì nella Gestell-Planck si eventuano reversibili ma nella gettatezza  cosmica appaiono irreversibili, ma sempre kaosmici.

Il modello ontologico consente di eventuare l’oltre del futuro che ancora non c’è anche della nuova fisica teorica sperimentale risorta dalla superpotenza di calcolo quelle varietà classica emersa nella cromodinamica  si disvelerà quale singolarità virtuale o immaginaria dell’indeterminatezza del gluone-quark dell’intermittenza quantica della Gestell planckiana.Il glug-quark è la virtuale singolarità intermittente della Gestell dell’indeterminatezza quale creodo ontologico.                  

L’isomorfismo è l’identità di struttura: una struttura può venire incorporata in un’altra, se la prima è isomorfa a una parte  della seconda.
A questo punto ci possiamo chiedere che cosa significhi parlare di “verità di una teoria”. 

 

 

                                                                
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Che cosa significa interpretare una teoria e  come si applica tutto questo alle teorie fisiche?

La nozione di verità rispetto a un modello fisico è di carattere parziale, come
quella di ‘adeguatezza empirica’.

L’uso di nozioni ‘parziali’ di questo tipo, che sono in qualche modo alternative a quella generale di ‘verità di una teoria’, risponde a un’impostazione che ritiene più opportuno concentrarsi su aspetti pragmatici e empirici che non su domande come “La teoria è vera?” o “Sotto quali condizioni la teoria è vera?”.

Ma che cosa si può dire in base all’approccio semantico alle teorie fisiche relativamente alla questione generale della verità di una teoria?

Se la verità di un’intera teoria è determinata dal fatto che il mondo reale sia effettivamente come la teoria dice che deve essere, che cosa succede nel caso che una teoria ammetta più di un’interpretazione, cioè nel caso che, secondo la teoria, il mondo reale possa essere fatto in due o più modi diversi?

La fisica, sia classica sia quantistica, ammette  una teoria con  diverse
interpretazioni; o altrimenti detto, se includiamo nella definizione di una teoria
anche la sua interpretazione, due diverse teorie che descrivono gli stessi fenomeni: la meccanica quantistica è una teoria fisica con una definita
struttura formale e una determinata portata empirica, ma con un problema
interpretativo ancora aperto.

Le interpretazioni di questa teoria sono infatti molteplici: dalla ‘teoria dei molti mondi’  alla ‘teoria della riduzione dinamica’ e alla ‘teoria della decoerenza’.

Ognuna di queste interpretazioni ci dice qualcosa di diverso su come è fatto il mondo descritto dal formalismo quantistico:se una particella microscopica come l’elettrone abbia una traiettoria ben definita, secondo alcune intepretazioni la domanda avrà una risposta negativa, secondo altre interpretazioni la domanda avrà una risposta positiva.

La verità di una proposizione come “l’elettrone ha una traiettoria ben definita”
dipende dunque dall’interpretazione scelta.

 

 
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Ma il vero problema è che cosa succede della verità dell’intera teoria.

Come possiamo giudicare, in tal caso, della verità della teoria?

Ma i problemi per la nozione di verità non finiscono qui:la teoria newtoniana dello spazio, del tempo e del moto e la teoria della relatività speciale di Einstein , viene da dire che la teoria vera è la relatività speciale.

Ma la teoria newtoniana funziona molto bene in un certo dominio: relativamente ad esso ‘salva i fenomeni’ esattamente come la teoria della relatività, e la sua descrizione dello spazio e del tempo  può essere ‘vera’. 

La verità di una teoria fisica può dipendere non solo dalla sua interpretazione, ma anche da domini  interteorici  o interteorica  adeguatezza intersoggettiva.

La simmetria,intesa nel senso di ‘invarianza rispetto a un gruppo di
trasformazioni’, ha ormai acquistato una posizione del tutto centrale nella
descrizione, spiegazione e previsione dei fenomeni naturali.

Dalla fisica microscopica alla cosmologia, la ricerca scientifica ricorre sempre di più a considerazioni, principi e metodi basati su proprietà di simmetria.

Nella fisica contemporanea, le proprietà d’invarianza delle leggi fisiche sono postulate attraverso principi, noti comunemente come ‘principi di simmetria’
o ‘principi d’invarianza’.
Il primo principio ad essere stato esplicitamente formulato come principio d’invarianza è il principio della relatività speciale, attraverso il quale Einstein stabiliva, nel 1905, l’invarianza delle leggi fisiche rispetto a cambiamenti di sistemi di riferimento inerziali.

Dai primi lavori di Einstein sulla relatività alle più recenti teorie quantistiche dei campi, la storia dell’applicazione dei principi di simmetria all’indagine fisica coincide in larga parte con la storia della stessa fisica teorica: basti pensare alla formulazione della relatività generale, all’introduzione delle simmetrie quantistiche, all’estensione della teoria dei gruppi di simmetria all’ambito della meccanica quantistica, e all’elaborazione delle teorie di gauge, le teorie di campo fondate sulle cosiddette ‘simmetrie di gauge’ attraverso le quali si descrivono  le
particelle fondamentali e le loro interazioni.

 

 

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Nello spirito della teoria della relatività, l’invarianza delle leggi fisiche rispetto
alle trasformazioni spazio-temporali esprime l’ invarianza rispetto a
cambiamenti dei sistemi di riferimento o ‘osservatori’.

Su questa base, è quindi possibile porre le invarianze spazio-temporali in rapporto con un criterio di oggettività intersoggettiva della descrizione fisica: le leggi mediante le quali descriviamo l’evoluzione dei sistemi fisici hanno valore oggettivo in quanto non cambiano:oggettivo è ciò che è invariante rispetto al gruppo di trasformazioni dei sistemi di riferimento, oggettività significa invarianza: una visione della temporalità “altra” da quella lineare: si passa da un’immagine bidimensionale dell’800 ad una tridimensionale ove la visione lineare è semplicemente un aspetto particolare.

Qui c’è lo stesso passaggio verificatosi quando la geometria euclidea fu superata dalle geometrie lobacewskyane o iper-euclidee o non euclidee; c’è lo stesso passaggio di quando Copernico scoprì la non realtà delle teorie tolemaiche.
Aspetti della ricerca epistemologica,Filosofia della Conoscenza,Filosofia della Scienza, nella scienza stessa.

Il tentativo di assorbire integralmente la filosofia nelle scienze trova la sua principale ragion d’essere negli sviluppi del sapere scientifico nella tendenza ad occupare spazi tradizionalmente riservati alla filosofia.

Aristotele diceva dell’essere si parla in tanti modi ed alcuni paiono essere ancora utili e sensati.
La visione del tempo lineare dipende dalla possibilità di calcolare, con i numeri reali, un segmento e/o una linea retta.
Ma quando vengono scoperte altre teorie di numeri non reali ma nello stesso tempo razionali e naturali anche la possibilità di calcolare un tempo non lineare diventa un gioco.

Hawking verso la metà degli anni ‘70 elaborò,attraverso i “numeri immaginari”, la teoria del “tempo immaginario”.
I “numeri immaginari”, si sa, sono perfettamente numerabili, calcolabili anche se non commensurabili con le altre teorie numeriche:numeri “reali”, “naturali”, “irrazionali”.
Nell’estate del 1995 a Firenze, S.Hawking ha capovolto la visione: da singolarità dello spazio implosivo del cosmo, a singolarità gettante energia continua ed antientropica nell’universo.

 
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Quale paradigma si è eventuato?

Un modello spaziale delle singolarità spazio-temporali o singolarità cosmiche virtuali dell’ipospazio nell’iperspazio temporale.
S.Hawking ha disvelato nell’abisso della spazialità relativistica einsteiniana, l’ipospazio soggiacente che non è  un “nulla” o un “niente, ma una “superentità” ipospaziale della topologia fluttuante.

Nel modello matematico proposto da Hawking, le parti stabili delle singolarità cosmiche s’immaginano instabili, per la nota teoria dell’indeterminatezza di Heisenberg: non si potrà mai sapere con assoluta precisione, pur disponendo della migliore “thecnè” futuribile, quale status possiedano le particelle elementari ai confini dello spazio vuoto: se statico e perciò impermeabile a qualsiasi fenomeno di attraversamento quantico, o instabile ed “ek-statico” e pertanto vibrante di gettatezze singolari, strane o virtuali.

Tra le tante possibili o probabili o immaginarie o virtuali alcune omologhe e coerenti e simmetriche o asimmetriche o super-simmetriche:tant’è che
nell’ipospazio soggiacente, esisterà almeno una superstringa di particelle virtuali o superonde fotoniche o gravitoni, capace di attraversare l’orizzonte degli eventi da uno spazio-tempo ad un altro: e,per simmetria,sarà anche non impossibile il chiasma ipospaziale della super-stringa cosmica.

Getti quantici instabili e virtuali,se simmetrici, creeranno un campo gravimagnetico implosivo; se asimmetrici, un campo di fissione esplosivo estatico: genesi, dal “nulla” o dal “niente” o dal “nihil” cosmico, della materia o antimateria virtuale: singolarità dello spazio-tempo, cronotopie della relatività quantistica.

Sarà così ?

Nessuno, forse per qualche secolo potrà rispondere a simile domanda cosmica; ma,analizzando con maggior attenzione, il modello topologico di S.Hawking alcune illuminazioni per eventi fondamentali della fisica sono possibili.
Di tanti, sono qui enunciati solo alcuni, forse non d’immediata necessità temporale, ma in futuro, dotati di qualità virtuose essenziali.

Il chiasma ipospaziale può essere immaginato stabile e statico o instabile ed estatico, o strutturalmente stabile ed estatico.

 
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Le curvature graviquantiche dello spazio-tempo  circondanti si inabissano in singolarità ipospaziali virtuali: tali da creare una curvatura positiva circolare e simmetrica alla corrispondente biunivoca: una superstringa infinitesima e quantica di dimensioni prossime alla costante di Planck .

La virtualità ipospaziale darà alla luce una stringa cosmica ove il flusso di materia o antimateria virtuale ellittica o spiralica, si configurerà quale campo soggiacente l’ipospazio virtuale.

La superficie gravitazionale dell’universo s’increspa in negativo, secondo il ritmo dei numeri immaginari coniati da Hawking, fino a disvelare nell’ipospazio soggiacente , le superstringhe morfogenetiche del campo graviquantico: se simmetrico implodente, se a spin asimmetrici virtualmente aggettante nuova energia nell’universo, tanto da generare nuovi, o in passato, big-bangs.

Per super-simmetria la stringa ipospaziale s’inabisserà nell’ipercronotopia, tanto da convergere verso la simmetria vicina, o lontana, anni luce.
Si eventuerà un chiasma ipospaziale, morfogenesi virtuale  e di altri multiversi singolari o strani o immaginari.

Se la scienza non ci inganna, e le riflessioni di Hawking sono dense di pregnanza e salienza, siamo di fronte ad un evento della visione del kosmos sconvolgente e paradigmatica al tempo stesso, capace di relegare a particolarità divertenti, tutte le teorie precedenti.

Ma anche pregnante talmente da disvelare modelli nuovi,utili per dispiegare gli eventi immaginati da Hawking e svelare salienze inaudite ed ancora inimmaginabili.

Là si disvela un modello metabolico cosmico che s’eventua dal nulla, o dal nihil, virtuale ma che forma un chiasma a stringa immaginaria, e in generale un ipospazio virtuale immaginario.
Sarà quella morfogenesi cronotopica a stabilizzare un campo gravi-quantico estatico o pregnante di gravità quantistica.

In quella supersimmetrica singolarità,le due singolarità cosmiche saranno forse eternamente intangibili, statici,o supergravità delle cronotopie periferiche, ma generanti un campo ipospaziale comunicante e fluttuante e aggettante materia ed antimateria, particelle virtuali e strane, galassie e universi.

 
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Per conferire rigorosità e bellezza ad un simile modello di singolarirà virtuale ipospaziale, è possibile inscrivere quel paradigma descritto con i numeri immaginari in varietà topologiche o meglio in trivarietà.

Il doppio chiasma ipospaziale virtuale, sarà una bivarietà ove s’inabissano le polarità estreme ed inferiori, quando le pareti  si disvelassero instabili, indeterminate ed ekstatiche.

La bivarietà virtuale immaginata da Hawking si inabissa nell’ipospazio d’un toro topologico attraversando una stringa cosmica, anch’essa formata da una bivarietà topologica.

Nella supersimmetria immaginata da Hawking, la doppia bivarietà toroidale si disvela quale singolarità virtuale del chiasma topologico.

Ma quel che appare alla nostra visione non è altro che una composizione frattale della trivarietà ove le singolarità spazio-temporali possono disporsi nella più assoluta libertà nella cronotopia universale, senza alcuna stabile coessenzialità temporale e spaziale, tale da far apparire le singolarità kosmiche singolarità uniche e inequivocabilmente distinte nell’universo, ma in realtà ben inserite nel campo graviquantico attraverso l’ipospazio virtuale di S.Hawking

Se quel paradigma è pregnante in macro nel cosmo, sarà altrettanto nel micro, tant’è che non sarà tanto difficile immaginare stringhe nella micro regione di Planck, ma supersimmetriche alla ipospazialità di Hawking.

Sarà bene riflettere sulla cronotopia virtuale creata Hawking e ben disvelata dal modello topologico della trivarietà.

Quindi Hawking ci fornisce, per la prima volta, la possibilità di calcolare una temporalità cosmica non lineare e quindi ci dischiude una visione della temporalità “altra” dai paradigmi delle narrazioni dell’800.

Se la scienza e la filosofia hanno elaborato una formalizzazione della temporalità diversa.

Quel che ci appare in luce ed in modo dispiegato, fu presente in nuce?

 

 
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Prima, però, un raffronto tra la visione temporale lineare e la tridimensionalità del “tempo immaginario”.

La classica visione del tempo procede per spostamenti progressivi e lineari come se fosse una freccia del tempo,l’evoluzione del”tempo immaginario” si dispiega nella superficie di una sfera, sorge da un polo “immaginario” il nord raggiunge l’equatore e si chiude in un polo, di linee congiungenti, “immaginario” il sud.

Se si pongono le due diverse interpretazioni del tempo in relazione, si comprende come c’è una convergenza ma anche una biforcazione nel percorso incapace di una qualche stabilità certa.

“E’ un caos” è un’espressione che viene usata per esprimere la dissolvenza di una qualche identità, telos, lineamenti e fondamenti e sta per “non esiste nessuna certezza, finalità, non c’è nessun fondamento”.

Emerge con una qualche rilevanza culturale,filosofica e scientifica l’”epistème” di due congetture:la più originaria prende spunto dalla dialogia tra apollineo e dionisiaco ove ogni sapere,ogni senso non ritrova più in sè e fuori di sè le coordinate fondamentali:il mondo è dominato da un’instabilità permanente, caotica appunto;il senso della temporalità, in questa visione, avverte il declino sia della linearità sia della ciclicità senza un dispiegamento,però, di
un’interpretazione verso altre forme della conoscenza e del sapere: il senso di questa congettura rimane sempre al di qua del senso caotico contemporaneo.

La seconda congettura,viene alla luce nella matematica con la “teoria del caos”.

C’è una qualche corrispondenza tra queste congetture e quel senso impalpabile appena descritto, si può stabilire una qualche connessione tra i vari sensi del “caos” e/o definire che cosa sia questo “senso del caos “?

Si evidenzia la necessità di stabilire una minima considerazione sull’ “ontologia del chaos”, sul senso in sè del “chaos”, sulla sua influenza nella cultura.

Joyce col suo ossimoro “chaosmos” volle definire un senso che fosse, nello stesso tempo, un “cosmos” non ordinato e non prevedibile.

 

 

 

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Questa parola vuol dirci che l’antica distinzione tra ordine e disordine, tra “cosmos” e “chaos”, tra tempo ordinato e tempo disordinato, possono trovare un punto di fusione nell’essenza del “chaosmos” ovvero in un “cosmos” ove non regna più la simmetria apollinea ma fa da padrona l’assimetria dionisiaca.

Nello stesso tempo quell’assimetria dionisiaca non si trova però iscritta in una temporalità ben definita, con un orizzonte degli eventi, dei limiti ben evidenziati; tant’è che è impossibile uscire da quelli se non in una sorta di “de-lirio” e di “sub-limen” cioè di un andare oltre la linea dell’orizzonte e quindi in un altro mondo “chaos-cosmos”.

Il “chaos”, quando lo si contrappone al “cosmos” diviene sinonimo di fenomeni incomprensibili, indecidibili; quando si trova un punto di fusione col “cosmos” l’ “ontologia del chaos” non fa altro che dispiegare luoghi e regioni dello spazio-tempo ove gli eventi appaiono disordinati, incomprensibili, indecidibili nel piccolo ma in una dimensione diversa appaiono in una prospettiva differente dalla precedente ma non per questo incomprensibili.

Forse il “chaos” è compresente in tutte le dimensioni dell’universo ed appare incomprensibile per la razionalità, per il sapere ed il calcolo.

Ma quando l’osservatore lascia che il “chaos” vinca le sue battaglie in quella dimensionalità e si sposta verso una dimensione “altra”, il “chaos” cessa di essere tale per rivelarsi nella sua armonia e bellezza simmetrica.

Si può definire l’ “ontologia del chaos” quale rappresentazione dell’essenza delle cose nella propria dimensione non delineata da nessuna cultura, razionalità,calcolo.

Perchè il “chaos” possa essere considerato un oggetto di osservazione, quindi, si dovrà trovare una soggettività visiva che ne delimiti l’orizzonte, il senso e la forma.

Per una classificazione delle varie tipologie caotiche, immaginiamo un disco in cui sia incisa una musica infinita.

L’ “attrattore strano” sarà  la  forma  regolare  del  “chaos”  i cui confini e l’orizzonte degli eventi sono ben delineati, per esempio a forma di disco, ma di cui è impossibile percepire e calcolare l’itinerario interno.

 
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Quando il sapere ha di fronte a sè la forma completa del disco può definire l’evoluzione complessiva,può dare qualche ordine al disordine.

Ma lo stesso soggetto visivo, all’interno del disco, non riuscirebbe mai a stabilire un itinerario, un senso, una conoscenza, un ordine: si troverebbe in un classico “chaos”.

In questa dialogia tra ordine esterno e disordine interno o viceversa c’è tutta l’essenza dell’ “ontologia del chaos”: è possibile rintracciare i prodromi di questo paradigma , nella monade leibniziana quale sfera contenente in sè il “chaos”e il “cosmos”; ovvero, nella monade  c’è un succedersi di simmetria ed assimetria, di “cosmos” e “chaos”.

Secondo questa prospettiva gli sviluppi compiuti relativamente ai fondamenti della geometria, della logica e della fisica matematica hanno condotto inevitabilmente a una profonda trasformazione della concezione kantiana dei principi sintetici a priori.

Tali principi non potrebbero più essere concepiti come necessari, certi, non rivedibili.

Ciò che viene negato è un modo  di intendere l’a priori, non l’a priori in senso generale.

Al contrario molti hanno rimarcato l’adesione, da parte degli empiristi logici, ad una concezione relativizzata dell’a priori.

L’a priori contestualizzato costituisce la base per quella che è stata definita  una negazione “debole” del sintetico a priori kantiano.

Secondo questa interpretazione il carattere proprio dell’empirismo logico sarebbe da individuare esattamente nella tensione fra aspetti di tipo kantiano e  aspetti  riduzionistici.

Forse nel periodo musicale,nello “zeit-raum” mozartiano è già presente il “chaosmos”.
“Zeit-raum”, nella sua originarietà, significa spazio-tempo ovvero il senso del periodo quale fu formulato in origine: “perì-odòs” limite intorno ad una strada, ad un sentiero.

 
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La musica mozartiana è la prima musica col senso dello “zeit-raum”, del periodo che ha in sè una simmetria, rigorosità, completezza apollinea, cosmica ma che, nella sua essenza, al suo interno conserva e svela un disordine, un’assimetria, una tonalità che va oltre l’ordine musicale esistente.

Lo “zeit-raum” sarà quindi, quale metafora del “chaosmos”, lo spazio cosmico entro cui è possibile far soggiornare il tempo caotico e nel contempo il tempo cosmico, ove soggiorna lo spazio del “chaos”.

Mentre nel “cosmos” spazio e tempo ci appaiono, sia nella fisica classica fino a Newton sia nella fisica einsteiniana e post, come regolati da una legge e da una rigorosità calcolabile e nel contempo come se fossero governate da identiche leggi, sensi, forme; nello “zeit-raum chaosmico” è possibile che lo spazio ed il tempo siano governati da una “differenza”: tempo ordinato e spazio disordinato, tempo caotico e spazio cosmico.
Si potrebbe anche evidenziare una fenomenologia in cui una spazialità cosmica sia abitata da una temporalità caotica e viceversa.

Si potrà allora definire un “attrattore strano” avente una dimensionalità temporale caotica ed una dimensionalità spaziale cosmica.

La ragione classica si è trovata di fronte a questi fenomeni della scienza.

Il pensiero filosofico, per riuscire a trovare un’interpretazione di questi fenomeni, è stato costretto ad abbandonare le grandi narrazioni.

Forse Nietzsche con la sua dialogia Apollo-Dioniso, accennò a questa ipotesi, ma al di sotto delle complessità evidenziate dagli “attrattori strani” formulati da Lorenz; del resto mai appare, nel pensiero nicciano, la presenza metaforica di una divinità che possieda gli elementi del dionisiaco e dell’apollineo quale essenza stessa della sua natura:  lo spazio-tempo ove il “chaos” viene alla luce per generare mondi abitati da una caoticità imprevedibile ed indecidibile dove trovano dimora dei ed uomini quindi il dionisiaco, l’apollineo e l’umano che non è nè dionisiaco nè apollineo ma è l’uno e l’altro.

In principio il “chaosmos” è isologico con la “fusis” e, a sua volta, questa isologia è possibile interpretarla come un “attrattore strano” ove la “fusis” si evidenzia con un orizzonte, una forma, una formula rigorosa e completa ma che in sè possiede infiniti itinerari labirintici.

 
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Per poter parlare della “fusis”, quale “ontologia del chaosmos”, non è più possibile utilizzare il linguaggio che tutt’ora costituisce la nostra “koinè”, perchè l’evidenziarsi del “chaosmos” qual e “fusis”, natura ha messo in crisi non solo le grandi narrazioni,  ma anche l’essenza stessa del linguaggio.

Solo una nuova visione della temporalità può offrire nuovi orizzonti alla nostra riflessione; quale relazione, allora, intercorrerà tra temporalità caotica e/o immaginaria, “pensiero della differenza” e l’ “ordine simbolico del mondo”.

Sperimentiamo il tempo come un passaggio continuo e inarrestabile da ciò che fu a ciò che è adesso ed ulteriormente a ciò che sarà.

Questo passaggio quasi impercettibile non significa che il tempo sia un’entità assoluta,la cosiddetta teoria del «tempo assoluto», o vuoto, assunta  da Newton, poiché in realtà il tempo è una caratteristica derivata dal movimento «teoria relazionale» del tempo, seguita da Leibniz.

Ogni mutamento contiene una dimensione irriducibile di successione di un “prima” e di un “dopo” ed è questa la temporalità nel suo momento originario, prima di ogni misurazione .

Laddove c’è successione, c’è una forma di temporalità.

Da questo punto di vista, ogni fenomeno successivo produce un proprio tempo, ma a causa dell’intreccio tra gli esseri della natura, normalmente il prima e dopo di molti fenomeni si determina in rapporto a certe successioni standard.
Il tempo quindi è l’ordine successivo prima/dopo tra gli eventi , nato dal movimento .

Però, ciò che cambia permane sotto molti altri aspetti, per cui il tempo, in un senso più frequente del termine, è la «durata dell’essere mutevole», una durata sempre immersa nel cambiamento, dal momento che ogni essere naturale subisce costantemente trasformazioni interne e anche cambia a causa del mutamento continuo della natura circostante.

Così un ente dura il tempo di un’ora, di un giorno, di alcuni anni, in quanto permane nell’essere durante quel periodo o durata, che resta determinata proprio perché quel periodo è stato caratterizzato da alcuni cambiamenti e dai mutamenti nei fenomeni del cielo, in quelli terrestri,  dei viventi.

 
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Se, per assurdo, non cambiasse mai nulla nel mondo e non ci fosse alcun riferimento, nemmeno esterno, ad una qualche successione di eventi, allora in quello strano stato  non si darebbe un vero «tempo».

A durare è ciò che è mutevole e, per questo motivo, le cose a-temporali, come sono i concetti astratti, per esempio i numeri, non «durano» .

Il tempo, in quanto dimensione non spaziale del moto, è suscettibile di essere quantificato.  

Newton concepiva il tempo come assoluto, come un flusso uniforme e infinito, indipendente dalle cose, il quale tempo non era altro che un’idealizzazione pari a quella dello spazio assoluto e infinito.  

Kant seguì in un certo senso la stessa strada, solo che ridusse il tempo ideale newtoniano a un’intuizione a priori della sensibilità interna dell’uomo, introducendo così il dualismo tra il tempo psichico (quello della sensibilità interna) e il tempo assegnato ai fenomeni per inquadrarli nelle categorie del pensiero:  è vero che il tempo astratto è costruito in parte dall’uomo quando misura la successione dei moti naturali il giorno, l’anno, in quanto tali sono entità di ragione fondate sulla realtà, ma altri aspetti del tempo sono ontologici e pre-metrici il futuro non è un ente di ragione.

La teoria della relatività di Einstein eliminò in maniera definitiva l’idea del tempo assoluto nella fisica.

Il tempo, lo spazio-tempo è relativo allo stato di moto di un dato sistema di riferimento, e nella teoria della relatività generale il tempo è anche relativo alla intensità del campo gravitazionale, cioè alla curvatura dello spazio.

L’evento creativo dell’Essere sul tempo sarebbe in qualche modo pensabile soltanto in un modello di universo nel quale le linee dello spazio-tempo fossero quelle elaborate da Kurt Gödel:interpretazione ontologica della  pl-theory?     

Lì si  eventuerà la crisi ontologica della mathesis, in relatività con la ricerca della verità ontologica, o svelatezza, dell’essere al di là dei paradigmi della metafisica influente,ininfluente dell’imperativo categorico della volontà di potenza.

 

 

                                                            
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Il futuro abita nel presente sia il pensiero ontologico, sia l’indicibile paradosso godeliano della fondatezza metaontologica della mathesis: la mathesis dell’essere quale disvelatezza della verità ontologica, altri saranno felici delle magnifiche sorti virtuali della matematica, senza sottrarre nulla a quella presente epoca, è giunto il tempo ontologico dell’evento della  epochè, quale mathesis della fondatezza ontologica della verità disvelata delle matematiche.

La metaontologia della mathesis  si disvelerà quale ontosinestesia del pensiero ontologico, in relatività con la crisi della fondatezza ontologica godeliana.

La fondatezza ontologica abita il futuro nella presenza della fondatezza virtuale, immaginaria, kaosmica quale modello ontologico del dicibile della koinè ontologica eventuante i paradossi ontologici, ma gettante, oltre la verità ortogonale, i paradossi dell’adeguatezza categorica imperante paradigmatica.

Qui il futuro abita il presente nell’essenza della fondatezza ontologica, o meglio dagli eventi godeliani è possibile dispiegare una metaontologia della fondatezza della mathesis.

Quale completezza della fondatezza non sarà sufficiente solo una fondazione ortogonale, noetica, imperativa, categorica, modale adeguata all’inferenza della volontà di potenza paradigmatica  sia per l’infinita’ degli eventi che sfuggono o che rimangono nell’oblio, sia per  la disvelatezza dell’essere ontologico che eventua la fondatezza ontologica della verità, ma anche della stessa fondatezza virtuale della technè frattali, sia della fondatezza immaginaria della temporalità, sia soprattutto e per lo più per l’eventuarsi della fondatezza kaosmologica
fluttuante topologica, intuita dallo stesso Godel, poco prima dell’al di là, con le sue teorie kaosmiche degli universi transfiniti, ma sinestetici nella temporalità ontologica…………………….

 

0ntologia del sublime

………………………………………………………………………………ontologia   del   sublime                                                   si   è   in presenza  dell’arkè   o  priorità  o   singolarità  di  una  tesi   sul  sublime  ,  sorgente  dalle  lezioni  kantiane  del  prof. s.   gi.      Si  delinea  una  gestell  o  struttura  o  impianto  dell’opera  sul  sentiero  di  una  analitica  dell’esserci o   dasein-analytik  assentemente  presente  in  kant,    per  interpretare  l’analitica  della  bellezza  e  l’analitica  del  sublime.  Si  approderà  infine  ad  una  ontologia  del  sublime  o   sublyme  quale  bellezza-sublime  plotiniana   o  sublime-bellezza  heideggeriana   già  compresenti  nella  prima  ermeneutica  del  sublime  longiniana  o  burkeiana. Si  offrirà  preliminarmente  una  panoramica  delle  contemplanze  del  sublime  nella  classicità  quale  sublime  della  mathesis  o  pitagorico  o  platonico eventuato  già  da  anassimandro  sia  nell’apeiron sia  nell’archè,  quale  sublime  dei  quanta  infiniti  o  del senza-fine  e  del  senza-limiti: presente  nell’analitica  kantiana  quale  sublime  matematico  o  gegenstand  sublime,  ovvero  quale  entità  sublime  in  trascendenza,  presente  solo  nell’immaginazione della  purezza  sublime quale  eccelsa e  nobile  magnanimità  o  magnitudine  kolossale , sempre  al  dilà  del  sensibile  e del  percepibile   quasi   fosse l’alterezza   proustiana.  L’apeiron  dei  quanta  però  non è  mai  irreversibile:  c’è  sempre  un  senza  fine  infinitesimo  o una  abissalità  senza  fondale  ove  si  autoeventui  il  sublime  quale  klinamen  o  ab-scissa  dell’archè  o  dell’evento  o    della  singolarità  o    ereignis.  A  quella  visione  quantica  si  aggiunse  nel  corso  del  tempo  una  dinamica  del  sublime  interpretata  dal  pensiero  della  dynamis  aristotelica,  quale  coercizione  kategorica  del  panta-rei   eraklitiano:  qui  la  purezza  è  katarsi  e  la  sua  fenomenologia  suscita  quel  sentimento  o  quella  tensione  o  quella  intermittenza  che  tanta  fortuna  avrà  nel  pensierò  di  Burke  e  di Kant,   tanto  da   eventuare  il  fenomeno  del  sublime   o  il  noumeno  del  sublime,  ovvero  il  sublime  fenomenico   e  il  sublime  noumenico.   Ma  nessuno  si  è  ancora  chiesto  del  perchè  esista  una  musa  della  bellezza  e  non  ci  sia   una  musa  del  sublime.   Forse  il  pensiero  di  Plotino  ci  viene  in  soccorso per  delineare  nel  mito  di  Kalypso  la  disvelatezza  del  mito  del  sublime,  quale  bellezza  in  estasy instabile,  fluttuante,  assentemente  presente  o  che  si  sveli  solo  nell’infinito  o  nel  senza-fine  o  nell’abisso  del senza-entità   dell’etere  o  che  aleggi  sempre  entousiasta , nell’eventuarsi  sempre  ab-scissa dell’essere-sublyme   in  mitica   alterezza   quale  bellezza-sublime  o   sublime-bellezza.  Le  interpretazioni  dell’estetica  kantiana  presenti  nelle  lezioni  e  nella  poetica  narrativa  givoniana  quell’eventuarsi    dell’abissalità   gettano  nel  pensiero  della  mondità.  Quel  che  seguirà  è  intriso  di  quella  pregnanza  e  salienza.

 Il sublime dilata il cuore e mantiene l’attenzione immobile e tesa. È stancante. Il bello scioglie l’anima :    già negli  anni  sessanta  precritici  kant  percepisce   una   differenza  fenomenica   o  una  incongruenza  spaziale   nell’estetica  ,  presente  nell’epigenesi    longiniana     del sublime  ma  non  ancora  una  differenza  noumenica  nella  bellezza  o  nel  sublime. Qui      il sentimento sublime consiste in una  vibrazione o    alternazione rapida dei  sentimenti   o  alterità  o  alterezza  dell’esserci.
Il dinamicamente sublime è simile   alla          potenza  osservata in natura  irresistibile   e terribile,  ma    se  si  è  al sicuro,    si   rimane disinteressati   e  perciò   non c’è   più   un oggetto  o  gegenstand  che  incuta   la   paura.      Dio è terribile ma l’uomo retto non ha paura.   Anzi   solo  il  dio  del  sublime  ci  può   salvare   o   solo  il  sublime   salverà  il   mondo.   Quella    è la differenza:     il sublime è il coraggio etico    dell’anima     e     consente     di scoprire      un’abilità di resistere    e  comprendere  ma  solo  perchè  c’è  l’alterezza   dell’esserci.      Kant   pensa   alla natura    sublime      perché eleva,  innalza  l’immaginazione all’esposizione    eccelsa,   là   ove    la mente può essere    l’unica  facoltà  capace  di  comprendere   o     sentire la sublimità, anche    al  di   sopra della  stessa  natura,    quale sublimità appartenente    alla    libertà    estetica   dell’alterezza.     Tale  libertà      è    al   di   fuori dell’ordine naturale,   ed    è il centro della teoria    etica    di Kant:    interagenza    intima    tra il sublime  o      il dinamicamente sublime e la    sua   teoria  etica.      C’è un fattore empirico  per il sublime: la mente deve essere ricettiva alle idee razionali,    ma   può accadere solamente in una cultura che già capisce l’etica    come una funzione della libertà o, più generalmente, negli esseri      animati    c’è  già     una dimensione che  trascenda    la     natura.                       Il sublime     è    possibile    solo  per  chi  possieda      tale cultura    etica . Quindi, il sublime è sussunto    in contingenza empirica.     Kant    pensa:      siamo giustificati nel richiedere ad ognuno     le condizioni trascendentali per la cultura   etica ?   Così per il sublime, perché queste condizioni sono ,    come nell’analitica    della   bellezza ,     le stesse   sia    per  il pensiero teoretico    sia   per  il     pratico in generale.                                   La sublimità,     la    sublime   etica  kantiana,    il    dinamicamente sublime  è   sempre    in     relatività    o  in  reciprocità   kategorica    o  in  interagenza      con la libertà.                              E’       la problematica  kantiana   della  differenza   kategorica    tra     il matematico e    il     dinamicamente sublime,   o  della  differenza   analitica   tra   la  bellezza   e  il  sublime:        entrambi    presuppongono  un giudizio di riflessione: quindi   l’inclinazione   o  il  klinamen    di ben-essere   e   sensibilità, come quella  del  piacevole;     il     ben-essere    è      pensato    ed    esperito   nella   purezza  della  vivenza      o dell’immaginazione: entrambi i  giudizi  annunciano  la realizzazione del requisito dell’analitica     e  non   soltanto      la sensibilità del desiderio;    l’analitica  della    bellezza  della natura interessa    infatti     la forma dell’ente, che esiste      che  c’è,   che  si  dà   quale   esserci   o  dasein-analytik ;        il     sublime invece   si   trova   di  fronte   un   gegenstand,    sempre   non-ente  o  ente   infinito   o  entità  abissale  senza-fine,   senza   fondo,   un ni-ente,  un  nulla  o  un   essere    che  ci  viene   in-contro    quale     ente informale,  l’infinità,   o       completezza      kategorica   della  monade   o   dell’arkè   o   della   singolarità   infinitesima   nel  suo  subliminare   ed  infinitamente  irreversibile  nell’apeiron,   nell’essere    sempre  senza  fine  e  senza   un  fine  o  un  telos:   è      in   interagenza      la  piacevolezza   del        ben-essere      con la qualità,     o    la quantità   kolossale  e  magnanima   e  perciò   alta  e  nobile  quale  eccellenza  dell’etica  o  quale   alterezza.     Nell’analitica   della  bellezza      c’è  la  seducenza   quale     attrazione      fenomenologica,     senza   la  presenza  di  un’immaginazione;                     la sensibilità del    sublime  invece     è      presente    immediatamente   quale    compresenza   di  immaginazione   pensante  o    immediatamente      come emozione  dell’immaginazione dell’ esserci   o  del  non ente,  niente,  nulla   o   sacra   superentità  divina,     incongruente        e     incompatibile con le attrazioni   e  con  la   seducenza,   anzi  prossima  al  timore   e  all’angoscia;  la mente lì     è     costretta non soltanto      alla    presenza  stabile   dall’ente, ma   è  spinta     anche  fuori ,    tanto   da  non    afferrare    o   percepire     la     completezza    kategorica   dell’arkè    quale  singolarità   e  dell’apeiron  e,  per-ciò , impossibilitata  nel  contenere    il     ben-essere   o  un    desiderio    solo    positivo ,      ed  allora   si  evidenzia   anche   il  senso,   contrastante,     di   ammirazione     o   tensione    o attenzione,  quale desideranza   anche    negativa   o  non  desideranza   o   dispiacere   o  timore   o  tremore  o  paura  ed  angoscia.      La differenza più importante e più interna tuttavia ,  sempre   fenomenica    o  kategorica ,    è    quella     dell’analitica   del   sublime    o   della    bellezza   dell’esserci   o   dasein-analytik :      qui   il   sublime  Kant  lo   pensa quale                   
sensibilità che si esprime nella  sensibilità estetica   che    non desidera essere ridotta e la corrispondenza con un’idea che  non   si   può sacrificare nell’apparenza. Quindi, comunque rigorosamente  richiede un’espressione etica, l’occhio richiede  la bellezza come     se  ci  fosse insistenza dello stesso oggetto,    l’etica    richiede un’armonia completa fra il principio e l’inclinazione, perché tutta  la   tensione    o  l’attenzione    si    impegna,  giacchè   si  sente  che  l’eticità    non    sia    ancora   in   completezza, la virtù non ancora perfezionata. La auto-padronanza che è espressa nella dignità .
 Trovare il sublime nella bellezza    è la bellezza filosofica.    Quale   analisi di Aristotele della tragedia nella    Poetica, specificamente la sua identificazione delle   salienze   o  pregnanze della tragedia;     come  nell’esperienza di paura e compassione  conducenti ad una catarsi delle emozioni.      Aristotele   appare   poco chiaro circa quel che accada nella    catarsi.     Kant   pensa     un possibile chiarimento.


C’è bellezza e c’è  la bellezza-sublime   o  plotiniana:        rappresentano due poli   in  un continuo: un polo è la bellezza che è associata con un senso della leggerezza ed ordine equilibrato. Ha una qualità debolmente decorativa . Nell’altro estremo c’è la forma molto più ob-scura di bellezza-sublime che si   associa con  la profondità e la verità.                               Questa seconda bellezza è il sublime. La differenza tra questi due estremi,   o  meglio  la  differenza  tra  due  spazi topologici che  si   incontrano   come  in  un  nastro  di  Mobius,   svela    l’ analitica   della   bellezza   dell’esserci: se un fiore, un tramonto, un poema, un dipinto, o un brano musicale:     qualsiasi cosa che possieda bellezza del primo genere può essere visto anche come bellezza del secondo genere, se l’attenzione dell’osservatore è diretta e adeguata   alla   fenomenologia  ermeneutica. Il differenziale  nel continuo è costituito dalla consapevolezza dell’analitica   fenomenologica del sublime nella bellezza  o  della  bellezza  nel  sublime.

La   fenomenologia  ermeneutica    della   bellezza è   ontologicamente  connesso con  la profondità e la verità,  l’abisso  e  la  svelatezza,    non è una forma di bellezza che   si  adegui  nelle categorie di Kant della bellezza ed il sublime.    L’analitica   di quei sublimi   eventua   una concezione più complessa della bellezza che Kant stesso mai   teorizzò .   L’analitica  del  l’estetica  del  sublime    emerge  così  come  una   più complessa     ermeneutica  della bellezza,    quale bellezza filosofica  o    trascendenza  della  bellezza  o  sublime   bellezza.       Quella re-interpretanza   dell’analisi di Kant della bellezza connessa  con   alcuni dei commenti di Aristotele sulla  tragedia  possono  delineare  l’emergere  di  un  nuovo  paradigma  givoniano.

Nell’Analitica   del Giudizio Kant   distingue il sublime   dalla   bellezza   sempre  fenomenica:   è bella ,    kategoria della comprensione   che  organizza il sensibile molteplice nelle strutture usabili del mondo , la forma intenzionale. Nel caso della bellezza,  identifichiamo lo stesso modello in un oggetto,  riconosciamo ed apprezziamo un principio di organizzazione, è probabile che   si   dica anche, di pensiero, nell’oggetto ma l’oggetto stesso non ha utilità.  Qualcosa è bella, come opposto ad utile, precisamente perché ha certe caratteristiche che  possiamo identificare   con utilità, ma l’oggetto stesso è inutile. È a causa di quello  che la  posizione riguardo al bel oggetto è disinteressata severamente,  mentre il suo aspetto  dà piacere. Un fiore è bello perché  possiamo riconoscere la sua organizzazione, la sua simmetria i suoi colori come caratteristiche utili in una cosa , ma la cosa stessa è essenzialmente inutile , e così   si  pensa la   bellezza senza scopo.

Il sublime,   in contrasto, secondo Kant è un principio di disturbo. È il fenomeno della  comprensione che incontra qualche   entità   che non può organizzare o contenere. Non può determinare un principio di organizzazione che delimiti    la cosa,   perché non può determinare limiti alla    entità   quale   ob-getto  sublime. Non può determinare limiti alla cosa perché la cosa,   quale   gegenstand, sfida i poteri di presenza dell’immaginazione. È sempre   oltre i poteri dell’immaginazione per presentarsi   in   forma assennata alla comprensione, ed è    sempre   oltre i poteri della comprensione per avere senso solo  al  di   fuori  quale  niente,  non-ente,   il nulla   abissale. Ambedue    le facoltà  di  comprensione    sembrano non riuscire nel confronto col sublime. Il sublime, perciò rappresenta disorganizzazione. Quella disorganizzazione non è solo una disorganizzazione arbitraria esterna, ma    un  gegenstand che suggerisce una disorganizzazione interna, sistematica, perché è dalla  inabilità di organizzare quella cosa che  il senso di disorganizzazione sorge, minaccia la  concezione di come organizzare le cose  del  sublime. È qualche   entità che spaventa.

Kant identifica la bellezza con una qualità, mentre   il sublime si identifica con una quantità,     ma   quella quantità è illimitata,   i  quanta  sono  infiniti  e   abissalmente  infinitesimi. Dove la bellezza calma, il sublime disgrega,  dis-turba,    è,  Kant   pensa,  però pre-adattabile al  giudizio e così costituisce in se stesso un ob-getto della soddisfazione:    ma il sublime è   anche il contrario: sembra violare il giudizio, essere dis-adatto alla  facoltà di presenza.    Kant  pensa il sublime     quale               violenza all’immaginazione.

Il piacere   del sublime è un piacere negativo. È un piacere indiretto che non viene dal sublime stesso, ma dal sollievo che   si sente quando  si   comprende   che quel   dis-turbo esterno non minaccia più  il nostro equilibrio    o   ordine interno realmente; quando  riconosciamo nel   pericolo  e  nella  paura,  nel  timore  e nel  terrore  del  tragico   un senso alternativo, identificabile nella ragione   o  razionalità   o    kategorica   ermeneutica   indipendenti   e   quindi   salvifiche   da tutte le minacce mondane,  da  tutte  le  possibili  tragedie,  da  tutte  le  angosce .      Il sentimento della  inadeguatezza per aggiungere ad un’idea che è una legge  il confronto con l’impensabile nei richiami sublimi , inadeguatezza e coercizione per far    si che  ci  si   possa   adeguare all’idea della legge morale:    il sublime  costringe l’esserci  alla  ricerca       di    un scopo alternativo  da quello  che è suscettibile di pericoli  per  la  salvezza   del mondo, vale a dire essere nell’etica.  Il piacere che si   prova    dal riconoscimento della nostra sicurezza essenziale riguardo alla cosa minacciosa. Kant   pensa  il piacere del sublime come qualche genere della gioia,  piacere che sorge dalla cessazione di un disagio , quale varietà   o   stato della gioia.

Kant analizza il sublime quasi  fosse  una  utopia  distopia: dobbiamo cercare una terra esterna per il bello di natura, ma la cerchiamo soltanto per il sublime e nell’ atteggiamento di pensiero che presenta la sublimità nella rappresentazione di natura,    la bellezza ci disvela gli  spazi  esterni, il sublime è un   movimento, una isteresi eristika interna,   un’esperienza estetica della  vivenza,   quale  erlebniz   sublime. Kant sussume   il sublime  alla bellezza,    perché l’esperienza della bellezza è espansiva, di natura, il sublime   si  disvela  quale  cuspide    nell’ interno, un fenomeno  inerentemente meno interessante: l’esperienza del sublime conduce internamente e  seduce ad una particolare forma di riflessione,    con  la quale è connessa il più puro   progetto filosofico di conoscenza di sé.

Per Kant né l’arte né la natura, nel positivo, senso intenzionale,     sono sublimi, né   generi di cose, da fiori a tramonti poemi a melodie, possano  essere sentimento del sublime. Kant pensa il sublime d’importanza secondaria come un’esperienza estetica, per essere  coniugato con  la bellezza.

C’è comunque, una relazione tra la bellezza ed il sublime quel   che Kant non    pensa   ma    comunque   disvela nella sua  analisi dei due concetti   estetici   della   sua fenomenologia. Se  la descrizione di Kant della  bellezza è, che è senza scopo,   si può stabilire un collegamento interagente  tra la bellezza ed il sublime. La caratteristica distinta della bellezza, per Kant è la qualità . Ma l’intenzionalità della bellezza è senza scopo. Se la qualità della bellezza è interiore,  l’essenza della bellezza deve essere  senza scopo.   La bellezza divide, si  dà  differeziale  dalla  mondità  e  dalla mondanità,     ma quello che distingue la bellezza è  la  sua qualità  senza uno scopo,  quello che conferisce     alla bellezza   la  sua  essenza, sebbene quella sia   necessaria,   è  l’esserci , l’essere  nel  tempo,  l’essere  nel  mondo  ma   come  un gegestand senza uno scopo.

Se una cosa è senza un scopo realmente, poi è veramente indeterminata . Un oggetto della bellezza , avrà la qualità , ma la riflessione  lo mostrerà per essere realmente  senza  telos,  quale  bellezza   in  negativo:   piacevole  e  nel  contempo  dispiacevole: sublime-bellezza   o   bellezza-sublime,  quasi ci   fosse  il  chiasma  plotiniano:   dal sublime alla bellezza,  è un confronto  che la mente non può organizzare o contenere o avere senso . La mente, l’ immaginazione estende, ma non   può determinare i   confini. La sua propria integrità è minacciata,  si  è   minacciati,   l’esserci   è  in  pericolo,   ma  dove  c’è   il  pericolo   lì  c’è   la    salvezza.      Sarà un sentimento di chiusura, molto vero ma invisibile e pericoloso. Quando la mente funziona contro questo pericolo, indietreggia,  quando la ragione è impegnata, il sentimento è sollievo, cessazione della minaccia. Il sentimento successivo è   il   sentimento della gioia. È l’esperienza del sublime nella bellezza:in  grazia  della bellezza senza e  con il sublime.     Essere entusiasmati dalla luce e dal colore, l’armonia e le proporzioni in un dipinto , sperimentare il suo ordine è una buona esperienza,    l’erlebniz   della   bellezza-sublime   plotiniana   quale sublime dell’entousiasmo  e  della deliranza . Alcuni pittori e poeti, suscitano l’esperienza del sublime dal  di   fuori dell’esperienza della bellezza:   si può sperimentare il  sublime, specialmente nelle forme  in natura,     nella  contemplanza   di cascate potenti e pietre sporgenti  o  cuspidi  elevate.

È quando l’esperienza estetica è un modello di riflessione che inizi con un senso di ordine e l’armonia,  ma diviene qualche genere di ricerca per un contesto significativo di ordine e armonia che la contemplazione delle bellezza si dà,   si  getta   verso un’esperienza del sublime. La ricerca svela una ricerca per sé, per il proprio luogo,   per  l’esserci. Quella diviene una ricerca filosofica    o  di  ermeneutica  fenomenologica nell’esperienza del sublime;     soltanto  dopo   quella  interpretanza  che l’esperienza estetica si svela in filosofica.    È  una  ermeneutica filosofica perché la fine è più semplicemente delizia, qualche cosa come la verità, la verità   dell’esserci ed il   mondo   o  la  mondità    o   la  Xhorà   quale luogo  topologico nell’universo:   la bellezza-sublime seduce l’esserci,   il  dasein  e    conduce   verso una ricerca   infinita  e  abissale .   Il   confronto col sublime nella bellezza   o  nel  chiasma   della  bellezza-sublime è dirompente, ma liberante. Quello che disgrega, decostruisce è il compiacimento delle  disposizioni,   ma  ci libera,  libera  l’esserci verso una sensibilità nuova della vivenza, erlebniz    della  sublime-bellezza,   eccelsa  libertà    quale  entousiasmante   nobiltà    o  alterezza:     aspetti di paura e gioia, di disgregazione e liberazione ,  di  terrore   ed  entusiasmo,  di  angoscia   e  delirio  classiche  del  misticismo  sacro   e  mitico   che possano essere costituenti dell’analisi di Kant del bello ed il sublime e connessi con le nozioni di Aristotele di paura e compassione in tragedia, e della fine della tragedia come catarsi,   quale  unico  telos  della  bellezza  sublime:    c’è solo una referenza passeggera alla catarsi Poetica di Aristotele?     Appare   in  un passaggio sulla tragedia.

Una tragedia,  è un’imitazione di un’azione che   sia   terribile    ma  anche, con una magnitudine, completa in se stessa;  con accessori piacevoli,   con incidenti che risvegliano la pietà e timore con cui portare a termine la catarsi di quelle emozioni:    definizione della natura della tragedia di Aristotele che ha molti collegamenti con la bellezza filosofica, dall’analisi di Kant della   purezza del sublime e   della bellezza.

Aristotele specifica come il protagonista della tragedia né deve essere troppo buono né troppo cattivo, ma piuttosto risvegliare   il  meson   la corretta   mescolanza di paura e pietà:   nello sperimentare una tragedia,    si   sente paura perché ci   si   vede    nel luogo del protagonista,   e si   sente la pietà della sfortuna    quale quella  della persona  o  dell’eroe  che soffre    o  soccombe;     si  vede qualche cosa di   se   stessi   nel protagonista,   è   il  medesimo  nostro  esserci.         L’identificazione col protagonista è un    meson  di    paura e pietà e dà luogo o  eventua   l’ab-scissa  della katarsi. Aristotele non è chiaro, ma un’analisi del Kant-sublime può far luce sul fenomeno   o  sull’ermeneutica  estetica.

Nell’analisi di Kant del sublime c’è una imitatio, sia pure più complessa, accade   si  dà   il reflex  il  riflesso  speculare  e  supersimmetrico   del  chiasma  plotiniano  della  sublime-bellezza-sublime, quella     è      un rispecchiamento che dà luogo ad una transizione simile   o  ad  una   transcendenza:  dalla pietà e timore o terrore o orrore   o  angoscia   o  paura  o  orrore  per disvelarsi una libera e gioiosa   deliranza  estatika.     Nella esperienza della bellezza-sublime,    per Kant,   il dinamico    o   la  dynamis   in natura     è una proiezione del senso interno  dell’esserci.    La riflessione del pensiero  prioritario   o   della  purezza   in  relatività  con   la   physis  o   natura fa sembrare bella e dà  un  senso  o  un  telos alla   natura:    similmente, quando    si   incontra la natura insondabile o noumenica nel pensiero, la natura, come dynamis, che   si    vede e riflette in quel   fenomeno    nel   contempo  la si   teme  tanto   da  poetizzarla   in  matrigna   o   causa   dell’infelicità   esistenziale:   lì  ove  c’è  la   bellezza   c’è  anche  il  pericolo  per  la  salvezza   della  destinanza      del  dasein.

La natura che   si   incontra nel sublime è una natura diversa da quella che si incontra nella bellezza. È natura, non   come le piccole cose circa le quali si  è   solleciti,    è la natura verso cui     lo scopo è imperativo ipotetico. L’identificazione con questa natura ci  mette   al   confronto con      l’ inadeguatezza,     per Kant,  l’identificazione con la natura illimitata è   causa di   ansia estrema, l’angoscia, il timore e compassione e con-doglianza. Ma  è intenzionale perché   l’interagenza  o  il  contrasto  o  l’isteresi  ci costringe a cercare un senso diverso dal  solito  o  insolita  interpretanza  dell’usuale proprio scopo semplicemente  suscettibile e presente dall’immaginazione, quello che soggiorna alla giornata,   in ricerca delle soddisfazioni quotidiane, le piccole cose circa le quali  si   è   solleciti.     La ragione identifica, un più grande    evento al quale appartengono le nostre vite, la vivenza, l’erlebniz, il dasein, da allora quel pericolo molto verosimile da ultima inadeguatezza      o insoddisfazione delle desideranze , non è  più   un pericolo  grande  di  fronte   all’eventuarsi  della vivenza o dasein che, per Kant, è essere nell’etica.     Quella realizzazione conduce ad una libertà   autentica  che  si  disveli   nella  katarsi,   nell’essere  abitati  dall’entusiasmo  divino  o  dalla  transcendenza  eccelsa  aldilà  dell’ansia con   un senso conseguente di gioia   e  di  autentica   libertà:

 Identificandosi   col protagonista della tragedia o    con   l’eroe   o  l’eroina     l’esserci   è condotto similmente, ad una   parvenza   di paura   o  di  timor  panico    o  agorafobia   e nel  contempo   di   angoscia, nell’analisi di Aristotele, nella tragedia    e   nella    compassione da virtù,    dalla preoccupazione per, l’ identificazione con,    il protagonista com-preso negli assalti ignoti ed inconoscibili  che  affliggono. Dalle virtù dei meccanismi di peripezia e scoperta si   è   capaci di riconoscere il difetto fatale del protagonista   e  dell’eroe   e si  è     esperti  nel  valutare  le  differenze   e  le   ab-scisse: è    quella    solo la preoccupazione del protagonista e la sua vulnerabilità    di fronte    agli   assalti noti ed ignoti che lo    affliggono, è  solo  sua   la sollecitudine  di quelle piccole cose. Quel riconoscimento:   piccolo   è  bello,   ma  la  tragedia   è   katartica  disvela  il nobile risultato di riflessione, l’appuntamento di ragione che    consente   la trascendenza, l’ identificazione col protagonista  e   l’eroe   per     svelare   una   alterezza  quale  passione  per  l’indifferenza   verso  il  pericolo esistenziale: più alto,  più  eccelso   o più  elevato, per Aristotele,    è    l’ eudaimonia     fondata sulle virtù.
Aristotele e Kant descrivono un’esperienza estetica simile che sembra trascendenza . È esperienza di vivenza  della libertà che dà luogo ad un piacere che   ci  eneva  e  nobilita ,   è connesso ad una consapevolezza di qual   genere di scopo più alto, più nobile, più sublime    quale   esserci o sublyme dasein  rivelate dalla  semplice   ragione   o  razionalità. In ambo i casi l’esperienza comporta una   interazione   con l’ansia estrema che conduce ad un sentimento di libertà e piacere ,    quale   gioia    o una trascendenza, una  sublime   disposizione o sensibilità o    purezza  katartica  verso la più grande struttura di dasein sublime. Né Aristotele né Kant descrivono l’esperienza estetica della bellezza-sublime o dell’ arte solo così, ancora un’analisi delle loro teorie di certi fenomeni estetici, quello del sublime nel bello o, semplicemente, la bellezza è indifferibile,   ma non c’era prima ed ora c’è quale sublime-dasein sublime   in   natura in disvelatezza   o  quale   arte    in   accordo con la natura   o   la bellezza della natura   nell’adeguata convenienza nella   sua formalità,    per cui l’ente per il  giudizio sembra essere come è stato predeterminato, esso costituisca l’argomento del   ben-essere; tuttavia che cosa  eccita la sensibilità di quel sublime, che possa comparire inadeguato per il  giudizio,  quale  inadeguata abilità dell’immaginario e    avvertita  quale   violenta per l’immaginazione,   soltanto   possibile nell’esserci    del  sublime  o  nella   bellezza-sublime?        Non possiamo non dire nient’altro, che quell’ente è adatto per la rappresentazione, che può essere trovato nella mente; perché il sublime non  può essere contenuto in nessun   formalismo, ma avviene  è  in  interagenza  o a contatto soltanto    con  le idee della   purezza: quale  informalità  presente anche senza nessuna rappresentazione adeguata,  possibilità che può essere  imago rappresentata, attiva e denominata  dalla   e nella mente  o  essere  in  mente  o  essere la  mente  che  mai  mente. Così lontano , dall’oceano infuriante  come  in  quadro   di  Turner  o  nell’odissea  prima  dell’approdo  nelle  sublimi  insenature  di   Kalypso  ove  è  dolce  naufragare: tempeste sublimi  e  mitiche  dell’eroe  dell’esserci.     La relativa vista  di  Kal-ypsous  è    la  katarsi  del  sublime sintonizzante   una sensibilità, che è sublime, poichè la mente    è stimolata con le idee, che contengono la  più nobile    alterezza.        La bellezza indipendente della natura discopre   o  disvela  una tecnica della natura, che è  priorità  e  purezza quale sistematica   e  organica   preesistente  alle leggi,  il principio delle  quali  non troviamo nelle abilità.   Non c’è  adeguatezza    ma tuttavia  dalla natura,  come meccanismo della   purezza,   si   e   condotti  verso   analisi   più profonde   o  verso  alterezze   abissali. Ma in che cosa si   dà   nel  sublime?  Niente affatto   in quell’accordo con le forme della natura per principii obiettivi  e questi nel  contempo   verso  le idee di quel sublime e   nel relativo caos o nei relativi disordine e devastazione , se soltanto il formale possa essere osservato   in quel sublime della natura. Alla bellezza della natura  quel sublime  costringe  a   pensare,  un’osservazione provvisoria molto necessaria,  che separa le idee di quel sublime della natura  dalle teorie   epistemiche:   la valutazione estetica  della natura   si  dà  aldilà del  formulario speciale in  uso o  adatto, giacchè l’immaginazione    annichilisce  e  getta  nella  trascendenza  anche    la natura,    quale desideranza,   sia  pure solo  virtualmente.    La relativa libertà elogiata è assolutamente niente,    ma  significante:   essere nella libertà ed essere nella  mente  in  libertà,   o  essere  nella  libertà  della natura   in   desideranza:    è possibile    che le forze della natura possano essere controllate o respinte soltanto fino a certo punto,   più  oltre     dipende   solo   dall’esserci.      Gli esseri umani   sono completamente liberi,  e superiori alla natura,    anche   la natura dinamica non li raggiunge,   la luce bella è presente,    ma   non  brucia.    Il bello è già un’espressione della libertà,  la bellezza  in  libertà, perché  è    armonia. La sensibilità di quella alterezza   è una sensibilità meson. È una composizione relativa più alta    come nella  tempesta   esprime una   felicità    simile alla desideranza,     tuttavia in lontananza   e  a  distanza di  sicurezza. Quella   compresenza   di due sensibilità  contraddittorie in una   soltanto  sensibilità   giacchè assolutamente impossibile che lo stesso   sentimento  sia    situato in due   topoi opposti, quasi   che si   sia   situati in due   luoghi   differenti   o  in  obiquità  mistica: la   physis opposta   o   bistabile   si  biforca  o   si  trovi  in  una   spazialità   moebiusiana. Si   sperimenta   così dalla sensibilità di quella alterità   che la circostanza non dipenda dalle   leggi della natura  e che  ci  sia   un Principium indipendente   nella  mente  epistemica,     aldilà   in  trascendenza  dell’agitazione  o  del  timore  o  della  paura:   una  alterità   infinita, perché si   pensa, che cosa i sensi non  comprendano ,    quale   entusiasmo   in  libertà  che  si   dià   oltre il   terribile, perché   si possa desiderare, da che cosa gli impulsi   si  danno all’immaginazione nel regno delle loro  caratteristiche o il ritrovamento   della  loro  matrice, perché infine è  assolutamente  grande in noi la natura   e  non possa   essere  immensa. denominata  dalla   e nella mente  o  essere  in  mente  o  essere la  mente  che  mai  mente. Così lontano , dall’oceano infuriante      o  nell’odissea    nelle  sublimi  insenature  di   Kalypso  ove  è  dolce  naufragare: tempeste sublimi  e  mitiche  dell’eroe   e  dell’eroina   e dell’esserci  in   vista  di  Kal-ypsous  è    la  katarsi  del  sublime, poichè la mente    epistemica    è stimolata con  la  più nobile    alterezza.        La bellezza-sublime   della   physis   discopre   o  disvela  una purezza    preesistente  alle leggi.   Non c’è  adeguatezza    ma tuttavia  dalla  purezza,   si   aleggia  verso   analisi   più profonde   o  verso  alterezze  cuspidali  sublimi. Ma   che cosa si   dà   nel  sublime?  Niente,  dalla bellezza-sublime     la valutazione estetica  della natura   si  dà  aldilà del  formulario speciale in  uso, che l’immaginazione     getta  nella  trascendenza,    quale desideranza.    La  libertà  è assolutamente niente:   essere nella libertà ed essere nella  mente  in  libertà,   o  essere  nella  libertà  della  physis     in   desideranza,    anche   nella natura dinamica,     come nella  tempesta      c’è    una   felicità    simile alla desideranza,     tuttavia in lontananza   e  a  distanza di  sicurezza,   compresenza   di due sensibilità  contraddittorie in una .      Si   sperimenta   così dalla sensibilità di quella alterità   che la circostanza non dipenda dalle   leggi della natura  e che  ci  sia   un Principium,     aldilà   in  trascendenza  dell’agitazione  o  del  timore  o  della  paura:   una  alterità   infinita, perché si   pensa, che cosa i sensi non  comprendano ,    quale   entusiasmo   in  libertà  che  si   dà   oltre il   terribile, perché  possiamo desiderare  con   l’immaginazione  esistenziale.  Dalla bellezza da sola   non  si  è   mai  in  interagenza   come   l’Intelligenza   pura.   Può essere che la fonte delle relative azioni  sia pura,    ma si  deve costituire  il fenomeno intero.       La bellezza-sublime    quale  icona  o  figura  di Kalypso si getta nelle onde ed è   mito   dell’alterezza   che  ama  nascondersi  nella  bellezza   e   in  alterità  si  dà,   si  autoeventua.    Il sublime, non implica universalità; la bellezza, rappresenta l’oggetto di un giudizio che prescinde dal mutevole della sensazione empirica, si offre quale realtà formale che non colpisce il soggetto dall’esterno rendendolo passivo. Laddove la    bellezza   presupponga forma, proporzione, e misura, il sublime è riconducibile alla grandezza senza limiti e colpisce direttamente i sensi. All’origine del piacere per la   bellezza si situa così una qualità oggettiva, fondata sulle leggi della sensibilità; leggi che Kant, intorno al 1770, ravvisa nello spazio e nel tempo in quanto intuizioni pure; alle sorgenti del sublime non vi sono invece dati oggettivi. Il sublime,    non ha un nesso con la proporzione. Rocce audacemente sporgenti, nelle quali non si trova alcuna misura, ma solo grandezza, sono sublimi. Qui non è importante tanto il piacere, quanto piuttosto la grandezza.

Quale la fonte delle considerazioni sulla differenza fra bellezza   e sublime?             Una lunga linea, una vasta estensione,   le  radure  vuote   o   l’Oceano,   sono il   sublime, una grande altezza, una roccia è ancora più sublime. La profondità risveglia  un terrore; tutte le rocce sporgenti sul mare  spaventano,   la vastità     è una delle fonti del sublime e comprende in sé lunghezza, altezza e profondità,    Lange, Höhe,   Tiefe.      Fra le tre dimensioni è la lunghezza a suscitare il minore effetto,    non genera la medesima impressione, Eindruck,    di una torre, di una roccia o di una montagna alta . L’altezza   appare    meno grande della profondità, e    si  è  commossi [gerührt] in misura maggiore se sprofondiamo lo  sguardo in un abisso [Abgrund], che non se lo innalziamo verso un’altezza della medesima dimensione. Nell’alterità:   dal grado estremo della grandezza a quello estremo della piccolezza:   anche    qui   si    scorge una fonte del sublime per l’impressione che essa suscita , impressione che non si distingue da quella della grandezza, poiché anch’essa genera stupore.       I  fenomeni sono  diversi: il sublime, deve la sua origine ad un sentimento iniziale di dolore cui, subentra un sentimento di piacere. Quest’ultimo, meriterà la qualifica di piacere negativo e relativo, di piacere misto a terrore e sarà     differente  rispetto al piacere positivo donde trae origine la bellezza. Atra differenza: il sublime conduce le fibre del corpo ad uno stato di tensione, il bello induce in esse rilassamento. Dolore e tensione , piacere e rilassamento  sono  le vere e proprie fonti  del sublime. La mente e il corpo    sono così strettamente e intimamente connessi, che l’uno senza l’altro è incapace di provare dolore o piacere ,  simili  a  quelli  di Epicuro: i movimenti, come il bello ed il sublime, sfociano in qualcosa di meccanico,   attività  che incrementa la  tensione delle fibre connessa con ogni tipo di dolore sono  causa del fenomeno del sublime, che presenta notevoli analogie con il dolore: determinata qualità all’origine del sublime   quale   piacere e dispiacere,   Gefühl der Lust und Unlust,       che presenta una complessità sfuggente   completamente  e che racchiude sotto di sé tre diverse specie: il piacere puramente animale  e corporeo, il piacere più propriamente umano, ed infine il piacere di natura spirituale, geistige Lust.        Kant differenza fra conoscenza simbolica e conoscenza intuitiva, che parrebbero sulle prime rientrare nell’orizzonte della tradizione leibniziana, e si occupa successivamente del problema: le semplici parole   pare  fossero   in grado di suscitare sensazioni,   utili   per la comprensione della teoria del sublime.

È l’oggetto, l’immagine di esso, oppure sono le parole con le quali lo si esprime, senza riferimento all’immagine a produrre  un sentimento? Anche le parole,   pensa   Kant, possono produrre sensazioni ed impressioni: la sensazione del terrore, senza che sia necessario che ad esse corrispondano immagini o idee precise. Quale spiegazione dare di questo fenomeno? Poiché è consuetudine utilizzare determinate parole quando ci si rappresenta oggetti terribili, queste parole suscitano terrore . Le parole che vengono associate ad oggetti terribili possono dunque suscitare  il sentimento del terrore anche in assenza di quegli oggetti e senza rinviare ad idee o immagini.    Quando si legge  che Vulcano forgia la saetta di Giove mescolando fulmine, grandine e tuono e fitte tenebre, qui le semplici parole suscitano commozione.    Vi avevano aggiunto tre raggi di grandine, tre di gravido nembo, tre di rutilo fuoco e tre di austro impetuoso. Ora mischiavano all’opera terribili folgori, fragore e paura, e ire con avide fiamme:     quale la fonte contenente la descrizione sublime e mitologica dell’attività di Vulcano, che risale all’Eneide di Virgilio?  Sublime causato dalle parole.In qual modo, la poesia e l’eloquenza suscitano le idee della bellezza e del sublime? Per comprendere quale sia l’origine della loro efficacia nel generare impressioni si consideri che le parole possono produrre nella mente dell’ascoltatore tre effetti: il suono, l’immagine della cosa rappresentata dal suono, il sentimento dell’animo originato o dal suono soltanto o dall’immagine soltanto oppure da suono ed immagine contemporaneamente. Vi sono però casi in cui le parole possono agire sulla mente unicamente grazie al loro suono, senza risvegliare alcuna immagine corrispondente:   al di là degli oggetti naturali, e oltre agli oggetti della pittura e dell’architettura, anche agli oggetti dell’eloquenza e della poesia, ovvero alle parole, non possa essere disconosciuta la capacità di suscitare le idee della bellezza e del sublime e che, anzi, debba essere ascritta loro una particolare efficacia, superiore a quella della natura . L’effetto della poesia sull’animo è completamente indipendente dalla capacità di suscitare immagini; si fonda interamente sulle sole parole e sul loro suono. Non v’è forse in tutta l’Eneide un passo più grandioso e più elaborato della descrizione della caverna di Vulcano nell’Etna e delle opere che quivi vengono eseguite. Virgilio s’indugia in particolar modo sulla forgiatura del tuono, che egli descrive modellato dai martelli dei Ciclopi. Ma quali sono gli elementi di questa straordinaria composizione? Tres imbris torti radios, tres nubis aquosae/addiderant; rutili tres ignis et alitis austri;/fulgores nunc terrificos, sonitumque, metumque/miscebant operi/flammisque sequacibus iras: meravigliosamente sublime:     poesia e retorica si fondano non sul principio dell’imitazione, che regola la pittura, ma sulla simpatia, e il loro compito consiste nel suscitare impressione ed effetto sulla mente del lettore e dell’ascoltatore, e non è certo quello di presentare una descrizione ed un’idea chiara delle cose di cui discorrono,    perché le parole, nella loro autonomia, possono imporsi alla mente del lettore o dell’ascoltatore come sorgenti del sublime, proprio in quanto esse generano un sentimento di commozione  in presenza di una poesia:    il piacere per il sublime, per il quale è impossibile vi siano giudizi oggettivi, universali, validi per tutti: sublime in   analogia con il terrore, nesso fra il sublime e la parola:   la scoperta definitiva di principi a priori sia della bellezza   sia del sublime. Ora il sublime non è più una semplice impressione soggettiva ma rivela piuttosto un fondamento a priori. Il giudizio sul sublime della natura, sia esso matematico o dinamico in base alla distinzione della Critica del Giudizio, si qualifica sempre come un giudizio la cui validità non si limita al singolo soggetto empirico in un determinato momento temporale ed in un determinato luogo, ma solleva piuttosto una universalità e  necessità che lo colloca sullo stesso piano del sentimento della bellezza:    una “deduzione”, una fondazione a priori della validità del “Giudizio estetico” sul sublime della natura, il sublime viene presentato quale preparazione al sentimento etico, ed il complesso concetto trascendentale ed a priori della “finalità” viene usato per indicare il contenuto del giudizio sul sublime, un giudizio che risulta “comunicabile”, e quindi di validità intersoggettiva:    tutto ciò che è atto a suscitare le rappresentazioni,  Vorstellungen,    di dolore  e pericolo,   Gefahr,   e tutto ciò che è in qualche modo spaventoso,   o che presenta un’affinità con oggetti spaventosi o agisce sull’anima   in modo analogo al terrore è fonte di sublime:    il terrore, la paura non sono  elementi del sublime. Il sublime, è correlato con un sentimento  etico, sentimento che coincide con la possibilità di pensare un oggetto che supera per la sua grandezza qualsiasi misura sensibile. Il sentimento del sublime è   etico    e consiste nella possibilità di pensare un oggetto,    gegenstand,    che per grandezza supera qualsiasi misura sensibile:    il sublime ha   a che fare con la paura però l’origine  è   derivata da una dimensione etica. Come sentimento, il sublime scaturisce dalla scoperta di un abisso, abgrund,  che    si estenda   oltre i confini dei sensi. Il sublime   quale rappresentazione , destinazione o disposizione ad estendersi fino a superare ogni misura dei sensi. La paura, viene sospinta indietro e moderata dalla considerazione della propria sicurezza, e dell’impulso ad estendersi che è troppo grande per le capacità di comprensione:       per il sublime, non   si   dispone   di una  denominazione atta a caratterizzarlo:    indica una comparazione, che ci conduce ben al di là della   misura abituale delle grandezze   e l’immaginazione subisce alla vista di esso un’estensione tale che la misura abituale non è più sufficiente a comprendere l’oggetto,   gegenstand:    sublime è ciò la cui rappresentazione ci incute terrore e timore, altezze solitudini profonde, ed in esse il luogo di soggiorno terrificante e solitario   degli  anacoreti  o   degli eremiti, ed infine la notte è sublime, ma il giorno è bello,    poiché ciò che suscita  terrore, non sempre lo troviamo sublime, ed al contrario mostriamo avversione di fronte a ciò che ci riempie di timore,   non sempre vi sia una coincidenza fra il terrore e il sorgere in noi dell’idea di sublime e testimonia, anzi, che spesso, nei confronti di ciò che suscita terrore, assumiamo un atteggiamento di ripulsa. Migliore    sublime è ciò in cui l’immaginazione viene a tal punto estesa dall’oggetto, che la misura usuale non è più sufficiente a comprenderlo: alcune cose sublimi possano suscitare  un sacro terrore,  un mostruoso castello le cui rovine in parte crollate ci mostrano la triste antichità:   moti   dell’animo suscitato da tragedie, rappresentazioni poetiche ed oggetti naturali,   giudizi estetici della riflessione:  hanno per se stessi un principio a priori      ed     è possibile svolgere un tipo di analisi  sublime nella liberazione di vasi sottili o grossi da ingorghi pericolosi e nel rilassamento delle fibre del corpo,   il sentimento del sublime si fonda sulla tendenza alla propria conservazione e sul timore,  su di un dolore, il quale, poiché non arriva allo sconcerto reale delle parti del corpo, produce dei movimenti, che, liberando i vasi sottili o grossi da ingorghi pericolosi e molesti,  capaci di suscitare emozioni piacevoli, non un vero piacere, ma una specie di orrore piacevole, una certa calma mista allo spavento,   l’allentamento e rilassamento delle fibre del corpo, e quindi, un intenerimento, una dissoluzione, un illanguidimento, un soggiacere, un morire, uno struggersi dal piacere : il sentimento della bellezza o del sublime può esser suscitato  dall’immaginazione congiunta con l’intelletto, ma anche con quelli in cui la causa determinante è una sensazione.     Ma se il piacere, per un oggetto, si fa dipendere del tutto dal fatto che questo diletta per via di attrattive od emozioni, non si può esigere da nessun altro il consenso nel giudizio estetico; perché allora ciascuno consulta a buon diritto il suo sentimento particolare,    cessa anche interamente ogni disputa. L’universalità empirica e non necessaria del giudizio estetico cui conduce la definizione del sublime come attrattiva e commozione vengono, elevate a “precetto”, in accordo con la metodologia empiristica che dall’osservazione di come si giudica di fatto ricava le norme su come si deve giudicare   il    sentimento immediato del  ben-essere, cui sottoporremmo il    piacere, o un dispiacere, senza alcun interesse,     piacere disinteressato, contrapposizione  fra attrattiva e bellezza, coincide con quel piacere che l’anima ricava dalla contemplazione della bellezza   o   desiderio o lussuria. Quest’ultimo mira costantemente al possesso della cosa che di per sé non è bella per l’anima, ma semplicemente le procura piacere per motivi del tutto diversi,  a prescindere dall’attrattiva e dalla commozione nella spiegazione del  piacere disinteressato:   il sublime ci libera, attraverso il nesso con il sentimento etico del rispetto, dai  moventi sensibili, e allontana , da ogni commistione con qualsivoglia interesse dei sensi:    la  distinzione fra “bellezza” e “attrattiva”  fondande  l’apriorità  del sublime  trascendentale:   tutte le  rappresentazioni, siano esse oggettivamente soltanto sensibili, o interamente intellettuali, possono essere soggettivamente congiunte col piacere e col dolore,    il sublime ad una “tensione” delle fibre del corpo, può esser suscitato dall’immaginazione congiunta con l’intelletto, ma anche con quelli in cui la causa determinante è una sensazione. Se nel ricondurre il sublime  al rilassamento ed alla tensione delle fibre del corpo e nel farli consistere in essi soltanto, quindi in sentimenti di natura sottesa è la tesi, che risale ad Epicuro, della corporeità .    Così pure, come affermava Epicuro, il piacere e il dolore sono sempre corporei anche se provengano dall’immaginazione o perfino da rappresentazioni intellettuali: sull’esposizione dei giudizi estetici.    Tra ciò che piace semplicemente nel giudizio, e ciò che diletta piace nella sensazione, vi è,  spesso, una differenza essenziale. Il diletto  pare che consista sempre in un sentimento dello svolgimento, e quindi anche del benessere corporeo, cioè della salute; sicché Epicuro, che considerava ogni diletto come, in fondo, una sensazione corporea, in ciò forse, non aveva torto, e s’ingannava soltanto quando poneva tra i diletti il piacere intellettuale e perfino il piacere pratico.    Sicché, si può concedere ad Epicuro che ogni diletto, anche quando sia occasionato da concetti che suscitano idee estetiche, è una sensazione corporea; senza che perciò si faccia minimamente torto al sentimento spirituale della stima . Kant interpreta Epicuro :     legge nel principio epicureo non tanto quello che il suo autore vi ha detto, quanto piuttosto quello che, a suo avviso, egli vi ha voluto dire. La novità della Critica del Giudizio,  consiste nell’avere stabilito  una connessione con   il principio epicureo, secondo il quale piacere e dolore hanno una connotazione inevitabilmente corporea. Kant    pensa    la presenza di Epicuro nella riconduzione del piacere e del dolore al legame fra la mente ed il corpo. Epicuro ha    ragione,  ad asserire che il piacere, quale che ne sia l’origine, è sempre identico a se stesso, e che non è possibile stabilire una differenza qualitativa fra i diversi tipi di piacere.
Sublime, è ogni oggetto che suscita terrore,    ma il sentimento del sublime non   si possa risolvere nel terrore:   intraprende  il tentativo di separarli,    all’interno della trattazione del sublime dinamico della natura.    Della natura in quanto potenza.    È vero che il giudizio che assegna alla natura il sublime dinamico è inscindibile dalla sua rappresentazione come potenza che causa timore; e non v’è dubbio  che la nostra superiorità rispetto alla natura, come ostacolo che si oppone alla nostra sensibilità, può essere da noi sentita solo se presupponiamo la potenza e solo se l’ inadeguatezza genera  timore.    Perché nel giudizio estetico,    senza concetto, la superiorità sugli ostacoli non può essere giudicata se non dalla grandezza della resistenza. Ora    quando sentiamo che il  potere non  sia  adeguato, c’è  timore, Furcht. Perciò la natura,  non può essere una potenza, e quindi dinamicamente sublime, se non è considerata come oggetto di timore . L’identificazione del sublime con il timore  deve essere però corretta ed integrata:    è da porsi una limitazione. Non è, infatti, vera     la reciproca: che, cioè, ogni oggetto che suscita timore debba esser trovato sublime nel giudizio estetico. Il suscitare timore non è  una condizione sufficiente per il sublime e non ne determina le caratteristiche essenziali. Colui che teme non può giudicare del sublime della natura, come non può giudicare della bellezza chi è dominato dall’inclinazione e dall’appetito:    fugge la vista dell’oggetto, che gli incute timore; ed è impossibile provare piacere  in uno spavento, che sia   seriamente sentito. Perciò quel piacere, che sentiamo  ci opprime, è una gioia,    Frohsein. Ma è una gioia per la libertà   dopo  un pericolo, accompagnata dal proposito di non esporvisi mai più; ben lungi dal cercare l’occasione di ripensare alla sensazione provata, non possiamo neppure ricordarla senza fastidio. L’unico tipo di piacere che può provare colui che viene sopraffatto dal timore consiste  nella “gioia”   o il piacere che scaturisce dalla libertà da un dispiacere:   sublime in quanto potenza, il sublime dinamico, fenomeni naturali che risvegliano  Dio in collera? In sublime:  il sentimento di superiorità sugli effetti naturali,  il sentimento del  Dio. Il sentimento del sublime non rischia di diventare allora sentimento di superiorità nei confronti di Dio stesso? Con  il sublime, che lo attribuisce alla potenza, pare contrastare il fatto che si  sia   soliti rappresentare    Dio come in collera nelle tempeste, negli uragani, nei terremoti; ma nel tempo stesso come rivelante la sua sublimità, in modo tale che sarebbe stoltezza e follia l’immaginare una superiorità del nostro animo sugli effetti, e, a quanto pare, anche sui fini di una tale potenza: la divinità come oggetto sublime, perché si trova una sublimità di sentire conforme alla volontà divina, e si eleva al disopra della paura davanti a questi avvenimenti naturali: distinzione fra il timore ed il sublime si può giungere ad una corretta distinzione: il sublime, poiché è intimamente connesso con la paura e l’angoscia che sorgono di fronte all’onnipotenza divina,   la paura e l’angoscia davanti all’essere   infinito,  alle altezze imprevedibili, l’oceano,   grandi figure e il grande spirito della natura    o grande genius    nella creazione fisica così attraente per la sensibilità,  il piacere si apre . Chi si illumina per  la comprensione  dissolvendo il  disordine nell’armonia  può soddisfarsi in un mondo. Desidera  nel grande mondo  essere questo caos:    questa mancanza completa  di scopo.  La comprensione deve aderire a questa forma di collegamento, eccedente ed inutile,  per il simbolo, o  la   purezza  della libertà. Sotto quella idea della libertà, che dipende sui relativi propri mezzi, così  in un’unità del pensiero,  la comprensione  collega, presenta il gioco infinito delle caratteristiche ed effettua così la relativa eccedenza di sè stessa:  la comprensione   quale  possibile  libertà.                                          La libertà  nobile  gioco infinitamente più interessante, che la prosperità e l’ordine senza libertà.                             La libertà    nel regno della libertà  infinita continua,   la libertà santa dello spirito   in un’emozione sublime degli esseri  di svelarsi  in  un’armonia:  il gioco terribile meraviglioso  del distruttivo e   la fuga inesorabile della fortuna, sublime intorno al daemon della  purezza  coincidente con   l’esistenza   nel relativo sublime:    il fascino intero di quel sublime  di magnitudine  nel  matematico sublime, nel dinamicamente sublime come  forza  nell’esperienza sublime, quale propriamente è sublime e   natura     alternazione e alterità, rapida   alterezza. Così,  l’esperienza sublime è intenzionale quale libertà in   trascendenza   sublime:i sublimi possono essere anche amorfi,  il sublime sembra essere-intenzionale,   violenta le  facoltà di senso   e  di estetica  apprensione.  
Kant divide il sublime nel ‘matematico’,    grande magnitudine ed il ‘dinamico’ ,   magnitudine di forza in relazione alla volontà. Il matematico sublime è definito come qualche cosa di ‘assolutamente grande’ ovvero, ‘grande oltre ogni paragone’ . Di solito, applichiamo qualche genere di standard di paragone. L’assolutamente grande, comunque non è il risultato di un paragone  o  una  comparazione   spaziale.
Alcun oggetto è, misurabile – anche la taglia dell’universo, nessuno meno una montagna sulla Terra.  Kant    pensa  soltanto   al matematico in natura, ma fondamentalmente riflette sul ‘estetico’ nel senso di ‘intuitivo’ .     La misura,  richiede un numero  ma anche un senso di unità,   che possano essere contenute insieme nell’immaginazione e così ‘comprese’ . Un oggetto che eccede questi limiti, nonostante la sua taglia matematica, sarà presentato come assolutamente grande .                  Sublimi  oggetti di senso, oceani, piramidi  sono chiamati ’sublimi’ .                    dasein-analytik
nell’analitica della bellezza      Kant introduce il concetto “dell’ ideale della bellezza”  nella relativa forma più pura    quale    giudizio di gusto    quale    risposta all’apparenza pura della forma in un oggetto, in contrasto con tutto il reale, in uno dei sensi di quel concetto, avente un certo scopo specifico o essendo destinando ad avere un certo scopo,     identifica   così    la bellezza pura con la forma o l’apparenza pura del reale. Kant complica la sua analisi riconoscendo le forme della bellezza che non sono pure ma collegate    con,   anche se non riducibile,    il riconoscimento del reale:      è “la bellezza aderente,” una bellezza della forma che è costante    o   stabile    o appropriata    per lo scopo  di un oggetto  o  un  gegenstad  o  un  ente   o  un  superente    che   abbiano    chiaramente un   telos    quale     relativa forma possibile nei  vari sensi,    o  sensibilità  empiriche.      Kant      addiviene    “all’ ideale della bellezza,” o “di più alto modello, l’archetipo,  una rappresentazione di un oggetto specifico o il tipo particolare di oggetto che è al massimo bello .      Kant pensa la  bellezza iniziata dalla logica di gusto o    l’archetipo di gusto.      La bellezza per cui un’idea  è di essere ricercata non può essere una bellezza vaga,  deve appartenere all’oggetto di un giudizio interamente puro di gusto. Ciò significa che ideale della bellezza è  l’essere  aderente:  un’espressione estetica unicamente adatta per  quello    o   questo scopo o estremità     dell’esserci     il    solo     capace di un ideale della bellezza.     Il  dasein   è   il  solo     fra tutti gli oggetti nel mondo capace dell’ ideale di perfezione,    anche  quale    bellezza    della figura umana,     in  interagenza    con   l’ immaginazione. L’immaginazione è in effetti  implicata: l’ ideale della bellezza  può essere generato soltanto da un atto dell’immaginazione estetica;   l’associazione  deve essere generata dall’immaginazione,   significa che l’ideale della bellezza può essere trovato nella bellezza architettonica della forma  dell’esserci nello  spazio:    cioè la configurazione fissa delle caratteristiche dell’apparenza della vivenza    quale armonia fra le funzioni esplicitamente volute dei  movimenti intenzionali e le funzioni istintive  in conformità con i principii etici, anche al costo della soppressione dei desideri e delle sensibilità : l’esistenza  è   la libertà dei movimenti intenzionali, la bellezza “d’eccitazione” e “la bellezza di distensione” o “di fusione”.     Schelling  pensa   alla bellezza naturale:   la sua è  una   teoria della bellezza naturale ed artistica    estetica dell’apprensione sensitiva della verità.  Estetica che nella sua classificazione delle arti, disvela un riconoscimento adeguato dell’importanza della verità ,  effettivamente verità in vari sensi, nell’ esperienza nell’arte o   del  sublimity,  per la conoscenza della verità:    l’estetica di Kant no.   Kant   pensa che il piacere nella bellezza è disinteressato, soddisfa senza un concetto, che potremmo avere una sensibilità del piacere in un oggetto senza considerare che cosa i concetti si applichino ad esso ed in base ad una tale sensibilità   c’è il giudizio che è bello,  il riconoscimento di adattamento dell’oggetto al relativo ambiente, non  la verità: pensa che la percezione di armonia e di benessere allineate nelle cose intorno  generi un’armonia e una sensibilità :  dove tutti i risultati delle leggi della natura nelle forme delicate rivelino   una costanza elastico-efficace delle cose, nella bellezza  è armoniosa  o   sensibilità    o natura armoniosa,  o   risonanza fra armonia e ben-essere in natura: la percezione di armonia in natura  bene-ordinata che attrae  l’ attenzione: la  sensibilità della bellezza .    Kant  ha interpretato la sensibilità  nell’esperienza estetica come sensibilità della vita  al livello più profondo, la sua concezione della fonte di piacere estetico  è  la sua analisi  del giudizio libero della bellezza naturale, che non dipende  dalla  concettualizzazione del relativo oggetto, non si conclude là,    la sua analisi delle esperienze estetiche  include i casi della bellezza aderente degli impianti della natura così come dell’arte  in generale, sua è  la  concezione di gioco libero con la forma pura di un oggetto in una concezione di armonia  fra la forma ed il concetto dell’oggetto che  è armonia in un oggetto bello.  Kant ha complicato la sua concezione iniziale del disinteresse di giudizio estetico per tenere conto dell’ interesse intellettuale nell’esistenza della bellezza naturale, ha riconosciuto che l’ esperienza nella bellezza è un’esperienza in benessere e nell’essere  nel mondo. Kant  collegò  il gioco libero delle facoltà e della sensibilità nella radura di vivenza. Là     la soddisfazione o il piacere è la sensibilità  è la coscienza di un gioco libero e normale di tutte le facoltà degli esseri .    Ha identificato il gioco libero delle   facoltà con  l’attività,   il gioco  della mente  deve essere fortemente vivo e liberare se deve animare. Il piacere intellettuale è costituito nella coscienza dell’uso della libertà in conformità con le regole. La libertà  è una continuità piuttosto che discontinuità .  Kant sostiene esplicitamente che il piacere  estetico è   interesse intellettuale nella bellezza,   a priori, vale a dire, che l’esistenza della bellezza è “una traccia” o “segno” . La concezione di Kant in un interesse intellettuale nell’ estetica  è  soggettiva. Il  piacere estetico nella bellezza naturale è un segno della possibilità del ben-essere  in natura, Kant desidera chiaramente mantenere il collegamento fra l’interesse intellettuale ed   estetico nell’esistenza della bellezza ,  ma  senza  disvelare l’estetica della verità. Il sublime dilata il cuore e mantiene l’attenzione immobile e tesa. È stancante. Il bello scioglie l’anima . L’atteggiamento sublime va al di là dei dettagli e vede il bene tra le  passioni secondo princìpi sublimi, sublyme non è perché ci sono sublymità, bensì,
al contrario, poiché e in quanto accade il sublyme, persiste la necessità
del sublyme. E soltanto la necessità del sublyme è il fondamento di possibilità
del sublyme.    La domanda sull’origine del sublyme deve procedere dall’essere-sublyme. Ma questo
essere-sublyme si determina in primo luogo, ovvero di già,  dall’origine  del  sublime:  consiste nell’acquisizione del  concetto preliminare del sublyme nel suo essere-sublyme:    essere-sublyme, nel senso dell’essere-in-ekstasy,   anche in quello dell’essere-oggetto del sublyme   in generale:    il tentativo di riscattare il sublyme da ogni
riferimento ad altro all’infuori di sè non contravviene proprio all’essenza
del sublyme? Certamente, giacché il sublyme vuol essere disvelato
in quanto sublyme. E per la precisione in
via supplementare all’interno di una  svelatezza:    essere-sublyme significa  essere-disvelato. Però la domanda è che cosa vogliano dire, qui,    disvelatezza.    In generale, ciò in cui la sublymanza mentre sta sospesa fuori nell’aperto
non è mai qualcosa di sussistente , bensì nell’essere-disvelata
della sublymanza quest’ultima si procura per la prima volta la propria
dimensione   estatika. E da questa forza
di decostruzione si misura la grandezza del sublyme.
Da sé, questo prendere riferimento nell’aperto è certamente essenziale
per l’essere-sublyme; ma esso prende fondo, per parte sua, nel tratto
fondamentale dell’essere-sublyme, che devrà   essere portato gradualmente
alla luce:    della sublymità come essa è di per sé e presso di essa. La sublymanza è presso se stessa fintanto che il sublyme è in ekstasy, nell’essere-sublyme. Rispetto alla sublymanza, si parla abitualmente di “disposizione”
nel senso della sistemazione della sublyme-bellezza: il costruire un determinato tempio di
Zeus, oppure il porre-diritta, ovvero il portare-in-posizione una
determinata statua di Apollo, oppure il portare in scena una tragedia:   non è soltanto l’alterezza di una sublymanza .
Siffatta disposizione in quanto alterezza è consacrazione . Consacrare significa “rendere sacro”, nel senso che nell’offerenza del sublyme il sacro viene aperto  in quanto  ciò che è sacro è il Dio e viene cercato strappandolo dentro l’aperto  della sua presenza. Alla consacrazione:   omaggio alla dignità e allo splendore del Dio. Dignità e splendore   vengono aperti nella sublyme-bellezza, non  accanto o dietro alle quali, oltre ciò, stia ancora il Dio, bensì esso si fa presente nella dignità e nello
splendore.
Ogni disposizione nel senso dell’alterezza consacrante è anche sempre posizione-costruttiva in quanto modalità di collocazione dell’edificio e della statua, in quanto dire e nominare all’interno di un   linguaggio. All’inverso   una collocazione e una sistemazione non sono già una disposizione nel senso dell’alterezza
che pone-in-costruzione; questa, infatti, presuppone che il sublyme
da erigere, da disporre, possieda già in sé il tratto essenziale della disposizione,
sia cioè essa stessa, in ciò che le è più proprio, disponente.
Ma in che modo dobbiamo cogliere questa “disposizione” autentica,
che contribuisce a costituire l’essere-sublyme?
La sublymanza è in sé un ergersi nel quale un mondo viene spalancato a
forza e, in quanto aperto,  messo a dimora. Ma che
cos’è  un mondo? Ciò si lascia dire qui esclusivamente nell’allusione. Per cominciare con una prevenzione: il mondo non è l’agglomerato
delle cose sussistenti in quanto risultato di un’enumerazione,
eseguita in dettaglio o anche solo pensata, delle medesime. Tuttavia,
se non è la somma di ciò che è sussistente, tanto meno il mondo
è l’ambito solamente immaginato e mentalmente prefigurato per il sussistente.
Il mondo mondifica,  esso dirotta il nostro esserci in quanto
è una scorta all’interno della quale permangono aperti, per noi, l’indugio
e la fretta, la lontananza e la prossimità, l’ampiezza e l’angustia di
ogni essente. Quella scorta non viene mai incontro come oggetto, ma,
indiziando, trattiene estatizzati il  fare e lasciare entro una compaginazione
di rimandi, a partire dai quali la grazia che chiama con un
cenno e la sciagura che abbatte con un colpo, proprie degli Dèi, hanno
il loro avvento. Anche questo restare-assente è
una modalità in cui il mondo mondifica. Quell’indiziante può
soccombere al disordine ed essere così un non-mondo: sia
essa mondo o non-mondo, in
ogni inoggettualità, più essente di qualsiasi delle cose sussistenti e a
portata di mano, nelle quali, in modo conforme alla quotidianità, crediamo
di essere  di casa. Il mondo, però, è sempre l’indicibile;
mentre sappiamo ciò, non sappiamo cosa sappiamo    in-oggetto
nel senso di in-contrastante.
Ora, il mondo è ciò che il sublyme es-pone, esso cioè
e-rompe e conduce l’aperto a stare, alla dimora mondificante. Es-ponendo
il sublyme    essenziale della disposizione-
di-mondo     mette soltanto in mostra un vuoto
essere-capace e forse provoca persino una qualche “impressione”.
Mentre il sublyme, ergendosi, libera e tiene in serbo un
mondo, in essa è in ekstasy quel sovrano rifiuto che allontana il sussistente:  l’indicibile che si addensa attorno è
quell’isolamento nel quale il sublyme si disvela:   in forza di questa solitudine,
in ekstasy riesce di ergersi-fuori nell’aperto, e di
pro-curarsi la sua dimensione sublyme.
Mentre il sublyme conduce il suo mondo all’aperto ergersi,
si procura per la prima volta il compito al servizio del quale sta, crea essa
stessa, per la prima volta, lo spazio che domina e
determina essa stessa, per la prima volta, il luogo nel quale  giunge
all’alterezza. La disposizione come   alterezza  estatika consacrante
prende sempre fondo nella disposizione come ergentesi libertà  di
un mondo. Quella può insabbiarsi
nell’inessenziale sublime  sottrazione-di-mondo
e della disgregazione-di-mondo    certamente sussistente, ma
non c’è più, è in fuga. Questo essere-via non è però un nulla, bensì la
fuga stessa permane nel sublyme sussistente,
e allora tale fuga si trova ancora soltanto    con l’es-posizione, all’essere-sublyme appartiene la
Deposizione    giacché l’essere-sublyme non può essere afferrato
concettualmente a partire dall’essere-genesi, bensì, al contrario,
l’essere-genesi a partire dall’essere-sublyme. Per contrassegnare il tratto essenziale
nell’essere-sublyme denominato con questo termine, procediamo,
corrispondentemente a quanto abbiamo fatto per la “disposizione”,
dal significato corrente    è, è deposta a partire
da pietra, legno, metallo, colore, suono e lingua. Tutto ciò, impiegato
nell’approntamento, è l’ilemorfico. Essa viene condotta
entro una forma. Successivamente, tale scomposizione del sublyme
 lascia maturare ancora ulteriori distinzioni
secondo argomento, contenuto e configurazione. L’utilizzo delle determinazioni
di ilemorfia in riferimento al sublyme è possibile
sempre e in qualsiasi momento, di esso si occupano tutti con facilità e
per questo, da secoli, è divenuto corrente. E tuttavia, tali determinazioni
non sono affatto ovvie. Esse discendono dall’interpretazione del
tutto univoca dell’essente che Platone e Aristotele fecero valere alla
fine della filosofia greca. Secondo di essa, tutto l’essente possiede ogni
volta un suo proprio aspetto, che si mostra nella sua forma. Un essente
sta all’interno di tale forma in quanto è approntato a partire da
qualcosa e in vista di qualcosa. Esso può apprestare se stesso in direzione
di ciò che esso stesso è, come tutto ciò che è cresciuto spontaneamente;
esso può essere   pro-gettato. L’essente in quanto essente è
sempre il sussistente fondato. Quest’interpretazione dell’essere dell’essente,
tuttavia, non solo non è ovvia, ma non è nemmeno attinta
dalla sperimentazione del sublyme. Di conseguenza, la scomposizione
è applicabile al sublyme sempre e in ogni momento, pur essendo al contempo
e altrettanto sicuramente non vera, se almeno in virtù di essa
dev’essere colto l’essere-sublyme.
Se noi dunque contrassegnamo l’essere-sublyme tramite un
secondo tratto essenziale, che denominiamo alterezza, allora con ciò
non può intendersi che essa sia costituita da una materia. Intendiamo
piuttosto questo, che il sublyme, è de-ponente, e
questo in senso letterale. Ma che cosa dis-pone qui il sublyme ? Così come il sublyme si erge nel suo
mondo, altrettanto  si risprofonda  nella pesantezza
della pietra, nella durezza e nella lucentezza del metallo, nella compattezza
e nella duttilità del legno, nello sfavillio e nella cupezza del colore,
nella risonanza del suono e nella forza nominante della parola.   Tutto ciò non viene in luce per la prima volta nel sublyme,
siano gravità, rilucenza, sfavillio, risonanza? O non è invece il gravare del masso e la lucentezza dei
metalli, l’estasy   in alterezza e la duttilità dell’albero, la luce del giorno
e il buio della notte, la   fluttuanza   delle onde e il bisbigliare tra i
rami? Come potremmo nominare tutto ciò? Di certo, non materia in
quanto mezzo per l’approntamento di qualcosa. L’unisono di quest’insuperabile
pienezza noi lo chiamiamo  sublyme    e con ciò non intendiamo
 il globo planetario,
bensì l’unisono di mare e monti, di tempeste ed aria, di giorno e notte,
gli alberi e l’erba, l’aquila e il destriero. Questo     sublyme    che cos’è? Ciò
che dispiega costante pienezza e purtuttavia si riprende sempre indietro
e trattiene ciò che è dispiegato. La pietra grava, mostra pesantezza
e proprio così si ritrae in se stessa; il colore si accende e resta
tuttavia chiuso; il suono risuona e tuttavia non emerge nell’aperto. Ciò
che emerge nell’aperto, invece, è esattamente questo schiudersi ed è
questa l’essenza del  sublyme. Tutte le sue cose rifluiscono nel reciproco
unisono, eppure: in ognuna delle cose che si schiudono è il medesimo
Non-compreso   quale   sublyme dis-pone qui la sua  estasy, la pone come ciò che nell’aperto si
schiude. La sublymanza non è costituita dall’alterezza nel senso di una materia,
bensì tiene testa alla sua  estaticità  instabile, supporta il suo schiudersi. Mentre in tal guisa
la sublymità mette in sé a disposizione l’alterezza, essa ripone se stessa nell’estasy come nel suo schiudentesi fondamento;
un fondamento che, in quanto schiudentesi sempre e in modo
conforme all’essenza, è un fondo abissale. Entrambi i tratti essenziali
nell’essere-sublyme, la disposizione in quanto   alterezza e apertura
inaugurale di mondo e l’alterezza in quanto
custodia  che si schiude  casualmente congiunti nel sublyme
e,  in una referenza conforme
all’essenza. Nondimeno, entrambi i tratti sono quello che sono soltanto
mentre prendono fondo nell’autentico tratto fondamentale dell’essere-sublyme,
la sublyme-bellezza, tiene in serbo si rivolge all’alterezza e non teme alcunché
di chiuso, di ascoso. Ma nel suo schiudersi, lascia kriptare vuole essere e riprendere tutto in sé. Ma
proprio per questo, non può fare a meno del mondo ,
se  deve risplendere nel pieno impeto dello schiudersi e
del trattenere tutte le cose. Essi sono nella contesa. Nondimeno, questa contesa
è l’intimità del loro controverso coappartenersi: il sublyme è al contempo l’eristika, poiché il sublyme nel
fondamento della sua determinazione è  contenzione, è per questo
che  accende e custodisce la contesa o l’eristika sublyme. Poiché il tratto fondamentale
dell’essere-sublyme è la contenzione:   perché la sublymanza, nel
fondamento del proprio essere, dev’essere siffatta contenzione? In che  cosa prende fondo l’essere-sublyme?
Questa è la domanda sull’origine del sublyme:    in che modo il sublyme, in quanto contenzione, è in primo luogo integralmente presso
Di  sè e in secondo luogo è autenticamente in ekstasy sublyme,   Come accade la contenzione di quella contesa? L’oscura asprezza
e l’attrattiva pesantezza , la sua irrisolta impellenza e il suo
risplendere:
la dissipantesi durezza del suo schiudersi. Ed è quella di avere limite nel taglio di contorno,
nel taglio verticale e nel taglio orizzontale. Mentre  schiudentesi deve
venire  l’autoevento  nell’aperto, questo stesso  ontoevento   deve farsi ritaglio,
limite che tratteggia . Qui, nel tratto fondamentale
dell’essere-sublyme in quanto contenzione, risiede il fondamento della
necessità di “forma”. Senza svelare ora più
da vicino l’origine della “forma”: che cosa viene infatti conquistato, contendendo, in
questa contenzione della contesa?
In tanto il sublyme è contenzione, in quanto estatizza ,
aprendosi  in un mondo. Ma questa estatizzazione
che spinge dentro, sospinge innanzi il sublyme e inaugura un aperto. È il centro del margine entro cui l’alterezza è schiusa in modo
conforme al mondo e il mondo è aperto in modo con-forme.
La sublymanza fonda per la prima volta questo margine mentre lo apre. Questo margine è l’apertità del Ci in cui le cose e  l’esserci giungono a stare, onde sostenerlo:      la   sublyme-bellezza in quanto tempio, trattiene la figura del
Dio, al contempo, attraverso l’aperto porticato,  lascia stare fuori
nella regione che solo così è fondata come sacra. Ergendosi in un mondo
il tempio   si   apre . Attraverso il sublyme, per la prima volta l’alterezza si fa con-forme
al mondo . Allo stesso tempo, nel sublyme
in parole accadono il nominare e il dire attraverso i quali l’essere
delle cose viene alla parola per la prima volta e, insieme con il
dicibile, viene al mondo l’indicibile. In siffatto nominare di colui che
detta,  vengono coniati in anticipo i suoi grandi concetti
dell’essente . Nella   sublyme-bellezza   del costruire e del dire e del dare
forma in senso plastico-figurativo viene conquistato, contendendo, il
Ci, il centro espandibile e radicato, in cui e a partire da cui si
fonda l ‘ abitare storico  nell’essente,
per fare sul serio con lo spaesante dell’essere.
L’essenza dell’essere-sublyme risiede nella contenzione della contesa, la quale conquista in sé, contendendo,
l’aperta intimità del mondo.
Con questa determinazione essenziale dell’essere-sublyme
viene guadagnato un presidio che rende possibile il sublyme. Questa sarebbe
rappresentazione di qualcosa. Di certo ci si è gradualmente allontanati
dall’opinione per cui il sublyme sarebbe l’imitazione di qualcosa di sussistente. Ma con ciò la concezione
del sublyme come rappresentazione non è in alcun modo superata,
bensì soltanto occultata; infatti, sia che la sublymanza venga assunta come
“farsi sensibile dell’invisibile”, sia, al contrario, come farsi simbolo
del visibile in un’immagine-sensibile, ogni volta, in simili determinazioni,
si insinua  l’opinione pregiudiziale, secondo cui la prestazione fondamentale del sublyme sarebbe
 la presentazione. Secondo il sublyme  ciò
significa sempre “autenticamente”. Allegoria e simbolo offrono
le presentazioni di base secondo le quali il sublyme, nelle più
diverse declinazioni, viene determinato come una più elevata formazione
plastico-figurativa. All’interno del sensibile in
quanto “elemento dell’arte” vengono a presentazione il non-sensibile
e il sovrasensibile. Se  la materia vale come il sensibile, allora
essa viene assunta come ciò che cade sotto i sensi, che è tale da divenire
accessibile attraverso i sensi . Con ciò, sulla materia
stessa e sulla modalità della sua appartenenza all’essere-sublyme non
viene detto proprio nulla. E inoltre, questa determinazione d’accesso
è non vera rispetto alla presunta materia; infatti il gravare di una pietra,
l’opacità di un colore, timbro e fluidità di una costruzione linguistica
certamente non vengono sperimentati senza i sensi, ma mai e poi
mai attraverso di essi soltanto. Nella sua schiudentesi pienezza, l’alterezza è tanto sensibile
quanto non-sensibile.
L’introduzione della determinazione del “sensibile” coglie altrettanto
poco qualcosa di essenziale dell’essere-sublyme . Fu così che la distinzione
tra sensibile e sovra-sensibile divenne ben presto il filo conduttore
per i molteplici tentativi di interpretazione allegorica e simbolica
del sublyme in generale. Già laddove la distinzione di materia
e forma diventa per la prima volta decisiva per ogni successiva posizione
occidentale nei confronti dell’essente, ossia in Platone, la materia,
intesa come il sensibile, viene ritenuta ciò che è inferiore di fronte
all’idea, intesa come ciò che è superiore e non-sensibile,   nel  pensiero cristiano, il sensibile sublyme si
prende cura così dell’addomesticamento del sensibile: non rappresenta nulla. Infatti, mentre nella contenzione della contesa tra
 il sublyme conquista contendendo   l’aperto,
ossia la radura alla cui luce l’essente in quanto tale viene incontro
si fa incontro trasformato. La sublymanza non può presentare nulla perché, al fondo,
non ne va mai di un già stante ed oggettuale, posto, naturalmente,
che essa sia sublyme:  non presenta mai, bensì dispone fuori   il mondo,
e l’estasy; ed entrambe queste cose perché  è contenzione
di quella contesa. In forza di ciò il sublyme, è semplicemente
e soltanto se stesso  e niente di più.
Ma allora in che modo è autentico sublyme? Che specie di realtà possiede?
Ad onta di alcuni mutamenti, predomina ancora, fino ad oggi,
quell’interpretazione della realtà del sublyme alla quale Platone,
ancora una volta, ha dato l’avvio. In tale contesto, daccapo, divenne
decisiva quella determinazione preliminare del sublyme. Di contro a ciò che è cresciuto spontaneamente dal sussistente
e “dalla natura”, ciò che è approntato dalla mano dell’esserci è
ogni volta qualcosa di supplementare, a maggior ragione se   riproduce
cose di natura; dal canto loro, infatti, queste sono già copie di
quei modelli che Platone chiama “idee”. Ciò che è approntato, e così
anche il sublyme, diviene riproduzione di una copia di un modello.
E poiché le idee rappresentano l’essente autentico, ossia ciò che le
cose sono in verità, il sublyme è solamente un’eco, in fondo autenticamente
irreale. Se a differenza di Platone si tenta di rendere reversibile
la realtà del sublyme, allora, di contro alla costituzione
sensibile del sublyme, si deve mettere in campo la circostanza
per cui essa presenterebbe un contenuto non-sensibile. Grazie alla   presentazione il sublyme risulta volentieri “più ideale” e più spirituale delle cose tangibili
di tutti i giorni,   stacca l’ombra
e tutt’intorno le aleggia “un afflato spirituale”:    il sublyme si sottrae alla realtà propria di ciò che è sussistente:  è apparenza; il blocco di marmo modellato di una statua ci dà ad intendere che
 sia un corpo vivente, laddove, al contrario, esso è in verità soltanto
una gelida pietra. La sublymanza è un’apparenza perché non è essa stessa
quello che presenta, e tuttavia un’apparenza legittima, giacché nella
presentazione essa porta pur sempre alla luce   l’insensibilmente
spirituale.
Interpretazioni del sublyme.       Ora il sublime non è ancora così
reale come le cose sussistenti, ora non è più così reale come esse. Ogni
volta, l’essere-sussistenti ,  il sublyme,
interpretata nell’uno o nell’altro modo, è sempre irreale. E nondimeno è vero il contrario. Il tempio che si erge su un promontorio
o in una valle    in  vertigo, la statua che se ne sta lì nella regione
sacra, queste opere sono in mezzo a molto altro: terra e mare, sorgenti
e alberi, aquile e serpenti non solo non sono mai e in ogni caso semplicemente
sussistenti, ma presidiano il centro nel diradato margine
dell’apparire  essi sono più reali di ciascuna cosa, poiché
ciascuno di essi può annunciarsi per la prima volta come essente soltanto
nell’aperto, guadagnato, contendendo, in forza del sublyme. La
dettatura di Hölderlin  nella sua poiesis è più reale più di tutti i teatri, i films e le poesiole, più
reale degli edifici in cui  sono sistemate le librerie e le biblioteche,
in cui compaiono, tangibili, i volumi delle sue opere complete.
Più reale di tutto ciò è infatti la dettatura, dacché  è preparato
il centro ancora inesplorato del mondo, e tenute in serbo grandi decisioni.
Questa è davvero l’essenza più propria dell’essere-sublyme,  mai commisurata a ciò che è di volta in volta sussistente
e a ciò che solo presuntivamente è autenticamente reale, bensì è
essa stessa l’essente e l’inessente. Di conseguenza, non
esistono sublimità, ma
 soltanto quelle che sono in ekstasy in modo
tale da sollevare il proprio tempo all’altezza di sé e da trasformarlo.
Più reale di tutto l’essente consueto è infatti il sublyme in quanto centro
 dell’esserci dell’esser-ci.
Quella solitudine di ogni sublyme è il segno che, nella
contenzione della contesa, si erge nel suo mondo. Il suo starsene lì è la contenuta discrezione del ritroso restarsene-
in-sé. Il che però non significa che il sublyme si eccepisca dalla realtà; ciò è impossibile, giacché è già sospinto innanzi entro
tale realtà come il suo sovvertimento e la sua confutazione. Se le manca la forza, la  potenza,  la  dynamis   allora non
è sublyme:   l’origine del sublyme.

La  contesa quale  eristica  come tratto fondamentale nell’essere-sublyme ci  domanda: perché la contenzione erystika è l’essenza dell’essere-sublyme?     Quella   domanda  sia ora presa in cura.
La risposta  suona: l’essere-sublyme possiede
il tratto fondamentale della contenzione? Dove e in che modo il sublyme è?
Esiste il sublyme di per sé, in qualche tempo e da qualche parte? Nondimeno   è necessario
chiarire che cosa mai il sublyme sia. La parola -sublime- resta sempre e soltanto
un vuoto  ,   è semplicemente, soltanto e volta
per volta il sublyme? che cosa
è il sublyme? non la poniamo più  nel vuoto. Mentre domandiamo:
 ha  fondamento l’essere-sublyme? che cosa è sublyme,
al principio e alla fine? “Ci”, il centro dell’aperto
nella cui radura l’essente  si mostra. Colei che è come la schiudentesi entra nell’aperto.
Il mondo si fa inascoso e  si schiude, ma nell’aperto. E mentre
quest’intimità dell’aperto contenzioso tra il nascondentesi e il disascondentesi
accade, ciò che fin lì valeva come il reale si rende finalmente
manifesto come l’inessente. Emerge alla luce del giorno,
nell’aperto, il fatto che fino ad ora predominavano coprimento e distorsione
e contraffazione dell’essente. Nella contenzione accade  l’apertura  dell’apertità del contenzioso tra
inascoso ed ascoso, il venir fuori di coprimento e  accadere in sé  è l’accadere di ciò che chiamiamo
verità. L’essenza della verità, non consiste nella concordanza di
una proposizione con un fatto, bensì verità è questo accadere fondamentale
dell’apertura inaugurale dell’apertità dell’essente. Di conseguenza, alla verità appartengono in misura essenziale
l’ascoso e il nascondersi,  il mistero, così come il coprimento e    la distorsione:   la non-verità.
Nel sublyme in quanto tale è in ekstasy l’accadere della verità, il che
significa che, nel sublyme, la verità è in ekstasy. La sublymanza
della verità, questa è l’essenza del sublyme. Verità    non vuol dire qui una qualsiasi verità, un singolo che di
vero, qualcosa come un pensiero e una proposizione, un’idea o un valore,
che all’incirca vengano “presentati” , bensì vuol dire
l’essenza del vero, l’apertità:    prima indicazione dell’essenza del sublyme
a partire dall’essere-sublyme. Nel sublyme, la verità accade come divenire-disvelanza dell’essente:   in che modo il sublyme sia l’origine del sublyme.
La sublymanza è la verità in ekstasy   da
una parte sussiste il sublime e dall’altra la verità. E questa viene trapiantata
in quella per mezzo del sublyme. Non è in alcun modo così: infatti
il sublyme non sussiste prima della verità, né questa prima del sublyme, bensì:
mentre si dà il sublyme, la verità accade:    perché, affinché la verità accada, essa deve venire in ekstasy sublyme?
Se la verità viene in ekstasy per la prima volta con il sublyme e nel sublyme,
e non è dapprima sussistente da qualche parte, allora deve
divenire. Donde viene l’inaugurazione dell’apertità dell’essente? Forse, dal nulla? In effetti è proprio così, se con il non-essente
si intende quel sussistente che, in forza del sublyme, viene per così
dire sovvertito e confutato come l’essente solo presuntivamente vero.
La verità non viene mai desunta da questo qualcosa di già sussistente.
Piuttosto, l’apertità dell’essente accade mentre viene progettata, dettata.
Tutto il sublyme, nell’essenza, è dettatura, ossia il disserrare quell’aperto
nel quale Tutto è altro dal consueto. In forza del progetto dettante, il
consueto e quel che è durato fin qui si fanno inessenti. La dettatura
non è  escogitare qualcosa a piacimento, non è un librarsi
nell’irreale. Ciò che la dettatura in quanto progetto, tenendo separato,
apre  e progetta in anticipo, questo aperto, lascia
fare per la prima volta all’essente il suo ingresso e lo porta ad illuminazione.
La verità in quanto apertità accade nel progetto, nella dettatura. In
quanto estasy sublyme della verità, il sublyme è, in modo conforme all’essenza. E tuttavia, non è puro arbitrio ricondurre l’architettonica,
la plastico-figurativa e la musicale alla dettatura, alla poesia?
Sarebbe così se noi volessimo interpretare le sunnominate
a partire dalla parola e come specie di questa:  la
parola, la “poesia”, è di per sé tuttavia soltanto una modalità del progettare,
del dettare.   La determinazione essenziale del sublime in quanto dettatura: il sublyme è   la dettatura, la determinazione del sublyme come
espressione possiede una sua correttezza. L’opinione per cui il sublyme sarebbe
espressione è inoppugnabile . Certamente,
l’Acropoli è espressione . Altrettanto
certamente, il sublyme è una particolare espressione. Ma il sublyme non è certo sublyme perché
è espressione, bensì è espressione perché è sublyme. Di conseguenza,
non soltanto la caratterizzazione in termini di
espressione non contribuisce in nulla alla determinazione dell’essere-sublyme,
ma inibisce già ogni domanda genuina su questo essere.
Ma questa caratterizzazione del sublyme come espressione, smisuratamente
corretta e ciò nondimeno inconsistente, non è valida neppure
per il linguaggio. Il linguaggio è certamente al servizio dell’intesa, della
discussione e dell’accordo. Ma esso non è soltanto, e non è in primo
luogo, un’espressione fonetica, oppure scritta, di ciò che dev’essere
comunicato, per l’appunto il vero e il non-vero. Laddove nessun linguaggio, come in pietra, pianta e animale,
lì non c’è alcuna apertità dell’essente, e in tal senso neanche
un’apertità del non-essente e dell’inessente e del vuoto. Mentre il linguaggio
nomina le cose per la prima volta, siffatto nominare conduce
per la prima volta l’essente alla parola e all’apparire. Questo nominare
e dire è un progettare,  è indetto in quanto che cosa l’essente
è  indire progettante è al contempo disdetta di ogni
opaco disordine. Il dire progettante è dettatura, e con ciò del margine per la prossimità e la lontananza
degli Dèi. La lingua originaria è siffatta dizione in quanto dettatura
originaria , in cui sorge il mondo:   la poesia, resta la configurazione
fondamentale del sublyme, ma questo perché
nel dire dettante per l’esserci viene in generale progettato e reso
possesso l’aperto in cui l’essente in quanto essente perviene al dispiegamento
e alla custodia. Per contro, costruire e dare forma in senso
plastico-figurativo accadono sempre nel già aperto della dizione e del
dire, e proprio per questo non sono mai, linguaggio,
bensì un dettare ogni volta proprio.
Ma la determinazione dell’essenza della dettatura in quanto progettare
non esaurisce la sua essenza. Senza lo sguardo nell’essenza pura
della dettatura, non cogliamo ancora il divenire
della verità. Soprattutto, non afferriamo concettualmente in che
misura la sublymità sia necessaria per il divenire della verità. L’essenza piena della dettatura viene in luce nella proposizione:
dettatura – l’essenza del sublyme – è istituzione dell’essere. Non, dunque,
produzione dell’essente. Ma che cosa significa essere, a differenza
dall’essente che noi, secondo di esso, nominiamo in tal modo? Questo
essente qui, l’organo, lo cogliamo    nella sua
differenza . L’organo è. Ma questo essere lo cogliamo
a fatica, sebbene siamo altrettanto certi del fatto che l’organo è e
non  è, così come sappiamo che esso è un organo,   nonostante tutto questo grande buon
senso e la sua prossimità alla vita, cos’è a noi più prossimo dell’essere?
Cosa “sarebbero” l’organo e tutto ciò che è consueto, senza
l’essere?  presagiamo l’essere e il suo concetto
se cogliamo quell’apertità, nominata sempre di nuovo, che appare nel
progetto dettante. L’essere è quel che cosa e in che modo l’essente,
 è  manifesto ed ascoso. L’essente è di per sé
soltanto in forza  essenzialmente per l’essere:    l’essere:    essere  un fondamento, fondare,    iniziare. Con- fondazione, inizio li dobbiamo ascoltare
distintamente e comprendere unitariamente, se nominiamo il sublyme
in quanto dettatura dell’istituzione dell’essere,    il progettare l’aperto come l’“altrimenti dal consueto”.
Il progetto rilascia liberamente qualcosa che non soltanto non compare
mai a partire dal sussistente e dal consueto, ma nemmeno può mai
essere compensato dal sussistente. Il progetto è istituzione in quanto
concessione. Cosa significa ora istituzione in quanto fondazione e inizio,
e in che modo quel che con ciò è nominato coappartiene al progetto
in modo conforme all’essenza?
La verità in quanto apertità è sempre apertità del Ci in cui tutto
l’essente e l’inessente entra a stare e a partire da cui esso si riprende
in quanto schiudentesi. In tal modo, il “Ci” resta sempre radicato in
quest’oscuro abisso. “Ci”, in che modo  è?  Entrambe queste modalità
dell’essere sono possibili soltanto se l’esserci-sublyme si fa prima carico
del Ci, ovvero sta nel mezzo dell’essente in quanto essente e inessente,
ovvero sta per l’essere. Mentre l’esserci-sublyme è il Ci,  egli
diviene sublyme. Nel progetto dettante, altrimenti dal consueto,  l’apertità resta
sempre apertità del Ci, sempre progettata in anticipo
il che significa che il progetto
dettante viene aggettato dall’esser-ci-sublyme. Il Ci nella sua apertità
dall’estatizzazione
in ciò che è dato-in-compito e dalla custodia di ciò che è
dato-in-eredità: la sublyme-bellezza. Il Ci è soltanto se il sublyme si fa carico
di essere, se diviene sublyme. Il sublyme è già sempre gettato nel suo
Ci .              Hölderlin, colui che detta il sublyme. Ma questo aggetto è sublyme, in modo
conforme all’essenza, è per l’appunto dettatura. Se però il progetto è
dettatura, allora l’aggetto non sarà qualcosa di solo arbitrariamente
preteso, ma sarà l’apertura  di quello in cui l’esserci, in
quanto sublyme, è già gettato. Ciò in cui il sublyme è gettato è sempre
l’estasy, lo schiudentesi fondamento su cui il  gettato,
viene a riposare. Il progetto che conformemente all’essenza è aggetto
progetta soltanto se dall’ascoso fondamento trae fuori un aperto, se ciò
che in esso è dato-in-compito è dato-in-eredità nel fondamento in
quanto destinazione ascosa e per conseguenza da disascondere. Nel
progetto,    fa ingresso nell’aperto, al fondo, non è un che di estraneo, bensì soltanto il più
proprio, fin qui ascoso, dell’esserci sublyme. Il progetto viene dal nulla, non discende dal fin qui vigente;
 non viene dal nulla, perché , in quanto aggettante, trae
fuori l’ascosa e trattenuta destinanza, la posa in quanto fondamento
e la fonda in senso autentico. In quanto concedente progettare, l’istituire è al contempo, essenzialmente   il fondare. L’apertità può diventare
apertità della verità in quanto tale può accadere, soltanto
se il progetto è un progetto fondante. Ma fondante  lo è mentre si
dà  schiudentesi   nell’aperto
e precisamente in quanto la schiudentesi, nella sua controversia col
mondo progettato. Poiché il sublyme in quanto dettatura è istituzione, progettante
fondare, essa deve istituire e statuire l’apertità, cioè la verità,
in modo tale che questa venga a stare in ciò che contende il contenzioso . La verità accade soltanto
in quanto apertità ,  viene in ekstasy soltanto nel sublyme.
L’essenza del sublyme come istituzione dell’essere è il fondamento del sublyme. L’essere del sublyme non consiste nel fatto che
è sussistente come essente, ma che si adopera in quanto
contenzione dell’apertità  dell’essere sublyme. Perciò il sublyme possiede senz’altro quell’ eminente,  ergendosi, ristà in sé e si riprende
da tutto il solamente sussistente.
L’essenza del sublyme è  sublyme perché il sublyme deve essere,   la sua
essenza nel dire la verità a del pensiero nel concetto, nel portarla
 nell’impresa essenziale,  nel sublyme. La sublymanza lascia scaturire la verità, un’essenza, il sublyme è  la verità, il fondamento del   sublime: il sublyme è?
Esiste il sublyme di per sé?   che cosa
è il sublyme?

Nel sublyme  è in ekstasy l’accadere della verità,  nel sublyme, la verità è in ekstasy. La sublymanza della verità, questa è l’essenza del sublyme. La sublymanza è la verità in ekstasy: il sublime è   la verità.  Donde viene ? Forse, dal nulla?  è proprio così quest’oscuro abisso    inizia l’evento del sublyme. L’inizio del sublyme
è sempre  libertà.
L’essenza del sublyme in quanto ekstasy che si eventui in verità è l’origine   sublyme  di Hölderlin:  l’essere-sublime eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublyme , ma anche dell’esser-epistemè-del-sublyme o dell’essere epistemica ontologica del sublyme. Anzi solo la verità ekstatika del sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublyme delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità.l’ontologia fondamentale del sublyme, la domanda sull’essere-sublyme dalla quale il pensiero europeo sorge, viene declinata come analitica esistenziale del sublime, come descrizione accurata del sublime, rigorosa, ontologica della dimensione ontica del sublime in cui il fare e l’essere-sublyme quotidiano degli esseri umani si svolge. Esserci nel sublyme, quale «existiert » nel sublyme, “esistere ” nel sublime, o abitare poeticamente il mondo-tempo nel modo sublyme, declinato da Heidegger e analizzato in trascendenza kantiana. Il modo di questo sguardo è, ancora, la fenomenologia husserl- kantiana. Intesa non in quanto corrente o scuola di pensiero ma in senso metodologico, il come del darsi della vivenza al pensiero visivo, immaginario e teoretico che la guarda, o quale pensiero poetante del sublime che «deve osare inoltrarsi nella più originaria problematizzazione delle “cose stesse”» o nell’essere dell’ente sublime. L’ontologia del sublime è quindi possibile solo o ancora come fenomenologia del sublime giacchè la filosofia del sublime è

«ontologia fenomenologica del sublime e universale che parte dall’ermeneutica sublime dell’esserci e che, come analitica sublime dell’esistenza, ha fissato il capo del filo conduttore di ogni domandare filosofico nel punto dal quale risulta e sul quale torna a ribaltarsi»

Ciò che è onticamente più sublime, talmente sublime da essere il sublyme, è ontologicamente il più sublime, anche perché non sembra aver bisogno di essere pensato, talmente è addosso alla vivenza dell’esserci e disvelato. Heidegger ha svelato e disobliato il darsi e il farsi sublime che «da un punto di vista esistenzial-ontologico cela in sé enigmi su enigmi» (§ 71, p. 1043). Se la sostanza ontologica dell’essere e dell’esserci precede e trascende ogni distinzione tra anima e corpo, se «das “Wesen” des Daseins liegt in seiner Existenz», “l’‘essenza’ dell’Esserci sta nella sua esistenza”, l’analitica esistenziale o l’analitica dell’esserci o la dasein-analytik precede logicamente e sopratutto ontologicamente ogni scienza, o epistemica e ogni sapere fenomenologico o ontico che si voglia.

Fra le strutture ontologiche o gestell-sublyme dell’esserci sublyme nel mondo–sublime-gli “esistenziali”–sublimi ci sono l’in-essere-sublyme, il con-essere-sublyme, l’essere-per-il-sublyme. Esserci-sublyme e mondità-sublime non si trovano in prossimità l’uno accanto all’altra ma l’esserci-sublyme è la mondità dell’essere-sublyme, perché «das Alleinsein ist ein defizienter Modus des Mitseins», “l’esser soli è un modo deficitario del con-essere”. La sublymità è un evento costituente dell’ essere-alla-fine-senza-fine del sublyme che disveli l’apertura sempre incompiuta quale futuro-anteriore. Se «il fenomeno primario della temporalità originaria e autentica è l’avvenire», l’esserci-sublyme è possibilità sempre aperta tanto che il sublyme «è la possibilità della pura e semplice possibilità d’esserci» del sublyme, una possibilità sempre sublime e abissale e senza fine e sempre indeterminata. L’esserci-sublyme non ha una fine «bensì esiste in modo finito», è finito nell’infinito è infinito nel finito: è estasy della mondità è estasy dell’esserci; ed è per questo che la Cura è la cura sublime dell’ essere-sublyme.

La Cura è il tempo sublime estatico nella sua sublymità esistenziale e fenomenologica e quindi ontica e ontologica; la Cura è la tensione sublime all’essere che sempre c’è senza-fine; la Cura è la temporalità sublime ekstatica come «avvenire-essente stato-presentante (gewesend-gegenwärtigende Zukunft) [...] la temporalità si rivela come il senso dell’autentica cura».

L’esserci-sublyme come Cura si declina nelle forme del sublime, del com-prendere, del parlare, del poetare e il modo d’essere-sublyme della dis-chiusura è caratterizzato dalla curiosità fenomenica del sublime, moto dell’essere-senza-fine coi suoi essenziali caratteri della tentazione sublime. Il modo in cui si danno anzitutto e per lo più è il Si impersonale che evita all’esserci-sublime l’assunzione piena di ciò che è, a favore –invece- di un senza-fine che si fa. Heidegger è in risonanza con l’estasy: «il “si” è un esistenziale e appartiene come fenomeno originario alla costituzione positiva dell’esserci» sublyme. Autenticità e inautenticità del Dasein-sublyme vanno intese in senso fenomenologico e ontologico come modi diversi di abitare poticamente il mondo sublime. Emblematica, in questa direzione, è la differenza nell’ontologia del sublyme tra paura (Furcht) e angoscia (Angst). Mentre la paura nasce sempre da qualcosa di specifico, l’angoscia scaturisce dall’ essere nella vivenza sublime, «la paura assale a partire da un ente intramondano sia pure sublime. L’angoscia si leva dall’essere-nel-mondo in quanto dejetto essere-alla morte» o dell’essere-nell’abisso-abgrund-senza-fondo-senza-fine-sublime. La sublimità dell’angoscia è l’essere-sublime nel mondo-sublime.

 

La Gettatezza–sublyme dell’essere-sublyme mostra in estasy la gnostica-Heideggeriana esplicitata quale «lo scadimento dell’esserci non può perciò neppure essere concepito come “caduta” da un più puro e superiore “stato originario”» del quale non avremmo né esperienza ontica né comprensione ontologica «Das Dasein ist als solches schuldig» anche se velato – dell’esser nel mondo è il sublime sul fondamento di un «ursprünglichen Schuldigseins», di un essere-sublyme originario.

La caduta, la gettanza o pro-gettanza sublime disvela la sostanza temporale dell’esserci-sublime. Il senso dell’esserci come essere nel mondo è la Zeitlichkeit, la temporalità del sublime quale ekstasy dell’ontocronia il suo costante esistere come apertura mai chiusa e mai compiuta, la sua infinità, suo essere-senza-la-fine fondata sull’abgrund sul senza fondamento quale esserci-sublime che non ha tempo ma è temporalità della vivenza-sublime, vissuta, aperta, costituente. «Non è che l’esserci riempia con le fasi delle sue realtà effettuali istantanee una pista o un segmento sottomano “della vita”, ma estende se stesso, sì che il suo esser proprio è fin dapprincipio costituito come estensione. Nell’essere dell’esserci sta già il “tra” riferito a nascita e morte. L’esserci fittizio esiste per nascita, e per nascita muore anche proprio nel senso dell’essere-alla morte. Entrambi i “capi” e il loro “tra” sono, finché l’esserci fattiziamente esiste, ed essi sono in quel modo che unicamente è possibile sulla base dell’essere dell’esserci come cura. Nascita e morte si “con-nettono”, nel modo che è proprio dell’esserci, nell’unità di gettanza e sfuggenza o precorrente essere-alla-morte. In quanto cura, l’esserci è il “tra”» sublime.

L’eco agostiniana la risonanza , la distensio temporale che l’esserci è da sempre e senza-fine, per sempre e nel tra, il coincidere della struttura ontologica o gestell-sublime con la dinamica-sublime e matematica-sublime del tempo, ontologia sublime del Dasein-sublyme e Zeit-sublyme, anche quale risonanza Husserl-Agostiniana per ogni com-prensione del sublime-temporale-in-estasy o ontocronia-sublime: Il tempo-sublyme non è né oggettivo né soggettivo, né naturale né della physis ma dell’esserci sublime quale ontocronia-in-estasy:enigma sublime che il tempo-sublyme e senza-fine è. Un enigma che si chiarisce com-prendendo che il tempo, o lo spazio o lo spaziotempo, non è una cosa o una entità ma un accadere di processi nel mondo, un eventuarsi dell’ontocronia dell’estasy sublyme, i quali acquistano il loro significato solo nell’esserci-sublyme proteso alla cura, destinato a finire senza la fine e sapiente di tale finitezza poiché «“si dà” verità solo nella misura e fintantoché vi è dell’esserci» . L’essere nel mondo da parte dell’esserci consiste nel suo abitare poeticamente il sublime – «ha le sue radici nell’ontologia dell’esserci» – , nel costituire una struttura ontologica sublime che è una donazione di senso al mondo sublime, senza-fine, senza fondale, abissale «ist kein Ding, keine Substanz, kein Gegestand», non è una cosa, una sostanza o un oggetto ma «è data come attuatrice di atti intenzionali collegati nell’unità di senso» …. «ogni ente dal modo d’essere difforme dall’esserci va concepito come insensato, per essenza destituito di qualunque senso» .

La non cosalità dell’esserci-sublime, sia quale matematica infinita sublime, sia quale dinamica estatika sublime è la radice anche del suo essere-sublime-spaziale, quasi la kantiana dasein dell’essere-nello-spazio: «l’esserci stesso, nel suo essere-nel-mondo, è “spaziale”» o dasein-spaziale-sublyme-in-estasy: «l’esserci occupa, letteralmente, lo spazio. Non è affatto soltanto sottomano nella porzione spaziale riempita dal suo corpo» . La spazialità dell’esserci-sublyme non consiste in un semplice occupare luoghi ma nell’apertura di senso che si inoltra nella radura sublime illuminandola. Ecco perché l’esserci-sublyme è anche sublime spaziale in senso originario e «la dimostrazione che questa spazialità è esistenzialmente possibile solo grazie alla temporalità non può prefiggersi di dedurre lo spazio dal tempo, o di risolverlo in puro tempo».

Se l’esserci-sublyme è spazio-tempo-sublime o ontocronia sublyme in estasy lo è perché è una sublymanza spazio-temporale: «come senso dell’essere di quell’ente che chiamiamo esserci, viene indicata la temporalità» o spazialità sublyme. Seinsfrage heideggeriana – «la messa in chiaro della costituzione d’essere dell’esserci resta però solo una via. La meta è l’elaborazione del problema dell’essere » sublyme. Lichtung-sublyme o Temporalität-sublime o «spazio libero del tempo» sublime in estasy, Lichtung und Anwesenheit, «Radura e Presenza» del sublyme nell’estasy sublyme in Heidegger lo spazio non sarebbe bensì accadrebbe, l’ek-sistere si porrebbe come trascendenza dello spazio in vista del mondo sublime è la continuità e differenza ontologica fra l’analitica esistenziale e l’ontologia del sublyme….. Ma che cos’è il mettersi in estasy dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nel sublime? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis. Il sublime delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymità al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublyme riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È la sublymanza che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplata dall’interesserci dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme, la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è in ekstasy o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono della erhabene e la herabnen non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell della erhabene che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in estasy lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale ekstasy degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi categorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle categorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo la erhabene, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’estasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica o ontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si eventua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvela quale dis-verità o essere opera della dis-aletheia dell’essere-sublyme, si discopre quale dis-inveramento della gestell-sublyme o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità del sublyme. La verità nel sublyme ci appare quale aletheia-della-dis-invelatezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inleratezza dell’essere-sublyme, giacchè il sublyme ama la disinvelatezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’essere-sublyme getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-sublyme o meglio nell’essere-sublyme     è     in   estasy    la verirà dis-ascosta della dis-in-velatezza o che nell’essere-sublyme    vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta
 della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è     in  estasy     la verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme     ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’estasy    dell’essere-sublyme. Quella interagenza consente al   sublyme     di essere-sublyme     dall’esserci-musagete o meglio solo quando la   sublymanza   è    in     estasy        quale    essere-verità-dis-ascosa della dis-in-velatezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è    sublyme     e    il   sublyme     è la verità dell’essere-sublyme. Lì si dà    il   sublyme   o     il   sublyme      si dà quale      estasy: l’origine o l’originalità del    sublyme     o del musagete è     il sublyme    della verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in opera nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’essere-sublyme    almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in     estasy    quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-velatezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti……….topologia del sublyme abissale,della fondatezza del sublyme ,dell’aldilà quale sublyme:la storia del mito del sublyme è la storia dei luoghi del sublyme,la storia mitika del sublyme è la storia dell’Essere-sublyme,o dell’eterno ritorno del mito o della risonanza infinita dell’essere nel sublyme,nella latenza,custodita,curata per eventuarsi nella epokè mitica del sublyme.
La storia del sublyme è la storia della radura dell’Essere, dell’Essere diradato,sgombro,libero d’Essere nell’abisso sublyme, senza nulla, senza niente, senza-fine, senza tramonto, senza eclisse.
Nessuno è ancora stato libero di ricercare la storia dell’ontologia del sublyme, aldilà dell’ermeneutica teologica, oltre la metafisica nichilista kategorica, epistemica,paradigmatica.
Non c’è né l’ontologia dell’essere-sublyme, né l’ontosofia del sublyme o la storia mitika del sublyme.
La storia del sublyme si fonda sulla storia sublime della libertà:senza esser liberi di contemplare il sublyme, non c’è sublyme ma solo fondamentalismo teologico, teocrazia:la storia sublime del sublyme è la storia sublyme della libertà d’Essere in presenza della contemplazione dell’Essere divinità.
Il sublyme c’è quando l’essere si pone dinanzi nella contemplazione dell’Essere che si dà, si getta alla presenza nella radura, nella topologia dell’Essere, quale ontologia dell’Essere poetante, il Gegengrundsein che si eventua nella ontovarietà della gettatezza del mito è la radura poetante che custodisce, kriptata, latente la cura dell’Essere.
I luoghi della Gegengrundsein sono gli spazi kaosmici ove si getta dinanzi,davanti l’Essere-sublyme: i luoghi del sublyme sono quelli che l’esserci si trova di fronte non ad un orizzonte del mondo, o ad una prospettiva mondana, o ad un tramonto o eclisse cosmici, ma quelli sublimi del l’Essere abitato poeticamente dall’orizzonte e dalla prospettiva dell’Essere senza-fine, senza declino,senza tramonto, senza eclisse, quale eterno ritorno della risonanza dell’Essere-sublyme.
Solo così si eventua l’epochè della sublymanza, non teokratica, della sublymità della Physis.
Tanto per essere rigorosi fino in fondo:il sublyme non è la topologia della teocrazia, né il sublyme è la singolarità nichilista cosmica del tempo immaginario, giacchè quelle suggestive topologie sono sempre kategorie della prospettiva del mondo tramontante mentre l’orizzonte dell’Essere-sublyme non si trova mai di fronte all’eclisse, al tramonto, alla fine della storia, del tempo, dello spazio, del kosmo.
Nel sublyme invece c’è l’eterno ritorno della differenza ontologica tra il il fenomeno e l’evento: non il nulla o il niente, ma l’Essere che ci viene in-contro, l’Essere che si getta alla presenza, per abitare l’Essere che contempla la radura sublyme.
La storia sublime della sublymanza è la storia della differenza che si eventua nell’ontologia poetante,
quale presenza che abita il luogo kaosmico.
La storia sublime del sublyme è la storia dell’Essere che contempla l’essere di fronte, quale presenza della radura, ove non ha mai abitato né l’entità, né l’Esserci, né la mondità, né la metafisica, né la teocrazia, ma solo la risonanza dell’Essere che ci viene in-contro, quale eterno ritorno del sublyme.
La storia mitika del sublyme è la storia dalle origini del sublyme, tanto per abitare i luoghi storici del sublyme, si eventua nella risonanza quale Essere-sublyme, Essere divino che ci viene incontro, Essere che abita l’Essere, Essere che si incontra kriptato nell’Essere sublyme della diradanza sublyme.
La topologia, il luogo ove l’Essere ci viene in-contro e ci abita è il sublyme: la topologia del sublyme è la sublyme topologia della storia del sublyme: solo nella topologia del sublyme la storia si eventua quale storia del sublyme: giacchè solo lì è libera d’essere storia del sublyme e mai più storia della teocrazia, storia metafisica della teologia teocratica, storia metafisica della teologia teocratica,storia della volontà di potenza della teocrazia, storia dell’etica teocratica.
I luoghi ove il sublyme ci viene incontro, o dove l’essere in-contra l’essere che si eventua ed abita l’essenza del pensiero poetante, sono i luoghi del sublyme sacri, oscuri, misterici, kriptati, perché quella prossimità dell’essere con la sua ikona che si getta alla presenza e la abita è sublyme, nel senso di indicibile, inaudita …….. dai paradigmi fisici cosmici, la storia del sublyme è la storia degli spazi liberi, abitati solo dall’Essere che ci viene in-contro, quale sublyme senza-la-fine, mai nullità, e nel contempo:Essere che si incontra nell’essere che si getta ed abita, nella contemplazione, l’Essere poetante.
Le varietà del venire incontro dell’Essere sono infinite, indicibili, senza-fine, senza eclissi: perché i luoghi del sublyme sfuggono alla classificazione dell’imperativo kategorico del rigore razionale o della metafisica ideale nichilista, sinergetica, supersimmetrica,inferenziale,logistica,teocratica.
Gli eventi del sublyme sono sempre in relatività con gli eventi e le ontovarietà dell’Essere che ci viene incontro, che si eventua quale libertà ontologica: si incontra l’Essere, si contempla la libertà d’essere kaosmica.
I luoghi del sublyme sono gli spazi topologici ove l’Essere si dispone nella contemplazione, nell’ascolto,nella visione, nella sensibilità e nel pensiero poetante dell’Essere di fronte, dinnanzi, davanti che ci viene incontro, nella sublymanza kaosmica.
La storia sublyme è la storia delle radure, dei vuoti ontologici della sublymità, ove l’essere si eventua per essere contemplato e per abitare poeticamente l’essere di fronte, oltre che abitare poeticamente solo il mondo, la “Physis”, il kosmo.
Quando un luogo, una radura, un vuoto sono abitate poeticamente dall’Essere che si getta e che viene in-contro all’Essere, si eventua il sublyme e la sua storia quale storia sublyme del sublime abitare poeticamente l’Essere poetante, in libertà, in verità, in prossimità con l’Essere-sublyme.
La libertà di ricerca sulla storia sublyme della sublymenza si eventua nella storia dei luoghi ordinari del senso del sublyme, della sua essenza, della sua presenza qui ed aldilà del mondo quali luoghi del sublyme, anzi meglio la topologia del sublyme, lo spazio vuoto, la radura, lo spazio libero dalla mondità ove è custodito, curato, evocato e contemplato il sublyme: l’Essere che viene incontro per abitare poeticamente, non solo il mondo, ma l’ikona dell’Essere, l’essenza dell’Essere, l’Essere poetante, l’Essere ontologico, l’Essere-sublyme.
Si eventua così nello spazio e nel tempo del mondo la differenza ontologica: si presenta la topologia dell’Essere-sublyme, di là e di qua della topologia fluttuante del mondo dell’Esserci, del mondo virtuale, del mondo immaginario, del mondo ontologico, del mondo poetante.
Il mondo dell’Essere-sublyme si getta nella mondità anche quale mondo sublime, mondo caotico mondo cosmico, mondo caosmico, mondo onirico, mondo estatico e la sua influenza metafisica si dispiega nel mondo etico, epistemico, paradigmatico, ermeneutico, costituente, noetico.
Quale fondamento della verità dell’Essere-sublyme la sua influenza dà senso al kaos, all’invisibile, all’indicibile, all’inaudito, all’assenza presente della sua sacralità provvidenziale: l’unica che ci possa salvare o curare nel mondo dell’aldilà, del bene e del male.
La Topologia dell’essere-sublyme è la sua topologia animata dell’Essere animato che trascende
l’Esserci,ma non è l’Essere ontologico o poetante.
Quelle ontovarietà dispiegano la complessità della fondatezza dell’Essere-sublyme nel mondo virtuale, animato, ontologico, immaginario, onirico, metafisico, sinergetico, supersimmetrico e disvelano quanta volontà di potenza ci sia nella storia sublime del sublyme.
Volontà di potenza dell’eterno ritorno dell’Essere-sublyme, nell’epochè della storia dell’Esserci, ma anche volontà di influenza egemonica imperativa kategorica nella metafisica, ermeneutica, poetica, etica, estetica, epistemè, virtuale, immaginaria, onirica, estatica, mitica, magica.
Nell’Essere-sublyme, l’Essere animato non si adegua, in verità né all’Esserci, né all’Essere ontologico o poetante.
Nel mondo del sublyme il mondo animato non ritrova l’adeguatezza metafisica, epistemica, razionale, poetica, estetica, etica con il mondo dell’Esserci, né con l’Essere nel mondo cosmico, immaginario, virtuale, kaosmico.
Ma quella differenza ontologica dell’adeguatezza non trascura l’ortogonalità influente della volontà di potenza metafisica della storia del sublyme, anzi la sua kategorica imperativa dà senso, identità, teocrazia storica e trascendenza.
L’Essere-sublyme, quale essere animato nel mondo sublime è la misura di tutto: del kosmo che c’è e del mondo che non c’è, o è invisibile, indicibile, inaudito, mitico, magico, estatico; l’Essere-sublime è anzi l’unico centro gravitazionale che dà senso, stabilità, pace, e soprattutto e per lo più dà l’impianto, la creazione, la Gestell al mondo dell’Esserci, dell’Esser qui, dell’Esser là, dell’Esser aldilà.
La topologia del sublyme, quale storia del sublyme è la Gestell-sublyme del mondo e dell’Essere animato, quale Esserci che ci viene in-contro nella sua morfogenesi-sublyme di Essere animato: e perciò da contemplare e da venerare.
Giacchè solo quell’Essere è sublymanza della physis che ci potrà salvare, o curare, o consolare, o guidare nel destino nella sorte, nell’avventura della storia del sublyme.
La Topologia dell’Essere-sublyme è implementata nella bistabilità dei sentieri che si biforcano: c’è la superficie della Gestell-sublyme fondante il mondo dell’Esserci, virtuale, trascendenza, immaginario, metafisico, etico, poetico, estetico, sinergetico, cosmico, epistemico, ermeneutico, ma c’è, quale eterno ritorno nella superficie supersimmetrica,l’Essere animato che ci viene incontro nel vuoto ontologico, nella radura libera dal nichilismo, nella singolarità kaosmica del nulla, quale Gestell-sublyme: contro-Essere, Essere che ci incontra e avviene,si getta nell’Essere ma anche nell’Esserci, per abitarvi con il senso del sublyme o dell’Essere animato.
La storia del sublyme è stata, ed è,sempre interpretata quale volontà di potenza della metafisica imperativa influente: non c’è una storia poetante del sublyme, né una storia ontologica, né una storia sublyme, né una storia ontologica, né una storia sublime nel senso di Topologia del sublyme dell’Essere più che del mondo o della mondanità.
Il futuro della libertà di ricerca della storia del sublyme si presenta nel plesso, o nel chiasma, dell’Essere storia della Gestell sublyme dell’Esserci e del mondo, e storia della sublymanza dell’Essere-sublyme che ci in-contra, che avviene in-contro, quale risonanza dell’Essere animato sempre, eternamente ritornante nell’aldiqua dall’aldilà.

 

 

 
L’Esserci sublyme che ci viene in-contro, quale sublymanza è la donazione di misura, la misurata topologica del sublyme e della storia del sublyme animato che abita poeticamente l’Essere, oltre che il mondo e l’Esserci, si eventua quale instabilità del Kaos, morfogenesi visibile dell’invisibile, koinè, linguaggio comune etico dell’indicibile, dell’inaudito, mistero dell’indecidibile, mistico svelato del sublyme eternamente ed infinitamente interpretato, ermeneutica del vuoto silenzio della singolarità del sublyme, quale storia del sublyme.
La storia dell’Essere-sublyme è la storia dell’abbandono, della kriptazione, della latenza, dell’oblio dell’Essere ontologico nell’Esser animato: sia quale vivenza dell’Esserci, sia quale vivenza della mondanità eterna, infinita, mitica, indicibile, inaudita.
L’Essere che vi viene in-contro o che si in-contra è l’essere animato che dalla latenza kriptata, custodita, curata, della radura della Topologia dell’Essere, si eventua imperativamente quale misura del tempo e dello spazio, dell’etica e dell’estetica, del kosmo e del Kaos, del bene e del male.
Ma quella gettatezza dell’Essere-sublyme non è semplicemente imperativo metafisico della volontà di potenza quella è solo la sua metamorfosi teocratica, influente, altrimenti il sublime sarebbe solo una delle varietà ermeneutiche, epistemiche, estetiche,astronomiche ………l’Esser gettati, quale sublymanza dell’Essere animato dà stabilità alla più complessa Ontoteologia o Teoontologia.
Aldilà del bene e del male, anzi quale fondatezza che eventua ora l’uno ora l’altro o annienta sia l’unità, sia l’alterità, la storia che si getta, quale storia del sublyme si presenta sempre nella sua varietà ontoteologica influente che si dà, che ci viene in-contro, che si in-contra nei sentieri ininterrotti del sublyme, quale metastabilità del Kaos, orizzonte prospettico dell’Esser animato che dà senso all’Esserci, alla vivenza, alla creazione, alla mondità, all’aldilà.
L’Essere animato che si in-contra si getta nell’Esserci, nel mondo, nella vivenza quale impianto imperativo stabile della volontà di potenza dell’Essere-sublyme: è la Gestell-sublyme dell’Essere animato che ci viene in-contro, non quella metafisica, o etica, epistemica, ma quella metastabilità che annienta il Kaos, il nulla, il niente oltrechè l’Esserci preesistente, per fondare la Topologia del sublyme dal nulla, dall’invisibile, dall’inaudito, dal vuoto cosmico.
La Topologia dell’Essere-sublyme che ci in-contra abita mistericamente il fondamento dell’Esser animato, dell’Esserci della vivenza del mondo: abita la stabilità della Gestell-sublyme quale venire in-contro della presenza che ci in-contra nell’Essenza dell’Essere-sublyme.
La stabilità dell’Esser animato è la storia del sublyme quale controkaos e risonanza che ci presenta davanti, di fronte al Kaos per Essere Gestell-sublyme-topologica della radura, del vuoto dell’invisibile, dell’indicibile, dell’inaudito: la storia del sublyme è la storia dell’Esser di fronte al Kaos, quale Essere animato che ci viene in-contro e che si in-contra nella essenza della vivenza, dell’Esserci, della mondità.
La storia del sublyme è la storia della metastabilità iperbolika, ellittika, parabolika, metabolika dell’Esser animato che si presenta, si eventua, ci in-contra nella fondatezza dell’Essere, dell’Esserci quale vivenza, del mondo, dell’Essere aldilà.
Il Metaodos-sublyme è il sentiero ininterrotto del sublyme: eterno ritorno della risonanza dell’Essere che ci viene in-contro, e che si getta alla presenza dell’Essere che si in-contra di fronte, dinnanzi, quale evento dell’Essere animato.

 

 
Il gettarsi incontro nella metastabilità della presenza sia quale volontà di presenza o teocrazia,sia quale dono della misura del sublyme o Ontoteologia, è la storia del sublyme che dà senso all’imperativo kategorico del sublime Essere di fronte, davanti, incontro al Kaos del mondo.
Ma la sua presenza si eventua anche nel gettare nell’essenza del fondamento dell’Esserci e della vivenza l’incontro dell’Essere animato, quale Topologia dell’Essere o varietà dell’Essere ontologico.
La storia del sublyme sarà la storia dell’interfaccia, intervolto, interessere animato che ci viene incontro nel sentiero dell’Essere.
Il campo del sublyme è l’intervolto dell’interessere topologico animato.
I sentieri del campo del sublyme sono la risonanza dell’eterno ritorno della storia del sublyme.
Il campo sublyme è l’intervarietà della Topologia dell’Essere quale campo metamorfico che dà ortogonalità all’abisso, dà la visione dell’Essere animato all’invisibile, dà ascolto al silenzio inaudito, dà senso al sublyme: getta i sentieri dell’essere animato nell’Abgrund-sublyme, nel senza fondo delle fondamenta dell’Essere: il campo sublyme è la Gestell-sublyme dell’Abgrund-sublyme, l’impianto della metastabilità che s’eventua nei sentieri dell’abisso.
La storia del sublyme è la storia del campo sacro, quale intervarietà della topologia dell’essere animato.
Il campo sacro è la metastabilità, la Gestell dell’abisso, dell’Abgrund-sublyme, dell’interessere, dell’intervolto, dell’interfaccia ortogonale imperativo dell’aldilà che si eventua quale vuoto cosmico, radura dell’invisibile, silenzio dell’inaudito, indicibile.
Il campo sacro del sublyme è la risonanza dell’eterno ritorno dell’Essere animato che si getta nella storia quale storia del sublyme.
Il campo sacro del mondo è la Gestell nell’Abgrund-sublyme, quale ortogonalità imperativa senza fondo nell’aldilà, oltre l’orizzonte, oltre il tramonto della storia, oltre la fine della storia, oltre l’eclisse del mondo della storia classica.
Il campo sacro del sublyme, la Gestell-sublyme, l’impianto sublime ove l’Essere animato avviene, si getta dall’aldilà, ci viene in-contro e si incontra nella sublymanza quale Essere aldilà che si presenta di fronte, davanti, dinnanzi quale intervolto, dell’invisibile, indicibile, inaudito del sublyme nella volontà di potenza metafisica influente, nell’Etica, nell’Estetica, nella Noetica, nell’Ermeneutica.
Il campo del sublyme-sacro si presenta sempre aldilà della semplice teocrazia, quale volontà di potenza della metafisica ideale dell’aldilà, nella sua intervarietà di ontoteologia o Teontologia: evento che si incontra nei sentieri della gettatezza dell’interessere animato quale intervolto interimmagine dell’Abgrund-sublyme, dell’Essere abissale che si in-contra nella radura topologica, nel vuoto ontologico, cosmico, nelle singolarità nichiliste della cronotopia immaginaria.
La differenza ontologica tra il campo sacro della storia sublime e la storia classica del sublyme si eventua nella differenza tra la storia della volontà di potenza dell’Esserci metafisico e la storia della Topologia dell’Essere animato che ci viene incontro, che si in-contra, di fronte quale sublymanza dell’aldilà, dell’abisso, quale matastabilità, Gestell dell’Abgrund-sublyme.
La storia del campo sacro è la storia sublyme dell’immagine dell’Essere che ci in-contra di fronte: intervolto dell’immagine, Interbild.
Il campo del sublyme è la Bild-sublyme dell’abisso che ci sta sempre di fronte, ci abita e che ci in-contra quale aldilà.

 

 

Ma il campo sacro del sublyme, si presenta anche quale metastabilità, impianto, struttura ontologica,in qualità di salvezza, cura, pensiero poetante del sublyme.
La storia del campo sacro del sublyme è anche la storia dell’Essere-sublyme: solo nella sua varietà di Bild-sublyme, di immagine dell’Essere animato, mai quale volontà di potenza della metafisica dell’immagine del mondo.
Anzi il campo sacro del sublyme con la sua Bild-sublyme influenza la mondità, mai può essere soggetto, giacchè la sua fondatezza si disvela sempre dalla metastabilità dell’abisso, dell’invisibile, dell’indicibile, dell’inaudito, dell’aldilà che si presentano di fronte, davanti, in-contro alla mondanità, e si gettano nella sua fo ndatezza senza essere mai fondati.
In quel senso il campo sacro del sublyme è libero, è più libero, dalle immagini del mondo: la storia del sublyme è la libertà dalla volontà di potenza della metafisica nichilista, della fine della storia; è più libera, giacchè abbandona le immagini del mondo per gettare in-contro le immagini dell’Essere-sublyme-animato.
Il campo sublyme non è stato, e non sarà mai una nuova metafisica, se mai è la Teontologia, senza essere ontologica: si eventua invece quale alterità, senza essere differenza, e quale relatività senza essere dispiegamento.
Il campo sacro del sublyme è la radura ove si getta e si incontra sempre di fronte l’evento dell’immagine dell’Essere animato.
La storia del sublyme è la storia dell’accadere della presenza, volontà e potenza dell’immagine dell’Essere che si dispiega dall’abisso, dall’aldilà, dall’invisibile, dall’indicibile, dall’inaudito: che decostruisce il tempo e l’immagine del mondo, dell’Esserci, della metafisica imperante nichilista.
Il campo sacro del sublyme crea lo spazio alla Bild-sublyme che si eventua dalla metastabilità dell’Abgrund-sublyme, ma non dà fondatezza alla Grund-sublyme: si svela in-contro, di fronte, in relatività, quale immagine dell’Essere mai fondata, né fondabile dalla immagine del mondo, o dell’Esserci, o della Physis: Teontologia della Bild-sublyme quale intervolto, intervarietà della Ikona-sublyme del pensiero poetante.
Il campo sacro della Physis-sublyme è la storia della differenza del venirci in-contro dell’Essere e del suo gettarsi nel mondo, nella Physis cosmica: in qualità di immagine dell’Essere che si eventua, quale Essere animato metastabile dell’intervarietà dell’Abgrund-sublyme: nella sua varietà della semplice gettatezza nella storia dell’Esserci, o dell’Essere al mondo.
Mai mondo nell’Essere o volontà d’Essere mondità dell’immagine dell’Essere.
Daseyn-sublyme e Bild-sublyme sono i sentieri del campo sacro del sublyme ove si eventua l’in-contro la sublymanza della Physis-sublyme-ontologica .
Lì la risonanza dell’Essere che ci in-contra, dà senso alla Teontologia, quale alterità della metafisica nichilista, in relatività con l’ontologia poetante della Physis-sublyme .
La storia di quell’in-contro si in-contra nella risonanza della storia del sublyme, quale storia dell’immagine d’Essere che si getta di fronte all’immagine del mondo o dell’Esserci: Bild-sublyme che si getta in-contro al Daseyn-sublyme.
Il campo sacro della Physis-sublyme è quella Topologia ove la storia sublyme si eventua quale Bild-sublyme del Daseyn, ed anche dell’immagine del mondo, attraverso l’immagine dell’Essere animato in relatività con l’immagine dell’Essere che si getta dall’aldilà, dall’invisibile, dall’abisso, Abgrund-sublyme, indicibile, inaudito.

 

 
Ma il campo della Physis-sublyme-ontologica è anche la Topologia metastabile della Bild-abgrund-sublyme: immagine dell’abisso dell’Essere o dell’Essere abissale che si getta nella storia del sublyme.
In qualità di Bildabgrund-sublyme il campo del sublyme si metastabilizza in Bild-gestell-sublyme, ikona-sublyme della sua struttura ontologica, ove si eventua l’incontro tra l’Essere animato, Bild-sublyme e l’immagine dell’Esserci.
Il campo della Physis-sublyme è al tempo stesso stabile ed instabile:la sua stabilità è relativa all’Essere animato che si eventua quale essere-sublyme: dall’abisso dell’Essere ci viene incontro e in-contra l’Esserci ed il mondo, la Physis-sublyme e la sua struttura ontologica.
E’ stabile nella Gestell-sublyme dell’immagine dell’Essere-sublyme ma instabile nell’Abgrund-sublyme intermittente la sublymanza, quale risonanza dell’Essere poetante della Physis-sublyme.
L’anfibologia del campo sublyme dà alla sua Gestell-sublyme l’essenza della metastabilità in relatività con l’ontologia, quale Teontologia, in relatività con l’immagine dell’Esserci e del mondo quale teokrazia della storia classica del sublyme.
Quella differenza è essenziale, perché crea la biforcazione tra l’immagine della storia sublyme e l’immagine del mondo della storia della Physis-sublyme .
Il sentiero nel campo sublyme dell’immagine della storia della Physis-sublyme è stato interrotto, giacchè la storia si è dispiegata quale immagine della volontà di potenza della metafisica o teocrazia.
La Teontologia, quale immagine dell’Essere-sublyme che si getta nella immagine della storia del sublyme non è più presente né nel mondo, né nel sacro mondo, né nel mondo sacro, né nell’Esserci del sacro campo della Physis-sublyme .
Solo la libertà di ricerca eventuerà nel futuro un’immagine della storia del sublyme quale gettatezza dell’Essere-sublyme-animato, che si disvela dall’abisso dell’aldilà.
Solo così il campo sublyme della Physis quale campo animato dell’immagine o interimmagine della storia del sublyme eventua la storia del mondo animato, mentre fin’ora la storia del sublime si è presentata nell’interpretazione dell’immagine del mondo imperativa ed influente, quale volontà di potenza metafisica sull’immagine della storia della Physis-sublyme.
Nella storia della Physis si eventua una interferenza: quale immagine della storia del campo sublyme che dà la misura non solo al mondo, all’immagine del mondo, all’Esserci, alla vivenza, al nulla ma anche purtroppo all’essenza fondamentale dell’Essere, la storia sublyme libera, esprime, disvela la verità, ma anche la occulta, la oblia, la kripta sotto la parvenza della cura, della latenza che custodisce conserva, accudisce, consacra e contempla.
L’interferenza ontologica nella differenza ermeneutica del capo sublyme della Physis dà la misura della sua volontà di potenza imperativa kategorica, ma anche la valenza dell’Essere-sublyme quale sentiero, di libertà di svelatezza della libertà, di contemplazione che dekripta l’evento dell’incontro che ci incontra nel chiasma-sublyme dell’Esser animato, quali immagine in relatività con l’Essere ontologico.
Quella interferenza che appare originariamente nel campo sublyme della Physis-sublyme, ma anche si eventua in altri campi quale la Psychè o la Physis o la koinè, disvela la differenza ontologica tra l’Essere-sé dell’Esserci nel mondo e l’esser-sé quale Sublymanza: nella storia del sublyme della Physis c’è sempre la trivarietà della Topologia dell’Essere: Seyn, Daseyn, sublyme ove l’Esserci o l’Essere è indeterminato, ma sempre in relatività quale sublymanza: Esserci sempre nell’Essere-sè e nell’Essere al di là dal sé, senza-fine, senza paradossi di identità o di principi logici di contradizione, anzi quelle evenienze non fanno altro che confortare l’imperativo kategorico del campo sublyme della Physis.

 
L’interferenza di quella presenza, nel campo sublyme-ontologico della storia della Physis-sublyme dà la misura dell’ indeterminatezza, dell’invisibile, dell’infinitesimale, dell’indicibile, dell’inaudibile, del bene e del male, ma anche della sublymanza dell’adilà del bene e del male, dell’aldilà del mondo e del nulla, dell’aldilà del tempo e dello spazio, dell’aldilà della cronaca e della storia mitika, dell’adilà dell’etica e dell’estetica, dell’aldilà della guerra e della pace.
Nell’interferenza ontologica quelle varietà sono solo episodi eventuali dell’immagine del campo sublyme che dà la misura dell’Esserci quale Essere-sé nell’Essere animato nel mondo animato, nella Physis-sublyme-animata.
La storia sublyme è creatrice di storia,non solo nel suo campo sublyme della Physis-sublyme, ma in generale e nel senso della globalità, quale evento della nuova libertà: libertà d’Essere animata in qualità di varietà sublyme: Esserci, Essere sublyme, Essere in relatività con l’Essere aldilà.
La nuova libertà d’Essere animata è creatrice di storia del campo sublyme della Physis, ma anche di quello immaginario, virtuale, ortogonale, metafisico influente nichilista, decostruttivo, ermeneutico, epistemico, etico, estetico, sinergetico.
Il campo sublyme quale storia sublyme della Physis sarà così il fondamento della nuova libertà: libertà d’Essere contemporaneamente, quale Sublymanza, Esserci, Essere alterità nell’aldilà, Essere sublyme dell’Essere animato.
Il campo sublyme così è, non l’unico, ma il più evidente nella creazione della storia, sia Gestell, sia Gegen-Gestell: o meglio, e di più, è il Gegen-Stell: l’impianto della storia sublyme , struttura ontologica che ci viene incontro dall’adilà, dall’alterità, ma che ci in-contra nel sentiero dell’Essere animato.
Il Gegen-Stell, la sua struttura ontologica, è la metastabilità che ci viene incontro, quale presenza che ci incontra nel campo sublyme per impedire il declino nel nulla, nel kaos, nell’abisso, quale Abgrund-sublyme.
La storia sublyme che crea la storia dell’immagine del mondo, è la presenza metastabile dell’aldilà, dell’alterità che ci incontra sempre di fronte, per interferire nel declino, nel klinamen abissale della metafisica nichilista tramontante, eclissante.
Ma affinchè appaia la presenza della storia del sublyme nel campo sublyme interferente non è sufficiente il sapere dell’Esserci e del mondo, ma indispensabile dispiegare il sapere dell’Essere animato che si eventua di fronte e ci incontra dall’alterità e dall’aldilà.
Il campo sublyme si presenta nel mondo della storia solo attraverso il sapere del fondamento dell’Essere animato, il quale s’eventua sempre quale interferenza che ci incontra sempre di fronte, e viene ad abitare poeticamente il sublyme campo della storia dell’Essere animato.
Solo il sapere dell’Essere consente di essere sempre di fronte ed incontro all’Essere-sublyme nell’equilibrio del campo sublyme che consentirà di decostruire e creare il sentiero della storia della Physis-sublyme .
Il sapere dell’Essere-sublyme si dispiega nel campo sublyme quale creazione della storia sublyme, che dà fondatezza, getta nel mondo e nell’immagine del mondo le verità dell’Essere animato.
Il sapere dell’Essere-sublyme che ci viene in-contro e ci incontra nel campo sublyme
della Physis, quale sapere sublyme dell’Essere animato, che getta nella storia mitika del sublyme la sua creatività, la sua verità, la sua missione dell’Esserci, la sua immagine del mondo.

 

 

Quella sapienza sublyme dell’Essere sublymanza della Physis-sublyme che si eventua sempre di fronte, quale Essere animato trascendenza la semplice volontà di potenza metafisica teokratica, o nichilista o sinergetica kosmica per dispiegare, nel campo sublyme che crea la storia sulla volontà di verità del sublyme, e sulla volontà animata, o volontà della storia sublyme.
Mai sarà animata una nuova ontologia, ma è già trascendenza e tramonto della metafisica nichilista, epistemica, ermeneutica, paradigmatica che disvela l’immagine del mondo quale creatività dell’immagine della storia della globalità del mondo.
La volontà di verità sublyme fonda la Teontologia, quale sapere dell’Essere animato nel campo sacro del sublyme che crea la storia del sublyme e l’immagine della storia dell’Esserci globale del kosmo: la storia sublyme della Physis-sublyme dall’abgrund-sublyme……  ..…il venir-fuori-dalla-velatezza è l’essere del sublyme, il disvelarsi di una nuova morfia della physis, di una sagomatura della natura animata dell’essere, di una templarità dell’ikona della physis dell’essere. L’ontologia del sublyme è la templarità dell’immagine dell’essere nella physis, o morfia templare quale supersimmetria dell’ikona della physis dell’essere. Il disvelarsi dell’aletheia ontologica è il venire alla luce, il darsi alla luce, la gettanza che si dà alla luce nella radura vuota e libera della templarità dell’ikona della physis dell’essere, quale morfica templare dell’immagine dell’essere nella physis. Il venir fuori della disvelatezza discoprente la templarità dell’ikona della physis ontologica dell’essere. È la templarità della radura vuota, del luogo ove abita poeticamente l’essere che disvela l’ikona della physis o l’immagine dell’aletheia dell’essere, quale topologia poetante o quale ontopoiesis o quale ontoikona dell’essere nella physis. È l’ontoykona dell’essere che getta le fondamenta, si getta e si de-costruisce nella radura luminosa della physis e si eventua in morfie templari dell’immagine della physis dell’essere e si disvela all’esserci quale gegenstand, sempre di fronte, dell’ikona ontologica della destinanza dell’essere. L’ontoykona ama disvelarsi nella radura luminosa della physis dell’essere quale sublymanza del’esseRe o per essere l’aletheia dell’essere quale evento nel sublyme. La sublymanza ama nascondersi nel sublyme dell’essere ontoykona della physis per eventuarsi quale svelatezza nel gegenstand della topologia templare dell’immagine dell’essere. Ma perché l’ontoykona si eventua sempre quale sublyme dell’essere più tosto che evento del nulla o del niente? Mha perché la differenza ontologica lascia all’epistemica la destinanza delle entità mondane e cura, custodisce l’aletheia della physis dell’essere quale templarità ikonica della topologia ontologica dell’essere. È la physis templata che si eventua quale sublymanza sia nella ontocronia che nella ontokairosia: nell’ontocronia dell’essere dell’entità, nella ontokairosia dell’essere evento della singolarità originaria del sublyme. Spesso è compresente sia l’ontocronia della physis della mondità che l’ontokairosa singolarità dell’essere o meglio nel sublyme è assentemente presente l’una o presentemente presente l’altra nella stessa radura luminosa dell’onto-topia dell’essere sublymanza o ontopia-del-sublyme o ontopia dell’ikona o dell’imago dell’essere o topologia ontologica dell’onto-ikontopia. È quella la differenza ontologica della temporalità e templaticità del sublyme: mentre la ontocronia si eventua solo nella physis mondana o dell’esserci, l’ontokairosia si dà, si eventua solo nell’essere-sublyme. Attenzione qui si discopre la differenza anche nel sublimità fatta a mano, immagine o suono o voce che sia, il manufatto o analitika dell’esserci- ontokronia e quello dell’essere-ontokairosia: il primo si adegua alla temporalità delle entità mondane senza discoprirne l’ontologia della physis, la temporalità templata invece disvela sempre e per sempre l’ontokairos dell’ontoykona dell’essere-sublyme-per-l’essere prima d’essere-sublime-per-il-mondo o essere-sublime-per-esserci…ah come si farà a comprendere? La sublimità per esserci o il-sibòime-per-la-mondanità privilegia sempre e comunque l’ontologia del presente: si adegua alla verità epistemica del mondo senza chiedere nulla di più, giacchè la sua ermeneutica è finita con l’ontokronia dell’ontica o dell’esser-solo-entità-del-mondo, anzi solo entità ontica di questo mondo senza alcuna onto-topia, ma solo u-topia o dis-topia. Lì l’essere-sublimità-per-essere è custodita nell’oblio o nascosta nella physis epistemica del mondo o nella mitica origine dell’esserci. Ma l’ontologia dell’ontopia dell’ontikona si sottrae dalla ontokronia per abitare poeticamente la radura luminosa della templata-ontokairosa dell’esere-sublyme-per-l’essere che si getta nella physis della mondità ma che si differenzia sempre nella sua interpretanza infinita, quale ermeneutica ontologica dell’essere sublyme per l’essRe. Qui l’impianto, la ge-stell dell’ontologia del sublyme si eventua sempre quale templarità dell’ontoikona ontopica ontopoietica, anzi la gestell, la struttura ontologica, è l’ontikona templata dell’essere sublyme dell’esseRe, di più è la destinanza dell’ontopoiesis dell’ikona che apre il sentiero ininterrotto nella radura vuota ontologica. L’ontologia dell’essere-sublyme si disvela nell’essere-la-radura, lichthung-sein, quale gestell della radura della destinanza dell’essere: lì nella spazialità vuota la struttura ontologica dell’essere-sublyme soggiorna poeticamente quale ikona ontopica della ontokairosia. L’essere-la-radura quale destinanza sia del grund sia dell’abgrund dell’essere-sublyme, sia fondamento sia abisso dell’ontologia del sublyme: lì quel che appare quale eristica epistemica si eventua quale kaosmica-ontikona dell’aldiqua e dell’aldilà. Solo così si comprende l’originalità del sublyme, giacchè la sua destinanza ontologica non subisce mai la dettattura epistemica dell’essere dell’ente perché quella eventualità si dispiega solo nell’ontokronia e mai nell’ontokarosia: può essere tangente alla tecnè, tecnica, ma mai decostruire l’essere-sublymanza ontopica. Nell’origine del sublyme l’ontokairosia dell’ontoikona si eventua per sempre senza più essere ontokronia epistemica dell’essere-entità: la sublymanza non è più abbandonata dall’essere…gli dei sono fuggiti dalla sublimità ontoteologica, ma non l’essere della sublymanza quale ontikona della gestell ontologica. Perciò l’ontologia del sublyme non sarà mai una semplice estetica dell’esserci o dell’essere-entità ontokronica, giacchè i sensi sono dispiegamenti dell’esserci e possono solo percepire le entità ontiche, mai l’essere si disvela ai sensi sempre si discopre solo all’interessere ontokairoslogico. L’ontologia dell’essere-sublyme discopre la compresenza nella sublymanza dell’interagenza tra ontokronia e ontokronotopia: mentre nell’epistemica fisica esiste solo la kronotopia quantica dell’essere dell’ente, nell’essere-sublyme si eventua l’essere della ontologia kronotopica ikonica che dispiega l’ontocronia iconica già assentemente presente nell’ontocronia quantica. Nella physis c’è la destinanza dell’essere quale gestell-ontokronica la quale si dà sia nella gestell-ontologica, sia nella gestell-ontica, sia nella gestell-epistemica, sia in quella gestell-paradigmatica che dà fondatezza all’ontologica gestell-grund come alla gestell-abgrund, alla gestell-abissale, alla struttura ontologica dell’essere-sublyme nella gestell-destinanza della sublymanza. Ma perché? Forse l’ontologia della destinanza dell’essere-sublyme sconvolge la causalità epistemica della temporalità per eventuare sempre e in ogni luogo la gestell-ontokronotopica del destino della gestell-ikona o della gestell-imagine o gestell-imaginaria o gestell-imago nell’essere sublymanza dell’essere oltre che dell’esserci. Già altri hanno svelato l’interagenza del tempo-figura col tempo-immagine o dell’immagine-tempo o dell’imago-tempo qui si discoprirà l’ontologia dell’imagine-spazio o dell’imagine-spaziotempo o dell’imago-spaziotempo fondanti lo spaziotempo-imagine o lo spaziotempo-figura o lo spaziotempo-imago nella gestell-ontopoetica o nella gestell-poetante-pensante dell’essere-sublyme-ekstatiko. Lì l’ikona-tempo si disvela sempre nella sua qualità di ikona-spazio-tempo, quale ikona spaziotemporale dell’aletheia-tempo o dell’aletheia-spaziotempo disvelante sempre la gestell-aletheia o gestell-verità o la struttura ontologica della gestell-tecnè quale gestell-poiesis o gestell-ontopoiesis della gestell-ontoteleologica della gestell-ikona dell’essere-sublime e non altro, ma che si dà quale fondatezza della destinanza epistemica dell’ontokronotopia. È la gestell-templata dell’ontologia dell’essere-sublyme che si dà quale sublymanza del musagete, dell’esserci che cura nella radura ontologica l’eventuarsi della gestell-ontopoietica. L’essere-sublyme è la misura di tutte le cose della mondanità, delle entità della mondità, dell’esserci, della presenza assentemente-presente, dell’essere nel mondo del sublime, dell’imagine dell’essere nella mondità, dell’imago dell’essere, dell’ikona dell’essere, della gestell della sublymanza, della struttura ontologica del sublyme. L’essere-sublyme è la misura, la destinanza ontokronotopica, del musagete, della gestell-musagete, della struttura ontologica dell’esser-musagete, dell’esserci quale musagete della gestell-imago, della gestell-imagine, della gestell-ikona della gestell-poetante-pensante. È la prova ontologica dell’esistenza del sublyme o meglio la prova ontologica dell’esistenza della gestell-sublyme, della struttuta ontologica dell’essere-sublyme. Non solo e non tanto quale prova ontologica dell’esistenza delle entità del sublime, o quale prova ontologica dell’epistemica o ermeneutica della sublimità, giacchè l’esserci nella mondità della sublimità è già presente nell’ontocronia del mondo, ma quale presenza ontokairosa della gestell-templata dell’esseRe: la sublymanza non è e non sarà mai solo l’ontica imagine del mondo ontocronico o utopico o distopico, ma sempre la gestell-ikona dell’essere ontocronotopia della ontokairostopia o ikonotopia dell’esseRe. La gestell-ikona non è più l’essere animato o l’esserci del musagete, ma non è altrettanto l’essere inanimato delle imagini del mondo, se mai sarà per sempre l’essere dis-animato dis-animante l’ikona dell’essere: senza essere anima o entità onteteologica o solo mitica o ematopoietica, l’indeterminatezza dell’animato
 o dell’inanimato per essere dis-anima della struttura ontologica ontopoietica dell’imagine-dell’esseRe. Ma che significa ikona dis-animata della gestell del sublyme? È l’ontologia dell’imagine del vuoto, l’imagine della radura o l’ikona del vuoto o l’ikona della radura
 che si dà nell’origine o nell’originalità della sublymanza quale ikona o imagine dell’essere libero, essere-in-estasy-katartika dalle entità ontiche della mondanità del nulla o del niente o del non-ente, quale ontologia della libertà dell’ikona ell’essere liberata dalle immagini del nulla o del niente o del nihilismo ontico delle varie volontà di potenza kategoriche dell’imperativo mondano epistemico delle entità del vuoto quantico. Solo l’imagine del vuoto consente all’essere d’abitare poeticamente la radura-gestell-ontopica: là l’imagine dell’essere si disvela libera quale misura della mondità ontocronotopica. Qui si discopre l’autentica ermeneutica ontologica della misura quale gestell-templata o gestell-templare o struttura ontologica template dell’ikona dell’essere, mentre la misura classica o simmetrica si adeguò all’imagine ontica della temporalità ontocronica. Solo la gestell-ikona disvela la destinanza della singolarità che si eventua nel sentiero ininterrotto nella radura fondale-gestell. Lì l’aletheia della gestell o la verità della struttura ontologica consente all’ikona d’essere-sublyme, ma anche consente alla verità di disvelarsi nella sublymanza quale evento della verità o evento dell’aletheia o evento della disvelatezza dell’ikona-gestell dell’esseRe. La sublymità è la verità o meglio l’essere-sublyme è l’aletheia dell’ikona-gestell della destinanza dell’esseRe. Mentre la verità epistemica o ermeneutica si adeguano alle verità ontiche delle entità kategoriche, la verità del sublyme disvela l’essere delle entità e non solo: la gestell-aletheia discopre l’ikona del vuoto o l’imagine della radura ove possa abitare poeticamente l’essere ed ove possa aleggiare l’evento dell’aletheia-destinanza. Ma forse quel che è più rilevante qui ed ora è la sublymanza della verità dell’ikona dell’abisso, dell’imagine dell’abgrund dell’essere: la sublimità nella nostra epoca è innanzi tutto l’ontologia della gestell dell’ikona dell’abisso ell’esseRe…………………………………..
c’è una differenza ontologica nell’ontica della verità: c’è una verità epistemica fondata sui modelli della matesis, c’è una verità ermeneutica narrativa ed eterotopica o ontocronica, invece l’essere-sublyme eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublymanza o dell’essere-sublyme, ma anche dell’esser-epistemè-del-sublime o dell’essere epistemica ontologica del sublime. Anzi solo la verità-sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublime delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità. Ma che cos’è il mettersi in sublymanza dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nella sublymanza? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis, autoevento, mitoevento, ontoevento. Il sublyme-estatiko-katartiko delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla, anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymanza al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublime riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È l’essere sublyme che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplatezza dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme , la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è all’opera o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono dal sublime e la sublymanza non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell del sublyme che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in sublymanza lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale setzen degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi kategorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle kategorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme in ekstasy, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo il sublyme, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’ekstasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme-in-ekstasy: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica oontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, nel senza-fine, quale autoevento o ontoevento, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere: configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si evntua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvlela quale dis-verità o essere sublymanza della dis-aletheia dell’essere-sublyme, si discopre quale dis-inveramento della gestell-sublyme o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità del sublyme. La verità nel sublyme ci appare quale aletheia-della-dis-inveratezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inveratezza dell’essere-sublyme, giacchè il sublyme ama la disinveratezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’essere-sublyme getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-sublymanza del sublyme-in-ekstasy o
 meglio nell’essere-sublymanza è in ekstasy sublyme la verirà dis-ascosta della dis-in-veratezza, o che nell’essere-sublymanza vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è assentemente presente la verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’opera dell’essere-sublyme. Quella interagenza consente al sublyme di essere-sublymanza dall’esserci-musagete o meglio solo quando il sublyme è sublymanza dell’essere-verità-dis-ascosa della dis-in-veratezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è sublyme e la sublymanza è la verità dell’essere-sublyme. Lì si dà il sublyme o la sublymanza si dà quale sublyme: l’origine o l’originalità del sublyme o del musagete è il sublyme della verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in sublymanza nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’essere-sublyme almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in sublymanza quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-veratezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti per la verità-epistemica o verità tecnica fondata su modelli della matesis. Nella mitopoiesis invece il musagete ascolta il sublyme della verità ontologica la sola che gli consenta l’interagenza con l’essere-sublyme della verità quale sublymanza dell’essere che eventui l’essere-sublyme dal musagete. L’essere-sublyme eventua l’epistemica ontologica della tecnè, ma soprattutto discopre l’evento della aletheia-dis-ascosità quale gestell della destinamza dell’essere-sublyme dall’interagenza dell’esserci con la radura vuota e senza limiti, la radura sub-lime del fondale ove l’interessere possa soggiornare poeticamente in sinestesia con l’evento della verità-disascosità-disvelatezza-dis-verità-dis-aletheia. Qui nella mitopoiesis come mell’ontopoiesis o nella poiesis stessa l’epistemica on tologica della verita si discopre quale in-disasconsità, ma anche quale dis-disascosità, meglio in aletheia e in dis-aletheia, in velatezza e disvelatezza indicibile ma sempre sublymanza dell’essere-sublyme dell’interesserci con la physis. Solo quando l’essere-sublyme custodisce e cura l’aletheia-disascosità si eventua l’attrazione verso l’opera dell’essere-sublyme, anzi è la verità-attanza che attira la contemplazione dell’esserci, è l’aletheia-attanza che discopre il sentiero ininterrotto della destinanza d ell’essere-sublyme-dall’essere. Ontologia dell’essere-sublyme………. ah la platonica ikona della temporalità quale ikona dinamica dell’eternità o ikona ontodinamica dell’apeiron o ikona ontodinamica del dis-apeiron, del dis-infinito, della dis-gestell dell’essere-sublyme. Lì l’ontodinamica ikonica dell’essere -infinito si discopre quale imago ontodinamica dell’essere-sublyme o quale imagine ontodinamica dell’apeiron del pensiero primigenio sottratto alla mitopoiesis. Ma in origine l’ikona ontodinamica ontokronica si svela senza differenza ontologica quale sublyme della mitopoiesis del l’apeiron dis-infinita, ove l’ikona del kairos si confonde con l’imagine della kronotopia infinita. Solo l’epistemica e l’ermeneutica creano la fissione nella kronotopia, giammai l’essere-sublyme dell’esserci quale musagete che sottrae all’eternità divine delle mitiche muse l’ikona dell’ontodinamica kronotopica. La frattalità del’ikona ontodinamica della temporalità platonica differenzia ontologicamente l’epistemica e l’ermeneutica dall’ontopoietica dell’essere-sublyme dall’esserci del musagete, ma in origine ci fu una onto-topia della gestell ove si eventuò l’epistemica e l’ermeneutica ontologica mai scomparsa nei dispiegamenti storici dell’essere-sublyme, anzi lì curata e custodita dalle incursioni della volontà di potenza imperativa dell’epistemica ontologica. Quella presenza incompente impera e sottrae nel corso del tempo l’ontopoietica epistemica dell’ontodinamica onto-poietica per attuare la morfogenesi della tecnica o dell’artigianato o del saper-fare mondano e klonante. O sottrae all’ikona dell’essere-sublymanza-dell’infinito l’ontodinamica cronologica della frattalità temporale. Solo così l’epistemica e l’ermeneutica si dispiegano quali immagini della storia della mondità , ma quell’evento inaugura l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere quale sublyme dell’essere per essere solo sublime della tecnè, prima, e della tecnica artigiana poi, ove l’ontodinamica infinita dell’ikona si è dissipata, dissolta, dis-obliata: è l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere che si dà quale fondatezza della tecnè epistemica e tuttora, nel presente impera per sottrarre tutta l’ontologia epistemica possibile dalla ontopoiesis dell’essere. Solo che nel corso del tempo l’essere-sublymità dall’essere non scompare totalmente, ma per fortuna si dis-oblia: si oblia nella tecnè epistemica per eventuarsi solo nell’ontologia-epistemica-ermeneutica dell’essere-sublymità-dall’essere. È il dis-oblio della dis-verità o dell’a dis-aletheia che si dis-annichilisce, che si sottrae dal nichilismo della tecnica-epistemica per dis-gettarsi ancora quale dis-mittenza intermittente della sublymanza della verità ontologica dell’essere-sublyme-dell’essere. Quella dis-mittenza ama nascondersi nell’essere-sublymanza quale     sublymità    per sottrarre l’aletheia dall’oblio imperante della tecnè-epistemica clonante e per disvelare la dis-abissalità dell’essere-sublyme    dall’essere ikona ontodinamica dell’ontokronotopia dis-infinita. Per sempre l’essere-sublyme     dis-vuota, disgombra, dis-oblia , disattua, dis-opera, dismette, dis-aleggia , disvela l’ikona dell’essere dall’immagine della tecnè imperativa influente, per disgettarsi quale dis-gegenstand dis-grund, quale fondale intermittente della dis-mittenza dell’essere ikona del   sublyme. È lì che la destinanza dell’essere-sublyme   si disoblia per disgettarsi quala dis-mittenza dell’essere dis-opera della disaletheia dell’epistemica-ontologica aldilà dell’oblio imperante della tecnè-epistemè e non solo nell’estetica classica o nel sublime metafisico o nella surrealtà informale armonica o disarmonica o dissimmetrica, ma anche nell’epistemica ontologica della physis e della matesis quale disoblio della disgettanza della physis dell’essere. Qui si eventua una nuova differenza all’interno della stessa ontologia dell’essere, forse epigenica nella   sublymanza    dell’essere-sublyme, ma dispiegante la sua gestell anche nella tecnè epistemica o ermeneutica: oltre alla classica messa in opera della verità o aletheia , nell’essere-sublyme    si dà , si getta, si eventua la    sublymanza    della verità dell’essere, dell’aletheia dell’essere quale struttura ontologica del     sublyme    della radura, del kairos, poiesis, ontopoiesis, ikona, imagine, imago, kaosmos e della loro destinanza. Anzi il     sublyme   della verità getta le fondamenta della      sublymanza    della destinanza dell’essere quale sentiero ininterrotto dell’essere che   eventui  ekstaticamente    la gestell e la gegenstand, ma anche la physis del grund e dell’abgrund. Per l’epistemica classica o anche per l’ermeneutica quella destinanza appare come se fosse un non-evento, ma può essere un dis-evento, un evento che non c’è ma che creò l’evento dell’essere che si dis-oblia anche nell’assenza dell’epistemica quale dis-epistemè, giacchè dis-abissa l’essere dall’essere in essere per essere destinanza dell’essere che crea la physis o la dis-eventua dal dis-nulla o dal dis-niente. Quell’evento è dis-epistemico solo perché si dis-abissa aldilà dell’epistemica della tecnè o dell’esserci o del musagete giacché si dis-oblia sempre quale dis-ontica o dis-onteologica, ma anche quale dis-mito o dis-arte o dis-opera quale perenne dis-messa-in-sublymanza del   sublyme    o meglio quando il   sublyme   si dà alla contemplazione epistemica l’essere si dis-eventua quale dis-mittenza per non soccombere al nichilismo clonante cronologico. L’essere-sublyme     si dis-istalla proprio quando si eventua giacchè si sottrae all’ontocronia del dicibile epistemico o ermeneutico o ontico o ontoteologico o onto-poietico: si dà alla physis quale dis-physis o meglio quale     sublymanza    non più della physis, e perciò appare inaudito, misterico, indicibile: l’essere del    sublyme     si dis-dice, disvela la sua dis-verità, dis-abissa la dis-aletheia, dis-oblia la destinanza nella dis-radura, nel dis-vuoto, nel dis-nulla. quell‘enigma trova una sua vivenza nell‘essere-per-la-morte del   sublime,    O essere-per-la-sublymanza-della-morte o essere per la dis-morte della dis-sublymità,    o essere per la dis-sublymanza   della dismorte quale morte del nulla o dismorte del disnulla. In quella essenza dell‘essere si eventua l‘ontologia del    sublyme     o la sua epigenesi E lì si svela anche l‘ontologia della poiesis o dell’ontopoiesis o della non-poesie quale epigenesi della tecnè-epistemica. Per tale destinanza l‘ontologia dell‘ikona dell‘essere nel mondo pare possa essere fondata sulla dis-gestell
 del non-essere o dall‘essere solo per la morte o dal nulla o dal disnulla quale disarte della dis-poiesis, ossia della poiesis della dismorte della dis-sublymanza: quale   sublyme  katatiko del dis-musagete che canta o compone il dis-mito delle dis-muse. Quell’ermeneutica eventua la destinanza ontologica della dis-ontica o dis-metafisica o dis-trascendenza o dis-ontologia dell‘immagine dell‘essere-nel-mondo, e quella dis-destinanza pare si possa fondare sull‘essere-nihilista o sul dis-essere dis-nihilista. Può l‘essere fondarsi sull‘anti-essere o sul dis-essere-nel-dis-mondo, E la   sublymanza   fondarsi sulla non-sublimità  o la dis-sublymità    o la poiesis sull‘a-poiesis, o sulla dispoiesis o sul disnulla o sul disniente o sulla dismorte della dis-sublymanza o sul dis-gestell o dis-grund o dis-radura o dis-lichtung, può l‘essere essere fondato dall‘anti-essere o dal disessere o dis-dasein o dis-esserci o dis-interesserci o dal disinteressere o dalla disverità o dalla disaletheia o dall‘essere-abissale o dall‘essere-nell‘abisso, abgrund che getta le fondamente e si getta quale fondatezza dell‘essere o del   sublyme   o della   sublimità   d‘essere l‘ikona dell‘essere-nella-mondità o della dis-sublymanza  della disikona o della dis-imago o della dis-imagine, nel cosmo, nel discosmo, nel caos, nel discaos, nel kaosmos, nel dis-kaosmos? Forse un dis-mito ci può salvare, o un dis-dio che dis-viene quale    sublymanza    gettata dell’essere del dis-nulla. E‘ solo l‘essere a gettare le fondamenta della destinanza o della dis-destinanza dell‘esserci o la salvezza della disdestinanza del disesserci o disdasein trova l‘epigenesi nel mito o nel dismito ontoteologico-disontoteologico della bellezza-dis-bellezza simmetrica-disimmetrica quale misura che salverà la mondità dell‘esserci-disesserci-disdasein. L‘essere è gettato nel suo essere per la morte o per la dismorte del   sublime   o della dis-sublymanza: l‘essere-per-il-sublyme-dis-sublyme   può salvare l‘arte-disarte nel suo declino verso l‘essere per la sua morte-dismorte, o simmetria-disimmetria o mito-dismito o bellezza-disbellezza. Solo così l‘essere ci può salvare. Ci salverà, dalle crisi della storia o dal mito riemergente dell‘antilogos o dall‘angoscia per la morte dell‘arte o dell‘arte per la morte o dell‘essere per la morte, o dal disesserci per la dismorte.    O ci salverà dall‘essere-nella-temporalità-della-morte-dismorte o del disnulla-disniente. Ah il tempo quale ikona-disicona, imago-disimago della dis-ontodinamica dell‘essere che si disvela al mondo-dismondo nella spazialità-dispaziale immaginaria-disimmaginaria del       sublyme-dis-sublyme. Arte immaginaria o immagine-disimmagine del    quale ikona-disicona immaginaria dell‘essere mondità-dismondità che salverà l‘esserci-disesserci-disdasein solo se l‘essere salverà il   sublyme    quale ikona immaginaria-disimmaginaria dell‘essere o dell‘esserci-disesserci o disinteresserci o    disinteressere……. essere per la salvezza dell‘essere significa essere per la salvezza del  sublyme….. Il dio-disdio che non muore mai ma che dismuore sempre perché disviene nella sublymanza   del dismusagete del dismito delle dismuse non fugge mai, giacchè disfugge, o meglio è sempre in fuga dall’essere-disessere per essere evento-disevento della mondità-dismondità, e mai tramonta dopo il tramonto del mondo-occidente giacchè è sempre al tramonto quale mito-dismito dell’essere che non c’è mai più, ma che è sempre di fronte quale fondale gegenstand-disgegenstand: il    sublyme    salverà l’essere o l’esserci-disesserci-disdasein così come salvò il mito-dismito delle muse-dismuse degli dei-disdei in fuga-disfuga. Solo il mito-dismito del    sublyme    può salvare il mito delle muse-dismuse della poiesis-dispoiesis o dell’autopoiesis-ontopoiesis,   il   sublyme    è anche la salvezza del musagete-dismusagete, quale essere-divinità-disdivinità o esserci-disesserci-disdasein che si dà al    sublyme   o che dà al    sublyme    la fondatezza del mito-dismito. l’essere-musagete-dismusagete-disdasein che si dà al    sublyme   del gettare-disgettare l’ikona-disikona-dell’essere-nel-mondo-dismondo: disvela l’immagine-disimmagine della mondanità-dismondanità quale ontologia dello spazio-dispazio-tempo-distempo immaginario-disimmaginario da abitare-disabitare poeticamente,   quale ontopoiesis-disontopoiesis, ed essere la creazione del    sublyme    dell’essere. il sentiero-disentiero ininterrotto-disinterrotto dell’ontologia poetante-dispoetante del   sublyme    quale disvelatezza dell’ontopoiesis-disontopoiesis,   oltrechè dell’autopoiesis-disautopoiesis si eventuò-diseventuò nell’intermittenza-dismittenza del pensiero poetante dell’essere-musagete-dismusagete o nel pensiero-poetante-pensante quale ikona-disikona della gettanza-disgettanza dell’essere. Dopo un millenario oblio nella radura-disradura ove si eventuò-dieventuò l’inter-essere-disinteressere poetante dell’’essere-musagete-dismusagete la sua erranza-diserranza nel    sublyme     è giunta-disgiunta nel tempo-distempo della sua sublime-disublime metastabilità-distabilità, nella struttura-distruttura ontologica dell’ontopoiesis-disontopoiesis. L’evento-disevento sarà lì nella pregnanza della radura-disradura quale ikona-disikona dell’essere-musagete…………..ontologia   del   sublime                 si   è   in presenza  dell’arkè   o  priorità  di  una  tesi   sul  sublime  ,  sorgente  dalle  lezioni  kantiane  del  prof. s.   givone.      Si  delinea  una  gestell  o  struttura  o  impianto  dell’opera  sul  sentiero  di  una  analitica  dell’esserci o   dasein-analytik  assentemente  presente  in  kant per  interpretare  l’analitica  della  bellezza  e  l’analitica  del  sublime.  Si  approderà  infine  ad  una  ontologia  del  sublime  o   sublyme  quale  bellezza-sublime  plotiniana   o  sublime-bellezza  heideggeriana   già  compresenti  nella  prima  ermeneutica  del  sublime  longiniana  o  burkeiana. Si  offrirà  preliminarmente  una  panoramica  delle  contemplanze  del  sublime  nella  classicità  quale  sublime  della  mathesis  o  pitagorico  o  platonico eventuato  già  da  anassimandro  sia  nell’apeiron sia  nell’archè,  quale  sublime  dei  quanta  infiniti  o  del senza-fine  e  del  senza-limiti: presente  nell’analitica  kantiana  quale  sublime  matematico  o  gegenstand  sublime,  ovvero  quale  entità  sublime  in  trascendenza,  presente  solo  nell’immaginazione della  purezza  sublime quale  eccelsa e  nobile  magnanimità  o  magnitudine  kolossale , sempre  al  dilà  del  sensibile  e del  percepibile.  L’apeiron  dei  quanta  però  non è  mai  irreversibile:  c’è  sempre  un  senza  fine  infinitesimo  o una  abissalità  senza  fondale  ove  si  eventui  il  sublime  quale  klinamen  o  ab-scissa  dell’archè  o  dell’evento  o  ereignis.  A  quella  visione  quantica  si  aggiunse  nel  corso  del  tempo  una  dinamica  del  sublime  interpretata  dal  pensiero  della  dynamis  aristotelica,  quale  coercizione  kategorica  del  panta-rei   eraklitiano:  qui  la  purezza  è  katarsi  e  la  sua  fenomenologia  suscita  quel  sentimento  o  quella  tensione  o  quella  intermittenza  che  tanta  fortuna  avrà  nel  pensierò  di  burke  e  kant.   Ma  nessuno  si  è  ancora  chiesto  del  perchè  esista  una  musa  della  bellezza  e  non  c’è  una  musa  del  sublime.   Forse  il  pensiero  di  plotino  ci  viene  in  soccorso per  delineare  nel  mito  di  Kalypso  la  disvelatezza  del  mito  del  sublime,  quale  bellezza  in  estasy instabile,  fluttuante,  assentemente  presente  o  che  si  sveli  solo  nell’infinito  o  nel  senza-fine  o  nell’abisso  del senza-entità   dell’etere  o  che  aleggi  sempre  entousiasta  nell’eventuarsi  sempre  ab-scissa dell’essere-sublyme.  Le  interpretazioni  dell’estetica  kantiana  presenti  nelle  lezioni  e  nella  poetica  narrativa  givoniana  quell’eventuarsi gettano  nel  pensiero  della  mondità.  Quel  che  seguirà  è  intriso  di  quella  pregnanza  e  salienza..

. modelli della matesis, c’è una verità ermeneutica narrativa ed eterotopica o ontocronica, invece l’essere-sublime eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublyme , ma anche dell’esser-epistemè-del-sublyme o dell’essere epistemica ontologica del sublyme. Anzi solo la verità ekstatika del sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublyme delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità. Ma che cos’è il mettersi in estasy dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nel sublime? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis. Il sublime delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymità al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublyme riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È la sublymanza che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplata dall’interesserci dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme, la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è in ekstasy o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono della erhabene e la herabnen non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell della erhabene che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in estasy lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale ekstasy degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi categorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle categorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo la erhabene, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’estasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica o ontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si eventua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvela quale dis-verità o essere opera della dis-aletheia dell’essere-sublyme, si discopre quale dis-inveramento della gestell-sublyme o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità del sublyme. La verità nel sublyme ci appare quale aletheia-della-dis-invelatezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inleratezza dell’essere-sublyme, giacchè il sublyme ama la disinvelatezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’essere-sublyme getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-sublyme o meglio nell’essere-sublyme     è     in   estasy    la verirà dis-ascosta della dis-in-velatezza o che nell’essere-sublyme    vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta
 della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è     in  estasy     la verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme     ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’estasy    dell’essere-sublyme. Quella interagenza consente al   sublyme     di essere-sublyme     dall’esserci-musagete o meglio solo quando la   sublymanza   è    in     estasy        quale    essere-verità-dis-ascosa della dis-in-velatezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è    sublyme     e    il   sublyme     è la verità dell’essere-sublyme. Lì si dà    il   sublyme   o     il   sublyme      si dà quale      estasy: l’origine o l’originalità del    sublyme     o del musagete è     il sublyme    della verità dis-ascosa della dis-in-velatezza dell’essere-sublyme, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in opera nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’essere-sublyme    almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in     estasy    quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-velatezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti……….topologia del sublyme abissale,della fondatezza del sublyme ,dell’aldilà quale sublyme:la storia del mito del sublyme è la storia dei luoghi del sublyme,la storia mitika del sublyme è la storia dell’Essere-sublyme,o dell’eterno ritorno del mito o della risonanza infinita dell’essere nel sublyme,nella latenza,custodita,curata per eventuarsi nella epokè mitica del sublyme.
La storia del sublyme è la storia della radura dell’Essere, dell’Essere diradato,sgombro,libero d’Essere nell’abisso sublyme, senza nulla, senza niente, senza-fine, senza tramonto, senza eclisse.
Nessuno è ancora stato libero di ricercare la storia dell’ontologia del sublyme, aldilà dell’ermeneutica teologica, oltre la metafisica nichilista kategorica, epistemica,paradigmatica.
Non c’è né l’ontologia dell’essere-sublyme, né l’ontosofia del sublyme o la storia mitika del sublyme.
La storia del sublyme si fonda sulla storia sublime della libertà:senza esser liberi di contemplare il sublyme, non c’è sublyme ma solo fondamentalismo teologico, teocrazia:la storia sublime del sublyme è la storia sublyme della libertà d’Essere in presenza della contemplazione dell’Essere divinità.
Il sublyme c’è quando l’essere si pone dinanzi nella contemplazione dell’Essere che si dà, si getta alla presenza nella radura, nella topologia dell’Essere, quale ontologia dell’Essere poetante, il Gegengrundsein che si eventua nella ontovarietà della gettatezza del mito è la radura poetante che custodisce, kriptata, latente la cura dell’Essere.
I luoghi della Gegengrundsein sono gli spazi kaosmici ove si getta dinanzi,davanti l’Essere-sublyme: i luoghi del sublyme sono quelli che l’esserci si trova di fronte non ad un orizzonte del mondo, o ad una prospettiva mondana, o ad un tramonto o eclisse cosmici, ma quelli sublimi del l’Essere abitato poeticamente dall’orizzonte e dalla prospettiva dell’Essere senza-fine, senza declino,senza tramonto, senza eclisse, quale eterno ritorno della risonanza dell’Essere-sublyme.
Solo così si eventua l’epochè della sublymanza, non teokratica, della sublymità della Physis.
Tanto per essere rigorosi fino in fondo:il sublyme non è la topologia della teocrazia, né il sublyme è la singolarità nichilista cosmica del tempo immaginario, giacchè quelle suggestive topologie sono sempre kategorie della prospettiva del mondo tramontante mentre l’orizzonte dell’Essere-sublyme non si trova mai di fronte all’eclisse, al tramonto, alla fine della storia, del tempo, dello spazio, del kosmo.
Nel sublyme invece c’è l’eterno ritorno della differenza ontologica tra il il fenomeno e l’evento: non il nulla o il niente, ma l’Essere che ci viene in-contro, l’Essere che si getta alla presenza, per abitare l’Essere che contempla la radura sublyme.
La storia sublime della sublymanza è la storia della differenza che si eventua nell’ontologia poetante,
quale presenza che abita il luogo kaosmico.
La storia sublime del sublyme è la storia dell’Essere che contempla l’essere di fronte, quale presenza della radura, ove non ha mai abitato né l’entità, né l’Esserci, né la mondità, né la metafisica, né la teocrazia, ma solo la risonanza dell’Essere che ci viene in-contro, quale eterno ritorno del sublyme.
La storia mitika del sublyme è la storia dalle origini del sublyme, tanto per abitare i luoghi storici del sublyme, si eventua nella risonanza quale Essere-sublyme, Essere divino che ci viene incontro, Essere che abita l’Essere, Essere che si incontra kriptato nell’Essere sublyme della diradanza sublyme.
La topologia, il luogo ove l’Essere ci viene in-contro e ci abita è il sublyme: la topologia del sublyme è la sublyme topologia della storia del sublyme: solo nella topologia del sublyme la storia si eventua quale storia del sublyme: giacchè solo lì è libera d’essere storia del sublyme e mai più storia della teocrazia, storia metafisica della teologia teocratica, storia metafisica della teologia teocratica,storia della volontà di potenza della teocrazia, storia dell’etica teocratica.
I luoghi ove il sublyme ci viene incontro, o dove l’essere in-contra l’essere che si eventua ed abita l’essenza del pensiero poetante, sono i luoghi del sublyme sacri, oscuri, misterici, kriptati, perché quella prossimità dell’essere con la sua ikona che si getta alla presenza e la abita è sublyme, nel senso di indicibile, inaudita …….. dai paradigmi fisici cosmici, la storia del sublyme è la storia degli spazi liberi, abitati solo dall’Essere che ci viene in-contro, quale sublyme senza-la-fine, mai nullità, e nel contempo:Essere che si incontra nell’essere che si getta ed abita, nella contemplazione, l’Essere poetante.
Le varietà del venire incontro dell’Essere sono infinite, indicibili, senza-fine, senza eclissi: perché i luoghi del sublyme sfuggono alla classificazione dell’imperativo kategorico del rigore razionale o della metafisica ideale nichilista, sinergetica, supersimmetrica,inferenziale,logistica,teocratica.
Gli eventi del sublyme sono sempre in relatività con gli eventi e le ontovarietà dell’Essere che ci viene incontro, che si eventua quale libertà ontologica: si incontra l’Essere, si contempla la libertà d’essere kaosmica.
I luoghi del sublyme sono gli spazi topologici ove l’Essere si dispone nella contemplazione, nell’ascolto,nella visione, nella sensibilità e nel pensiero poetante dell’Essere di fronte, dinnanzi, davanti che ci viene incontro, nella sublymanza kaosmica.
La storia sublyme è la storia delle radure, dei vuoti ontologici della sublymità, ove l’essere si eventua per essere contemplato e per abitare poeticamente l’essere di fronte, oltre che abitare poeticamente solo il mondo, la “Physis”, il kosmo.
Quando un luogo, una radura, un vuoto sono abitate poeticamente dall’Essere che si getta e che viene in-contro all’Essere, si eventua il sublyme e la sua storia quale storia sublyme del sublime abitare poeticamente l’Essere poetante, in libertà, in verità, in prossimità con l’Essere-sublyme.
La libertà di ricerca sulla storia sublyme della sublymenza si eventua nella storia dei luoghi ordinari del senso del sublyme, della sua essenza, della sua presenza qui ed aldilà del mondo quali luoghi del sublyme, anzi meglio la topologia del sublyme, lo spazio vuoto, la radura, lo spazio libero dalla mondità ove è custodito, curato, evocato e contemplato il sublyme: l’Essere che viene incontro per abitare poeticamente, non solo il mondo, ma l’ikona dell’Essere, l’essenza dell’Essere, l’Essere poetante, l’Essere ontologico, l’Essere-sublyme.
Si eventua così nello spazio e nel tempo del mondo la differenza ontologica: si presenta la topologia dell’Essere-sublyme, di là e di qua della topologia fluttuante del mondo dell’Esserci, del mondo virtuale, del mondo immaginario, del mondo ontologico, del mondo poetante.
Il mondo dell’Essere-sublyme si getta nella mondità anche quale mondo sublime, mondo caotico mondo cosmico, mondo caosmico, mondo onirico, mondo estatico e la sua influenza metafisica si dispiega nel mondo etico, epistemico, paradigmatico, ermeneutico, costituente, noetico.
Quale fondamento della verità dell’Essere-sublyme la sua influenza dà senso al kaos, all’invisibile, all’indicibile, all’inaudito, all’assenza presente della sua sacralità provvidenziale: l’unica che ci possa salvare o curare nel mondo dell’aldilà, del bene e del male.
La Topologia dell’essere-sublyme è la sua topologia animata dell’Essere animato che trascende
l’Esserci,ma non è l’Essere ontologico o poetante.
Quelle ontovarietà dispiegano la complessità della fondatezza dell’Essere-sublyme nel mondo virtuale, animato, ontologico, immaginario, onirico, metafisico, sinergetico, supersimmetrico e disvelano quanta volontà di potenza ci sia nella storia sublime del sublyme.
Volontà di potenza dell’eterno ritorno dell’Essere-sublyme, nell’epochè della storia dell’Esserci, ma anche volontà di influenza egemonica imperativa kategorica nella metafisica, ermeneutica, poetica, etica, estetica, epistemè, virtuale, immaginaria, onirica, estatica, mitica, magica.
Nell’Essere-sublyme, l’Essere animato non si adegua, in verità né all’Esserci, né all’Essere ontologico o poetante.
Nel mondo del sublyme il mondo animato non ritrova l’adeguatezza metafisica, epistemica, razionale, poetica, estetica, etica con il mondo dell’Esserci, né con l’Essere nel mondo cosmico, immaginario, virtuale, kaosmico.
Ma quella differenza ontologica dell’adeguatezza non trascura l’ortogonalità influente della volontà di potenza metafisica della storia del sublyme, anzi la sua kategorica imperativa dà senso, identità, teocrazia storica e trascendenza.
L’Essere-sublyme, quale essere animato nel mondo sublime è la misura di tutto: del kosmo che c’è e del mondo che non c’è, o è invisibile, indicibile, inaudito, mitico, magico, estatico; l’Essere-sublime è anzi l’unico centro gravitazionale che dà senso, stabilità, pace, e soprattutto e per lo più dà l’impianto, la creazione, la Gestell al mondo dell’Esserci, dell’Esser qui, dell’Esser là, dell’Esser aldilà.
La topologia del sublyme, quale storia del sublyme è la Gestell-sublyme del mondo e dell’Essere animato, quale Esserci che ci viene in-contro nella sua morfogenesi-sublyme di Essere animato: e perciò da contemplare e da venerare.
Giacchè solo quell’Essere è sublymanza della physis che ci potrà salvare, o curare, o consolare, o guidare nel destino nella sorte, nell’avventura della storia del sublyme.
La Topologia dell’Essere-sublyme è implementata nella bistabilità dei sentieri che si biforcano: c’è la superficie della Gestell-sublyme fondante il mondo dell’Esserci, virtuale, trascendenza, immaginario, metafisico, etico, poetico, estetico, sinergetico, cosmico, epistemico, ermeneutico, ma c’è, quale eterno ritorno nella superficie supersimmetrica,l’Essere animato che ci viene incontro nel vuoto ontologico, nella radura libera dal nichilismo, nella singolarità kaosmica del nulla, quale Gestell-sublyme: contro-Essere, Essere che ci incontra e avviene,si getta nell’Essere ma anche nell’Esserci, per abitarvi con il senso del sublyme o dell’Essere animato.
La storia del sublyme è stata, ed è,sempre interpretata quale volontà di potenza della metafisica imperativa influente: non c’è una storia poetante del sublyme, né una storia ontologica, né una storia sublyme, né una storia ontologica, né una storia sublime nel senso di Topologia del sublyme dell’Essere più che del mondo o della mondanità.
Il futuro della libertà di ricerca della storia del sublyme si presenta nel plesso, o nel chiasma, dell’Essere storia della Gestell sublyme dell’Esserci e del mondo, e storia della sublymanza dell’Essere-sublyme che ci in-contra, che avviene in-contro, quale risonanza dell’Essere animato sempre, eternamente ritornante nell’aldiqua dall’aldilà.

 

 

 
L’Esserci sublyme che ci viene in-contro, quale sublymanza è la donazione di misura, la misurata topologica del sublyme e della storia del sublyme animato che abita poeticamente l’Essere, oltre che il mondo e l’Esserci, si eventua quale instabilità del Kaos, morfogenesi visibile dell’invisibile, koinè, linguaggio comune etico dell’indicibile, dell’inaudito, mistero dell’indecidibile, mistico svelato del sublyme eternamente ed infinitamente interpretato, ermeneutica del vuoto silenzio della singolarità del sublyme, quale storia del sublyme.
La storia dell’Essere-sublyme è la storia dell’abbandono, della kriptazione, della latenza, dell’oblio dell’Essere ontologico nell’Esser animato: sia quale vivenza dell’Esserci, sia quale vivenza della mondanità eterna, infinita, mitica, indicibile, inaudita.
L’Essere che vi viene in-contro o che si in-contra è l’essere animato che dalla latenza kriptata, custodita, curata, della radura della Topologia dell’Essere, si eventua imperativamente quale misura del tempo e dello spazio, dell’etica e dell’estetica, del kosmo e del Kaos, del bene e del male.
Ma quella gettatezza dell’Essere-sublyme non è semplicemente imperativo metafisico della volontà di potenza quella è solo la sua metamorfosi teocratica, influente, altrimenti il sublime sarebbe solo una delle varietà ermeneutiche, epistemiche, estetiche,astronomiche ………l’Esser gettati, quale sublymanza dell’Essere animato dà stabilità alla più complessa Ontoteologia o Teoontologia.
Aldilà del bene e del male, anzi quale fondatezza che eventua ora l’uno ora l’altro o annienta sia l’unità, sia l’alterità, la storia che si getta, quale storia del sublyme si presenta sempre nella sua varietà ontoteologica influente che si dà, che ci viene in-contro, che si in-contra nei sentieri ininterrotti del sublyme, quale metastabilità del Kaos, orizzonte prospettico dell’Esser animato che dà senso all’Esserci, alla vivenza, alla creazione, alla mondità, all’aldilà.
L’Essere animato che si in-contra si getta nell’Esserci, nel mondo, nella vivenza quale impianto imperativo stabile della volontà di potenza dell’Essere-sublyme: è la Gestell-sublyme dell’Essere animato che ci viene in-contro, non quella metafisica, o etica, epistemica, ma quella metastabilità che annienta il Kaos, il nulla, il niente oltrechè l’Esserci preesistente, per fondare la Topologia del sublyme dal nulla, dall’invisibile, dall’inaudito, dal vuoto cosmico.
La Topologia dell’Essere-sublyme che ci in-contra abita mistericamente il fondamento dell’Esser animato, dell’Esserci della vivenza del mondo: abita la stabilità della Gestell-sublyme quale venire in-contro della presenza che ci in-contra nell’Essenza dell’Essere-sublyme.
La stabilità dell’Esser animato è la storia del sublyme quale controkaos e risonanza che ci presenta davanti, di fronte al Kaos per Essere Gestell-sublyme-topologica della radura, del vuoto dell’invisibile, dell’indicibile, dell’inaudito: la storia del sublyme è la storia dell’Esser di fronte al Kaos, quale Essere animato che ci viene in-contro e che si in-contra nella essenza della vivenza, dell’Esserci, della mondità.
La storia del sublyme è la storia della metastabilità iperbolika, ellittika, parabolika, metabolika dell’Esser animato che si presenta, si eventua, ci in-contra nella fondatezza dell’Essere, dell’Esserci quale vivenza, del mondo, dell’Essere aldilà.
Il Metaodos-sublyme è il sentiero ininterrotto del sublyme: eterno ritorno della risonanza dell’Essere che ci viene in-contro, e che si getta alla presenza dell’Essere che si in-contra di fronte, dinnanzi, quale evento dell’Essere animato.

 

 
Il gettarsi incontro nella metastabilità della presenza sia quale volontà di presenza o teocrazia,sia quale dono della misura del sublyme o Ontoteologia, è la storia del sublyme che dà senso all’imperativo kategorico del sublime Essere di fronte, davanti, incontro al Kaos del mondo.
Ma la sua presenza si eventua anche nel gettare nell’essenza del fondamento dell’Esserci e della vivenza l’incontro dell’Essere animato, quale Topologia dell’Essere o varietà dell’Essere ontologico.
La storia del sublyme sarà la storia dell’interfaccia, intervolto, interessere animato che ci viene incontro nel sentiero dell’Essere.
Il campo del sublyme è l’intervolto dell’interessere topologico animato.
I sentieri del campo del sublyme sono la risonanza dell’eterno ritorno della storia del sublyme.
Il campo sublyme è l’intervarietà della Topologia dell’Essere quale campo metamorfico che dà ortogonalità all’abisso, dà la visione dell’Essere animato all’invisibile, dà ascolto al silenzio inaudito, dà senso al sublyme: getta i sentieri dell’essere animato nell’Abgrund-sublyme, nel senza fondo delle fondamenta dell’Essere: il campo sublyme è la Gestell-sublyme dell’Abgrund-sublyme, l’impianto della metastabilità che s’eventua nei sentieri dell’abisso.
La storia del sublyme è la storia del campo sacro, quale intervarietà della topologia dell’essere animato.
Il campo sacro è la metastabilità, la Gestell dell’abisso, dell’Abgrund-sublyme, dell’interessere, dell’intervolto, dell’interfaccia ortogonale imperativo dell’aldilà che si eventua quale vuoto cosmico, radura dell’invisibile, silenzio dell’inaudito, indicibile.
Il campo sacro del sublyme è la risonanza dell’eterno ritorno dell’Essere animato che si getta nella storia quale storia del sublyme.
Il campo sacro del mondo è la Gestell nell’Abgrund-sublyme, quale ortogonalità imperativa senza fondo nell’aldilà, oltre l’orizzonte, oltre il tramonto della storia, oltre la fine della storia, oltre l’eclisse del mondo della storia classica.
Il campo sacro del sublyme, la Gestell-sublyme, l’impianto sublime ove l’Essere animato avviene, si getta dall’aldilà, ci viene in-contro e si incontra nella sublymanza quale Essere aldilà che si presenta di fronte, davanti, dinnanzi quale intervolto, dell’invisibile, indicibile, inaudito del sublyme nella volontà di potenza metafisica influente, nell’Etica, nell’Estetica, nella Noetica, nell’Ermeneutica.
Il campo del sublyme-sacro si presenta sempre aldilà della semplice teocrazia, quale volontà di potenza della metafisica ideale dell’aldilà, nella sua intervarietà di ontoteologia o Teontologia: evento che si incontra nei sentieri della gettatezza dell’interessere animato quale intervolto interimmagine dell’Abgrund-sublyme, dell’Essere abissale che si in-contra nella radura topologica, nel vuoto ontologico, cosmico, nelle singolarità nichiliste della cronotopia immaginaria.
La differenza ontologica tra il campo sacro della storia sublime e la storia classica del sublyme si eventua nella differenza tra la storia della volontà di potenza dell’Esserci metafisico e la storia della Topologia dell’Essere animato che ci viene incontro, che si in-contra, di fronte quale sublymanza dell’aldilà, dell’abisso, quale matastabilità, Gestell dell’Abgrund-sublyme.
La storia del campo sacro è la storia sublyme dell’immagine dell’Essere che ci in-contra di fronte: intervolto dell’immagine, Interbild.
Il campo del sublyme è la Bild-sublyme dell’abisso che ci sta sempre di fronte, ci abita e che ci in-contra quale aldilà.

 

 

Ma il campo sacro del sublyme, si presenta anche quale metastabilità, impianto, struttura ontologica,in qualità di salvezza, cura, pensiero poetante del sublyme.
La storia del campo sacro del sublyme è anche la storia dell’Essere-sublyme: solo nella sua varietà di Bild-sublyme, di immagine dell’Essere animato, mai quale volontà di potenza della metafisica dell’immagine del mondo.
Anzi il campo sacro del sublyme con la sua Bild-sublyme influenza la mondità, mai può essere soggetto, giacchè la sua fondatezza si disvela sempre dalla metastabilità dell’abisso, dell’invisibile, dell’indicibile, dell’inaudito, dell’aldilà che si presentano di fronte, davanti, in-contro alla mondanità, e si gettano nella sua fo ndatezza senza essere mai fondati.
In quel senso il campo sacro del sublyme è libero, è più libero, dalle immagini del mondo: la storia del sublyme è la libertà dalla volontà di potenza della metafisica nichilista, della fine della storia; è più libera, giacchè abbandona le immagini del mondo per gettare in-contro le immagini dell’Essere-sublyme-animato.
Il campo sublyme non è stato, e non sarà mai una nuova metafisica, se mai è la Teontologia, senza essere ontologica: si eventua invece quale alterità, senza essere differenza, e quale relatività senza essere dispiegamento.
Il campo sacro del sublyme è la radura ove si getta e si incontra sempre di fronte l’evento dell’immagine dell’Essere animato.
La storia del sublyme è la storia dell’accadere della presenza, volontà e potenza dell’immagine dell’Essere che si dispiega dall’abisso, dall’aldilà, dall’invisibile, dall’indicibile, dall’inaudito: che decostruisce il tempo e l’immagine del mondo, dell’Esserci, della metafisica imperante nichilista.
Il campo sacro del sublyme crea lo spazio alla Bild-sublyme che si eventua dalla metastabilità dell’Abgrund-sublyme, ma non dà fondatezza alla Grund-sublyme: si svela in-contro, di fronte, in relatività, quale immagine dell’Essere mai fondata, né fondabile dalla immagine del mondo, o dell’Esserci, o della Physis: Teontologia della Bild-sublyme quale intervolto, intervarietà della Ikona-sublyme del pensiero poetante.
Il campo sacro della Physis-sublyme è la storia della differenza del venirci in-contro dell’Essere e del suo gettarsi nel mondo, nella Physis cosmica: in qualità di immagine dell’Essere che si eventua, quale Essere animato metastabile dell’intervarietà dell’Abgrund-sublyme: nella sua varietà della semplice gettatezza nella storia dell’Esserci, o dell’Essere al mondo.
Mai mondo nell’Essere o volontà d’Essere mondità dell’immagine dell’Essere.
Daseyn-sublyme e Bild-sublyme sono i sentieri del campo sacro del sublyme ove si eventua l’in-contro la sublymanza della Physis-sublyme-ontologica .
Lì la risonanza dell’Essere che ci in-contra, dà senso alla Teontologia, quale alterità della metafisica nichilista, in relatività con l’ontologia poetante della Physis-sublyme .
La storia di quell’in-contro si in-contra nella risonanza della storia del sublyme, quale storia dell’immagine d’Essere che si getta di fronte all’immagine del mondo o dell’Esserci: Bild-sublyme che si getta in-contro al Daseyn-sublyme.
Il campo sacro della Physis-sublyme è quella Topologia ove la storia sublyme si eventua quale Bild-sublyme del Daseyn, ed anche dell’immagine del mondo, attraverso l’immagine dell’Essere animato in relatività con l’immagine dell’Essere che si getta dall’aldilà, dall’invisibile, dall’abisso, Abgrund-sublyme, indicibile, inaudito.

 

 
Ma il campo della Physis-sublyme-ontologica è anche la Topologia metastabile della Bild-abgrund-sublyme: immagine dell’abisso dell’Essere o dell’Essere abissale che si getta nella storia del sublyme.
In qualità di Bildabgrund-sublyme il campo del sublyme si metastabilizza in Bild-gestell-sublyme, ikona-sublyme della sua struttura ontologica, ove si eventua l’incontro tra l’Essere animato, Bild-sublyme e l’immagine dell’Esserci.
Il campo della Physis-sublyme è al tempo stesso stabile ed instabile:la sua stabilità è relativa all’Essere animato che si eventua quale essere-sublyme: dall’abisso dell’Essere ci viene incontro e in-contra l’Esserci ed il mondo, la Physis-sublyme e la sua struttura ontologica.
E’ stabile nella Gestell-sublyme dell’immagine dell’Essere-sublyme ma instabile nell’Abgrund-sublyme intermittente la sublymanza, quale risonanza dell’Essere poetante della Physis-sublyme.
L’anfibologia del campo sublyme dà alla sua Gestell-sublyme l’essenza della metastabilità in relatività con l’ontologia, quale Teontologia, in relatività con l’immagine dell’Esserci e del mondo quale teokrazia della storia classica del sublyme.
Quella differenza è essenziale, perché crea la biforcazione tra l’immagine della storia sublyme e l’immagine del mondo della storia della Physis-sublyme .
Il sentiero nel campo sublyme dell’immagine della storia della Physis-sublyme è stato interrotto, giacchè la storia si è dispiegata quale immagine della volontà di potenza della metafisica o teocrazia.
La Teontologia, quale immagine dell’Essere-sublyme che si getta nella immagine della storia del sublyme non è più presente né nel mondo, né nel sacro mondo, né nel mondo sacro, né nell’Esserci del sacro campo della Physis-sublyme .
Solo la libertà di ricerca eventuerà nel futuro un’immagine della storia del sublyme quale gettatezza dell’Essere-sublyme-animato, che si disvela dall’abisso dell’aldilà.
Solo così il campo sublyme della Physis quale campo animato dell’immagine o interimmagine della storia del sublyme eventua la storia del mondo animato, mentre fin’ora la storia del sublime si è presentata nell’interpretazione dell’immagine del mondo imperativa ed influente, quale volontà di potenza metafisica sull’immagine della storia della Physis-sublyme.
Nella storia della Physis si eventua una interferenza: quale immagine della storia del campo sublyme che dà la misura non solo al mondo, all’immagine del mondo, all’Esserci, alla vivenza, al nulla ma anche purtroppo all’essenza fondamentale dell’Essere, la storia sublyme libera, esprime, disvela la verità, ma anche la occulta, la oblia, la kripta sotto la parvenza della cura, della latenza che custodisce conserva, accudisce, consacra e contempla.
L’interferenza ontologica nella differenza ermeneutica del capo sublyme della Physis dà la misura della sua volontà di potenza imperativa kategorica, ma anche la valenza dell’Essere-sublyme quale sentiero, di libertà di svelatezza della libertà, di contemplazione che dekripta l’evento dell’incontro che ci incontra nel chiasma-sublyme dell’Esser animato, quali immagine in relatività con l’Essere ontologico.
Quella interferenza che appare originariamente nel campo sublyme della Physis-sublyme, ma anche si eventua in altri campi quale la Psychè o la Physis o la koinè, disvela la differenza ontologica tra l’Essere-sé dell’Esserci nel mondo e l’esser-sé quale Sublymanza: nella storia del sublyme della Physis c’è sempre la trivarietà della Topologia dell’Essere: Seyn, Daseyn, sublyme ove l’Esserci o l’Essere è indeterminato, ma sempre in relatività quale sublymanza: Esserci sempre nell’Essere-sè e nell’Essere al di là dal sé, senza-fine, senza paradossi di identità o di principi logici di contradizione, anzi quelle evenienze non fanno altro che confortare l’imperativo kategorico del campo sublyme della Physis.

 
L’interferenza di quella presenza, nel campo sublyme-ontologico della storia della Physis-sublyme dà la misura dell’ indeterminatezza, dell’invisibile, dell’infinitesimale, dell’indicibile, dell’inaudibile, del bene e del male, ma anche della sublymanza dell’adilà del bene e del male, dell’aldilà del mondo e del nulla, dell’aldilà del tempo e dello spazio, dell’aldilà della cronaca e della storia mitika, dell’adilà dell’etica e dell’estetica, dell’aldilà della guerra e della pace.
Nell’interferenza ontologica quelle varietà sono solo episodi eventuali dell’immagine del campo sublyme che dà la misura dell’Esserci quale Essere-sé nell’Essere animato nel mondo animato, nella Physis-sublyme-animata.
La storia sublyme è creatrice di storia,non solo nel suo campo sublyme della Physis-sublyme, ma in generale e nel senso della globalità, quale evento della nuova libertà: libertà d’Essere animata in qualità di varietà sublyme: Esserci, Essere sublyme, Essere in relatività con l’Essere aldilà.
La nuova libertà d’Essere animata è creatrice di storia del campo sublyme della Physis, ma anche di quello immaginario, virtuale, ortogonale, metafisico influente nichilista, decostruttivo, ermeneutico, epistemico, etico, estetico, sinergetico.
Il campo sublyme quale storia sublyme della Physis sarà così il fondamento della nuova libertà: libertà d’Essere contemporaneamente, quale Sublymanza, Esserci, Essere alterità nell’aldilà, Essere sublyme dell’Essere animato.
Il campo sublyme così è, non l’unico, ma il più evidente nella creazione della storia, sia Gestell, sia Gegen-Gestell: o meglio, e di più, è il Gegen-Stell: l’impianto della storia sublyme , struttura ontologica che ci viene incontro dall’adilà, dall’alterità, ma che ci in-contra nel sentiero dell’Essere animato.
Il Gegen-Stell, la sua struttura ontologica, è la metastabilità che ci viene incontro, quale presenza che ci incontra nel campo sublyme per impedire il declino nel nulla, nel kaos, nell’abisso, quale Abgrund-sublyme.
La storia sublyme che crea la storia dell’immagine del mondo, è la presenza metastabile dell’aldilà, dell’alterità che ci incontra sempre di fronte, per interferire nel declino, nel klinamen abissale della metafisica nichilista tramontante, eclissante.
Ma affinchè appaia la presenza della storia del sublyme nel campo sublyme interferente non è sufficiente il sapere dell’Esserci e del mondo, ma indispensabile dispiegare il sapere dell’Essere animato che si eventua di fronte e ci incontra dall’alterità e dall’aldilà.
Il campo sublyme si presenta nel mondo della storia solo attraverso il sapere del fondamento dell’Essere animato, il quale s’eventua sempre quale interferenza che ci incontra sempre di fronte, e viene ad abitare poeticamente il sublyme campo della storia dell’Essere animato.
Solo il sapere dell’Essere consente di essere sempre di fronte ed incontro all’Essere-sublyme nell’equilibrio del campo sublyme che consentirà di decostruire e creare il sentiero della storia della Physis-sublyme .
Il sapere dell’Essere-sublyme si dispiega nel campo sublyme quale creazione della storia sublyme, che dà fondatezza, getta nel mondo e nell’immagine del mondo le verità dell’Essere animato.
Il sapere dell’Essere-sublyme che ci viene in-contro e ci incontra nel campo sublyme
della Physis, quale sapere sublyme dell’Essere animato, che getta nella storia mitika del sublyme la sua creatività, la sua verità, la sua missione dell’Esserci, la sua immagine del mondo.

 

 

Quella sapienza sublyme dell’Essere sublymanza della Physis-sublyme che si eventua sempre di fronte, quale Essere animato trascendenza la semplice volontà di potenza metafisica teokratica, o nichilista o sinergetica kosmica per dispiegare, nel campo sublyme che crea la storia sulla volontà di verità del sublyme, e sulla volontà animata, o volontà della storia sublyme.
Mai sarà animata una nuova ontologia, ma è già trascendenza e tramonto della metafisica nichilista, epistemica, ermeneutica, paradigmatica che disvela l’immagine del mondo quale creatività dell’immagine della storia della globalità del mondo.
La volontà di verità sublyme fonda la Teontologia, quale sapere dell’Essere animato nel campo sacro del sublyme che crea la storia del sublyme e l’immagine della storia dell’Esserci globale del kosmo: la storia sublyme della Physis-sublyme dall’abgrund-sublyme……  ..…il venir-fuori-dalla-velatezza è l’essere del sublyme, il disvelarsi di una nuova morfia della physis, di una sagomatura della natura animata dell’essere, di una templarità dell’ikona della physis dell’essere. L’ontologia del sublyme è la templarità dell’immagine dell’essere nella physis, o morfia templare quale supersimmetria dell’ikona della physis dell’essere. Il disvelarsi dell’aletheia ontologica è il venire alla luce, il darsi alla luce, la gettanza che si dà alla luce nella radura vuota e libera della templarità dell’ikona della physis dell’essere, quale morfica templare dell’immagine dell’essere nella physis. Il venir fuori della disvelatezza discoprente la templarità dell’ikona della physis ontologica dell’essere. È la templarità della radura vuota, del luogo ove abita poeticamente l’essere che disvela l’ikona della physis o l’immagine dell’aletheia dell’essere, quale topologia poetante o quale ontopoiesis o quale ontoikona dell’essere nella physis. È l’ontoykona dell’essere che getta le fondamenta, si getta e si de-costruisce nella radura luminosa della physis e si eventua in morfie templari dell’immagine della physis dell’essere e si disvela all’esserci quale gegenstand, sempre di fronte, dell’ikona ontologica della destinanza dell’essere. L’ontoykona ama disvelarsi nella radura luminosa della physis dell’essere quale sublymanza del’esseRe o per essere l’aletheia dell’essere quale evento nel sublyme. La sublymanza ama nascondersi nel sublyme dell’essere ontoykona della physis per eventuarsi quale svelatezza nel gegenstand della topologia templare dell’immagine dell’essere. Ma perché l’ontoykona si eventua sempre quale sublyme dell’essere più tosto che evento del nulla o del niente? Mha perché la differenza ontologica lascia all’epistemica la destinanza delle entità mondane e cura, custodisce l’aletheia della physis dell’essere quale templarità ikonica della topologia ontologica dell’essere. È la physis templata che si eventua quale sublymanza sia nella ontocronia che nella ontokairosia: nell’ontocronia dell’essere dell’entità, nella ontokairosia dell’essere evento della singolarità originaria del sublyme. Spesso è compresente sia l’ontocronia della physis della mondità che l’ontokairosa singolarità dell’essere o meglio nel sublyme è assentemente presente l’una o presentemente presente l’altra nella stessa radura luminosa dell’onto-topia dell’essere sublymanza o ontopia-del-sublyme o ontopia dell’ikona o dell’imago dell’essere o topologia ontologica dell’onto-ikontopia. È quella la differenza ontologica della temporalità e templaticità del sublyme: mentre la ontocronia si eventua solo nella physis mondana o dell’esserci, l’ontokairosia si dà, si eventua solo nell’essere-sublyme. Attenzione qui si discopre la differenza anche nel sublimità fatta a mano, immagine o suono o voce che sia, il manufatto o analitika dell’esserci- ontokronia e quello dell’essere-ontokairosia: il primo si adegua alla temporalità delle entità mondane senza discoprirne l’ontologia della physis, la temporalità templata invece disvela sempre e per sempre l’ontokairos dell’ontoykona dell’essere-sublyme-per-l’essere prima d’essere-sublime-per-il-mondo o essere-sublime-per-esserci…ah come si farà a comprendere? La sublimità per esserci o il-sibòime-per-la-mondanità privilegia sempre e comunque l’ontologia del presente: si adegua alla verità epistemica del mondo senza chiedere nulla di più, giacchè la sua ermeneutica è finita con l’ontokronia dell’ontica o dell’esser-solo-entità-del-mondo, anzi solo entità ontica di questo mondo senza alcuna onto-topia, ma solo u-topia o dis-topia. Lì l’essere-sublimità-per-essere è custodita nell’oblio o nascosta nella physis epistemica del mondo o nella mitica origine dell’esserci. Ma l’ontologia dell’ontopia dell’ontikona si sottrae dalla ontokronia per abitare poeticamente la radura luminosa della templata-ontokairosa dell’esere-sublyme-per-l’essere che si getta nella physis della mondità ma che si differenzia sempre nella sua interpretanza infinita, quale ermeneutica ontologica dell’essere sublyme per l’essRe. Qui l’impianto, la ge-stell dell’ontologia del sublyme si eventua sempre quale templarità dell’ontoikona ontopica ontopoietica, anzi la gestell, la struttura ontologica, è l’ontikona templata dell’essere sublyme dell’esseRe, di più è la destinanza dell’ontopoiesis dell’ikona che apre il sentiero ininterrotto nella radura vuota ontologica. L’ontologia dell’essere-sublyme si disvela nell’essere-la-radura, lichthung-sein, quale gestell della radura della destinanza dell’essere: lì nella spazialità vuota la struttura ontologica dell’essere-sublyme soggiorna poeticamente quale ikona ontopica della ontokairosia. L’essere-la-radura quale destinanza sia del grund sia dell’abgrund dell’essere-sublyme, sia fondamento sia abisso dell’ontologia del sublyme: lì quel che appare quale eristica epistemica si eventua quale kaosmica-ontikona dell’aldiqua e dell’aldilà. Solo così si comprende l’originalità del sublyme, giacchè la sua destinanza ontologica non subisce mai la dettattura epistemica dell’essere dell’ente perché quella eventualità si dispiega solo nell’ontokronia e mai nell’ontokarosia: può essere tangente alla tecnè, tecnica, ma mai decostruire l’essere-sublymanza ontopica. Nell’origine del sublyme l’ontokairosia dell’ontoikona si eventua per sempre senza più essere ontokronia epistemica dell’essere-entità: la sublymanza non è più abbandonata dall’essere…gli dei sono fuggiti dalla sublimità ontoteologica, ma non l’essere della sublymanza quale ontikona della gestell ontologica. Perciò l’ontologia del sublyme non sarà mai una semplice estetica dell’esserci o dell’essere-entità ontokronica, giacchè i sensi sono dispiegamenti dell’esserci e possono solo percepire le entità ontiche, mai l’essere si disvela ai sensi sempre si discopre solo all’interessere ontokairoslogico. L’ontologia dell’essere-sublyme discopre la compresenza nella sublymanza dell’interagenza tra ontokronia e ontokronotopia: mentre nell’epistemica fisica esiste solo la kronotopia quantica dell’essere dell’ente, nell’essere-sublyme si eventua l’essere della ontologia kronotopica ikonica che dispiega l’ontocronia iconica già assentemente presente nell’ontocronia quantica. Nella physis c’è la destinanza dell’essere quale gestell-ontokronica la quale si dà sia nella gestell-ontologica, sia nella gestell-ontica, sia nella gestell-epistemica, sia in quella gestell-paradigmatica che dà fondatezza all’ontologica gestell-grund come alla gestell-abgrund, alla gestell-abissale, alla struttura ontologica dell’essere-sublyme nella gestell-destinanza della sublymanza. Ma perché? Forse l’ontologia della destinanza dell’essere-sublyme sconvolge la causalità epistemica della temporalità per eventuare sempre e in ogni luogo la gestell-ontokronotopica del destino della gestell-ikona o della gestell-imagine o gestell-imaginaria o gestell-imago nell’essere sublymanza dell’essere oltre che dell’esserci. Già altri hanno svelato l’interagenza del tempo-figura col tempo-immagine o dell’immagine-tempo o dell’imago-tempo qui si discoprirà l’ontologia dell’imagine-spazio o dell’imagine-spaziotempo o dell’imago-spaziotempo fondanti lo spaziotempo-imagine o lo spaziotempo-figura o lo spaziotempo-imago nella gestell-ontopoetica o nella gestell-poetante-pensante dell’essere-sublyme-ekstatiko. Lì l’ikona-tempo si disvela sempre nella sua qualità di ikona-spazio-tempo, quale ikona spaziotemporale dell’aletheia-tempo o dell’aletheia-spaziotempo disvelante sempre la gestell-aletheia o gestell-verità o la struttura ontologica della gestell-tecnè quale gestell-poiesis o gestell-ontopoiesis della gestell-ontoteleologica della gestell-ikona dell’essere-sublime e non altro, ma che si dà quale fondatezza della destinanza epistemica dell’ontokronotopia. È la gestell-templata dell’ontologia dell’essere-sublyme che si dà quale sublymanza del musagete, dell’esserci che cura nella radura ontologica l’eventuarsi della gestell-ontopoietica. L’essere-sublyme è la misura di tutte le cose della mondanità, delle entità della mondità, dell’esserci, della presenza assentemente-presente, dell’essere nel mondo del sublime, dell’imagine dell’essere nella mondità, dell’imago dell’essere, dell’ikona dell’essere, della gestell della sublymanza, della struttura ontologica del sublyme. L’essere-sublyme è la misura, la destinanza ontokronotopica, del musagete, della gestell-musagete, della struttura ontologica dell’esser-musagete, dell’esserci quale musagete della gestell-imago, della gestell-imagine, della gestell-ikona della gestell-poetante-pensante. È la prova ontologica dell’esistenza del sublyme o meglio la prova ontologica dell’esistenza della gestell-sublyme, della struttuta ontologica dell’essere-sublyme. Non solo e non tanto quale prova ontologica dell’esistenza delle entità del sublime, o quale prova ontologica dell’epistemica o ermeneutica della sublimità, giacchè l’esserci nella mondità della sublimità è già presente nell’ontocronia del mondo, ma quale presenza ontokairosa della gestell-templata dell’esseRe: la sublymanza non è e non sarà mai solo l’ontica imagine del mondo ontocronico o utopico o distopico, ma sempre la gestell-ikona dell’essere ontocronotopia della ontokairostopia o ikonotopia dell’esseRe. La gestell-ikona non è più l’essere animato o l’esserci del musagete, ma non è altrettanto l’essere inanimato delle imagini del mondo, se mai sarà per sempre l’essere dis-animato dis-animante l’ikona dell’essere: senza essere anima o entità onteteologica o solo mitica o ematopoietica, l’indeterminatezza dell’animato o dell’inanimato per essere dis-anima della struttura ontologica ontopoietica dell’imagine-dell’esseRe. Ma che significa ikona dis-animata della gestell del sublyme? È l’ontologia dell’imagine del vuoto, l’imagine della radura o l’ikona del vuoto o l’ikona della radura
 che si dà nell’origine o nell’originalità della sublymanza quale ikona o imagine dell’essere libero, essere-in-estasy-katartika dalle entità ontiche della mondanità del nulla o del niente o del non-ente, quale ontologia della libertà dell’ikona ell’essere liberata dalle immagini del nulla o del niente o del nihilismo ontico delle varie volontà di potenza kategoriche dell’imperativo mondano epistemico delle entità del vuoto quantico. Solo l’imagine del vuoto consente all’essere d’abitare poeticamente la radura-gestell-ontopica: là l’imagine dell’essere si disvela libera quale misura della mondità ontocronotopica. Qui si discopre l’autentica ermeneutica ontologica della misura quale gestell-templata o gestell-templare o struttura ontologica template dell’ikona dell’essere, mentre la misura classica o simmetrica si adeguò all’imagine ontica della temporalità ontocronica. Solo la gestell-ikona disvela la destinanza della singolarità che si eventua nel sentiero ininterrotto nella radura fondale-gestell. Lì l’aletheia della gestell o la verità della struttura ontologica consente all’ikona d’essere-sublyme, ma anche consente alla verità di disvelarsi nella sublymanza quale evento della verità o evento dell’aletheia o evento della disvelatezza dell’ikona-gestell dell’esseRe. La sublymità è la verità o meglio l’essere-sublyme è l’aletheia dell’ikona-gestell della destinanza dell’esseRe. Mentre la verità epistemica o ermeneutica si adeguano alle verità ontiche delle entità kategoriche, la verità del sublyme disvela l’essere delle entità e non solo: la gestell-aletheia discopre l’ikona del vuoto o l’imagine della radura ove possa abitare poeticamente l’essere ed ove possa aleggiare l’evento dell’aletheia-destinanza. Ma forse quel che è più rilevante qui ed ora è la sublymanza della verità dell’ikona dell’abisso, dell’imagine dell’abgrund dell’essere: la sublimità nella nostra epoca è innanzi tutto l’ontologia della gestell dell’ikona dell’abisso ell’esseRe…………………………………..
c’è una differenza ontologica nell’ontica della verità: c’è una verità epistemica fondata sui modelli della matesis, c’è una verità ermeneutica narrativa ed eterotopica o ontocronica, invece l’essere-sublyme eventua l’aletheia ontologica quale sublymanza dell’essere nel sublyme. C’è l’interessere tra le tre varietà di verità e c’è l’interesserci epistemico nel senso che tutte le varietà-verità si danno, si offrono alla mondità quale comprensione del mondo, dell’essere delle entità e prova ontologica o ontoteologica o ontoteleologica dell’esistenza dell’essere-sublymanza o dell’essere-sublyme, ma anche dell’esser-epistemè-del-sublime o dell’essere epistemica ontologica del sublime. Anzi solo la verità-sublyme discopre sia l’ermeneutica sia l’epistemica ontologica dell’essere sublyme dell’esseRe. Qualora si desideri comprendere anche l’essere sublime delle entità mondane è consentito anche privarsi dell’ontologia per affidarsi alla classica ermeneutica epistemica per discoprire solo le verità delle entità della mondanità. Ma che cos’è il mettersi in sublymanza dell’essere-sublyme? Anzi che cos’è la gettanza dell’essere-sublyme nella sublymanza? È la gettatezza-della-verità della destinanza templata dell’essere nell’aletheia fondale, grund ed abgrund, del sublyme che si dà, si getta nella mondità ontokronotopica. L’essere si eventua nel sublyme quale aletheia, disvelatezza dell’ontologia dell’essere, dell’esserci, dell’essere delle entità mondane, dell’interesserci, dell’interessere: tutte varietà compresenti nella gettatezza-del-sublyme quale aletheia ontologica dell’essere ontoikona, ontoimagine, ontoimago, ontopoiesis, autoevento, mitoevento, ontoevento. Il sublyme-estatiko-katartiko delle varietà topologiche della verità dell’essere si danno, si eventuano, si gettano quale fondale o fondamenta nel corso della sublymanza senza mai abbandonarla, anche quando gli dei fuggono e il tramonto dell’occidente si secolarizza, per sempre il sublyme si getta intenzionalmente per essere contemplato dallo sguardo dell’esserci, dal musagete, dall’interesserci delle entità mondane della tecnè clonante: mai la verità tramonta, è sempre presente nel sublyme, nella sublymanza al di là della storia, aldilà del bene e del male, aldilà delle entità klonate della tecnè. Come mai solo il sublime riesce a trascendere il corso della storia o della temporalità o dell’ontocronia? Tra le tante ipotesi quella più ontologica è la messa in cura della verità dell’essere. Solo nel sublyme l’aletheia ontologica si cura da sé, si getta, si fonda e si cura senza gli dei fuggitivi, senza più il musagete preda dell’oblio dei tempi-mala-tempora o del destino cinico e barale, senza l’obsololescenza nihilista della tecnica klonante. L’essere nella gettatezza-della-sublymanza cura da sé l’essere-sublyme, senza la cura ontocronica o ermeneutica, anzi si cura senza l’epistemica ermeneutica e senza la tecnè klonante, getta la sua cura della sua verità da sé quale interessere ontopico che abita poeticamente il vuoto cosmico o la radura ontologica ontokronotopica. È l’essere sublyme che ci viene-incontro, che si disvela per essere contemplatezza dei musageti, così si dà, si cura nella sua futura-anteriorità-gìà-stata e sempre ontologicamente presentemente assente. Nel suo essere già-stata si getta nell’ontokronia anche quale ob-getto, gegenstand, contr-ada, fondale che si getta allo sguardo sempre di fronte quale gettanza della verità dell’interessere non contemplato dalla storia delle entità clonate della tecnè. Il sublyme , la gettanza fondale della aletheia-interessere si dà e si cura da sé quale essere-sublyme o essere-gettatezza-del-sublyme e si eventua sempre quale ontologia dell’evento-verità, aldilà di tutte le interpretazioni infinite o delle clonazioni riproducibili, giacchè nel sublyme è all’opera o si getta, si dà, si cura l’evento della verità ontologica dell’interessere o dell’essere dell’aletheia o dell’essere-sublyme-della-verità-nella-physis. Anche quando gli dei fuggono dal sublime e la sublymanza non è più una entità mondana ontoteologica o quando il musagete è abbandonato all’oblio dalla mondanità, anche allora la templata-sublyme si dà alla conteplanza, giacché la sua destinanza si getta e si cura da sé, si eventua nella physis quale evento della verità ontologica. È la gestell del sublyme che si dà e si cura e si getta da sé: l’istallarsi poeticamente nella radura della physis eventua l’evento della verità dell’essere-sublyme, ma discopre e dispiega anche la destinanza templata dell’aletheia dell’interessere: il sublyme è la gestell dell’essere-nella-physis, è l’istallarsi della destinanza dell’evento della verità ontologica nella radura fondale ove l’interessere possa abitare poeticamente, anzi l’essere in sublymanza lascia libertà d’essere al sublyme, ma anche lascia libertà d’essere al mondo, lascia liberi gli dei di fuggire senza perdere la sua originalità, lascia libero il nihilismo della tecnica di clonarsi senza decostruirsi nella sua gestell, nella sua struttura ontologica, lascia libera alla mondanità il suo percorso e il suo tramonto, giacchè l’evento della sua libertà si getta e si cura quale libertà ontologica dell’essere-sublyme della verità-destinanza che si eventua nella physis per lasciare libera la physis di esserci anche quando gli dei fuggono e la tecnè si cura solo di klonare le entità mondane. Anche quando il sublyme si sottrae per lasciare ampia libertà di dispiegamenti mondani delle entità epistemiche nella loro volontà di potenza imperativa, anche allora non fugge insieme agli dei ma abita dis-ascosto, assentemente presente l’essere-sublyme nella sua varietà d’essere-evento-della-verità quale aletheia della destinanza della libertà. Il suo essere dis-ascosto si eventua nel sottrarsi, il porsi aldilà, il gettarsi oltre il nihilismo della tecnè mondana, oltre il tramonto dei paradigmi epistemici ed ermeneutici per essere sublymanza ontologica dell’interessere-nella-physis. Ma il sublyme si eventua non solo nel fondale, nel grund quale setzen degli eventi della verità, ma anche nel contempo simultaneamente, anzi kairos-logicamente, nell’abgrund, là ove gli dei non hanno mai soggiornato e gli imperativi kategorici delle entità epistemiche non si sono mai avventurati, né il nihilismo della tecnè si è mai sospinto oltre, anzi l’abisso ontologico ha sempre diffuso il senso di timore del nulla o del niente, invece l’abisso è proprio l’assenza del non-ente, l’annichilirsi del nulla per lasciar liberi d’essere la mondità e l’esserci delle entità epistemicamente comprensibili. L’essere-sublyme dell’abisso, dell’ab-grund eventua l’ikona della radura ontologica quale ontopia dell’essere inenarrabile, inaudita, indicibile, indecidibile, mai completamente interpretabile, né epistemicamente fondabile nelle kategorie imperative della volontà di potenza della tecnè-klonica o della ermeneutica metafisica trascendentale pre-post-fenomenologica. Per gli eventi dell’essere abisso ontologico della physis c’è solo la comprensione dell’essere sublyme in ekstasy, in attività, in interagenza tra l’essere e la sua radura vuota ontopica. Solo il sublyme, l’ekstasy dell’essere del sublyme consente al musagete di accogliere l’ascolto del sublyme che si getta nell’abisso della radura ontologica per gettare le fondamenta del fondale dell’essere-sublyme quale ikona della physis, del mondo, dell’interessere, dell’interesserci, dell’interagenza ontopica. Ma quella ikona non è mai epistemicamente presente, si disvela solo nel suo essere indisascosta o dis-ascosta ontologicamente inaudita per i più ed indicibile: solo al musagete presente evidentemente, solo l’interagenza del musagete consente all’evento dell’essere abissale di gettarsi nell’ekstasy dell’aletheia dell’essere-sublyme. Solo il musagete disvela il mistero o l’enigma del sublyme-in-ekstasy: la sublymanza ama nascondersri o essere sempre indisascosta, ma nel medesimo istante, per paradosso epistemico o ermeneutico, l’essere-sublyme ama disvelarsi, ama discoprire la sua radura abissale, la sua physis ontopica, la sua gestell ontokronokairoslogica oontokairostopica. Solo così l’essere-sublyme si dispiega all’infinito nell’a-peiron, nel senza-limiti mondani, nel sub-lime, nel senza-fine, quale autoevento o ontoevento, ma la sua gettanza fonda il fondale topologico, ontopico altrochè epocale ontocronico, si dà per raccogliersi-in-un-confine, si getta per eventuare la gestell, la struttura ontologica dell’interagenza con la physis: delimita la spazialità del sentiero ininterrotto della destinanza dell’essere: configurazione ikonica della radura ontologica ove l’essere possa abitare poeticamente. Solo con l’essere-sublyme si evntua la disascosità dell’aletheia, mai adeguata onticamente o epistemicamente o ermeneuticamente, ma sempre sottratta all’evidenza della mondità, ma visibile alla contemplazione del musagete, inaudita ma udibile, paradossale o eristica ma morfo-genica per la destinanza e l’interagenza dell’interessere e dell’interesserci. Lì in quel apparente paradosso o eristica epistemica o ermeneutica la verità stessa è dis-ascosta, anzi l’aletheia si disvlela quale dis-verità o essere sublymanza della dis-aletheia dell’essere-sublyme, si discopre quale dis-inveramento della gestell-sublyme o struttura ontologica dis-inverata della dis-verità del sublyme. La verità nel sublyme ci appare quale aletheia-della-dis-inveratezza-dell’essere, o meglio quale verità-dis-ascosta-della-dis-inveratezza dell’essere-sublyme, giacchè il sublyme ama la disinveratezza, ma ama anche la dis-ascosità della disvelatezza dell’aletheia dell’esseRe. Nella sua eristica epistemica ed ermeneutica del nascondersi e disvelarsi la disascosità della verità dell’essere-sublyme getta nella radura le fondamenta del sentiero della destinanza ontokronotopica, quale gestell dell’essere-sublymanza del sublyme-in-ekstasy o
 meglio nell’essere-sublymanza è in ekstasy sublyme la verirà dis-ascosta della dis-in-veratezza, o che nell’essere-sublymanza vi è custodita e curata l’aletheia-dis-ascosta della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme. Quando si legge o si ascolta una poesia, quando si contempla una immagine nelle sue relativa varietà dimensionali palesi o nacoste, quando l’inaudito aleggia dalla voce dell’esserci dal talento geniale del musagete è assentemente presente la verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme ed è quell’aletheia che si disvela nella radura vuota e che traccia il sentiero ininterrotto della destinanza dell’interessere. L’interagenza e l’eristica di quella verità-dis-ascosità getta le fondamenta dell’epoca dell’imagine della mondità o della sua bellezza o della sua classicità o della sua rinascenza o della sua surrealtà: la bellezza è, sarà, fu la varietà della verità-dis-ascosità custodita e curata nell’opera dell’essere-sublyme. Quella interagenza consente al sublyme di essere-sublymanza dall’esserci-musagete o meglio solo quando il sublyme è sublymanza dell’essere-verità-dis-ascosa della dis-in-veratezza o che almeno quell’aletheia vi abiti poeticamente, solo allora la verità è sublyme e la sublymanza è la verità dell’essere-sublyme. Lì si dà il sublyme o la sublymanza si dà quale sublyme: l’origine o l’originalità del sublyme o del musagete è il sublyme della verità dis-ascosa della dis-in-veratezza dell’essere-sublyme, custodita e curata nella radura ove si disveli la destinanza dell’interessere. Si può intuire che la verità ontologica sia anche in sublymanza nella mitopoiesis o forse nel mito quale aletheia dell’essere-sublyme almeno in apparenza, ma una più approfondita ermeneutica ontologica ci svela come non sia così semplice: nel mito la verità non è in sublymanza quale aletheia-in-dis-ascosità-dis-in-veratezza, ma quale verità-adeguatezza ontoteologica che conforti il sacro senza creare ermeneuche eristiche, anzi quella stabilità epistemica può dispiegare metafisiche influenti per la verità-epistemica o verità tecnica fondata su modelli della matesis. Nella mitopoiesis invece il musagete ascolta il sublyme della verità ontologica la sola che gli consenta l’interagenza con l’essere-sublyme della verità quale sublymanza dell’essere che eventui l’essere-sublyme dal musagete. L’essere-sublyme eventua l’epistemica ontologica della tecnè, ma soprattutto discopre l’evento della aletheia-dis-ascosità quale gestell della destinamza dell’essere-sublyme dall’interagenza dell’esserci con la radura vuota e senza limiti, la radura sub-lime del fondale ove l’interessere possa soggiornare poeticamente in sinestesia con l’evento della verità-disascosità-disvelatezza-dis-verità-dis-aletheia. Qui nella mitopoiesis come mell’ontopoiesis o nella poiesis stessa l’epistemica on tologica della verita si discopre quale in-disasconsità, ma anche quale dis-disascosità, meglio in aletheia e in dis-aletheia, in velatezza e disvelatezza indicibile ma sempre sublymanza dell’essere-sublyme dell’interesserci con la physis. Solo quando l’essere-sublyme custodisce e cura l’aletheia-disascosità si eventua l’attrazione verso l’opera dell’essere-sublyme, anzi è la verità-attanza che attira la contemplazione dell’esserci, è l’aletheia-attanza che discopre il sentiero ininterrotto della destinanza d ell’essere-sublyme-dall’essere. Ontologia dell’essere-sublyme………. ah la platonica ikona della temporalità quale ikona dinamica dell’eternità o ikona ontodinamica dell’apeiron o ikona ontodinamica del dis-apeiron, del dis-infinito, della dis-gestell dell’essere-sublyme. Lì l’ontodinamica ikonica dell’essere -infinito si discopre quale imago ontodinamica dell’essere-sublyme o quale imagine ontodinamica dell’apeiron del pensiero primigenio sottratto alla mitopoiesis. Ma in origine l’ikona ontodinamica ontokronica si svela senza differenza ontologica quale sublyme della mitopoiesis del l’apeiron dis-infinita, ove l’ikona del kairos si confonde con l’imagine della kronotopia infinita. Solo l’epistemica e l’ermeneutica creano la fissione nella kronotopia, giammai l’essere-sublyme dell’esserci quale musagete che sottrae all’eternità divine delle mitiche muse l’ikona dell’ontodinamica kronotopica. La frattalità del’ikona ontodinamica della temporalità platonica differenzia ontologicamente l’epistemica e l’ermeneutica dall’ontopoietica dell’essere-sublyme dall’esserci del musagete, ma in origine ci fu una onto-topia della gestell ove si eventuò l’epistemica e l’ermeneutica ontologica mai scomparsa nei dispiegamenti storici dell’essere-sublyme, anzi lì curata e custodita dalle incursioni della volontà di potenza imperativa dell’epistemica ontologica. Quella presenza incompente impera e sottrae nel corso del tempo l’ontopoietica epistemica dell’ontodinamica onto-poietica per attuare la morfogenesi della tecnica o dell’artigianato o del saper-fare mondano e klonante. O sottrae all’ikona dell’essere-sublymanza-dell’infinito l’ontodinamica cronologica della frattalità temporale. Solo così l’epistemica e l’ermeneutica si dispiegano quali immagini della storia della mondità , ma quell’evento inaugura l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere quale sublyme dell’essere per essere solo sublime della tecnè, prima, e della tecnica artigiana poi, ove l’ontodinamica infinita dell’ikona si è dissipata, dissolta, dis-obliata: è l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere che si dà quale fondatezza della tecnè epistemica e tuttora, nel presente impera per sottrarre tutta l’ontologia epistemica possibile dalla ontopoiesis dell’essere. Solo che nel corso del tempo l’essere-sublymità dall’essere non scompare totalmente, ma per fortuna si dis-oblia: si oblia nella tecnè epistemica per eventuarsi solo nell’ontologia-epistemica-ermeneutica dell’essere-sublymità-dall’essere. È il dis-oblio della dis-verità o dell’a dis-aletheia che si dis-annichilisce, che si sottrae dal nichilismo della tecnica-epistemica per dis-gettarsi ancora quale dis-mittenza intermittente della sublymanza della verità ontologica dell’essere-sublyme-dell’essere. Quella dis-mittenza ama nascondersi nell’essere-sublymanza quale     sublymità    per sottrarre l’aletheia dall’oblio imperante della tecnè-epistemica clonante e per disvelare la dis-abissalità dell’essere-sublyme    dall’essere ikona ontodinamica dell’ontokronotopia dis-infinita. Per sempre l’essere-sublyme     dis-vuota, disgombra, dis-oblia , disattua, dis-opera, dismette, dis-aleggia , disvela l’ikona dell’essere dall’immagine della tecnè imperativa influente, per disgettarsi quale dis-gegenstand dis-grund, quale fondale intermittente della dis-mittenza dell’essere ikona del   sublyme. È lì che la destinanza dell’essere-sublyme   si disoblia per disgettarsi quala dis-mittenza dell’essere dis-opera della disaletheia dell’epistemica-ontologica aldilà dell’oblio imperante della tecnè-epistemè e non solo nell’estetica classica o nel sublime metafisico o nella surrealtà informale armonica o disarmonica o dissimmetrica, ma anche nell’epistemica ontologica della physis e della matesis quale disoblio della disgettanza della physis dell’essere. Qui si eventua una nuova differenza all’interno della stessa ontologia dell’essere, forse epigenica nella   sublymanza    dell’essere-sublyme, ma dispiegante la sua gestell anche nella tecnè epistemica o ermeneutica: oltre alla classica messa in opera della verità o aletheia , nell’essere-sublyme    si dà , si getta, si eventua la    sublymanza    della verità dell’essere, dell’aletheia dell’essere quale struttura ontologica del     sublyme    della radura, del kairos, poiesis, ontopoiesis, ikona, imagine, imago, kaosmos e della loro destinanza. Anzi il     sublyme   della verità getta le fondamenta della      sublymanza    della destinanza dell’essere quale sentiero ininterrotto dell’essere che   eventui  ekstaticamente    la gestell e la gegenstand, ma anche la physis del grund e dell’abgrund. Per l’epistemica classica o anche per l’ermeneutica quella destinanza appare come se fosse un non-evento, ma può essere un dis-evento, un evento che non c’è ma che creò l’evento dell’essere che si dis-oblia anche nell’assenza dell’epistemica quale dis-epistemè, giacchè dis-abissa l’essere dall’essere in essere per essere destinanza dell’essere che crea la physis o la dis-eventua dal dis-nulla o dal dis-niente. Quell’evento è dis-epistemico solo perché si dis-abissa aldilà dell’epistemica della tecnè o dell’esserci o del musagete giacché si dis-oblia sempre quale dis-ontica o dis-onteologica, ma anche quale dis-mito o dis-arte o dis-opera quale perenne dis-messa-in-sublymanza del   sublyme    o meglio quando il   sublyme   si dà alla contemplazione epistemica l’essere si dis-eventua quale dis-mittenza per non soccombere al nichilismo clonante cronologico. L’essere-sublyme     si dis-istalla proprio quando si eventua giacchè si sottrae all’ontocronia del dicibile epistemico o ermeneutico o ontico o ontoteologico o onto-poietico: si dà alla physis quale dis-physis o meglio quale     sublymanza    non più della physis, e perciò appare inaudito, misterico, indicibile: l’essere del    sublyme     si dis-dice, disvela la sua dis-verità, dis-abissa la dis-aletheia, dis-oblia la destinanza nella dis-radura, nel dis-vuoto, nel dis-nulla. quell‘enigma trova una sua vivenza nell‘essere-per-la-morte del   sublime,    O essere-per-la-sublymanza-della-morte o essere per la dis-morte della dis-sublymità,    o essere per la dis-sublymanza   della dismorte quale morte del nulla o dismorte del disnulla. In quella essenza dell‘essere si eventua l‘ontologia del    sublyme     o la sua epigenesi E lì si svela anche l‘ontologia della poiesis o dell’ontopoiesis o della non-poesie quale epigenesi della tecnè-epistemica. Per tale destinanza l‘ontologia dell‘ikona dell‘essere nel mondo pare possa essere fondata sulla dis-gestell
 del non-essere o dall‘essere solo per la morte o dal nulla o dal disnulla quale disarte della dis-poiesis, ossia della poiesis della dismorte della dis-sublymanza: quale   sublyme  katatiko del dis-musagete che canta o compone il dis-mito delle dis-muse. Quell’ermeneutica eventua la destinanza ontologica della dis-ontica o dis-metafisica o dis-trascendenza o dis-ontologia dell‘immagine dell‘essere-nel-mondo, e quella dis-destinanza pare si possa fondare sull‘essere-nihilista o sul dis-essere dis-nihilista. Può l‘essere fondarsi sull‘anti-essere o sul dis-essere-nel-dis-mondo, E la   sublymanza   fondarsi sulla non-sublimità  o la dis-sublymità    o la poiesis sull‘a-poiesis, o sulla dispoiesis o sul disnulla o sul disniente o sulla dismorte della dis-sublymanza o sul dis-gestell o dis-grund o dis-radura o dis-lichtung, può l‘essere essere fondato dall‘anti-essere o dal disessere o dis-dasein o dis-esserci o dis-interesserci o dal disinteressere o dalla disverità o dalla disaletheia o dall‘essere-abissale o dall‘essere-nell‘abisso, abgrund che getta le fondamente e si getta quale fondatezza dell‘essere o del   sublyme   o della   sublimità   d‘essere l‘ikona dell‘essere-nella-mondità o della dis-sublymanza  della disikona o della dis-imago o della dis-imagine, nel cosmo, nel discosmo, nel caos, nel discaos, nel kaosmos, nel dis-kaosmos? Forse un dis-mito ci può salvare, o un dis-dio che dis-viene quale    sublymanza    gettata dell’essere del dis-nulla. E‘ solo l‘essere a gettare le fondamenta della destinanza o della dis-destinanza dell‘esserci o la salvezza della disdestinanza del disesserci o disdasein trova l‘epigenesi nel mito o nel dismito ontoteologico-disontoteologico della bellezza-dis-bellezza simmetrica-disimmetrica quale misura che salverà la mondità dell‘esserci-disesserci-disdasein. L‘essere è gettato nel suo essere per la morte o per la dismorte del   sublime   o della dis-sublymanza: l‘essere-per-il-sublyme-dis-sublyme   può salvare l‘arte-disarte nel suo declino verso l‘essere per la sua morte-dismorte, o simmetria-disimmetria o mito-dismito o bellezza-disbellezza. Solo così l‘essere ci può salvare. Ci salverà, dalle crisi della storia o dal mito riemergente dell‘antilogos o dall‘angoscia per la morte dell‘arte o dell‘arte per la morte o dell‘essere per la morte, o dal disesserci per la dismorte.    O ci salverà dall‘essere-nella-temporalità-della-morte-dismorte o del disnulla-disniente. Ah il tempo quale ikona-disicona, imago-disimago della dis-ontodinamica dell‘essere che si disvela al mondo-dismondo nella spazialità-dispaziale immaginaria-disimmaginaria del       sublyme-dis-sublyme. Arte immaginaria o immagine-disimmagine del    quale ikona-disicona immaginaria dell‘essere mondità-dismondità che salverà l‘esserci-disesserci-disdasein solo se l‘essere salverà il   sublyme    quale ikona immaginaria-disimmaginaria dell‘essere o dell‘esserci-disesserci o disinteresserci o    disinteressere……. essere per la salvezza dell‘essere significa essere per la salvezza del  sublyme….. Il dio-disdio che non muore mai ma che dismuore sempre perché disviene nella sublymanza   del dismusagete del dismito delle dismuse non fugge mai, giacchè disfugge, o meglio è sempre in fuga dall’essere-disessere per essere evento-disevento della mondità-dismondità, e mai tramonta dopo il tramonto del mondo-occidente giacchè è sempre al tramonto quale mito-dismito dell’essere che non c’è mai più, ma che è sempre di fronte quale fondale gegenstand-disgegenstand: il    sublyme    salverà l’essere o l’esserci-disesserci-disdasein così come salvò il mito-dismito delle muse-dismuse degli dei-disdei in fuga-disfuga. Solo il mito-dismito del    sublyme    può salvare il mito delle muse-dismuse della poiesis-dispoiesis o dell’autopoiesis-ontopoiesis,   il   sublyme    è anche la salvezza del musagete-dismusagete, quale essere-divinità-disdivinità o esserci-disesserci-disdasein che si dà al    sublyme   o che dà al    sublyme    la fondatezza del mito-dismito. l’essere-musagete-dismusagete-disdasein che si dà al    sublyme   del gettare-disgettare l’ikona-disikona-dell’essere-nel-mondo-dismondo: disvela l’immagine-disimmagine della mondanità-dismondanità quale ontologia dello spazio-dispazio-tempo-distempo immaginario-disimmaginario da abitare-disabitare poeticamente,   quale ontopoiesis-disontopoiesis, ed essere la creazione del    sublyme    dell’essere. il sentiero-disentiero ininterrotto-disinterrotto dell’ontologia poetante-dispoetante del   sublyme    quale disvelatezza dell’ontopoiesis-disontopoiesis,   oltrechè dell’autopoiesis-disautopoiesis si eventuò-diseventuò nell’intermittenza-dismittenza del pensiero poetante dell’essere-musagete-dismusagete o nel pensiero-poetante-pensante quale ikona-disikona della gettanza-disgettanza dell’essere. Dopo un millenario oblio nella radura-disradura ove si eventuò-dieventuò l’inter-essere-disinteressere poetante dell’’essere-musagete-dismusagete la sua erranza-diserranza nel    sublyme     è giunta-disgiunta nel tempo-distempo della sua sublime-disublime metastabilità-distabilità, nella struttura-distruttura ontologica dell’ontopoiesis-disontopoiesis. L’evento-disevento sarà lì nella pregnanza della radura-disradura quale ikona-disikona dell’essere-musagete-dismusagete che si dà-disdà alla luce e che dà-disdà luce al sentiero-disentiero topologico-distopologico dell’essere immaginario-disimmaginario cosmico-discosmico. Quale radura-disradura vuota-disvuota e libera, sgombrata-disgombrata dalle scorie temporali e spirituali, si disvelerà sia nella tecnè-distecnè dell’autopoiesis-disautopoiesis, sia nella epistemè-disepistemè o nell‘ontologia epistemica-disepistemica, L’essere-musagete-dismusagete fonda-disfonda e dà-disdà senso-disenso alla  sublymanza, quale sublime-disublime estasi-disestasi del pensiero-poetante-pensante della topologia-distopologia fluttuante-disfluttuante dell’interessere-disinteressere. l’oblio-disoblio si dis-oblia mentre intraprende-disintraprende il sentiero-disentiero interrotto-ininterrotto e ascolta-disascolta la visione-disvisione dell’ikona-disikona che parla-disparla tra gli interstizi dell’intermittenza-dismittenza dell’essere-poetante-dispoetante. Il sentiero-disentiero, il meta-odos-dis-odos-dismetaodos, che ha condotto l’essere-musagete-dismusagete verso la radura-disradura ama-disama kriptarsi-diskriptarsi nel   sublyme…….. è chiaro che l’evento-disevento dell’essere-sublyme    disvleli la verità-disverità del paradigma-disparadigma dell’epistemica-disepistemica. Può esserci-disesserci una ontologia epistemica-disepistemica che eventui paradigmi-disparadigmi della verità-disverità? Nell’evento del    sublyme    il musagete-dismusagete evoca le dismuse del dismito degli dei-disdei, l’epistemè ha annichilito l’influenza dell’atetheia-disaletheia mitopoietica-dismitopoietica con intenzionalità assolute, totali, fondamentali, perciò la verità disepistemica può apparire stravagante. Ma una più attenta riflessione inerente l’ontologia degli eventi della physis-disphysis disvela l’indeterminatezza dei paradigmi-disparadigmi nelle dimensioni infinitesime prossime al vuoto quantista…….. qui però si vorrà disvelare l’ontologia dis-epistemica del    sublyme    prima dell’evento della tecnè-epistemica e dell’evento-disevento della post-tecnè-disepistemica. Già aleggia nell’ontologia del presente l’evento-disevento della post-tecnica-disepistemè emergente dall’ontologia della matesis-distatesi dei modelli della physis-disphysis supersimmetrica-disimmetrica, ma nel    sublyme    il dis-evento-disepistemico si svela da sempre quale disaletheia della disphysis contemplata dal dismusagete dismitopoietico che non trema di fronte alla fuga degli dei-disdei. Il dismusagete non si sente abbandonato dalla fuga degli dei perché la disverità ontologica disepistemica si discopre quale disgegenstand, quale dis-fondale della radura-disradura ove si possa abitare-disabitare poeticamente senza la salvezza degli dei fuggitivi, ma con la cura delle muse-dismuse assentemente sempre presenti. Sarà la-sublymanza-disepistemica ad eventuare una nuova meta-epistemica o meglio a disvelare l’onto-epistemica dell’essere? Nessuno prima del presente ha disvelato la differenza ontologica dell’epistemè anche perché la matesis e la metafisica della physis hanno gettato l’oblio dell’epistemica, ma in origine si disvelò sia l’onto-epistemè che l’eu-epistemè della verità nell’essere-sublyme   quale    sublymanza   del musagete-dismusagete in risonanza della disgettanza delle onto-morfie delle muse-dismuse: in quell’evento si discoprì la bellezza del sublime essere più vigente di quella manifesta, o meglio la bellezza dell’essere essere più ontomorfica di quella delle entità o della superentità o della mondità o dell’esserci. L’epistemè scelse la bellezza del mondo la dismittenza del   sublyme   si eventuò sempre più quale bellezza dell’essere: quella ontomorfia sarà contemplata e com-presa dall’ontoepistemica o dall’euepistemè. La differenza ontologica nell’epistemè discoprì l’eristica epistemica o l’isteresi epistemologica della loro destinanza: l’una si svelò quale erranza dell’altra, l’una gettò nell’oblio l’altra: la  sublymanza  si eventuò quale essere erranza dell’epistemè-tecnè, e l’epistemica si discoprì quale erranza dell’esserci del musagete contemplante solo le muse giacchè anche gli dei sono fuggiti. Si disvelò così l’erranza dell’essere nell’essere-sublyme    l’oblio dell’essere nella tecnè-epistemica, ma quell’evento discoprì anche la diradanza dell’essere, dell’essere vuota nullità per l’epistemè e dell’essere vuota radura ove si possa abitare poeticamente anche quando la destinanza degli dei li porta alla fuga e le muse sono più libere nella loro disvelatezza delle risonanze musagetiche. Lì nella diradanza della radura-disradura si cura l’abisso dell’essere dis-diradanza
 ontomorfica com-presa solo con l’ontoepistemica o l’euepistemica dell’essere-sublymanza-della-dismittenza-del-sublyme. In quell’essere per la destinanza nella diradanza dell’essere si eventuò l’ontomorfia dell’essere per la verità o la morfogenesi dell’essere nella verità o essere per l’aletheia o essere nell’aletheia o essere-per-il-sublyme   o     essere-nel-sublyme    più che esserci nella tecnè-epistemè. È l’increspatura ontologica della diradanza che disvela l’essere dall’oblio, dal suo essere stato un essere-nel nulla o un essere-nel-niente, o meglio l’essere stato compreso quale essere-del-nulla o essere-del-niente o solo essere dell’ente o della superentità. L’ikona dell’essere si dis-oblia dal suo essere-del-nihil o essere del nihilismo o essere per il nihilismo per disgettarsi quale ontoikona e ontomorfia dell’essere-nella-physis-dell’essere e perciò com-preso dall’ontoepistemica dell’essere    sublymanza   d’essere. La luce dell’essere si disvelò dal dis-oblio per essere com-presa quale divelanza della luce dell’essere, non del niente o del non-ente o dell’entità o dell’esserci o della tecnè-epistemica-ontica o della superentità ontoteologica. Anzi la fuga degli dei lasciò libertà d’essere alla diradanza dell’essere, alla risonanza delle muse, alla contemplanza del musagete, ma soprattutto lasciò alla destinanza dell’essere di essere nella libertà o di essere per la libertà della dismittenza del  sublyme   quale ontomorfia-compresa-dall’ontoepistemica o epistemè ontologica dell’imagine dell’essere nella radura o l’ikona dell’essere nella diradanza quale imago dell’essere-radura-disradura o ontikona dell’essere-diradanza-disdiradanza. Quella sua gestell o struttura ontomorfica si dis-oblia per essere nella physis, per essere della physis dell’essere ed essere al mondo quale essere-sublymità dall’essere che si getta nel suo mondo ontologico prima d’essere mondità ontoepistemica o mondanità dell’epistemè-tecnè. È la singolarità della luce sublime della diradanza che si dis-oblia o si dis-abissa, quale ontomorfia dell’ikona dell’essere-sublyme   della morphysis, della morfogenesi della physis, dell’ontogenesi dell’essere-physis da contemplare e com-prendere con l’ontoepistemè del   sublyme: la luccicanza della vuova diradanza che si dà, si getta quale sacra luce misterica dell’essere-sublymanza dall’essere-sublyme, quale immagine in essere dell’imagine dell’essere o ikona dell’essere o imagine per l’essere o imago dall’essere o imagine sull’essere-in-essere-compresa-dall’essere: epistemè in essere dell’essere epistemica dell’essere o ontoepistemica dell’essere-sublyme    quale essere oltre il nulla, oltre il niente, oltre il non-ente, oltre l’entità, oltre la morte dell’esserci, oltre il nihilismo della tecnè-epistemica, al di là del tempo, essere aldilà, essere l’aldilà, essere nell’aldilà, essere per l’aldilà: essere la poiesis, essere nella poiesis, essere della poiesis. Solo così l’essere non è più una delle tante storie del nulla o del niente o del non-ente come ci hanno tramandato gli epistemici, ma si disvela quale storia in essere dell’essere-sublyme    ad immagine dell’essere, o dell’immaginario dell’essere quale ontologia immaginaria o ontoepistemica immaginaria, aldilà del vuoto ontologico. È il dis-oblio della destinanza dell’essere poetante che disvela, contempla e com-prende la physis poetante, la libertà poetante, la mitopoiesis poetante, l’arte poetante della verità poetante o della aletheia poetante, l’ontomorfia poetante, pensiero poetante dell’essere-sublyme    quale intermittenza dell’essere e mai più intermittenza del nulla. In origine la dismittenza-intermittenza del’essere si dis-oblia quale intermittenza del vuoto, della radura vuota, sgombrata, della diradanza che si increspa da sé e che si dà, si getta quale intermittenza dell’esserci o dismittenza-intermittenza del musagete-dismusagete o ex-stasi ontologica o estasi ontoepistemica che com-prende la risonanza delle muse-dismuse anche quando gli dei sono in fuga-disfuga dalla physis e dall’aldilà, dalla spazialità e dall’ontocronia…………. si disvela così l’essere in estasi dell’essere, quale ontologia dell’estasi dell’essere-sublime dell’estasi-sublime-dell’essere. È l’eventuarsi dal nulla, dalla radura vuota e libera, dalla diradanza della disgettanza estatica sub-lime dell’essere-sublymanza-dall’essere-ad-imagine-dell’essere ontomorfia che si decripta dopo essere stato kriptato nel nulla, nel niente, nel non-ente, nelle entità, nelle superentità ontoteologiche. Fin allora l’essere fu assentemente presente quale niente o quale nulla ove abita l’essere kriptato, obliato: il nulla quale esserci kriptato, il nulla quale evento kriptato dell’essere. Il dis-oblio dell’essere-sublyme   o si    eventua   quale autoevento imaginario della dismittenza-intermittente dell’estasi dell’essere-in-essere singolarità imaginaria dell’ontogenesi ontomorfica dell’ontikona. L’essere che è sempre e c’è sempre e mai diviene o s-viene o dis-viene o interviene o previene o conviene o avviene o perviene, si dà, si getta, si dis-abissa, si dis-oblia quale    sublyme     in essere nella   sublymanza    in risonanza dell’essere-in-estasi-immaginaria. La   sublymanza   è l’estasi ex-statica dell’essere imaginario, dell’essere poetante che contempla l’estasi dell’essere e com-prende l’ikona del dis-oblio, della de-criptanza dell’essere, della decostruzione del nulla, del niente-oblio, dell’entità ontica, delle superentità ontoteologiche: lì ove l’essere si kripta lì si dekripta, lì ove la verità dell’essere si è kriptata, lì si decripta quale essere-in-verità o essere-la-verità-dell’essere-sublyme, o essere-la-disvelatezza-dell’essere-sublyme-che-si-dà quale    sublyme-che-si-eventui   dall’essere che eventua la verità dell’essere come essere-sublyme. Nell’eventuare  il   sublyme    l’essere libera dalle entità-tecnè l’ikona della disvelatezza dell’aletheia della physis-sublyme…
vivenza nell‘essere-per-il-sublyme……. O essere-per-il-sublyme-della-morte o essere per la dis-morte del sublyme o essere per il sublyme della dismorte quale morte del nulla o dismorte del disnulla. In quella essenza dell‘essere si eventua l‘ontologia del sublyme o la sua epigenesi. E lì si svela anche l‘ontologia della poiesis o dell’ontopoiesis o della non-poesie quale epigenesi della tecnè-epistemica. Per tale destinanza l‘ontologia dell‘ikona dell‘essere nel mondo pare possa essere fondata sulla dis-gestell del non-essere o dall‘essere solo per la morte o dal nulla o dal disnulla quale sublyme della dis-poiesis ossia della poiesis della dismorte del sublyme: quale sublymanza del dis-musagete che canta o compone il dis-mito delle dis-muse. Quell’ermeneutica eventua la destinanza ontologica della dis-ontica o dis-metafisica o dis-trascendenza o dis-ontologia dell‘immagine dell‘essere-nel-mondo, e quella dis-destinanza pare si possa fondare sull‘essere-nihilista o sul dis-essere dis-nihilista. Può l‘essere fondarsi sull‘anti-essere o sul dis-essere-nel-dis-mondo. E il sublyme fondarsi sulla sublymanza ekstatika o la poiesis sull‘a-poiesis o sulla dispoiesis o sul disnulla o sul disniente o sulla katarsy sublyme o sul dis-gestell o dis-grund o dis-radura o dis-lichtung, può l‘essere essere fondato dall‘anti-essere o dal disessere o dis-dasein o dis-esserci o dis-interesserci o dal disinteressere o dalla disverità o dalla disaletheia o dall‘essere-abissale o dall‘essere-nell‘abisso, abgrund che getta le fondamente e si getta quale fondatezza dell‘essere o del sublyme o della sublymanza ekstatika d‘essere l‘ikona dell‘essere-nella-mondità o della sublymanza della disikona o della dis-imago o della dis-imagine, nel cosmo, nel discosmo, nel caos, nel discaos, nel kaosmos, nel dis-kaosmos? Forse un dis-mito ci può salvare, o un dis-dio che dis-viene quale sublymanza ekstatika gettata dell’essere del dis-nulla. E‘ solo l‘essere a gettare le fondamenta della destinanza o della dis-destinanza dell‘esserci o la salvezza della disdestinanza del disesserci o disdasein e così trova l‘epigenesi nel mito o nel dismito ontoteologico-disontoteologico della bellezza-dis-bellezza simmetrica-disimmetrica quale misura che salverà la mondità dell‘esserci-disesserci-disdasein. L‘essere è gettato nel suo essere per la morte o per la dismorte del sublyme : l‘essere-per-il-sublyme può salvare il sublyme nel suo declino verso l‘essere per la sua morte-dismorte, o simmetria-disimmetria o mito-dismito o bellezza-disbellezza. Solo così l‘essere ci può salvare, Ci salverà, dalle crisi della storia o dal mito riemergente dell‘antilogos o dall‘angoscia per la morte del sublime o della sublimità per la morte o dell‘essere per la morte, o dal disesserci per la dismorte. O ci salverà dall‘essere-nella-temporalità-della-morte-dismorte o del disnulla-disniente. Ah il tempo quale ikona-disicona, imago-disimago della dis-ontodinamica dell‘essere che si disvela al mondo-dismondo nella spazialità-dispaziale immaginaria-disimmaginaria del sublyme. Sulymanza immaginaria o immagine-disimmagine del sublyme quale ikona-disicona immaginaria dell‘essere mondità-dismondità che salverà l‘esserci-disesserci-disdasein solo se l‘essere salverà la sublymità quale ikona immaginaria-disimmaginaria dell‘essere o dell‘esserci-disesserci o disinteresserci o disinteressere……. essere per la salvezza dell‘essere significa essere per la salvezza del sublyme. Il dio-disdio che non muore mai ma che dismuore sempre perché disviene nel sublyme del dismusagete del dismito delle dismuse non fugge mai, giacchè disfugge, o meglio è sempre in fuga dall’essere-disessere per essere evento-disevento o autoevento ekstatiko o ontoevento della mondità-dismondità, e mai tramonta dopo il tramonto del mondo-occidente giacchè è sempre al tramonto quale mito-dismito dell’essere che non c’è mai più, ma che è sempre di fronte quale fondale gegenstand-disgegenstand: il sublyme salverà l’essere o l’esserci-disesserci-disdasein così come salvò il mito-dismito delle muse-dismuse degli dei-disdei in fuga-disfuga: Solo il mito-dismito del sublyme può salvare il mito delle muse-dismuse della poiesis-dipoiesis o dell’autopoiesis-ontopoiesis, il sublyme è anche la salvezza del musagete-dismusagete, quale essere-divinità-disdivinità o esserci-disesserci-disdasein che si dà al sublyme o che dà al sublyme la fondatezza del mito-dismito…….. l’essere-musagete-dismusagete-disdasein che si dà al sublyme del gettare-disgettare l’ikona-disikona-dell’essere-nel-mondo-dismond disvela l’immagine-disimmagine della mondanità-dismondanità quale ontologia dello spazio-dispazio-tempo-distempo immaginario-disimmaginario da abitare-disabitare poeticamente quale ontopoiesis-disontopoiesis, ed essere il sublyme dell’essere…… il sentiero-disentiero ininterrotto-disinterrotto dell’ontologia poetante-dispoetante del sublyme quale disvelatezza dell’ontopoiesis-disontopoiesis, oltrechè dell’autopoiesis-disautopoiesis, si eventuò-diseventuò nell’intermittenza-dismittenza del pensiero poetante dell’essere-musagete-dismusagete o nel pensiero-poetante-pensante quale ikona-disikona della gettanza-disgettanza dell’essere. Dopo un millenario oblio nella radura-disradura ove si eventuò-dieventuò l’inter-essere-disinteressere poetante dell’’essere-musagete-dismusagete la sua erranza-diserranza nel sublyme è giunta-disgiunta nel tempo-distempo della sua sublime-disublime metastabilità-distabilità nella struttura-distruttura ontologica dell’ontopoiesis-disontopoiesis. L’evento-disevento sarà lì nella pregnanza della radura-disradura quale ikona-disikona dell’essere-musagete-dismusagete che si dà-disdà alla luce e che dà-disdà luce al sentiero-disentiero topologico-distopologico dell’essere immaginario-disimmaginario cosmico-discosmico. Quale radura-disradura vuota-disvuota e libera, sgombrata-disgombrata dalle scorie temporali e spirituali, si disvelerà sia nella tecnè-distecnè dell’autopoiesis-disautopoiesis, sia nella epistemè-disepistemè o nell‘ontologia epistemica-disepistemica, L’essere-musagete-dismusagete fonda-disfonda e dà-disdà senso-disenso al sublyme, quale sublime-disublime estasi-disestasi del pensiero-poetante-pensante della topologia-distopologia fluttuante-disfluttuante dell’interessere-disinteressere……. l’oblio-disoblio si dis-oblia mentre intraprende-disintraprende il sentiero-disentiero interrotto-ininterrotto e ascolta-disascolta la visione-disvisione dell’ikona-disikona che parla-disparla tra gli interstizi dell’intermittenza-dismittenza dell’essere-poetante-dispoetante. Il sentiero-disentiero, il meta-odos-dis-odos-dismetaodos, che ha condotto l’essere-musagete-dismusagete verso la radura-disradura ama-disama kriptarsi-diskriptarsi nel sublyme……. è chiaro che l’evento-disevento dell’essere sublyme disvleli la verità-disverità del paradigma-disparadigma dell’epistemica-disepistemica. Può esserci-disesserci una ontologia epistemica-disepistemica che eventui paradigmi-disparadigmi della verità-disverità? Nell’evento del sublyme il musagete-dismusagete evoca le dismuse del dismito degli dei-disdei, l’epistemè ha annichilito l’influenza dell’atetheia-disaletheia mitopoietica-dismitopoietica con intenzionalità assolute, totali, fondamentali, perciò la verità disepistemica può apparire stravagante. Ma una più attenta riflessione inerente l’ontologia degli eventi della physis-disphysis disvela l’indeterminatezza dei paradigmi-disparadigmi nelle dimensioni infinitesime prossime al vuoto quantista….. qui però si vorrà disvelare l’ontologia dis-epistemica del sublyme prima dell’evento della tecnè-epistemica e dell’evento-disevento della post-tecnè-disepistemica. Già aleggia nell’ontologia del presente l’evento-disevento della post-tecnica-disepistemè emergente dall’ontologia della matesis-distatesi dei modelli della physis-disphysis supersimmetrica-disimmetrica, ma nel sublyme il dis-evento-disepistemico si svela da sempre, quale disaletheia della disphysis contemplata dal dismusagete dismitopoietico che non trema di fronte alla fuga degli dei-disdei. Il dismusagete non si sente abbandonato dalla fuga degli dei perché la disverità ontologica disepistemica si discopre quale disgegenstand, quale dis-fondale della radura-disradura ove si possa abitare-disabitare poeticamente senza la salvezza degli dei fuggitivi, ma con la cura delle muse-dismuse assentemente sempre presenti. Sarà la sublymanza-disepistemica ad eventuare una nuova meta-epistemica o meglio a disvelare l’onto-epistemica dell’essere? Nessuno prima del presente ha disvelato la differenza ontologica dell’epistemè, anche perché la matesis e la metafisica della physis hanno gettato l’oblio dell’epistemica, ma in origine si disvelò sia l’onto-epistemè che l’eu-epistemè della verità nell’essere-sublyme del musagete-dismusagete in risonanza della disgettanza delle onto-morfie delle muse-dismuse: in quell’evento si discoprì la bellezza del sublime essere più vigente di quella manifesta, o meglio la bellezza dell’essere essere più ontomorfica di quella delle entità o della superentità o della mondità o dell’esserci. L’epistemè scelse la bellezza del mondo la dismittenza del sublime si eventuò sempre più quale bellezza dell’essere: quella ontomorfia sarà contemplata e com-presa dall’ontoepistemica o dall’euepistemè. La differenza ontologica nell’epistemè discoprì l’eristica epistemica o l’isteresi epistemologica della loro destinanza: l’una si svelò quale erranza dell’altra, l’una gettò nell’oblio l’altra: il sublyme si eventuò quale essere erranza dell’epistemè-tecnè, e l’epistemica si discoprì quale erranza dell’esserci del musagete contemplante solo le muse, giacchè anche gli dei sono fuggiti. Si disvelò così l’erranza dell’essere nell’essere-sublyme e l’oblio dell’essere nella tecnè-epistemica, ma quell’evento discoprì anche la diradanza dell’essere, dell’essere vuota nullità per l’epistemè e dell’essere vuota radura ove si possa abitare poeticamente anche quando la destinanza degli dei li porta alla fuga e le muse sono più libere nella loro disvelatezza delle risonanze musagetiche. Lì nella diradanza della radura-disradura si cura l’abisso dell’essere dis-diradanza ontomorfica com-presa solo con l’ontoepistemica o l’euepistemica dell’essere-sublyme-dismittenza-del-sublyme. In quell’essere per la destinanza nella diradanza dell’essere si eventuò l’ontomorfia dell’essere per la verità o la morfogenesi dell’essere nella verità o essere per l’aletheia o essere nell’aletheia o essere-per-il-sublyme o essere-nel-sublyme più che esserci nella tecnè-epistemè. È l’increspatura ontologica della diradanza che disvela l’essere dall’oblio, dal suo essere stato un essere-nel nulla o un essere-nel-niente, o meglio l’essere stato compreso quale essere-del-nulla o essere-del-niente o solo essere dell’ente o della superentità. L’ikona dell’essere si dis-oblia dal suo essere-del-nihil o essere del nihilismo o essere per il nihilismo per disgettarsi quale ontoikona e ontomorfia dell’essere-nella-physis-dell’essere e perciò com-preso dall’ontoepistemica dell’essere sublymanza d’essere. La luce dell’essere si disvelò dal dis-oblio per essere com-presa quale divelanza della luce dell’essere, non del niente o del non-ente o dell’entità o dell’esserci o della tecnè-epistemica-ontica o della superentità ontoteologica. Anzi la fuga degli dei lasciò libertà d’essere alla diradanza dell’essere, alla risonanza delle muse, alla contemplanza del musagete, ma soprattutto lasciò alla destinanza dell’essere di essere nella libertà o di essere per la libertà della dismittenza del sublyme quale ontomorfia-compresa-dall’ontoepistemica o epistemè ontologica ell’imagine dell’essere nella radura o l’ikona dell’essere nella diradanza quale imago dell’essere-radura-disradura o ontikona dell’essere-diradanza-disdiradanza. Quella sua gestell o struttura ontomorfica si dis-oblia per essere nella physis, per essere della physis dell’essere ed essere al mondo quale essere sublyme dell’essere che si getta nel suo mondo ontologico prima d’essere mondità ontoepistemica o mondanità dell’epistemè-tecnè. È la singolarità della luce sublime della diradanza che si dis-oblia o si dis-abissa quale ontomorfia dell’ikona dell’essere-sublyme della morphysis, della morfogenesi della physis, dell’ontogenesi dell’essere-physis da contemplare e com-prendere con l’ontoepistemè del sublyme: la luccicanza della vuova diradanza che si dà, si getta quale sacra luce misterica dell’essere-sublyme, quale immagine in essere dell’imagine dell’essere o ikona dell’essere o imagine per l’essere o imago dall’essere o imagine sull’essere-in-essere-compresa-dall’essere: epistemè in essere dell’essere epistemica dell’essere o ontoepistemica dell’essere-sublyme quale esser oltre il nulla, oltre il niente, oltre il non-ente, oltre l’entità, oltre la morte dell’esserci, oltre il nihilismo della tecnè-epistemica, al di là del tempo, essere aldilà, essere l’aldilà, essere nell’aldilà, essere per l’aldilà: essere la poiesis, essere nella poiesis, essere della poiesis. Solo così l’essere non è più una delle tante storie dl nulla o del niente o del non-ente come ci hanno tramandato gli epistemici, ma si disvela quale storia in essere dell’essere-sublyme-dell’essere ad immagine dell’essere, o dell’immaginario dell’essere quale ontologia immaginaria o ontoepistemica immaginaria, aldilà del vuoto ontologico. È il dis-oblio della destinanza dell’essere poetante che disvela, contempla e com-prende la physis poetante, la libertà poetante, la mitopoiesis poetante, il sublyme poetante della verità poetante o della aletheia poetante, l’ontomorfia poetante, pensiero poetante dell’essere-sublyme quale intermittenza dell’essere e mai più intermittenza del nulla. In origine la dismittenza-intermittenza dell’essere si dis-oblia quale intermittenza del vuoto, della radura vuota, sgombrata, della diradanza che si increspa da sé e che si dà, si getta quale intermittenza dell’esserci o dismittenza-intermittenza del musagete-dismusagete o ex-stasi ontologica o estasi ontoepistemica che com-prende la risonanza delle muse-dismuse, anche quando gli dei sono in fuga-disfuga dalla physis e dall’aldilà, dalla spazialità e dall’ontocronia……. si disvela così l’essere in estasi dell’essere, quale ontologia dell’estasi dell’essere-sublime dell’estasi-sublime-dell’essere. È l’eventuarsi dal nulla, dalla radura vuota e libera, dalla diradanza della disgettanza estatica sub-lime dell’essere-sublyme-dell’essere-ad-imagine-dell’essere: ontomorfia che si decripta dopo essere stata kriptata nel nulla, nel niente, nel non-ente, nelle entità, nelle superentità ontoteologiche. Fin allora l’essere fu assentemente presente quale niente o quale nulla ove abita l’essere kriptato, il nulla quale esserci kriptato, il nulla quale evento kriptato dell’essere. Il dis-oblio dell’essere-sublyme o si crea quale evento imaginario della dismittenza-intermittente dell’estasi dell’essere-in-essere, singolarità imaginaria dell’ontogenesi ontomorfica dell’ontikona. L’essere che è sempre e c’è sempre e mai diviene o s-viene o dis-viene o interviene o previene o conviene o avviene o perviene, si dà, si getta, si dis-abissa, si dis-oblia, quale sublymanza messa in essere nel sublyme in risonanza dell’essere-in-estasi-immaginaria……..il sublyme è l’estasi ex-statica dell’essere imaginario, dell’essere poetante che contempla l’estasi dell’essere e com-prende l’ikona del dis-oblio, della de-criptanza dell’essere, della decostruzione del nulla, del niente-oblio, dell’entità ontica, delle superentità ontoteologiche: lì ove l’essere si kripta lì si dekripta, lì ove la verità dell’essere si è kriptata, lì si decripta quale essere-in-verità o essere-la-verità-dell’essere-sublyme, o essere-la-disvelatezza-dell’essere-sublyme-che-si-dà, quale sublymanza creata dall’essere che eventua la verità dell’essere come essere-sublyme. Nel creare-il-sublyme l’essere libera dalle entità-tecnè l’ikona della disvelatezza dell’aletheia della physis-in-essere prima d’essere criptata nell’ente o nel non-ente, o nel niente o nel nulla o nell’epistemica mondana. L’essere-portato-alla-luce nell’essere-creato-dall’essere è la dismittenza della verità-portata-alla-luce o aletheia decriptata quale ontikona dell’essere che si getta dinanzi a sé, si dà quale estasi dell’essere-sublyme. Il lasciar essere il sublyme è il lasciar essere-in-essere la verità dell’essere, la disvelatezza della physis, l’alethaia che ci com-prende e ci fa com-prendere quale ontoepistemica della destinanza dell’essere-sublyme.

.. …..la platonica ikona della temporalità quale ikona dinamica dell’eternità o ikona ontodinamica dell’apeiron o ikona ontodinamica del dis-apeiron, del dis-infinito, della dis-gestell dell’essere   sublyme. Lì l’ontodinamica ikonica dell’essere -infinito si discopre quale imago ontodinamica dell’essere   sublyme o quale imagine ontodinamica dell’apeiron del pensiero primigenio sottratto alla mitopoiesis. Ma in origine l’ikona ontodinamica ontokronica si svela senza differenza ontologica quale sublymanza dalla mitopoiesis del l’apeiron dis-infinita, ove l’ikona del kairos si confonde con l’imagine della kronotopia infinita. Solo l’epistemica e l’ermeneutica creano la fissione nella kronotopia, giammai l’essere-sublyme dell’esserci quale musagete che sottrae all’eternità divine delle mitiche muse l’ikona dell’ontodinamica kronotopica. La frattalità del’ikona ontodinamica della temporalità platonica differenzia ontologicamente l’epistemica e l’ermeneutica dall’ontopoietica dell’essere-sublime  dall’esserci del musagete, ma in origine ci fu una onto-topia della gestell ove si eventuò l’epistemica e l’ermeneutica ontologica mai scomparsa nei dispiegamenti storici dell’essere-sublyme, anzi lì curata e custodita dalle incursioni della volontà di potenza imperativa dell’epistemica ontologica. Quella presenza incompente impera e sottrae nel corso del tempo l’ontopoietica epistemica dell’ontodinamica onto-poietica per attuare la morfogenesi della tecnica o dell’artigianato o del saper-fare mondano e klonante. O sottrae all’ikona dell’essere-sublymanza-dell’infinito l’ontodinamica cronologica della frattalità temporale. Solo così l’epistemica e l’ermeneutica si dispiegano quali immagini della storia della mondità , ma quell’evento inaugura l’oblio dell’essere-sublymità-dall’essere quale sublymanza   dell’essere per essere solo sublime   della tecnè, prima, e della tecnica artigiana poi, ove l’ontodinamica infinita dell’ikona si è dissipata, dissolta, dis-obliata: è l’oblio dell’essere-sublymanza dall’essere sublyme che si dà quale fondatezza della tecnè epistemica e tuttora, nel presente impera per sottrarre tutta l’ontologia epistemica possibile dalla ontopoiesis dell’essere. Solo che nel corso del tempo l’essere-sublimità   dall’essere non scompare totalmente, ma per fortuna si dis-oblia: si oblia nella tecnè epistemica per eventuarsi solo nell’ontologia-epistemica-ermeneutica dell’essere-sublimità   dall’essere. È il dis-oblio della dis-verità o dell’a dis-aletheia che si dis-annichilisce, che si sottrae dal nichilismo della tecnica-epistemica per dis-gettarsi ancora quale dis-mittenza intermittente della messa in sublymanza della verità ontologica dell’essere-sublime  dell’essere. Quella dis-mittenza ama nascondersi nell’essere-sublymanza quale sublymità per sottrarre l’aletheia dall’oblio imperante della tecnè-epistemica clonante e per disvelare la dis-abissalità dell’essere-sublymanza dall’essere ikona ontodinamica dell’ontokronotopia dis-infinita. Per sempre l’essere-sublymanza   in  ekstasy    dis-vuota, disgombra, dis-oblia , disattua, dis-opera, dismette, dis-aleggia , disvela l’ikona dell’essere dall’immagine della tecnè imperativa influente, per disgettarsi quale dis-gegenstand dis-grund, quale fondale intermittente della dis-mittenza dell’essere ikona del  sublime   in  dis-sublymanza. È lì che la destinanza dell’essere-sublymanza  in  dis-sublymità si disoblia per disgettarsi quale dis-mittenza dell’essere dis-sublymanza della disaletheia dell’epistemica-ontologica aldilà dell’oblio imperante della tecnè-epistemè e non solo nell’estetica classica o nel sublime metafisico o nella surrealtà informale armonica o disarmonica o dissimmetrica, ma anche nell’epistemica ontologica della physis e della matesis quale disoblio della disgettanza della physis dell’essere. Qui si eventua una nuova differenza all’interno della stessa ontologia dell’essere, forse epigenica nella messa in sublymanza  del  dis-sublyme dell’essere-dis-sublimità  ekstatika,   instabilità  dis-sublimante, ma dispiegante la sua gestell anche nella tecnè epistemica o ermeneutica: oltre alla classica   sublymanza  ekstatica della verità o aletheia , nell’essere-sulyme si dà , si getta, si eventua la   sublymanza   ekstatika  del  dis-sublyme della verità dell’essere, dell’aletheia dell’essere quale struttura ontologica della   sublymanza della radura, del kairos, poiesis, ontopoiesis, ikona, imagine, imago, kaosmos e della loro destinanza. Anzi la  sublymanza  ekstatika   della verità getta le fondamenta della   dis-sublymanza della destinanza dell’essere quale sentiero ininterrotto dell’essere che dis-sublima   la gestell e la gegenstand, ma anche la physis del grund e dell’abgrund. Per l’epistemica classica o anche per l’ermeneutica quella destinanza appare come se fosse un non-evento, ma può essere un dis-evento, un evento che non c’è ma che creò l’evento dell’essere che si dis-oblia anche nell’assenza dell’epistemica quale dis-epistemè, giacchè dis-abissa l’essere dall’essere in essere per essere destinanza dell’essere che crea la physis o la dis-eventua dal dis-nulla o dal dis-niente. Quell’evento è dis-epistemico solo perché si dis-abissa aldilà dell’epistemica della tecnè o dell’esserci o del musagete giacché si dis-oblia sempre quale dis-ontica o dis-onteologica, ma anche quale dis-mito o dis-arte o dis-sublime,   quale perenne dis-sublymanza  ekstatika del  sublime    o meglio quando la  sublymanza   si dà alla contemplazione epistemica l’essere si dis-eventua quale dis-mittenza per non soccombere al nichilismo clonante cronologico. L’essere-sublime   si dis-istalla proprio quando si eventua giacchè si sottrae all’ontocronia del dicibile epistemico o ermeneutico o ontico o ontoteologico o onto-poietico: si dà alla physis quale dis-physis o meglio quale sublymanza   non più della physis, e perciò appare inaudito, misterico, indicibile: l’essere del  sublime    si dis-dice, disvela la sua dis-verità, dis-abissa la dis-aletheia, dis-oblia la destinanza nella dis-radura nel dis-vuoto nel dis-nulla…..
quell‘enigma trova una sua vivenza nell‘essere-per-la-morte del   sublime…. O essere-per-la-sublymanza-della-morte o essere per la dis-morte della dis-sublymità o essere per la dis-sublymanza della dismorte quale morte del nulla o dismorte del disnulla. In quella essenza dell‘essere si eventua l‘ontologia del  sublime   o la sua epigenesi E lì si svela anche l‘ontologia della poiesis o dell’ontopoiesis o della non-poesia quale epigenesi della tecnè-epistemica. Per tale destinanza l‘ontologia dell‘ikona dell‘essere nel mondo pare possa essere fondata sulla dis-gestell del non-essere o dall‘essere solo per la morte o dal nulla o dal disnulla quale dis-sublime    della dis-poiesis ossia della poiesis della dismorte della dis-sublymanza: quale sublymanza  ekstatika  che  si   eventui   dal dis-musagete che canta o compone il dis-mito delle dis-muse. Quell’ermeneutica eventua la destinanza ontologica della dis-ontica o dis-metafisica o dis-trascendenza o dis-ontologia dell‘immagine dell‘essere-nel-mondo, e quella dis-destinanza pare si possa fondare sull‘essere-nihilista o sul dis-essere dis-nihilista.                          Può l‘essere fondarsi sull‘anti-essere o sul dis-essere-nel-dis-mondo, E la   sublymanza    fondarsi sulla non sublymità o  la dis-sublymanza o la poiesis sull‘a-poiesis o sulla dispoiesis o sul disnulla o sul disniente o sulla dismorte della dis-sublymità o sul dis-gestell o dis-grund o dis-radura o dis-lichtung, può l‘essere essere fondato dall‘anti-essere o dal dis-essere o dis-dasein o dis-esserci o dis-interesserci o dal dis-interessere o dalla dis-verità o dalla dis-aletheia o dall‘essere-abissale o dall‘essere-nell‘abisso, abgrund che getta le fondamente e si getta quale fondatezza dell‘essere o della   sublymanza   o della  sublimità    d‘essere l‘ikona dell‘essere-nella-mondità o della dis-sublymanza   della disikona o della dis-imago o della dis-imagine, nel cosmo, nel discosmo, nel caos, nel discaos, nel kaosmos, nel dis-kaosmos? Forse un dis-mito ci può salvare, o un dis-dio che dis-viene quale    sublymanza   ekstatika   gettata dell’essere del dis-nulla. E‘ solo l‘essere a gettare le fondamenta della destinanza o della dis-destinanza dell‘esserci o la salvezza della disdestinanza del disesserci o disdasein trova l‘epigenesi nel mito o nel dismito ontoteologico-disontoteologico della bellezza-dis-bellezza simmetrica-disimmetrica quale misura che salverà la mondità dell‘esserci-disesserci-disdasein. L‘essere è gettato    nel suo essere per la morte o per la dismorte del   sublime    o della dis-sublyme: l‘essere-per-il-sublyme-dis-sublyme può salvare la-sublymanza-dis-sublyme nel suo declino verso l‘essere per la sua morte-dismorte, o simmetria-disimmetria o mito-dismito o bellezza-disbellezza. Solo così l‘essere ci può salvare, Ci salverà, dalle crisi della storia o dal mito riemergente dell‘antilogos o dall‘angoscia per la morte del  sublyme o della  sublymanza per la morte o dell‘essere per la morte, o dal disesserci per la dismorte, O ci salverà dall‘essere-nella-temporalità-della-morte-dismorte o del disnulla-disniente. Ah il tempo quale ikona-disicona, imago-disimago della dis-ontodinamica dell‘essere che si disvela al mondo-dismondo nella spazialità-dispaziale immaginaria-disimmaginaria del-sublyme-dis-sublyme.         Sublymanza   immaginaria o immagine-disimmagine del   sublime    quale ikona-disicona immaginaria dell‘essere mondità-dismondità che salverà l‘esserci-disesserci-disdasein solo se l‘essere salverà il     sublyme quale ikona immaginaria-disimmaginaria dell‘essere o dell‘esserci-disesserci o disinteresserci o disinteressere…….essere        per la salvezza dell‘essere significa essere per la salvezza del-sublyme-dis-sublyme. Il dio-disdio che non muore mai ma che dismuore sempre perché disviene nella dis-sublymanza   ekstatika   del  dis-sublime    del dismusagete del dismito delle dismuse non fugge mai, giacchè disfugge, o meglio è sempre in fuga dall’essere-disessere per essere evento-disevento della mondità-dismondità, e mai tramonta dopo il tramonto del mondo-occidente giacchè è sempre al tramonto quale mito-dismito dell’essere che non c’è mai più, ma che è sempre di fronte quale fondale gegenstand-disgegenstand: la-sublymanza-dis-sublyme salverà l’essere o l’esserci-disesserci-disdasein così come salvò il mito-dismito delle muse-dismuse degli dei-disdei in fuga-disfuga: Solo il mito-dismito del-sublyme-dis-sublyme può salvare il mito delle muse-dismuse della poiesis-dipoiesis o dell’autopoiesis-ontopoiesis,  è   la salvezza del musagete-dismusagete, quale essere-divinità-disdivinità o esserci-disesserci-disdasein che si dà al   sublime     e    dà al   sublyme la fondatezza del mito-dismito. l’essere-musagete-dismusagete-disdasein che si dà alla  sublymanza  ekstatika   del gettare-disgettare l’ikona-disikona-dell’essere-nel-mondo-dismondo: disvela l’immagine-disimmagine della mondanità-dismondanità quale ontologia dello spazio-dispazio-tempo-distempo immaginario-disimmaginario da abitare-disabitare poeticamente quale ontopoiesis-disontopoiesis, ed essere la creazione del     sublyme      dell’essere…….. il     sentiero-disentiero ininterrotto-disinterrotto dell’ontologia poetante-dispoetante del  sublyme    quale disvelatezza dell’ontopoiesis-disontopoiesis oltrechè dell’autopoiesis-disautopoiesis si eventuò-diseventuò nell’intermittenza-dismittenza del pensiero poetante dell’essere-musagete-dismusagete o nel pensiero-poetante-pensante quale ikona-disikona della gettanza-disgettanza dell’essere. Dopo un millenario oblio nella radura-disradura ove si eventuò-dieventuò l’inter-essere-disinteressere poetante dell’’essere-musagete-dismusagete la sua erranza-diserranza nel     sublyme     è giunta-disgiunta nel tempo-distempo della sua sublime-disublime metastabilità-distabilità nella struttura-distruttura ontologica dell’ontopoiesis-disontopoiesis. L’evento-disevento sarà lì nella pregnanza della radura-disradura quale ikona-disikona dell’essere-musagete-dismusagete che si dà-disdà alla luce e che dà-disdà luce al sentiero-disentiero topologico-distopologico dell’essere immaginario-disimmaginario cosmico-discosmico. Quale radura-disradura vuota-disvuota e libera, sgombrata-disgombrata dalle scorie temporali e spirituali, si disvelerà sia nella tecnè-distecnè dell’autopoiesis-disautopoiesis, sia nella epistemè-disepistemè o nell‘ontologia epistemica-disepistemica, L’essere-musagete-dismusagete fonda-disfonda e dà-disdà senso-disenso alla   sublymanza, quale sublime-disublime estasi-disestasi del pensiero-poetante-pensante della topologia-distopologia fluttuante-disfluttuante dell’interessere-disinteressere…… l’oblio-disoblio si dis-oblia mentre intraprende-disintraprende il sentiero-disentiero interrotto-ininterrotto e ascolta-disascolta la visione-disvisione dell’ikona-disikona che parla-disparla tra gli interstizi dell’intermittenza-dismittenza dell’essere-poetante-dispoetante. Il sentiero-disentiero, il meta-odos-dis-odos-dismetaodos, che ha condotto l’essere-musagete-dismusagete verso la radura-disradura ama-disama kriptarsi-diskriptarsi nella   sublymanza. È  chiaro che l’evento-disevento dell’essere   sublyme     disvleli la verità-disverità del paradigma-disparadigma dell’epistemica-disepistemica. Può esserci-disesserci una ontologia epistemica-disepistemica che eventui paradigmi-disparadigmi della verità-disverità? Nell’evento del      sublyme     il musagete-dismusagete evoca le dismuse del dismito degli dei-disdei, l’epistemè ha annichilito l’influenza dell’atetheia-disaletheia mitopoietica-dismitopoietica con intenzionalità assolute, totali, fondamentali, perciò la verità disepistemica può apparire stravagante. Ma una più attenta riflessione inerente l’ontologia degli eventi della physis-disphysis disvela l’indeterminatezza dei paradigmi-disparadigmi nelle dimensioni infinitesime prossime al vuoto quanta……….. qui però si vorrà disvelare l’ontologia dis-epistemica del    sublyme    prima dell’evento della tecnè-epistemica e dell’evento-disevento della post-tecnè-disepistemica. Già aleggia nell’ontologia del presente l’evento-disevento della post-tecnica-disepistemè emergente dall’ontologia della matesis-distatesis dei modelli della physis-disphysis supersimmetrica-disimmetrica, ma nel          sublyme      il dis-evento-disepistemico si svela da sempre quale disaletheia della disphysis contemplata dal dismusagete dismitopoietico che non trema di fronte alla fuga degli dei-disdei. Il dismusagete non si sente abbandonato dalla fuga degli dei perché la disverità ontologica disepistemica si discopre quale disgegenstand, quale dis-fondale della radura-disradura ove si possa abitare-disabitare poeticamente senza la salvezza degli dei fuggitivi, ma con la cura delle muse-dismuse assentemente sempre presenti. Sarà la-sublymità-disepistemica      ad eventuare una nuova meta-epistemica o meglio a disvelare l’onto-evento  del   sublime   o   l’autoevento  ekstatiko  del   sublime   quale   ontoeventy   dell’essere-sublyme?..
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