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gi@cinto

skemetys

schema-giuoco-Heidegger i. “Cum ipsi (majores homines) appellabant rem aliquam, et cum
secundum earn vocem corpus ad aliquid movebant, videbam, et
tenebam hoc ab eis vocari rem illam, quod sonabant, cum earn vellent
ostendere. Hoc autem eos veile ex motu corporis aperiebatur: tamquam
verbis naturalibus omnium gentium, quae fiunt vultu et nutu oculorum,
ceterorumque membrorum actu, et sonitu vocis indicante affectionem
animi in petendis, habendis, rejiciendis, fugiendisve rebus. Ita verba in
variis sententiis locis suis posita, et crebro audita, quarum rerum signa
essent, paulatim colligebam, measque jam voluntates, edomito in eis
signis ore, per haec enuntiabam.” (Augustine, Confessions, I. 8.) Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein — giochi linguistici. È ci dà da pensare l’essenza del fenomeno crea consente spazio spazio essenza che si dispiega evento eventa nulla, consente consenta già qui e là costruzione gioco È nello spazio sublimE Nulla sublimitàNulla’evento che fonda un gioco linguistico il gioco linguistico “qui” o “là”:
«là» qui essere là, nel vuoto, là Li “giochi linguistici” (ivi, § 7) è evento nulla nulla evento è evento evento-gioco nulla evento«gioco linguistico» SprachspielWittgenstein «giochi linguistici» gioco linguistico (ivi, § 7) gioco linguistico“gioco linguistico” «giochi linguistici» dinamiche dei giochi linguistici è già ontologica struttura dello spazio musicale, nello spazio musicale Ricerche-filosofiche-Wittgenstein ’essenziale del gioco linguistico“giochi”, giochi di palla, giochi? — esserci giochi“giochi’ concetto di gioco gioco di costruzioni schema-crea-mondo giochi c’è, l’esserci nulla È nulla. — Ma è giocoQui senz’altro È VOCE E IL FENOMENO crea-spazio spaziatura
decostruzione spazio-spaziatuta, deserto della forma
vuota phoné-spazialità è “in-scritto” infinita esserci
metafisica della presenza decostruzione de-costruttiva logica – metafisica della presenza presente a sé. È voce fenomenica a sé presente, È si dà si dà, si dà È catastrofica all’infinito, presenza a sé all’infinito, infinita di infinita dal presente presenza a sè del presente. È crea infinito infinito È phonè, storia della metafisica, voce fenomenica, essere presente a sé
– spaziale metafisico-musicale della voce, la spazialità della phonè dell’essere È spaziale spazia lo spazio crea la
presenza del presente là svelà Lo spazio spazializza-spaziatura È nulla non ha nulla nulla senza nulla È nulla ontologica, È presenza-del-presente infinito infinito’eventua fuor di sé. verità d’essere spazio-temporalità dispiega voce
fenomenica della phoné.
crea spazializza spazio, È sé di sé con sé del presente infinitesimale monade fenomenica presenza a sé: infinitamente infinita
ricettività.
La voce fenomenica è essere presente, esser a sé
presente, trascendenza a sé, la voce si
ascolta. Nulla phonè, voce fenomenica svela il suono che è nel
mondo, anzi la decostruzione della voce fenomenica della phonè svela la temporalità in sé phonè dà crea spazio l’essere È. È la phonè nel nulla, nulla sovraevenienza, È ricettività. È È già da sé “spaziatura” si spazia-spazio, spazio è
tempo, è fuori da sé, è fuori-da-sé esserci nel mondo, nulla’infinitesimo crea infinito, eventua l’evento vuoto. Qui lo spazio È spaziatura, spaziale spazialità spaziatura spazialità-temporalità o spazio-tempo evento infinito vuota risonanza, spazio vuoto al di là nulla,È spazia’infinità risonanza È esserci spatiotempo spazio-temporalinfinito, l’infinito essere o infinito nel finito”decostruzione”decostruzione è evento essere-spazio nello spazio spazio-fonda-metafisica Qui, fondamento metafisico vuoto “gioco”si gioca”Decostruzione”, è”Infinito” nulla, decostruzione sentiero verso il nulla, risuona l’essere ousia, physis,parusia, nous, decostruzione Decostruzione decostruzione-metafisica.
È qui decostruzione della metafisica, c’è vuoto-nulla in gioco dell’essere di per sé essere-infinito c’è nulla decostruzione, è di per sé gioco di fondamento “al di fuori e al di là” esserciCHORA-in sé senza-sostanza (ousia), è instabile, al di là chora“ricettacolo” TimeoDemiurgo “Chora’evento chora È I n-der-Welt-rein eventi dell’Essere Essere-Essenziale dell’Essere Essenziale (Wesen)Essere-spazio crea Eventi Dasein-Ereignis-Ontologie Dasein-Radura Dasein-dell’essere-nel-mondo, già essere-nel-mondo Dasein essere-nel-mondo-esser-già-in-radura GrundDaseins Dasein-Evento nulla “già” ontologico. Dasein-”gia”-ontologico dell’essere ontologico del Dasein è Dasein-«sempre-già»-Dasein del Dasein è Dasein È già nel Dasein il Dasein essenzia è. Dasein già-sempre Dasein è Ereignis-senzA-ousìa<EsserEreignÌs, «mistero» dell’essere nihil o essere delle entità assente. Qui l’essere entità è «nascosto»entità-assente assenza-presenza. Dasein Dasein-assenza assente/nascosta del Dasein è gettatezza, essere del Dasein Dasein è il Dasein-dell’essere-Ereignis-«evenTautentico» DaseinEreignis. Dasein-già-è Dasein. Dasein-Lethe«Essere-assenza/ presenza-dell’assenza del Dasein Dasein – perché assenza-presenza-Eventa>> Ereignis-crea-chora chora la chora platonica non possiede un’essenza chora è l’essere dell’essere. Essere-chora, perchénon c’è nessuna essenza stabile instabilità-chora decostruzione della metafi-sica classica presenza” stabile chora chora È chorà È chorà-scheMetys “impensata” schematesis’essere, “metafisica della presenza”“nuova ontologia”Chora non possiede un’essenza struttura della chora-chora la chora l’essere si sottrae. Chora dà la chora gioca Dà la chora con la chora chora sulla chora.È chora, sfugge alle categorie della logica la chora non è paradigma(Timeo).La chora-chora-chora sfugge prossima alla teologia negativa, ontologica aldi là dell’essente chora-ricettacolo-spazialità della chora-chora-spazia-lità nella chora: pensiero dellachora, la chora al di qua e/o al di là“ricettacolo”chora-essere non è
fondamento stabile la chora-infinita“ricettacolo” chora. La chora chora-che-“fonda sprofondando” e che “si sottrae fonda”la chora chora è senza-ousia-fonda la chora ontologica. La chora c’è, chora chora-ricettacolo in sé è senza fondo, sfugge è in-fondata perché è “fondante-ousia-spazia spazio spazia-lità spazio-chora-spazialità chora-dello-spazio-Evento dell’essere ‘spazio’ che si sottrae” è la chora. È dà la chora della chora-onto-logia: disvela È schemetis del nulla, chora dell’essere-chora chora-essere, chora-spaziatura chora-senza-ousia “chiasma-chora” chora-schema crea la chora la chora-evento dell’essere-spazio, la chora-spazio-crea-lo-spazio dello spazio, ousia-spazio spaziali-tà-chiasma: lo spazio È spazialità-chora, spazialità intrisa di spaziotempo dello spazio-spaziale-chora-scheMetys si dà Essere-vuoto-chora crea la chora fondante crea infinita chora arché che fonda La Chora della chora-“ricettacolo” o chora-chiasma. È chora, è noumeno che sfugge nulla della chora, chora della chora Khôra ChoraMETYs della chora. La chora spaziatura della choramaTESIS È schemachora-ricettacolo chora“Chorainstabile della chora singolarità”. È spazialità della chora-che-crea dà, È Abscondita eventa si è già singolarità ontologia-Khôra Khor-Chora-ontologia chorachora chora non è nulla nulla nulla che dà non è sostanza-ousia. È Abisso in essere, spazio vuoto, ma che non è vuoto. Nel Timeo È Khora è un gioco instabile,abisso, dà sé eventa spaziatura, erranza. Qui o là, eventua l’infinito l’infinita eventa vuota. È dà è di per sé c’è che dà l’infinità o l’infinito-essere è la presenza di

nulla all’infinito, gioco di presenza-assenza. È nulla, niente, senza nulla, ontologica per nulla, nulla nella monade monade-skema-del-nulla nulla nulla-che-è-senza-ousia, senza essente, nulla senza fenomena crea è infinito nulla nulla È Essere nulla è già evento È È musica.Tale spazio è singolarità, essere singolarità, essere singolarità spaziale essere-spazio ontologia dellà creatura-esserci. Grund-daseyn, spazio-esserci flusso”lì vi si getta, si getta nel suo fondo è già, si dà è ontologia dell’essere trascendenza, lo spazio spazio-Esserci, Esserci-cronotopia di esserci per la morte,
essere-per-la fine (Sein zum Ende). Dasein-spaziotempo topologico del Dasein: “Dasein-Tode ist”. Dasein-spaziotempo
ontologico Esserci-Dasein-spaziotempo Esserci-È-Grund-abgrund Esseretempo, Dasein-cronotopia-Dasein-È-l’Esserci, Dasein-exstasi, Dasein
ontologia, Dasein è già Essere-spaziotempo ermeneutico-ontologico: già da sempre È Dasein-esserci, è già sempre
progetto-spaziotempo: è spaziotempo, o
spazio-Dasein-spaziotempo, Esseretempo, è creata ontologia-dell’ estasi-ontologica è Essere già di per sé in gioco è ontologia essere-Dasein-spaziotempo. È Cronotopia dell’essere si dà nel vuoto, presenza-assenza, ontologia È si sottrae ontologia-Exstasi’infinita. È pensiero dell’essere spazio, essere in cammino o essere nel tempospazio è spazio degli spazi Raum, spazio, Raum, Rum, sgombro, spazio essere-spazio-???a spazio-t?p?? spazio Gegenstandlose è senza-ousia, spazioRaum è nientaltro-essere/nulla-schema- essere-spazio-che-dà sé presenza infinità all’infinito, è la presenza del nulla all’infinito, gioco di presenza-assenza, senza nulla, senzanulla Senza fenomenica ontologica-nulla, nulla non è altro. Non è nulla nulla senza la verità senza essere nulla senza essere fenomenico. crea nulla, perché È nulla spazio È ontologico in ontologia è ontologia senza essere metafisica e ontologia dell’ontologia ontologia è là infinitaldilà” essere pensante ” subsistenza Dasein nell’essere che si dà Dasein evento al di là aldilà qui e ora eventaldilà in sé, sé-sé è eventa-oltre-sé in sé è già fino in fondo, c’è eventità crea: Evento (Ereignis) è Esseretempo. L’evento: Evento (Ereignis) è Esseretempo dell’essereEreignisevento è Ereigniseventità Ereignis è Ereigniseventità EssereTempo per l’evento.Qui Erezgnis”evento” l’eventessere l’essere è eventità Ontosofïa e Ontologia dell’eventità ontologica: la metafisica è onto-teo-logia onto-teo-logia’essenza della metafisica è l’evento onto-teologico: La metafisica è teologia, essere vuoto? Essere pensiero è l’evento schematesis è Ontologia, è “essere fondamento”. L’Essere degli esseri ontologico:è ontologica. È onto-teologico della metafisica ontologico di Esseretempo ontologica eventità ontologica o ontologia: Essere degli esseri eventità Essere degli esseri è fondamento dell’essere, schema-in-essere, Essere è l’essere eventità che non ha alcun fondamento. La fondazione è già Lichtung-eventità-evento. Crea l’evento: La stessa eventità è pensare e essere si dà l’essere-eventità “Essere”"di essere” dell’essere è eventità abissAle si dà nell’abisso, è lì Ge-stell eventità Ge-stelleventità Ge-stell è Ge-stelleventità Ge-stell è Ge-stelleventità Ge-stell è l’evento. Ge-stell’eventoEreignis o eventoGe-stell: Ge-stell’evento, Ge-stell è evento, evento-eventità evento preludio: Ge-stell è evento Ge-stell’evento. L’evento Ge-stell sulla Ge-stell è l’evento È evento: L’evento è eventessere Ge-stellevento l’evento di Evento della fondazione già in essere. Qui vi è schemetys di fondazione dell’Essere è l’evento/ Da-sein dell’Essere di essere Essere di esserci Crea già essere evento in sé è Da-sein’evento. L’evento già Da-sein’evento è evento-schemaGe-stell, l’evento è essere: Essereventità Essere è già è evento. Esserevento fonda Da-sein’evento l’eventessere schemetis abissale abisseventità schemabissale’evento vuoto fondamento dell’essere c’è nulla vuoto: L’eventoEr-eignis nihileventità nihil-nulla-eventità evento. Evento dell’essere è evento si crea evento è l’evento eventoEreignis l’eventoErejgniseventità. L’eventoeventità l’evento-nulla in sé Da-sein crea evento è l’evento eventità è l’evento nulla. L’evento eventità evento che dà c’è nient’altro l’evento. L’evento è di “là” è l’evento “là” fonda l’evento e nulla più. Non c’è nient’altro oltre l’evento l’eventoeventità: L’evento è l’essere è l’evento evento’evento. Qui essere evento qui è evento’evento, l’evento è evento è l’evento”là” l’evento si dà. All’evento qui l’evento evento-evento dà La Musica È già l’evento, l’evento è l’evento che la eventua. In evento in sé evento eventotempoessere l’evento è tempessere evento di Esseretempo, spazio-tempo-evento. È DASEyN non è niente. È spazio è creatura è creatura di eventitàQui evento evento senza tempo che dà l’essere, Dà l’essere,esserci”là” c’è “è” l’evento-Dell’essere’evento: l’evento è evento eventessere è l’evento evento-eventità che ci sia, c’è è l’evento mistero è l’evento. Crea l’evento, essere l’evento. O essere-l’evento di esseretempo che dà l’evento di essere l’evento evento-è-essere. Esserevento di essere: “Essere evento”, in fondo nulla spaziale eventità-spazialità nulla. Niente da nulla.

skemetis

Spazio…spaziotempo… spazio-interspazio…spazio-è-lo-spazio-essere-spazio-χώρα… È essere-spazio-χώρα…È musica. Tale spazio è singolarità, essere singolarità, essere singolarità spaziale essere-spazio ontologia dellà creatura-esserci. La fenomenica o epistemica, R. Lanfredini, Intenzionalità, La Nuova Italia 1997, p.36. “passaggio dal caos al cosmo” R. Lanfredini, “Coscienza e flusso della vita: il
dato opaco della fenomenologia” in Coscienza e realtà, Clinamen, Firenze 2010, pp.63-77. o entità:essere è trascendenza, spazio-Grund-daseyn, essere in cammino già in essere infinito. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, spazio-esserci nelle parole di Roberta Lanfredini: “profondità del suo flusso”lì vi si getta, si getta nel suo fondo è già un privilegio, si dà è ontologia dell’essere trascendenza, lo spazio spazio-Esserci, Esserci-cronotopia di esserci per la morte,
essere-per-la fine (Sein zum Ende).
Il passaggio è quello di Heidegge Dasein-spaziotempo topologico del Dasein: “Dasein-Tode ist”. Dasein-spaziotempo
ontologico Esserci-Dasein-spaziotempo Esserci-È-Grund-abgrund Esseretempo, Dasein-cronotopia-Dasein-È-l’Esserci, Dasein-exstasi, Dasein
ontologia, Dasein è già Essere-spaziotempo ermeneutico-ontologico: già da sempre È Dasein-esserci, è già sempre
progetto-spaziotempo: è spaziotempo, o
spazio-Dasein-spaziotempo, Esseretempo, è creata ontologia-dell’ estasi-ontologica è Essere già di per sé in gioco è ontologia essere-Dasein-spaziotempo. È Cronotopia dell’essere si dà nel vuoto, presenza-assenza, ontologia È si sottrae ontologia-Exstasi’infinita. È pensiero dell’essere spazio, essere in cammino o essere nel tempospazio è spazio degli spazi Raum, spazio, Raum, Rum, sgombro, spazio essere-spazio-χώρα spazio-τόπος M. Heidegger, “Costruire abitare pensare” Mursia, Eraclito, Mursia. La χώρα-spazio Gegenstandlose è senza-ousia, spazioRaum è nientaltro-essere/nulla-schema-essere-spazio-χώρα …com…schema-giuoco-Heidegger “Cum ipsi (majores homines) appellabant rem aliquam, et cum
secundum earn vocem corpus ad aliquid movebant, videbam, et
tenebam hoc ab eis vocari rem illam, quod sonabant, cum earn vellent
ostendere. Hoc autem eos veile ex motu corporis aperiebatur: tamquam
verbis naturalibus omnium gentium, quae fiunt vultu et nutu oculorum,
ceterorumque membrorum actu, et sonitu vocis indicante affectionem
animi in petendis, habendis, rejiciendis, fugiendisve rebus. Ita verba in
variis sententiis locis suis posita, et crebro audita, quarum rerum signa
essent, paulatim colligebam, measque jam voluntates, edomito in eis
signis ore, per haec enuntiabam.” (Augustine, Confessions, I. 8.) Ricerche filosofiche — giochi linguistici. È ci dà da pensare l’essenza del fenomeno, crea, consente spazio spazio essenza che si dispiega evento, eventa nulla, consente consenta già qui e là costruzione gioco È nello spazio sublimE Nulla sublimitàNulla’evento che fonda un gioco linguistico il gioco linguistico “qui” o “là”:
«là» qui essere là, nel vuoto, là Li “giochi linguistici” è evento nulla nulla evento è evento evento-gioco nulla evento«gioco linguistico» Sprachspiel-Wittgenstein «giochi linguistici» gioco linguistico o «giochi linguistici» dinamiche dei giochi linguistici è già ontologica struttura dello spazio musicale, nello spazio musicale essenziale del gioco linguistico“giochi”, giochi di palla, giochi? — esserci giochi“giochi’ concetto di gioco gioco di costruzioni schema-crea-mondo giochi c’è, l’esserci nulla È nulla. — Ma è giocoQui senz’altro È VOCE FENOMENO crea-spazio spaziatura
decostruzione spazio-spaziatuta, deserto della forma
vuota phoné-spazialità è “in-scritto” infinita esserci
metafisica della presenza decostruzione de-costruttiva logica – metafisica della presenza presente a sé. È voce fenomenica a sé presente, È si dà si dà essere-spazio-χώρα, si dà È catastrofica all’infinito, presenza a sé all’infinito, infinita di infinita dal presente presenza a sè del presente. È crea infinito infinito È phonè, storia della metafisica, voce fenomenica, essere presente a sé
– spaziale metafisico-musicale della voce, la spazialità della phonè dell’essere È spaziale spazia lo spazio crea la
presenza del presente là svelà Lo spazio spazializza-spaziatura È nulla non ha nulla nulla senza nulla È nulla ontologica, È presenza-del-presente infinito infinito’eventua fuor di sé, verità d’essere spazio-temporalità dispiega voce
fenomenica della phoné.
crea spazializza spazio, È sé di sé con sé del presente infinitesimale monade fenomenica presenza a sé: infinitamente infinita
ricettività.
La voce fenomenica è essere presente, esser a sé
presente, trascendenza a sé, la voce si
ascolta. Nulla phonè, voce fenomenica svela il suono che è nel
mondo, anzi la decostruzione della voce fenomenica della phonè svela la temporalità in sé phonè dà crea spazio l’essere È. È la phonè nel nulla, nulla sovraevenienza, È ricettività. È essere-spazio-χώρα È già da sé “spaziatura” si spazia-spazio, spazio è
tempo, è fuori da sé, è fuori-da-sé esserci nel mondo, nulla’infinitesimo crea infinito, eventua l’evento vuoto. Qui lo spazio È spaziatura, spaziale spazialità spaziatura spazialità-temporalità o spazio-tempo evento infinito vuota risonanza, spazio vuoto al di là nulla,È spazia’infinità risonanza È esserci spatiotempo spazio-temporalinfinito, l’infinito essere o infinito nel finito”decostruzione”decostruzione è evento essere-spazio nello spazio spazio-fonda-metafisica Qui, fondamento metafisico vuoto “gioco”si gioca”Decostruzione”, è”Infinito” nulla, decostruzione sentiero verso il nulla, risuona l’essere ousia, physis,parusia, nous, decostruzione Decostruzione decostruzione-metafisica.
È qui decostruzione della metafisica, c’è vuoto-nulla in gioco dell’essere di per sé essere-infinito c’è nulla decostruzione, è di per sé gioco di fondamento “al di fuori e al di là” esserciCHORA-in sé senza-sostanza (ousia), è instabile, al di là chora“ricettacolo” TimeoDemiurgo “Chora’evento chora È I n-der-Welt-rein eventi dell’Essere Essere-Essenziale dell’Essere Essenziale (Wesen)Essere-spazio crea Eventi Dasein-Ereignis-Ontologie Dasein-Radura Dasein-dell’essere-nel-mondo, già essere-nel-mondo Dasein essere-nel-mondo-esser-già-in-radura GrundDaseins Dasein-Evento nulla “già” ontologico. Dasein-”gia”-ontologico dell’essere ontologico del Dasein è Dasein-«sempre-già»-Dasein del Dasein è Dasein È già nel Dasein il Dasein essenzia è. Dasein già-sempre Dasein è Ereignis-senzA-ousìa<EsserEreignÌs, «mistero» dell’essere nihil o essere delle entità assente. Qui l’essere entità è «nascosto»entità-assente assenza-presenza. Dasein Dasein-assenza assente/nascosta del Dasein è gettatezza, essere del Dasein Dasein è il Dasein-dell’essere-Ereignis-«evenTautentico» DaseinEreignis. Dasein-già-è Dasein. Dasein-Lethe«Essere-assenza/ presenza-dell’assenza del Dasein Dasein – perché assenza-presenza-Eventa>> Ereignis-crea-chora chora la chora platonica non possiede un’essenza chora è l’essere dell’essere. Essere-chora, perché non c’è nessuna essenza stabile instabilità-chora decostruzione della metafi-sica classica presenza” stabile chora chora-essere-spazio-χώρα È chorà È chorà-scheMetys “impensata” schematesis’essere, “metafisica della presenza”“nuova ontologia”Chora non possiede un’essenza struttura della chora-chora la chora l’essere si sottrae. Chora dà la chora gioca Dà la chora con la chora chora sulla chora.È chora, sfugge alle categorie della logica la chora non è paradigma(Timeo).La chora-chora-essere-spazio-χώρα-chora sfugge prossima alla teologia negativa, ontologica aldi là dell’essente chora-ricettacolo-spazialità della chora-chora-spazia-lità nella chora: pensiero della chora, la chora al di qua e/o al di là“ricettacolo”chora-essere non è
fondamento stabile la chora-infinita“ricettacolo” chora. La chora chora-che-“fonda sprofondando” e che “si sottrae fonda”la chora chora è senza-ousia-fonda la chora ontologica. La chora c’è, chora chora-ricettacolo in sé è senza fondo, sfugge è in-fondata perché è “fondante-ousia-spazia spazio spazia-lità spazio-chora-spazialità chora-dello-spazio-Evento dell’essere ‘spazio’ che si sottrae” è la chora. È dà la chora della chora-onto-logia: disvela È schemetis del nulla, chora dell’essere-chora chora-essere, chora-spaziatura chora-senza-ousia “chiasma-chora” chora-schema crea la chora la chora-evento dell’essere-spazio, la chora-spazio-crea-lo-spazio dello spazio, ousia-spazio spaziali-tà-chiasma: lo spazio È spazialità-chora, spazialità intrisa di spaziotempo dello spazio-spaziale-chora-scheMetys si dà Essere-vuoto-chora crea la chora fondante crea infinita chora arché che fonda La Chora della chora-“ricettacolo” o chora-chiasma. È chora, è noumeno che sfugge nulla della chora, chora della chora Khôra ChoraMETYs della chora. La chora spaziatura della choramaTESIS È schemachora-ricettacolo chora“Chorainstabile della chora singolarità”. È spazialità della chora-che-crea dà, È Abscondita eventa si è già singolarità ontologia-Khôra Khor-Chora-ontologia chora-essere-spazio-χώρα-chora chora non è nulla nulla nulla che dà non è sostanza-ousia. È Abisso in essere, spazio vuoto, ma che non è vuoto. Nel Timeo È Khora è un gioco instabile,abisso, dà sé eventa spaziatura, erranza. Qui o là, eventua l’infinito l’infinita eventa vuota. È dà è di per sé c’è che dà l’infinità o l’infinito-essere è la presenza d’essere-spazio-χώρα-nulla all’infinito, gioco di presenza-assenza. È nulla, niente, senza nulla, ontologica per nulla, nulla nella monade monade-skema-del-nulla nulla nulla-che-è-senza-ousia, senza essente, nulla senza fenomena crea è infinito nulla nulla-essere-spazio-χώρα È Essere nulla è già evento-χώρα…

skemurgia

Cur ergo errat anima quam fecit Deus?substantia
chaos Fonda Demiurgo che ordina il mondo
Zaradhust o classico di Dionisio fatto a brani dai Titani
gnosticismo o manicheismo o neoplatonismo o neo-
pitagorismo Platone
metafisica Fedone e nel Fedro di-
scordia pura Bellezza-stabile Gorgia Plotino, Jam-
blico, Proclo magia crea il mondo monaDio creatore
risuona Cur ergo errat anima quam fecit
Deus? Dionigi-Proclonella Magia dell’ Essere il nulla, crea panteismo crea ex nihilo dal nulla Metafisica ricet-
tacolo crea nulla crea crea ab inizio crea l’Anima del Mondo crea essere nel Nulla 1′essere nulla Crea la creazione.
Proclo: Crea1′essere sia la sostanza che la forma oltre bellezza nulla substantia nullo o nulla in essere il nulla. Perchè nulla? nulla, sono nulla il
nulla la morte,crea la creaturaEsserel’ Essere crea ex nixilo crea creata consustanzia crea dell’essereousia 1′ Essere da Proclo Proclo o essere
nulla nel mondo essere nell’Isole dei Beati PROCLO-Timeo- PROCLO crea la mistica O essere nullum nullum nullum nihil del Demiurgo dei Manichei crea estatico bellezze risonanze di nulla nulla al mondo
di nulla crea nulla nulla crea qui fin qui qui sunt nonnul-
lus v’e nullus crea creature neopitagorica spaziale C’e la bellezza spaziale, supera lo spa-
zio, vince lo spazio,crea la musica.
musica-modello degli Dei creatori crea trascende bellezza si presenta si manifesta Nulla
prerazionale-super-razionale intuizione pura modello
Crea bellezza Demiurgo di Platone modello che crea infinito. Crea Timeo 1′infinita Bellezza nel mondo
Tale Demiurgo metafisica della essenza Proclo modello della potenza creatrice o
meglio delle potenze creatrici PHOCLO, Elementi di Teologia, Proclo crea creando crea modelli e schemi insiti schemi senza
ragione, 1′ Essere increata nel mondo crea crea’essere creature creatura nihilNihil nihil dissonare crea la creazione nulla c’e Essere, creaVerita creatrice enti aventi ontologica’esistenza della metafisica platonica nihil spazia contemplal’essere puro svela spaziotempo
Creato nihilnihil crea il nulla crea la figura crea la verita di pensiero nel creatore e nella creatura.
crea creatura creata nulla nulla svela Crea nulla nihil sublimi. nulla in se nulla, nulla est nulla crea Senz’altro PENSIERO nihil anzi crea nihil crea singolarita pen-
siero pensante e pensiero pensato
crea CreaNulla, creatrix
dell’essere l’essere nihil nihilessere nell’es-
sere nulla, crea nihil creatura Crea C’e Crea
la creatura Creanulla
Nihil Nulla crea consente di es-
sere che il nulla, vuota nulla, nullaQui creaCrea nihil crea creature vuote, crea vagheggia vagheggia crea vagheggia crea crea creata crea creato nulla vuoto crea nulla nulla nulla dell’essere che crea e che crea 1′architettura
e le arti, il linguaggio e le lettere, il calcolo, la musica, la filosofia, crea eventi in nulla che crea nulla
L’essere sublime
C’e crea. La natura crea creatura gettata crea crea crea
crea crea creacrea-creacreasublime crea l’infinito. di Dio (1). Cosi per Ago-
stino, come abbiamo visto, in rapporto alle cose terrene
esse sono gli interpret!, per quanto in maniera umana,
cioe imperfetta, della razionalita eterna. Ed in questa
inerpretazione esse devono essere seguite quando non
sorge il contrasto fra la loro voce e quella della Chiesa.

Ci sono poi tutte le altre forme di autorita umana,
quella degli uomini sapienti, quella di chi per qualsiasi
motivo e degno di fede, o ha acquistato dimestichezza
in una determinata arte o disciplina (secondo il con-
cetto socratico) in modo da dovere essere in quel campo
ascoltato e seguito, fino a quella piu comune e modesta

 

(1) Rom., Xin, 1-2,

 

282

del genitori verso i figli, delle quali abbiamo gia par-
lato.

In tutti questi casi il fondamento del concetto di
autorita e la impossibilita di conoscere tutto per espe-
rienza propria e quindi la necessita di credere per quella
degli altri : sicut ergo de visibilibus quae non videmus,
eis credimus qui viderunt… de invisibilibus, quae haec
a nostro sensu exteriore remota sunt, iis nos oportet
credere, qui haec in illo incorporeo lumine disposita
didicerunt vel manentia contuentur (1).

Autorita e testimonianza di cose conosciute, massi-
ma e indiscutibile nella Ghiesa, in cui la testimonianza
dei martiri rende certo quanto essi hamio affermato di
aver visto e conosciuto, minore negli altri casi fino a
quella vaga della pubbliea opinione, soggetta in questi
casi ad esser discussa e idonea soltanto a far riflettere
a quanto poi la ragione potra spiegare. L’autorita e in-
fatti guida della ragione e non altro, ma non di meno
guida necessaria. fi luce che mette in condizione di ve-
dere 1′occhio della mente e, per quanto Agostino ne
dimostri la insufficienza razionale nel <c De Libero Ar-
bitrio a proposito delle leggi umane alle quali si crede
ma per le quali non si conosce (2), esso ne afferma
risolu.tamente il valore nel De Ordine dove se ne fa
una ampia trattazione e si distingue in divina e uma-
na (3), nel cc De quantitate animae (4), nel cc De Vera
Religione (5), in altri passi del Libero arbitrio e

 

(1) De Civ. Dei, 1. XI, cap. III.

(2) De Libero Arbitrio, 1. I, cap. IV, 9.

(3) De Ordine, 1. II, cap. IX, 26 e 27.

(4) De quantitate animae, cap. VII, 12.

(5) De vera Religione, cap. VIII, 14.

 

283

nei suoi scritti posteriori, tra cui nel De Trinitate e
soprattutto nel cc De utilitate credendi (1) in cui afferma
risolutamente e definitivamente, come abbiamo gia vi-
sto : melius profecto stulti omnes viverent si servi pos-
sent esse sapientum (2).

Cosi attraverso il concetto dell’autorita come prin-
cipio di conoscenza viene in campo di nuovo la questione
della liberta, di quel problema che ha assunto una for-
ma parossistica e forse patologica nei tempi moderni:
la liberta del pensiero, che per Agostino si presentava
sotto nn altro aspetto: la liberta dell’errore. Agostino
la nega.

Se Lattanzio aveva di fronte agli imperatori romani
invocato la liberta del pensiero in nome del tempio
della coscenza individuale, in nome della superiore na-
tura della ragione umana che deve essere rispettata,
Agostino, partendo dalla sua concezione volontaristoca
dell’errore, invoca, di fronte agli imperatori cristiani,
la repressione dell’errore, auspica la Santa Inquisizione
dei tempi futuri.

L’ardente polemica con i donatisti gli da la materia
per 1′affermazione del suo principio dinamico : cogite
intrare o cc compelle intrare .

Se 1′errore e un atto di volonta contrario al pensiero
che si puo dir veramente tale soltanto se e pensiero
vero, e necessario che 1′uomo sia condotto dall’autorita
colla ragione o colla forza a pensare le cose vere, a ri-
nunziare all’ opera della fantasia. Costringere 1′uomo
che erra a pensare interamente, a cercare la verita, a

 

(1) De Trinitate, 1. XV, cap. XII, 21.

(2) De utilitate credendi, cap. XII, 27.

 

284

trovare la verita e, in chi e rivestito di aitforita, non un
diritto, ma un dovere. Se 1′errore nasce dal legame di
una consuetudine nociva e necessario che questo legame
sia spezzato.

Neil’epistola XGIII cc ad Vincentium Agostino po-
ne i suoi argomenti fondamentali su questo punto.

Si puo perniettere che un pazzo frenetico corra li-
beramente al precipizio? O si deve in tal caso ritrar-
nelo anche colla forza? cc Si enim quisquam inimicum
suum periculosis febribus phreneticum factum, currere
videret in praeceps, nonne tune potius malum pro ma-

10 redderet si eum sic currere permitteret, quam si cor-
ripiendum ligamdumque curaret? (1). Quale e dunque
un male, la violenza contro il pazzo o la rovina del
pazzo? Indubbiamente la violenza e un bene se sottrae

11 pazzo alia propria rovina.

E subito dopo : cc Cum vero terrori utili doctrina sa-
lutaris adiungitur, et non solum tenebras erroris lux
veritatis expellat, verum etiam malae consuetudinis
vincula vis timoris abrumpa’t, de multorum sicut dixi
salute laetamur (2). cosi la violenza in questi casi un
atto di liberazione, non e di ostacolo alia liberta uma-
na, ma e 1′azione che libera il pensiero dai vincoli della
consuetudine che ha asservito la volonta dell’uomo.

La violenza non e di per se un male come non e
un giusto, cioe un martire chi la subisce. La violenza
la usano i buoni e i cattivi e la subiscono i buoni e i
cattivi. Essa e 1′esplicazione di una potenza naturale di
per se indifferente al bene e al male se non addirittura

 

(1) Ep. XCIII ad Vincentium, 2.

(2) Ivi, 3.

 

285

buona in quanto per natura e destinata al bene: Ali-
quando ergo et qui cam patitur, injustus est, et qui
earn facit iustus est. Sed plane semper et mail persecuti
sunt bonos, et boni persecuti sunt malos: illi nocendo
per injustitiam, illi consulendo per disciplinam, illi inu-
maniter, illi temperanter, illi servientes cupiditati, illi
caritati. Nam qui trucidat non considerat quemadmo-
dum secet; ille enim persequitur sanitatem, ille putre-
dinem. Occiderunt impii prophetas, occiderunt impios
et propbetae. Flagellaverant judaei Christum, judaeos
flagellavit et Christus. Traditi sunt apostoli ab homi-
nibus potestati bumanae, tradiderunt et apostoli homi-
nes potestati Satanae. In his omnibus quid adtenditur,
nisi quis eorum pro veritate, quis pro iniquitate, quis
nocendi caussa, quis emendandi? (1). fi dunque il
principio animatore della violenza che la giustifica o la
condanna. Ne e vittima o martire chi la subisce per
una causa giusta. Inf atti : Si semper esset laudabile
persecutionem pati, sufficeret Domino dicere, Beati qui
persecutioneni patiuntur; nee adderet, propter justi-
tiam (2). fi chi si sottopone alia persecuzione per la
verita che e martire e giusto; 1′altro e un empio che
subisce la giusta pena del suo peccato.

Cosi colla pena gli uomini sono ricondotti a se stessi,
sono spinti alia necessita di pensare, sono spinti verso
la verita oc ut coercitione exiliorum atque damnorum,
admoneantur considerare quid, quare patiantur (3).
Cosi la persecuzione dell’errore come ogni altra cosa puo
essere medicina dell’anima secondo il concetto socratico.

 

(1) Ep. XCHI ad Vincentium, 8.

(2) M.

(3) Ivi, 10.

 

286

Con essa 1′uomo e costretto a considerare il perche di es-
sa, e portato a conoscenza del male, ha la rivelazione del
bene. Essa e la cura della volonta la quale, traviandosi,
ha errato e, punita, deve tornare alia propria integrita
naturale di volonta di bene. Essa e giustificata appunto
dalla volontarieta dell’errore appunto perche cc nee er-
ror esset si nihil 8nulla La creazione
bellezza: Cicerone bellezza bellezza Proclo
e altri neoplatonicimistica ontologica dell’esistenza di Dio Plotino

fynysh

saffy

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mathesis

Consiglio Nazionale delle Ricerche

Promozione ricerca 2004

Codice Progetto:
Tipologia:PUBBLICAZIONE OPERA:INEDITA
Settore n.3  dall’art.n.01 della Delibera sub-commisariale:
“OPERE STORICHE, FILOSOFICHE E LETTERARIE ITALIANE CON PARTICOLARE  ATTENZIONE ALLA RIFLESSIONE CONTEMPORANEA”:
FILOSOFIA CONTEMPORANEA

RICHIEDENTE

Cognome : P

Nome: GIACINTO

Sesso: M.

Data di nascita: 08.07.19

Qualifica:laureato al Politecnico di Torino-Ricercatore-Specializzando in Epistemologia presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Firenze

 

Istituzione di riferimento: HUNDERGRUNDY s.d.f.

Titolo: ONTOLOGIA DELLA MATHESIS E LA CRISI DEI FONDAMENTI

 

Matricola (solo se CNR)————

Indirizzo

(max 400 caratteri): ONTOLOGIA DELLA MATHESIS E LA CRISI DEI FONDAMENTI

anno di edizione 2004

editore Oceano-S.Remo

numero copie previste per la pubblicazione 10 000

 

ABSTRACT DELLA PUBBLICAZIONE ( max 1200 caratteri)

ONTOLOGIA DELLA MATHESIS E LA CRISI DEI FONDAMENTI

 

La ricerca si prefigge una nuova interpretazione della Crisi dei Fondamenti attraverso un percorso ed un incrocio delle “due culture” ed il ricorso a modelli epistemologici non sempre eterodossi quali,per fare un solo esempio,la Teoria delle Catastrofi.

 

La crisi  dei fondamenti al di là della fortuna tecnica di alcune teorie frattali, virtuali, immaginarie è ancora presente nel futuro della mathesis, ma nessuno si è inoltrato nel sentiero interrotto della crisi della fondatezza della matematica.

Sia consentita la libertà di ricerca:nel futuro  che non c’è ancora è presente la sinestesia, e differenza, tra fondatezza rigorosa della verità e fondatezza ontologica della disveletezza.

 

Né il pensiero poetante, né il pensiero ontologico dell’ultimo millennio hanno eventuato quella disvelatezza.

Sarà messa in evidenza la crisi ontologica della mathesis, in relatività con la ricerca della verità ontologica dell’essere al di là dei paradigmi della metafisica influente.

 

Risultato da ricerca finanziata Cnr?  No

 

Area scientifica: SCIENZE DI BASE
Settore n.3  dall’art.n.01 della Delibera sub-commisSariale:
“OPERE STORICHE, FILOSOFICHE E LETTERARIE ITALIANE CON PARTICOLARE  ATTENZIONE ALLA RIFLESSIONE CONTEMPORANEA”:FILOSOFIA

Parola chiave 1: FONDATEZZA ONTOLOGICA

 

Parola chiave 2: ONTOLOGIA GODELIANA

 

Parola chiave 3: MATHESIS ONTOLOGICA

 

Finanziamento importo richiesto Euro 25.000 Preventivo richiesto dall’editore

 

Per stampa                Euro    4000

 

Distribuzione                Euro    6000

 

Incontri di presentazione        Euro    2000

 

Promozione per mass-media    Euro    5000

(su tutti i mezzi pubblicitari)

Totale                    Euro    17000

Note: 1/3 in proprio (documentabile) per oneri inerenti a:
ricerche bibliografiche-studi-    Euro    1000
correttori i bozze            Euro    2000
segreteria                Euro    1500
collegamenti on line            Euro    2000
cancelleria e varie            Euro    1500

Totale                    Euro    8000

RICAPITOLO

All’Editore                 Euro 17.000

Spese per l’autore            Euro    8000

___________

25.000

Cv di:

dr. GIACINTO

1979         – LAUREA in ARCHITETTURA al POLITECNICO di TORINO

1980        – FREQUENZA ed ESAMI al CORSO di SPECIALIZZAZIONE  in:

“PIANIFICAZIONE URBANISTICA” della FACOLTÀ di INGEGNERIA di ROMA – Proff. Ingg. GORIO ed  IMBESI

 

2004     CORSO di PERFEZIONAMENTOin EPISTEMOLOGIA-DIPARTIMENTO di FILOSOSIA-UNIVERSITA’ degli STUDI di FIRENZE

 

2003    – CONC. per DOCENZA EXTRAUNIVERSITARIA al POLITECNICO di TORINO

 

- PROGETTO  di  BREVETTO:

all’ ”AGENZIA ITALIA” – BIELLA
2002-01    – PRESENTATORE  come RESPONSABILE UNITA’di RICERCA:

-n. 14 Progetti di Ricerca  al CNR

-n. 14 Progetti di Congressi –Seminari al CNR
1998-1997     – PREMI:

-  CD-Calendars PirelliINTERNETionalAward 1998

per: “Il chaosmos: è infinito, infinitesimo”

- CD-Calendars PirelliINTERNETionalAward 1997                     per: “Hawking’s virtual Black Holes”

 

1988-81     - HA PARTECIPATO,  ai  SEGUENTI CONVEGNI/SEMINARI:

 

“Relatività e Gravità quantistica”        CAVALESE-TN        1988

AISRE                    GENOVA            1985

UNIVERSITÀ di BLACKSBURG        VIRGINIA-USA        1984     “Luoghi e Logos:il Territorio        Prov.Ass.Progr.Pian.Terr    1984

fra sistemi di decisione e tecn.                    Inu-Oikos Emilia Romagna

nologie della conoscenza”                Regione-Comune di Bologna

Min.Ric.Sc.Tecn.

AISRE                    BARI                1984

I.I.A.S.A.                     VIENNA            1983

IRPET-Toscana                FIRENZE            1983

A.M.S.E.                    NIZZA            1983

AISRE                    VENEZIA            1982

A.M.S.E.                    PARIGI            1982        U.M.I.    -Università degli Studi        FIRENZE            1981

1984-1980     - SCRITTI e PUBBLICAZIONI

 

- “ALLOCAZIONE INDUSTRIALE e MORFOGENESI URBANA”

in: – “L’analisi degli insediamenti umani e produttivi”

a c.d.: G. Leonardi  - G.A. Rabino        F. ANGELI Ed. – MILANO-1984

 

- “ARCHEMATICA della DISTOPIA/DESIDERANZA SPAZIALE

POST-INDUSTRIALE”

in:  “Luoghi e Logos” – Ed. S. AGATA Bolognese –     BOLOGNA – 1984

Seminario Naz. le : – INU E.R.– OIKOS – PROV. ASS.to Progr. Pian.Terr.  REGIONE e COMUNE di BOLOGNA – MINISTERO RIC. SCIENT.TECN.

 

- “ALLOSTERESI INDUSTRIALE e SINECISMO MORFOGENICO”

in: AA.VV. – BOLLETTINO dell’ UNIONE MATEMATICA ITALIANA 1981

- ”La LINEA ELASTICA: FORMALIZZAZIONE/DEDICIBILITÀ”

TESI  (stralcio)

- in: “ATTI e RASSEGNA TECNICA” della SOCIETÀ degli INGG. e degli ARCH.                 – TORINO  - XXXIV – 9 – Settembre 1980

bb23f33ef25cb805c21084a988ded7c6e33c63f0 (Immagine JPEG, 500×404 pixel)

parmenide_poema_b1.pdf (Oggetto application/pdf)

sovraumana

 

Dasein Daseinsnichilismo tecnologicuesta unità, sia nella Gestalt della razionalità illuministica, o l’auto-

postulare nazione, o il proletariato di tutte le terre, o lo sviluppo umano come in tutto il mondo

che disciplinano l’ordine e il progresso, o-la creazione di un genere umano che trova la sua essenziale

Gestalt né nella ‗ individuale o nelle masse ‗ ‘, ma invece nel typus ‗’. (GA 48,

148) Secondo Heidegger, il suo pensiero-in del superuomo, Nietzsche non

immaginare [Vorausdenken] un tipo speciale ‗ ‘di Mensch, ma prevede invece che per la prima

tempo Mensch in Gestalt essenziale del ‗typus ‘, Precursori della che comprendono la

l’esercito prussiano e l’ordine dei Gesuiti. (GA, 48, 185) anticipa la metafisica di Nietzsche

Pagina 12

12

quello che vediamo oggi: che la moderna economia ‗ macchina ‘, il calcolo meccanico-up

di tutte le attività e la pianificazione, richiede a sua incondizionata Gestalt uno umanità nuova,

che va al di là Mensch fino ad ora. – (GA, 48, 205) il superuomo o typus

nichilisticamente nega la concezione precedente di Mensch come animale razionale, con una inversione

che pone il razionale al servizio degli animali. Inoltre, Nietzsche inverte il

posizione degli animali, che non è più considerato inferiore Mensch, ma come

identificata con il proprio corpo [Leib] comuni a tutte le forme di volontà di potenza. (GA 50,

41-42)

Obbligatorio è ora un uomo che, dalla terra in su accordi con l’unico

essenza fondamentale della tecnologia moderna e la sua verità metafisica, cioè, [a

l'umanità che] si lascia interamente disciplinata dalla essenza della tecnica. (GA,

48, 205) come typus, francobolli genere umano stesso, nella semplice gravità della semplificazione

di tutte le cose e Menschen a] uno [obiettivo di abilita incondizionato dell'essenza

del potere per il dominio della Terra. (GA, 50: 55) il dominio di questo tipo presuppone-a

totale meccanizzazione 'delle cose e l'allevamento di Menschen .- (Ibid.) Nietzsche

riconosce il carattere metafisico della macchina quando, in Il viandante e la sua

Ombra, egli descrive la macchina come-insegnante. -La macchina si insegna attraverso l'

cogliere l'uno dall'altro da orde umane, da azioni in cui ciascuno ha una sola cosa da

fare: [i] macchina offre il modello di partito-organizzazione e la condotta della guerra. Essa

insegna a non individuale padronanza di sé: si fa da molti una macchina, e da ciascuno

individuale uno strumento per un obiettivo. Il suo effetto più generale è: insegnare gli usi della

centralizzazione. (Citato in GA 50: 56)

Nietzsche Overman culmina idea di Cartesio ‘che per qualcosa, per essere

mezzi per essere un oggetto, cioè una idea chiara e distinta, del soggetto conoscente.

Successivamente, Leibniz, Hegel e Schelling elaborato la centralità della volontà in questo

soggettivismo metafisico. Al suo apice,-la volontà di potenza come il completamento

soggettività è la più alta e solo soggetto, cioè il superuomo ‗ ‘. (GA 50, 51) Driven to

si sarà costantemente fuori al di là di se stessa e di considerare se stessa come materia prima per essere infinitamente

ri-forma per migliorare la motricità di più potenza, il superuomo diviene in effetti

inconcepibile. (GA 50, 59). -Il superuomo è il timbro [Schlag] del genere umano che per

le volontà prima volta se stesso come timbro e francobolli se stessa come questo francobollo. Per questo, tuttavia,

ha bisogno del ‗ martello, ‘con cui le impronte timbro e indurisce se stessa, e

tutto ciò che fino ad oggi – perché non idoneo – è fracassato. (GA 50, 59) Secondo le

Heidegger, Seinsgeschichte finisce per costrizione alla radura, tanto che l’umanità

è ridotto a un animale intelligente il cui obiettivo è il dominio totale della Terra, da realizzare

ridisegnando l’umanità e tutti gli altri esseri in modo qualunque siano coerenti con gli

volontà di volontà, cioè, la volontà di potenza ben compresa. Heidegger post-1945

analisi di Nietzsche, anche era heisst Denken?, non si discostano significativamente da

la prospettiva di cui sopra.

Osservazioni critiche

Nietzsche e Heidegger rimanere attraente per tutti coloro che per quanto riguarda la modernità come il

risultato di un lungo processo degenerativo, e che credono che l’umanità moderna può

in qualche modo essere ringiovanito prendendo un cammino completamente diverso. I critici, tuttavia, concorso

tali credenze. Thomas J. Sheehan sostiene che il proprio pensiero di Heidegger non fornisce alcuna base

per la possibilità di un inizio post-metafisico-nuovi per l’Occidente. Invece,

Pagina 13

13

La tecnologia è il compimento di vista proprio di Heidegger, che in effetti gli esseri vogliono mostrare

se stessi in tutta la loro complessità agli uomini e gli esseri umani vogliono manipolare gli esseri

(Noi compresi) in tutti i modi in cui noi ora fare e lo farà in futuro.xxi Se

Sheehan è giusto, saggio di Heidegger 1955, Seinsfrage-Zur, impiega ancora la retorica della

il nuovo inizio, ma alla fine ammette che la Jünger del 1928-1932 aveva ragione: non ci

non è uscita dai progressi della tecnologia moderna. Quindi, conclude che la Sheehan

Heidegger deve essere stato ironico nella sua intervista Der Spiegel, quando ha detto-solo un dio

posizione ci può salvare. Sheehan è controversa, ma i commentatori più t devono

ammettere che ci sia almeno una notevole tensione in Heidegger proprio pensiero: è moderno

La tecnologia qui per restare, o è inizio un nuovo possibile?

Altri critici sostengono che Heidegger, Nietzsche-interpretazione del tutto ignora-

o liquida come tangente alle questioni autentiche ontologica – Nietzsche sottile

osservazioni psicologiche, che rivaleggiano con quelli scritti da Montaigne e Emerson, due dei

Nietzsche autori preferiti. In, ZUN, Heidegger non mostra alcun interesse a Nietzsche

personalità o in biografia. (GA 46, 6-7), ma fa notare che la moderna Mensch soffre

da una personalità indebolita- [geschwächte Persönlichkeit], una domanda che a prima vista

potrebbe indicare che una personalità rafforzato sarebbe preferibile. Heidegger prosegue

dire, però, che-Nella misura in cui la personalità ‗ ‘è la determinazione [Bestimmung] di

autentico uomo ed anzi dell’uomo come individuo, anche se non isolato

individuale che deve stare alla base del concetto di personalità è la concezione occidentale della

dell’uomo come animal rationale, e da questo soprattutto deve essere determinato il suo moderno

trasformazione (l’uomo come soggetto ‗ ‘). (GA, 124) Pertanto, rispetto alla forte

personalità di chi, come Cicerone, in cui il personaggio nativo latino termine è stato inventato

per tradurre la parola greca prosepon (-maschera ), la personalità moderna è relativamente debole.

Heidegger schizzi poi come il concetto di personalità subisce un calo analogo a

il declino di altri termini chiave greco tradotto in latino. Quindi, il lettore è lasciato al

concludere che la personalità può avere alcun ruolo in autentico essere umano! Invece, il

autentica persona umana è la maschera di essere, che è, il incarnata, storico-temporale,

linguistiche richieste di compensazione per gli esseri di auto-manifesto. vista di Heidegger della

indebolita personalità moderna possono essere stati colpiti dalla visione secondo la quale der Jünger

Arbeiter è teso, uniformi, i tratti del viso maschera-come crudamente contrasto con il sensibile,

volto della personalità individuata borghese. Questa personalità è nella moderna

decadente, l’uomo -ultimo descritto in modo caustico da Nietzsche. Heidegger può avere

ha concluso che Nietzsche – esplorando sulle strade contorte del borghese

personalità, anche in veste di-the buon europeo – ha tradito la sua decadenza, e

in tal modo la sua incapacità di comprendere appieno e ad affrontare le implicazioni del-Overman,

che è, l’uomo che nega e trascende l’uomo come è diventato.

breve storia di Heidegger della personalità rivela una grave carenza che

gli impedisce di comprendere la modernità e la personalità moderna. Sebbene

Heidegger distingue tra umani e l’esserci altri modi di essere, in particolare

Essere animale, la sua analisi dell’esserci manca di un trattamento adeguato di scambio interpersonale,

l’attività specificamente umana che genera individui umani. Nel suo Phänomenologie

Hegel ha descritto l’ontologia della mutua costituzione in quanto la lotta per il riconoscimento.

nozione heideggeriana della condivisi di compensazione consente una ontologia sociale, ma Heidegger

non lo elaborati. Come Michael Eldred ha sottolineato, Heidegger aderisce alla fine

per l’ontologia in terza persona che domina la metafisica occidentale.xxii Questa terza persona

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14

vista, in visibile affermazione di Heidegger che per i Greci per qualcosa che deve essere strumento per

che sia prodotta, è paradigmatica per metafisici occidentali. Anche nel 1936 il suo conto

dell’opera d’arte, Heidegger la descrive come una portare-via degli esseri (opere d’arte), anche se

alla luce del e per il bene dell’essere.

Eldred mostra che conto di Aristotele della retorica non può essere compresa in termini di

modelli metafisico in terza persona, sia in termini di provocare, produrre, o portando-

via. La retorica mira a conquistare gli altri al proprio punto di vista. altri esseri umani,

tuttavia, non sono cose, ma invece l’apertura esistenziale, quindi, la retorica non può essere

intesa come una techne, che produce uno stato d’animo nuovo o punto di vista degli altri. Per

Aristotele, la retorica comporta l’uso di parole per ottenere un cambiamento (metabole) nei membri del

pubblico, ma, nel realizzare il cambiamento di uno stato d’animo per mezzo di parole è una potenza di una diversa

natura del know-how necessari per la costruzione di una casa o la guarigione di un paziente. Invece di

si occupano di materie prime o di organi, il retore intende at-anima del pubblico, che è ,-la sua

apertura al unconcealedness degli esseri nella loro [B] eing … xxiii Le parole del retore sono

non strumenti:-, ma parlano agli altri rivelatore o di occultare o distortingly e

chiamata uno stato di cose alla presenza all’interno del mondo e degli altri all’interno di un certo stato d’animo

ontologico e pre-comprensione. Per conquistare un pubblico, per portare qualcuno in giro

parlando, ad ottenere la fiducia di un’altra persona, dipende dall’altro dando il suo altoparlante

fiducia, e questo può essere liberamente rifiutato. xxiv Retorica, dunque, comporta sempre

scambio, una metabole in cui speaker offre parole e gli ascoltatori attenzione offerta, come pure

come la possibilità di concordare o meno d’accordo con l’altoparlante.

Nel suo corso 1924-lezione, come nota Eldred, Heidegger nega che la retorica è un

techne, ma invece un modo di dynamis, cioè, possibilità. Tuttavia, per Heidegger l’essenza

della techne non è vero che producono o fare, ma una possibilità, cioè, una vista anteriore che

consapevolmente fore-vede come il prodotto può essere portato avanti in presenza. Di conseguenza, sia

Heidegger e Aristotele finiscono visione retorica come una sorta di techne produttive,

analogo alla guarigione che ha un obiettivo certo, perché, questo è l’unico tipo di techne

che Aristotele analizza da vicino nella sua struttura ontologica. xxv Eldred mette in guardia dai

-violenza fenomenologica che si è verificato nella tradizione occidentale, perché la sua

in terza persona approccio all’ontologia non riesce a rendere conto in modo adeguato per la dimensione sociale della

l’esistenza umana. Quindi, Heidegger descrive la tecnologia moderna, come un potente, ma

modo ristretto di rivelare cose, comprese le persone nella misura in cui possa essere interpretato come

cose, cioè come animali intelligenti o risorse umane. Heidegger idea dei diritti umani

esistenza come la radura, piuttosto che come res cogitans è un passo nella giusta direzione verso

fornire un’alternativa alla metafisica in terza persona, ma Heidegger si concentra troppo sulle

come auto-occultamento Essere conduce gli esseri non-umani di mostrarsi in questo modo o

che. Le sue discussioni sono infrequenti di Mitsein alcun modo adeguato per tenere conto del

complessità insita nel interscambi sociali che aiutano ad articolare e di sostenere la

(Gratuito) di compensazione, così come enunciati da persone specifiche, impegnate in atti costante di riconoscere

e di essere riconosciuto. Hegel, un altro grande studioso della vita greca antica, ha dato la più

influente conto dell’uomo moderno di scambi sociali, nelle vesti dello schiavo-padrone

rapporto, che è stato per lui un esempio paradigmatico della lotta per il riconoscimento

che non è semplicemente un accessorio, ma una caratteristica essenziale dell’esistenza umana, e

specialmente nello Stato moderno, dove-Tutti sono liberi.

Nel dominio di un approccio in terza persona alla metafisica, e profondamente sospettosi

modernità, Heidegger scontato l’ontologia sociale di pensatori come Adam Smith,

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G.W.F. Hegel, Karl Marx, George Mead, e molti altri. Heidegger sosteneva che

destino umano non può essere né compreso né svolte dalle interazioni sociali

agenti umani, ma deriva invece da processi di trans-umana a cui solo pochi grandi

pensatori e poeti sono in sintonia. Questi pochi sono scelti a modificare la topologia della compensazione

in modo che gli esseri possono mostrare di nuovo verso e attraverso l’umanità. Al centro della

tradizione moderna, invece, è l’idea che gli individui, attraverso forme complesse di reciproca

riconoscimento, scambio, e lotta, possono formare un mondo che è più differenziata, più libera,

più sano e più ricchi. Scambio reciproco non può essere ridotto a materiale o economico

processi, ma-probabilmente – è necessario per gli esseri I. Mettere il pensiero in cammino

Per buona parte dei suoi commentatori, ad eccezione del notevole Jean-Michel Palmier (1),

Heidegger fu un metafisico la cui opera essenziale, Sein und Zeit (tradotto in italiano come Essere e

Tempo, Mondadori 2006), avrebbe tentato, nel costruire una “fenomenologia dell’ontologia” (2), di

refutare la tradizione metafisica attraverso il linguaggio metafisico stesso e che, pertanto, non si

sarebbe lui stesso escluso dalla metafisica. L’ultimo metafisico forse, ma metafisico pur sempre.

Henri Arvon, da parte sua, scrive: «La preoccupazione principale di Heidegger è meno la

fondazione di un’ontologia formale e materiale che l’elaborazione di un’ontologia fondamentale

che, attraverso l’umana esistenza, cerca penetrare sino all’essere». Aggiunge: «L’edificio dottrinale

che erige (…) fornisce una risposta di portata eccezionale al timore di un’epoca impregnata di

rigore scientifico che, disperata dal vedersi sfuggire l’Essere, vorrebbe riportarlo in piena luce» (3).

Questo linguaggio, apparentemente così oscuro, non è certo servito a Heidegger negli ambienti

positivisti e razionalisti, che non vedevano in lui che un philosophe astruso o, nel migliore dei casi,

un poeta…

Di fatto, sembra chiaro che ci siano diverse letture possibili di Heidegger. In Sein und Zeit, opera

dove culmina la prima tappa del suo pensiero, Heidegger ci svela le chiavi del suo vocabolario e

l’orientamento della sua riflessione. Ma, sappiamo, è stata seguita da una seconda, in seguito alla

celebre “svolta” (Kehre), che cominciò a manifestarsi nel corso degli anni trenta. La nostra lettura

sarà soprattutto centrata su questo “secondo” Heidegger, in cui le preoccupazioni si esprimono in

tutta la loro ampiezza attraverso gli scritti su Hölderlin e su Nietzsche. Tuttavia, questa lettura non

sarà puramente “filosofica” – nel senso classico del termine -, tanti sono gli orizzonti che Heidegger

ci svela richiamandosi a tutti gli aspetti della vita e, meglio ancora, a ciò che si conviene chiamare

destino. Più precisamente, Heidegger sarà da noi considerato come il pensatore della modernità.

L’autore di Holzwege [edizione italiana: Bompiani, 2002] si è in effetti impegnato a pensare

l’essenza dei tempi moderni, partendo dal motto di Nietzsche: «Dio è morto». Ora , la morte di Dio,

significa la morte dei valori. Così che possiamo sostenere che Heidegger conclude il pensiero

metafisico. L’importanza fondamentale della sua opera deriva, almeno in parte, dal fatto che nel XX

secolo, è stato il solo a porre e a rispondere alla domanda capitale: «Qual è l’essenza dei tempi

moderni?» (4). Cos’è in verità la “modernità”? Da dove veniamo? Cosa siamo divenuti? Dove

possiamo arrivare, noi, uomini e popoli del XX secolo? Questa ci sembra essere la problematica

centrale posta dal “pensatore-boscaiolo”. Essa ci si chiarisce e ci permette di esprimere alcuni dei

temi e delle idee che l’ipotesi metafisica maschera completamente.

(1) Jean-Michel Palmier, Les écrits politiques de Heidegger, Herne, 1968.

(2) Cioè una descrizione fenomenica del pensiero dell’essere.

(3) Henri Arvon, La philosophie allemande, Seghers, 1970.

(4) Lettera sull’umanismo , Adelphi 1995. Heidegger precisa, gettando uno sguardo retrospettivo

alla sua opera, che la sua intenzione non è di “filosofare” nel senso abituale del termine, ma, con un

lavoro del pensiero che non ha nulla di “intellettualista”, rispondere alle questioni storiche che

toccano il senso della nostra epoca. La “questione dell’essere” non deve dunque comprendersi come

un problema filosofico, ma come una questione storica che riguarda tutta la civilizzazione

“occidentale” diventata planetaria.

In questa prospettiva, Essere e Tempo, pubblicato nel 1927, non costituisce un’opera centrale né

definitiva, ma un lavoro preliminare, necessario alla comprensione del seguito dell’opera, una sorta

di bilancio introduttivo metodologico a un “messaggio” che esisteva soltanto virtualmente e sotto

forma di progetto nel 1927, quando Heidegger non aveva che trentanove anni. In altri termini,

Essere e Tempo forma, non una somma di “fenomenologia esistenziale”, come l’Università insegna

ancora troppo spesso (5), ma un’esposizione di concetti, di modi di pensare e di un linguaggio, che

non assumono tutto il loro peso e la loro portata che con le opere essenziali che sono, dal nostro

punto di vista, e in un ordine d’importanza crescente, i due volumi intitolati a Nietzsche (traduzione

italiana: Adelphi 1994), pubblicati nel 1961, la raccolta intitolata Holzwege [edizione italiana:

Bompiani, 2002], lo scritto apparso nel 1950 composto di diversi testi, redatti in occasione di corsi e

conferenze, riuniti nel 1954 sotto il titolo Vorträge und Aufsätze (tradotto in italiano come Saggi e

discorsi, Mursia 1991) tra cui in particolare “Die Frage nach der Technik” (“La questione della

tecnica”).

In Essere e Tempo, libro che fece grande scalpore all’epoca, Heidegger pose i fondamenti del suo

linguaggio e stabilì il suo campo concettuale, i due d’altronde non facevano che un’unica cosa e

costituivano le due facce dello stesso strumento intellettuale. Per Heidegger, in effetti il pensiero ed

il linguaggio esistono in simbiosi: chi ottiene la chiave del linguaggio può per ciò stesso penetrare

nel suo contenuto; la forma è già il merito. Essere e Tempo ci inizia allo stile heideggeriano, che si

caratterizza per tre tratti principali: il ricorso ad un linguaggio poetico, l’utilizzo della filologia e

dell’etimologia greca, e il ritorno, o Wiederkehr ( il “rivolgimento”, come un aratore rivolta la terra

e per ciò la riscopre e la rende più feconda) nel senso originale tedesco. Torturando e indagando le

parole, Heidegger si offre come poeta, nell’accezione ellenica del termine, vale a dire come un

creatore di forme. L’effetto di sorpresa e d’illuminazione, che nasce dallo shock di questo

linguaggio “etimologico” greco-germanico e da uno stile di una modernità senza riserve, non deve

nulla deve a una gratuità d’esteta: la lingua heideggeriana è bella perché densa; è significante

perché poetica, cioè creatrice (6).

Heidegger fa parte di quegli autori che, alla svolta di un difficile ragionamento, lo interrompe per

illuminarlo con una frase come questa: «In piedi sulla roccia, l’opera che è il tempo apre un mondo

e, nel medesimo istante, lo reinstalla sulla terra che, soltanto allora, appare come suolo natale.»

(Holzwege [edizione italiana: Bompiani, 2002]). Ecco dunque a cosa ci abitua Essere e Tempo: a

una parola aristocratica, che non si accontenta di esplicarci un’idea alla ragione intellettuale

(Geist), ma intende farcela cogliere attraverso la sensibilità poetica (Seele).

Il ricorso all’etimologia indoeuropea, attualizzata nella lingua greca e tedesca, non è neutro: questo

metodo rinvia alla volontà di Heidegger di ri-radicare la storia moderna nell’aurora greca. Il verbo

heideggeriano, sperimentato in Essere e Tempo, intende provocare uno “shock culturale” nel lettore.

Heidegger intende riallacciarsi ad uno stile e, oltre a ciò, ad una visione del mondo che costituirebbe

il preludio a una rigenerazione, sotto un’altra forma, di un modo d’essere e di agire “greco”, cioè

non socratico e a-cristiano. Dopo Nietzsche, Heidegger si pensa come Dichter (poeta, “indicatore”),

annunciante un mondo a venire, un mondo virtuale, che si riannodererrebbe, sotto una

nuova espressione “storica”, a quel che costituisce, per noi Europei, la nostra alba: la visione del

mondo greco, oggi paradossalmente “presente ma caduto nell’oblio”. La Dichtung (il detto, la

(5) Hussert riteneva che Essere e Tempo avesse tradito il metodo fenomenologico, e rimproverava a

Heidegger di fare dell’antropologia.

(6) La poiésis greca designa allo stesso tempo ciò che intendiamo con poesia e l’attività creatrice

dei “mestieri” più diversi.

parola) di Heidegger ci provoca (provocare in latino significa “chiamare”) ad “uscire dall’oblio”, a

far risorgere un livello di autocoscienza, una visione del mondo che noi abbiamo ereditato dagli

antichi e a consolidarla in seno al mondo moderno stesso. Da questo incontro “qualche cosa”

nascerà.

All’infuori della presentazione della “parola greca”, Essere e Tempo presenta un corpo concettuale

che resterà immutato durante tutta l’opera del pensatore, e che ci indica quale senso dobbiamo dare

- e quale non dare – alla “questione dell’essere” (Seinsfrage), che è uno dei temi centrali del

pensiero heideggeriano. Essere e Tempo afferma che questa “questione” dimora nell’oblio, che essa

è decaduta (Verfall) dopo l’alba greca del pensiero occidentale. Tutta la metafisica occidentale da

Platone, Plotino, Aristotele e Tommaso D’Aquino, ha considerato la “questione dell’essere” come

un qualcosa di acquisito. Essa ha creduto che l’essere esistesse “in sé” e ha cercato di rivelare

l’”essere in sé” come un’essenza assoluta partendo, secondo l’induzione platonica, dalle sue

modalità “inferiori”, vale a dire l’ente. Ciò facendo, l’ente, ovvero il reale resta misconosciuto. «Vi

è un’invasione dell’ente non pensato nella sua essenza», scrive Heidegger. Il pensatore si dissocia

così da una visione del mondo legata alla metafisica monoteistica e impone un’”anti-metafisica”

dove la questione dell’essere è centrata sul Dasein, l’”esserci” – riallacciandosi in tal modo con la

concezione dei greci presocratici per i quali, di fronte al destino (Moira), l’uomo era la “legge del

mondo” (anthropos o nomos tou kosmou). Così l’”oblio dell’essere” è l’oblio della realtà del

mondo, della «differenza ontologica che separa l’ente dall’essere».

La metafisica platonica, poi cristiana, è un “pensiero decaduto” che si rifugia nella filosofia dei

valori, che innalza una morale assolutista, una idea, al disopra dell’essere, o, per dirla altrimenti,

che svaluta la vita “inventando”, al di sopra del reale, delle categorie assolute, erroneamente

chiamate “essere”. Nietzsche stesso parte dalla «separazione socratica del pensiero e della vita».

Ma, grazie al metodo fenomenologico, Heidegger giunge più lontano. Egli smonta la meccanica

della metafisica occidentale e prepara un disegno “scandaloso”, impensabile per l’umanismo

tradizionale imbevuto di “trascendentalismo morale”, consistente nel valorizzare il Dasein e portare

la spiritualità nel seno dell’immanenza del mondo, secondo il vecchio progetto incompiuto del

paganesimo greco e presocratico.

Essere e Tempo si accontenta dunque di porre tale problematica. Cogliamo la prova della giustezza

di questa interpretazione nelle spiegazioni fornite da Heidegger stesso nella Lettera sull’umanismo

(Adelphi, 1995). Ci pare dunque impossibile non vedere altro, in Essere e Tempo, con Emmanuel

Levinas (Scoprire l’esistenza con Husserl e Heidegger, Raffaello Cortina, 1998), che una

continuazione del pensiero di Husserl, o un tentativo di “ritrovare l’essere” e di stabilire una

“metafisica epurata”, come l’immagina in genere la tradizione universitaria francese. (Del resto,

l’università spesso non incensa opere di Heidegger che per occultarne radicalmente il significato).

Più che Husserl, che non gli fornì che degli strumenti concettuali, utilizzati d’altronde al rovescio

dei principi del virtuoso fenomenologo, il vero “maestro” di Heidegger è Nietzsche. Heidegger

s’impose, non come il “discepolo”, ma come il continuatore di Nietzsche, cosa che non gli impedì

da allora di svolgere una critica, talvolta vivace, del pensiero dell’autore dello Zarathustra.

Heidegger, infatti, riprende la questione dei valori là dove Nietzsche l’aveva lasciata, ma la “tratta”

con degli strumenti più raffinati, che sono precisamente quelli di cui Essere e Tempo ha gettato le

basi. Ormai non è più possibile leggere Nietzsche senza ricorrere a Heidegger, né comprendere

Heidegger senza essersi prima familiarizzati con il progetto dell’uomo di Sils-Maria (al riguardo, il

filosofo neocristiano Maurice Clavel non si era d’altra parte ingannato).

Due opere di Heidegger soprattutto sono qui coinvolte: il libro su Nietzsche, già citato, e soprattutto

il saggio intitolato Nietzsches Wort “Gott ist tot” (tradotto col titolo La sentenza di Nietzsche «Dio è

morto») (7), testo redatto dopo la seconda guerra mondiale a partire dal contenuto dei corsi su

Nietzsche pronunciati all’Università di Fribourgen-Brisgau tra il 1936 e il 1940.

Concentriamoci intanto su una metafora presa in prestito dall’introduzione della raccolta intitolata

Holzwege [edizione italiana: Bompiani, 2002]. Heidegger vi scrive enigmaticamente: «… Nella

foresta ci sono dei sentieri che, molto spesso, si perdono improvvisamente, coperti d’erba, nel nonsvelato.

Li chiamiamo Holzwege (8). Ciascuno segue il suo proprio cammino, ma nella stessa

foresta. Spesso, sembra che uno somigli all’altro. Ma non è che un’illusione. Boscaioli e guardie

forestali si riconoscono nei cammini. Loro sanno cosa vuol dire incamminarsi su un Holzweg». In

effetti, chi si cura della foresta, chi l’abita, chi ad essa ha fatto ritorno, non si smarrisce quando

s’incammina su un tale sentiero; questo lo conduce direttamente al luogo del proprio lavoro. Al

contrario, tutti coloro a cui la foresta è straniera, tutti coloro per cui essa è un ostacolo, i mercanti,

per esempio, che devono viaggiarle attorno andando di città in città, quelli temono più di ogni altra

cosa di addentrarsi in un Holzweg, dove non potrebbero che perdersi. Questa metafora della foresta

ci sembra essenziale per comprendere il processo di elaborazione della concezione del mondo

inaugurata da Nietzsche, continuata da Heidegger, e oggi sempre aperta dal fare stesso della sua

incompiutezza. Nietzsche, diremo, è colui che ha compreso che non bisogna né aggirare la foresta

né attraversarla da parte a parte, ma al contrario bisogna perdervisi in un sentiero di boscaiolo, per

potervisi ritrovare nella radura dove si compie il “lavoro”, mentre Heidegger ci dice, da parte sua,

quale sentiero prendere.

II. L’apogeo del Nichilismo

«Dio è morto. Muta è divenuta la fiducia nelle leggi eterne di dio. Le statue sono ora cadaveri da cui

l’anima fugge, gli inni sono delle parole lasciate dalla fede.» (Hegel, Fenomenologia dello Spirito

[versione originale online])

Secondo Heidegger, l’opera di Nietzsche chiude la metafisica occidentale. La sentenza

fondamentale di Nietzsche, «Dio è morto», nomina il destino di venti secoli di storia occidentale.

Questo destino dev’essere interpretato come il lento e inesorabile montare del nichilismo, cioè la

morte di tutti i valori. Si può discutere sulla questione se Heidegger ha avuto o no ragione nel

vedere in Nietzsche l’ultimo dei metafisici (9).

Ma ciò che importa, è riconoscere che la lettura heideggeriana di Nietzsche e il riconoscimento

della portata storica della sua opera, sono i soli possibili.

In La gaia scienza, (Adelphi, 1977) al paragrafo 125, intitolato “L’uomo fuori di senno”, Nietzsche

firma uno dei suoi testi più importanti. Qui per primo riconosce, inizialmente, l’avvenimento

considerevole che termina un processo iniziato con Platone: la morte di Dio. «Dove se n’è andato

Dio?» gridò il folle «Ve lo voglio dire! L’abbiamo ucciso». Prosegue: «Non fiutiamo ancora il

lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono![…] Quali riti espiatori, quali sacre

rappresentazioni dovremo inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione?

(7) La traduzione appare nella versione italiana di Holzwege, Bompiani, 2002.

(8) Si tratta dei sentieri tracciati dal boscaiolo che ritornano dalla radura del taglio. Non attraversano

la foresta, ma costituiscono le sole vie che conducono “al cuore del bosco”.

(9) Cfr. la conferenza “Chi è lo Zarathustra di Nietzsche?”, pubblicata in Saggi e discorsi, Mursia

1991.

Non dobbiamo anche noi diventare dèi? […] Non ci fu mai un’azione più grande – e tutti coloro che

verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, a una storia più alta di quanto mai

siano state tutte le storie fino ad oggi!»

Nietzsche è qui l’annunciatore di questa altra storia, che può interpretarsi come la virtualità di una

sovrumanità. Heidegger stesso è il primo filosofo a penetrare in questa storia altra, il primo, dopo la

scoperta del cadavere di Dio, a tirarne le conseguenze. «È ancora troppo presto, disse il folle. Il mio

tempo non è ancora venuto. Questo avvenimento è ancora in corso. Non è ancora giunto alle

orecchie degli uomini». La morte di Dio deve così essere compresa, non come un “avvenimento

filosofico”, ma come un fenomeno storico che penetra l’insieme delle società occidentali, un evento

che trasformerà la vita nel senso più autentico del termine. La morte di Dio, processo di

compimento in cui giunge al termine una visione del mondo, deve interpretarsi come «la fine del

mondo soprasensibile, del dominio delle idee e degli ideali». Heidegger precisa: «Dopo Platone, e

più precisamente dopo l’interpretazione ellenistica e cristiana della filosofia platonica, questo

mondo soprasensibile viene considerato il mondo vero, il mondo propriamente reale. Il mondo

sensibile, al contrario, non sarà altro che un quaggiù, un mondo mutevole, quindi puramente

apparente e irreale. Il quaggiù è una valle di lacrime. […] Così, la frase “Dio è morto” significa: il

mondo soprasensibile è senza potenza efficiente. Non prodiga alcuna vita. La metafisica, vale a dire

la filosofia occidentale compresa come platonismo, è alla sua fine.»

La morte di Dio designa anche l’impossibilità di credere agli ideali assoluti, che questi siano o no

legati a una “divinità”. Non può dunque essere interpretata sotto la visione ristretta del declino di

sentimenti religiosi. Essa sigilla infatti la fase finale del nichilismo. «Il nichilismo, il più inquietante

di tutti gli ospiti, è di fronte alla porta», dice Heidegger. Il nichilismo segna la fine della possibilità

di ogni valore. L’umano è posto faccia a faccia col niente, privato «di un mondo sovrasensibile

capace di obbligare». «Il nichilismo è un movimento storico. Muove la storia alla maniera di un

processo fondamentale appena riconosciuto nel destino dei popoli occidentali. […] Né fenomeno

storico pari ad altri, né condizione spirituale che si incontrerebbe a lato di altre correnti spirituali

[…], il nichilismo è piuttosto, pensato nella sua essenza, il movimento fondamentale della storia

dell’Occidente. Esso manifesta una tale importanza di profondità che il suo spiegamento non potrà

comportare che catastrofi mondiali. Il nichilismo è il movimento universale dei popoli della terra

inghiottiti nella sfera di potere dei tempi moderni. […] Appartiene al carattere più inquietante del

più inquietante degli ospiti il fatto di non poter nominare la sua stessa origine.[…] È la destinazione

della nostra propria storia.» (10). Heidegger riconosce in Nietzsche colui che ha messo in luce questo

processo storico in atto da millenni: l’agonia dei valori, la lenta perdita di senso degli ideali

spirituali.

Non bisogna però affatto credere, come ci viene insegnato nelle facoltà di filosofia, che Heidegger

condanni il nichilismo. Heidegger sembra al contrario felicitarsi di tale incontro dei tempi moderni

e del nichilismo, dal quale solo potrà nascere un nuovo progetto. Egli accetta pienamente i tempi

moderni come nichilistici: «Nietzsche si rende conto che, malgrado la svalorizzazione dei più alti

valori per il mondo, questo stesso mondo continua, e che, privo così di valori, tende inevitabilmente

a una nuova istituzione di valori. […] Per fondare la nuova creazione di valori in quanto movimento

contro gli antichi valori, Nietzsche utilizza ugualmente il nome di nichilismo. […] Così, il termine

nichilismo designa soprattutto il processo di svalutazione degli antichi valori, ma anche, allo stesso

tempo, il movimento incondizionato contro la svalorizzazione. […] Nietzsche allora accetta il

nichilismo e lo considera come inversione del valore di tutti i valori anteriori». Nietzsche si colloca

alla giuntura di due movimenti storici, uno in fase di completamento, l’altro virtuale. Egli annuncia

(10) “Il più inquietante” (ho deinotatos): così i poeti designavano l’uomo. Occorre intendere “il più

inquietante di tutti gli ospiti della terra”, per opposizione agli animali che non hanno nulla di

inquietante

l’apogeo, dunque la fase terminale del nichilismo, mentre Heidegger, tramite la sua opera, inaugura

il post-nichilismo.

Il nichilismo non può limitarsi al crollo della fede cristiana o alla generalizzaazione di un ateismo

volgare. Il cristianesimo stesso, durante tutta l’esplosione della sua fede trionfante, fu una fase del

nichilismo. Quest’ultimo è la genia della metafisica platonica e cristiana, in cui risiedeva,

virtualmente presente, sin dalla loro fondazione. Tutta la metafisica occidentale porta in sé, senza

sospettarlo, il nichilismo. Così, se l’opinione cristiana (o umanista) non prende coscienza del

nichilismo di cui è portatrice – in quanto divenire (Werden) -, essa tanto meno coglie che questo

principio nichilista, che costituisce la sua essenza, sarà esso stesso ciò che permetterà di porre fine

alla metafisica cristiana o ai valori atei dell’umanismo che sono, in fin dei conti, una sola e

medesima cosa.

I “valori” cristiano-platonici, oggi morti viventi, hanno portato in sé la loro stessa morte (11).

Perché? Ascoltiamo la risposta di Heidegger: «I valori supremi già si svalutano, nella misura in cui

si comincia a intravedere che il mondo ideale non è suscettibile di realizzarsi mai nel mondo reale e

sensibile». La concezione del mondo che, in rottura con l’aurora greca, separò il pensiero (noésis)

dalla natura vivente (physis), e questa dall’azione (poiésis), ha virtualmente svalorizzato i principi

da essa posti. Questi principi (Dio, il Bello, il Vero, il Bene), che, dalla teologia all’umanismo

socialista, rappresentano dei principi fissi e superiori, dall’essenza sovrasensibile, sono stati giorno

dopo giorno condannati a perire, nella misura in cui si de-realizzavano presentandosi come essenze.

Con quale giubilo, allora, bisogna constatare il movimento storico del nichilismo, principio in atto

contro se stesso, antidoto posto dalla vita contro la metafisica e la morale che, a loro insaputa,

vanno muoiono di quella lotta ch’esse vollero ingaggiare contro il mondo sensibile! Questo mondo

sensibile di passioni e guerre, questo “teatro” della “follia umana” che Platone ci descrisse come una

“caverna di ombre” (aggalmata), finirà con l’aver ragione dei principi e degli universali, irrigiditi

nell’assolutismo di pseudo-valori che non hanno saputo conformarsi alla vita e che, perciò, sono

divenuti, loro, delle ombre.

Il nichilismo deve essere dunque considerato con sentimenti insieme trionfali e tragici. Esso non ha

nulla di una decadenza. È la «legge stessa della nostra storia». Anche se noi sappiamo che

dobbiamo superarlo, una tale impresa sovrumanista ha bisogno che la morte di tutti i valori giunga

al suo termine. Heidegger si impegna già, quale illuminatore – cioè col pensiero, prima dell’avvento

della fase “epocale” dell’azione -, sui sentieri del dopo-nichilismo, allorquando i tempi moderni, in

apparenza sempre legati ai principi tradizionali, concludono, nei fatti, il periodo ultimo del

nichilismo. I principi e i valori, che non sono ormai nulla più che residui, sono ben morti giacché

non vi si crede più, ma nessuno osa ancora seppellire il cadavere.

Dunque Heidegger si oppone all’umanismo tradizionale non soltanto sotto la forma razionalista e

ottimista datagli dai secoli XVIII e XIX, ma pure sotto qualsiasi forma dogmatica di affermazione

di valori fissati. La norma dei valori non dovrà derivare da un’essenza, ma dall’«incompiutezza

dell’esistenza umana», dal suo «svelamento creatore». È il Dasein umano che si deve riconquistare

come signore dei valori, indipendentemente dalle “verità” universali esposte dalle religioni

monoteiste e dalla metafisica platonica. In accordo con Nietzsche, Heidegger non vede infatt,

nell’umanismo che la presenza di una morale assolutista dove l’uomo, pensato come norma

suprema, non custodisce alcun valore mobilitatore. Metafisica decaduta nel quaggiù, ma nondimeno

metafisica, l’umanismo che ha percorso l’Europa dal XVIII secolo, con la sua serie di buoni

(11) Nella seconda parte del suo Nietzsche (Adelphi, 1994) Heidegger commenta l’idea secondo la

quale, se «il cristianesimo fu soltanto un platonisme per il popolo», al giorno d’oggi, non essendo i

noumèni platonici più portati dai miti cristiani, qualsiasi metafisica «ha perso la sua forza

storialmente strutturante».

sentimenti, segna l’inizio dell’apogeo del nichilismo. Questo umanismo, dice Heidegger, ci inganna,

poiché occulta il tragico di tutta l’esistenza; consolatore, esso nega l’angoscia e, quindi, rende

impossibili «il coraggio, l’audacia e la lucidità». «L’angoscia dell’audace,» scrive Heidegger in

Che cos’è metafisica? (Adelphi, 2001), «non tollera che la si opponga alla gioia, e neppure al facile

godimento di un’attività pacifica. Al di là di tali opposizioni, essa è segretamente alleata alla

serenità e alla mitezza dell’aspirazione creatrice». Solo un desiderio d’etica, originato da una ricreazione

volontaria dei valori sarà adeguato alla nostra epoca tecnica.

«L’uomo della tecnica», scrive Heidegger a Jean Beaufret, «consegnato all’essere-di-massa

(Massenwesen), non può più essere ricondotto a una continuità sicura e stabile che riunendo e

coordinando la totalità dei suoi piani e dei suoi atti conformemente alle esigenze di questa tecnica.»

Bisogna ristabilire un “vincolo etico” tra l’essere umano preso nella sua essenza (Menschenwesen) e

il suo mondo, non più secondo i principi d’ordine universale e degli assoluti morali, ma a partire da

una vera “pianificazione” dei valori in stretto rapporto con il mondo tecnico. Questi valori “etici”

saranno aperti, superabili, in conformità alle qualità dell’esistenza umana: l’incompiutezza, che

caratterizza il Dasein, e lo svelamento creatore dell’azione, oggi sostenuto dalla tecnica.

Piuttosto che costruire, tramite il logos, una morale che riposi su un sistema di valori compresi

come imperativi assoluti, senza alcun “legame” con l’”essenza del mondo, si tratta di pianificare, di

organizzare e di vivere un’etica volontarista. Il sacro e l’affettività mobilitante del mythos – che si

oppone al logos dei metafisici – si ritroveranno, perché i valori impliciti non saranno più delle

parole, ma dei comportamenti. Questi dovranno radicarsi in un progetto, in accordo con il mondo e

la storia. Un tale movimento marcherebbe il passaggio dall’umanismo a ciò che si potrebbe

qualificare sovrumanismo. I valori sarebbero ormai vissuti come esistenza, e non più come essenza.

Das Wesen des Daseins liegt in seiner Existenz, scrive Heidegger – frase difficilmente traducibile,

ma che si potrebbe rendere con «la specificità fondamentale dell’essere umano in quanto divenire

risiede nell’esistenza» (12). Nel suo intimo più profondo, l’umano è rapimento, trasgressione. L’uomo

è il trasgressore delle norme: l’Existenz traduce il concetto latino existere, “star-fuori”, vivere

svincolandosi. I valori esistenziali devono essere compresi non più come norme intellettuali ma

come forme vitali (Lebensformen), mai congelate, perpetuamente evolutive, rigorose perché

volontariamente instaurate e suscettibili in ogni momento di essere superate. L’etica della

trasgressione e del superamento (dell’uomo da parte dell’uomo) succede alla morale della

trascendenza (dell’uomo da parte dei suoi principi). Il termine nietzschano di sovrumanismo può

allora comprendersi come il momento “epocale” in cui l’uomo si riconosce, infine, come un

trasgressore. Ed è in questa prospettiva che bisogna intendere l’”uccisione di Dio” annunciata dal

“folle” in La gaia scienza.

«Poiché Sein und Zeit si leva contro la brutalità dell’umanismo», spiega Heidegger, «alcuni temono

che questo libro sia una difesa dell’inumano ed una esaltazione della brutalità barbara. [...] Ma il

pensiero opposto ai valori non afferma che tutti i valori solitamente professati come tali, la

“cultura”, l’”arte” [...] la “dignità umana” e “Dio” sono privi di valore. Si tratta, al contrario, di

capire finalmente che è il fatto stesso di definirli valori a svalutare gli oggetti di questa

valutazione». In altre parole, valutando i valori, li si sminuisce al rango di “logica”; non li si vive

più. L’umanismo fa allora scomparire ogni valore, secondo un processo inaugurato dai metafisici:

proclama Dio o la dignità umana come valore supremo increato in una gerarchia razionale assoluta,

(12) I valori “vissuti come esistenza” costituiscono ciò che Ernst Jünger, in L’operaio (Guanda,

2004) designava come Lebenstand, “classe-di-vita”. Il “lavoro” era allora destinato a diventare la

classe-di-vita dei tempi moderni. Heidegger supererà questo punto di vista, ma conserverà l’idea di

un’integrazione dei valori nell’esistenza vissuta. Sfiderà tuttavia il termine di “lavoro”, poiché

preferisce non chiudere i valori vissuti in una denominazione unica. Definire il “lavoro” classe-divita,

peraltro, non è già oggettivarlo e svalutarlo?

racchiude l’umano in un giogo e svalorizza il sacro in quanto “vissuto”». «Essere contro i valori»,

precisa Heidegger, «non significa essere per l’assenza di valori e la nullità (Wertlosigkeit und

Nichtigkeit) dell’ente, ma essere contro la soggettivizzazione dell’ente che abbassa quest’ultimo alla

ruolo d’oggetto singolo».

La morte di Dio coincide con l’”inizio del nulla”, cioè «l’assenza di un mondo soprasensible con

capacità d’obbligare». Secondo Heidegger, all’autorità scomparsa di Dio succede quella del

razionalismo e della morale. Ma questi non hanno saputo dare senso all’esistenza. Il cristianesimo,

soprattutto nella sua versione umanista, svela allora – avvenimento considerevole – che era soltanto

un ateismo mascherato. È il platonismo che ha finito con l’avere ragione del sacro: relegando

quest’ultimo fuori della natura, nella lontananza di una metafisica presuntuosa, ha espulso questa

sensazione di legame religioso che i popoli precristiani provavano nel contatto del mondo. «Il fine

di una felicità eterna nell’aldilà», scrive Heidegger (13), «si muta in quello della felicità per tutti, nel

quaggiù». Ora, questo nichilismo racchiude in sé anche il suo virtuale superamento, poiché «l’atto

creatore – precedentemente, proprio del dio biblico – diventa la maschera distintiva dell’attività

umana.» Non fu il cristianesimo a dare l’impulso originale al nichilismo: fu la visione metafisica del

platonismo. Gli storici confermano quest’analisi: il platonismo costituì il “filtro” filosofico che fece

ammettere un certo monoteismo biblico e conformò le strutture mentali del cristianesimo

occidentale. «Il cristianesimo stesso fu una conseguenza ed una forma del nichilismo». Nel

cristianesimo, il sovrasensible subisce un processo di decomposizione (Verwesung) e «le Idee, Dio,

l’Imperativo Morale, il Progresso, la Felicità per tutti, la Cultura e la Civilizzazione perdono

successivamente il loro potere costruttivo per cadere nel nichilismo.» Il fatto di porre questi valori

come astrazioni, ed il fatto di porre Dio come valore supremo li svalorizza già. Inoltre, non si deve

comprendere il nichilismo come il risultato del solo monoteismo ebraico (14), ma piuttosto come il

rifiuto di ogni panteismo manifestato da platonismo ed ebraismo: il sacro è relegato lontano dal

mondo “naturale” ed umano.

Heidegger prova allora a rispondere alla domanda di Nietzsche: quali nuove tavole di valori

istituire? Ma prima di formulare una risposta, ha dovuto precisare ciò che dovevamo intendere con

il compito di intraprendere «la trasvalutazione di tutti i valori» (Umwertung aller Werte). Non si

tratta infatti di istituire”nuovi idoli”, dei nuovi valori astratti. Il nichilismo attuale dovrà compiersi

sino in fondo perché le nuove tavole di valori sorgano, precisamente là dove i canoni morali

contemporanei vedono il pericolo peggiore. Quest’atteggiamento è qualificato da Nietzsche come

pessimismo della forza. Entriamo allora in un periodo transitorio, così descritto da Heidegger: «È

l’inizio di una situazione intermedia, dove diventa manifesto che, da un lato, la realizzazione dei

valori finora riconosciuti come supremi non si compie. Il mondo sembra sprovvisto di qualsiasi

valore. D’altra parte, questa presa di coscienza dirige l’intelligenza verso la fonte di una nuova

instaurazione di valori senza che, per ciò, il mondo riacquisti il suo valore.» Viviamo dunque

nell’interregno, quello della doppia coscienza e dell’apogeo del nichilismo: gli uomini della prima

forma di coscienza si attaccano sempre ai loro ideali decomposti; quelli della sovra-coscienza, eredi

lucidi del nichilismo, annunciano un’alba non ancora giunta.

Questa sarà l’alba di un nuovo dio? L’originalità di Nietzsche sta nel rispondere negativamente. Dio

è morto: non soltanto il suo trono è vuoto, ma l’idea stessa di trono è svalutata. Non si tratta tanto di

rimpiazzare valori quanto di trovare un altro luogo etico dove possano esprimersi. Questo luogo si

(13) Holzwege [edizione italiana: Bompiani, 2002], op.cit

(14) Il monoteismo può essere anche un paganesimo non dualista. E’ proprio perché il giudeocristianesimo

fu allo stesso tempo un monoteismo ed un dualismo metafisico che svalutò il sacro

facendolo divenire una morale.

potrà trovare soltanto là dove la metafisica e la morale, dove il cristianesimo ed l’umanismo,

vedano una svalutazione assoluta. “Là”, cioè al termine di ciò che Nietzsche chiamava il nichilismo

completo, in questo luogo anche dove il nulla è diventato assoluto. Accontentarsi di “rinnovare” i

valori significa attenersi ad un nichilismo incompleto, così come per Heidegger: «il nichilismo

incompleto sostituisce i vecchi valori con valori nuovi, ma continua a metterli al vecchio posto, che

si riserva in un certo qual modo come regione ideale del sovrasensible. Un nichilismo completo,

invece, deve eliminare il luogo stesso dei valori, il sovrasensible come regione e, di conseguenza,

porre i valori diversamente, cioè invertire il loro valore.» Questo nichilismo completo, che apparirà

tale agli uomini di coscienza metafisica ed umanista, sarà già, per coloro di “sovracoscienza”, un

antinichilismo. Ciò che, dal punto di vista della prima coscienza, è nulla, sarà altrettanto

precisamente fondamento di valore per la seconda coscienza. Ma dove risiede questo nulla? In altre

parole, dove risiederà questo luogo dell’inversione del valore dei valori? Detto ancora altrimenti,

qual è il fondamento del nuovo posto dei valori, che significa anche la fine del nichilismo

completo? Rispondere a questa domanda non ci indurrà più a parlare di nuovi valori. Quando, più

lontano, li evocheremo, noi baderemo di nominarli. Si tratterà piuttosto di incitare a viverli, poiché,

come vedremo, questi valori non sono intellettualmente nominabili, poiché non sono d’essenza

astratta e sovrasensibile.

Qual è dunque il posto dei nuovi valori virtuali? Prima di dare una risposta, occorre ascoltare la

risposta che Heidegger ha dato alla questione, non più seguendo Nietzsche, ma Hölderlin.

Commentando l’inno incompiuto intitolato Mnemosyne, Heidegger ne dà l’interpretazione seguente

in Perché i poeti?: «Lungo è il cammino del periglio della notte del mondo. Questa deve dapprima,

lungamente, accedere al suo mezzo» (questa notte è quella della progressione storica del

nichilismo). Prosegue: «Nel mezzo alla notte, il periglio del tempo è più grande» (si tratta della

nostra epoca). «Allora l’epoca indigente non risente neppure più della sua povertà» (è la

“dimenticanza”, Vergessenheit, che costituisce la più grande di tutte le emergenze). «La notte del

mondo resta tuttavia da pensare come un destino che ci ad-viene incastonato di pessimismo e

ottimismo. Forse la notte del mondo va verso la sua mezza-notte» (vale a dire verso l’abisso più

profondo, che sarà allo stesso tempo una rottura storica ed una “partenza”, Aufbruch, verso il

postnichilismo). «Forse questa era sta per divenire pienamento tempo periglioso».

È dunque nella nostra epoca che si situa il momento della mezza-notte. Da tale momento, se lo si

riconosce, può sorgere la fondazione di nuovi valori. Hölderlin, come Nietzsche, ci pone la

domanda: dove, a quale incrocio - per riprendere il mitema dell’Edipo di Sofocle all’inseguimento

del suo destino -, in quale luogo storico d’emergenza assoluta o di nichilismo completo, troveremo

la via d’uscita? Dove la notte basculerà verso il mattino? Qual è questa notte del mondo? La

“mezzanotte” ricopre ciò che Nietzsche designò talvolta, per antitesi, sotto il nome di grande

meriggio: la Volontà di potenza, e con essa la Vita. Questa vita che cercava precisamente di fuggire,

al tempo della sua gioventù, dal suo non-compimento, il giudeocristianesimo. Questa vita, come

violenza e come volontà, che esplode nei tempi moderni: il non valore assoluto, ma allo stesso

tempo la tavola dei nuovi valori.

La metafisica, anti-vitale sul piano intellettuale, da quando essa pose dei valori, fu sottomessa al

divenire del vivente. Nietzsche e Heidegger comprendono così questo processo di rovesciamento

dialettico: la metafisica, benché i suoi valori avessero svalutato la volontà di potenza e la vita, ne

costituiva a sua insaputa una manifestazione. Doveva allora sfociare concretamente in ciò che

rifiutava intellettualmente. La volontà di potenza, come nuova istituzione di valori, deve essere

compresa allo stesso tempo come prodotto e come inversione assoluta della metafisica. Heidegger

precisa: «Il divenire, è, per Nietzsche, la Volontà di Potenza (…) che è il tratto fondamentale della

vita (…) Il vivente si concentra in forme diverse, ogni volta durature, della Volontà di Potenza».

Conseguentemente, queste concentrazioni sono delle «centrali di dominazione (…) La Volontà di

Potenza si disvela come ciò che pone dei punti di vista (…) I valori sono le condizioni della Volontà

di Potenza, posti dalla Volontà di Potenza stessa (…) La Volontà di Potenza, in quanto principio

riconosciuto è dunque voluto, diventa al tempo stesso il principio di una nuova istituzione di

valori». È la Volontà di Potenza voluta, in quanto tale, coscienza di sé, a costituire il nuovo

fondamento di un movimento storico di valorizzazione. Nella misura in cui questa volontà di

potenza coincide con la caratteristica fondamentale della vita – il divenire rischioso e mutevole -,

essa costituisce per la metafisica una barriera intellettuale e corrisponde, nella prospettiva cristianoumanista,

al nulla. Tuttavia, questa stessa metafisica, con la sua ricerca di valori essenziali -

insuperabili ed immobili – sé fatta veicolo senza volerlo della volontà di potenza, preparando

inesorabilmente, secondo il processo del divenire vitale che pretendeva di negare ma al quale si

conformava, il suo destino, cioè la sua morte. La volontà di potenza, aggiungeremo, prima di essere

voluta (condizione per nuove tavole di valore), deve accedere all’autocoscienza. Ma, come

vedremo, non basta che la volontà di potenza sia cosciente perché sia voluta. Dopo Heidegger,

alcuni hanno conseguito questa presa di coscienza, ma hanno arretrato dinanzi al momento del

volere. Il cristiano,l’umanista sincero, il socialista morale, che non sono che al “nichilismo

incompleto”, non hanno raggiunto il livello di coscienza “storiale” (termine con cui traduciamo

geschichtlich in contrapposizione a historisch, “storiografico” o anche “storico” in senso ordinario)

dove riconoscerebbero la presenza, in loro, come nei tempi moderni sotto un’altra forma, della

volontà di potenza.

Dunque i vecchi valori manifestavano una volontà di potenza inconsapevole, che li aveva fondati, e

poi portati al nichilismo. Le “nuove istituzioni” di valore saranno radicalmente diverse, poiché,

questa volta, procederanno da una volontà di potenza voluta e consapevole. Questa nuova tipologia

di valori condurrà anch’essa ad un nuovo nichilismo? È probabile, ed è ciò che rende grande

l’Eterno Ritorno dell’identico. Nietzsche e Heidegger, fedeli alla visione eraclitea del mondo, non

pretendono di sottrarsi definitivamente al nichilismo. Il divenire è perpetuo: dopo la nuova

“mattina”, la coscienza storiale troverà il destino di un altra “sera”, quindi di una nuova “notte”. Ma

noi non possiamo immaginarne le modalità. Perpetuo è il processo di rovesciamento dialettico

(Umkehrung) dei valori, non secondo la linearità inapparente e un poco paradossale di un cerchio,

ma al modo inquietante di una spirale (“inquietante”, poiché non sappiamo se la spirale è

ascendante o discendente) (15).

Inquietante è anche il fondamento voluto dei nuovi valori: la volontà di potenza. Come la vita, si

orienta costantemente verso un di più di potenza. Nulla limita la sua tensione verso la propria

crescita. Come Edipo, andrà fino al termine del destino. «Essa è ordine, ha scritto Heidegger, e, in

quanto ordine, si dà il pieno potere per superare nella potenza ogni livello di potenza raggiunto. (…)

La Volontà di Potenza è l’essenza della potenza (…) e l’essenza della Volontà di Potenza è, in

quanto essenza della volontà, la caratteristica fondamentale dell’insieme del reale. (…) La Volontà

di Potenza non ha il suo fondamento nella sensazione di una mancanza: è essa stessa il fondamento

della vita più ricca».

(15) Si può avvicinare questa concezione heideggeriana della storia a quella della fisica moderna: il

tempo della “coscienza umana”, estropica e portatrice d’informazione, potrebbe compararsi ad una

spirale ascendente, ma che sarebbe piegata verso il basso dalla spirale discendente del tempo

“fisico”, entropico e “disinformante”. Vedere in merito: Joël de Rosnay, Il macroscopio. Verso una

visione globale (Dedalo, 1978); Oliver Costa de Beauregard, Le Temps des physiciens: La notion de

temps, le second principe de la science du temps (Hermann, 1963) e Irreversibilità, entropia,

informazione. Il secondo principio della scienza del tempo, (Di Renzo, 1994), dove sono esposte le

concezioni moderne del tempo “non segmentario”.

La questione che si pone ai tempi moderni, appena una tale volontà è “storicamente” riconosciuta

come tale, è sapere dove essa risieda. Dove trovare questa volontà di potenza che segnerà il

compimento della metafisica, fonderà una tipologia di valori assolutamente contraria a quella

dell’umanismo contemporaneo e sarà, a questo titolo, portatrice di senso? La risposta è semplice.

Sarà dove risiede il più alto nichilismo, dove la valorizzazione intellettuale e metafisica del mondo

è stata spinta fino in fondo, non soltanto fino a nominarlo, ma sino al punto in cui si dà la

possibilità di distruggerlo e metamorfosarlo materialmente: nel regno scientifico della potenza

tecnica.

III. Alla ricerca dell’essenza della tecnica

Non occorre dunque più cercare Dio, né sostituire a questa vana ricerca di valori nel sovrasensibile

una glorificazione della ragione o della morale. Questi sentieri intrapresi dall’umanismo non ci

hanno condotti che al nichilismo, e non potranno condurre più lontano i tempi moderni. La nostra

epoca è chiamata secondo Heidegger ad abbandonare la “via dei mercanti” che, “ragionevolmente”,

conduce da qualche parte, cioè verso ciò che possiamo metaforicamente chiamare borgo. Il

“cammino che conduce da qualche parte”, che non fa che aggirare o attraversare, ignorandola,

l’inquietante foresta, sappiamo in troppo bene dove ci conduce: verso la locanda del borgo dove ci

si riposa, dove si ruba alla vita alcuni momenti di felicità, vale a dire precisamente verso il tipo

(anti-)storico del borghese. Nietzsche ci ha detto, al contrario, che occorreva prendere uno dei suoi

“cammini che non conducono da nessuna parte” e che sono avventurosi, cioè allo stesso tempo

carichi di sacro e di avvenire -, uno degli Holzwege che ci condurranno al cuore della foresta, dove

ci attende, non il riposo e la felicità del borghese, ma il nostro lavoro. Nietzsche non ha indicato

quale sentiero prendere tra quelli che sono possibili. Egli ha posto la domanda «Quale valore per

nuovi valori?» Cioè: quale tipo di “avventura” per i tempi moderni? Ma Nietzsche non era, nella

fase della cultura europea in cui si trovava, in grado di rispondere.

Heidegger, da parte sua, inaugura la risposta. Indica quale sentiero prendere e vi si avvia egli

stesso. Ma lo shock della sua risposta è così forte che pochi, per il momento, hanno saputo o voluto

svelarne e riconoscerne la portata.

Abbiamo detto che la foresta chiamava al lavoro, quello del boscaiolo, la cui figura affascinante

attraversa l’opera di Heidegger. A cosa rinvia il lavoro, in questi tempi moderni? Certamente non

alla visione reazionar

gi@cinto

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epistemik-m

re, per diversi suoi aspetti, nella sfera dei fenomeni ermeneutici. Di ciò si
ha coscienza non solo di recente, bensì da moltissimo tempo, se è vero che
già Plutarco riferiva l’hermeneía appunto anche all’attività musicale. Che
la musica implichi una qualche forma di mediazione interpretativa dunque
non è certo un’acquisizione dell’epoca moderna. Moderna è semmai sol-
tanto la coscienza teorica grazie alla quale il rapporto tra musica e interpre-
tazione è stato affrontato in tutta la sua complessità, con lo sviluppo artico-
lato delle problematiche ad esso inerenti. La qualità ermeneutica della mu-
sica, ossia il suo essere produzione culturale dell’uomo che esige dall’uo-
mo di essere interpretata, è infatti qualcosa che si manifesta a vari livelli,
su piani sempre interconnessi, rispetto ai quali solo una riflessione ricca e
approfondita può fornire una buona visione di insieme: altrimenti come
sciogliere quell’intricata rete di relazioni tra autore, esecutore e ascoltatore
(relazioni che coinvolgono persone, ma altresì oggetti da loro creati e pro-
dotti perché altre persone ne possano fruire) entro la quale, vivendo inter-
pretativamente, si perpetua nella sua pienezza di senso l’arte musicale?
Nel caso della musica la situazione ermeneutica può essere assai comples-
sa, perché in essa la mediazione interpretativa può presentare ogni possibile
forma. Ora può trattarsi di seguire un autentico rinvio rappresentativo. Di
fronte a una partitura, per esempio, chi legge deve conoscere la notazione per
poter intendere certe macchie grafiche sui fogli come segni che rimandano a
suoni (o meglio a un insieme sonoro che sarà poi da realizzare) con caratteri-
stiche più o meno determinate. La scrittura musicale va compresa e interpre-
tata. A partire dalla pagina di musica si rivela così la sonorità in cui consiste
un’opera. Ma il rinvio rappresentativo talvolta parte dai suoni stessi. Il pro-
cesso sonoro può essere in grado di rimandare in qualche modo a qualcos’al-
tro: un contenuto di qualsiasi genere (affettivo, descrittivo ecc.) cui è legato
secondo un vincolo in diversa misura naturale o culturale, secondo un rap-
porto di maggiore o minore intrinsecità rispetto alla sostanza sonora. Coi
suoni musicali si può imitare, simboleggiare o esprimere. Anche la musica
quindi, nei suoi significati contenutistici, va compresa e interpretata.

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Allorché è operante un rinvio rappresentativo, dalla partitura ai suoni o
dai suoni ai contenuti rappresentati, il compito ermeneutico consiste nel
passare da un piano all’altro o, per certi versi, di intendere un piano in fun-
zione dell’altro. Ma non sempre la consistenza di senso della musica può
essere considerata in termini di rappresentazione. Già può essere contestata
la tendenza a concepire un contenuto espressivo come un momento di ef-
fettivo rimando, tanto sembra manifestarsi invece come qualità del tutto
immanente allo stesso processo sonoro. È peraltro indubbio che la musica
rimane al centro di un fenomeno ermeneutico anche quando si verifichi
l’assenza assoluta di un rapporto rappresentativo (o, se si vuole, semanti-
co). Detto in altri termini, la dotazione di senso della musica ha inizio ben
prima di quest’ambito, che pure è in sé così vasto e complesso. Si presenta
infatti una sfera propria di significato che il fenomeno musicale incarna pu-
ramente in sé. Qui il senso della musica è nient’altro che la sua concreta
forma: non tanto lo schema compositivo astratto, ma la viva forma sonora
con cui la musica medesima si manifesta. E anche qui è necessario com-
prendere e interpretare. L’ascoltatore non può affermare veramente di aver
capito un brano musicale se non ha concentrato la sua attenzione sulla di-
namica del processo sonoro e se non ha colto il nesso con cui le sue parti si
succedono nel tempo, somigliandosi e contrastandosi, ripetendosi e alter-
nandosi. Ciò che così gli si rivela, pur restando ancora sul piano della per-
cezione uditiva, non è più mera sensazione passiva. È senso che emerge dal
senso: una dimensione di significato che è ancora calata all’interno della
sonorità sensibile, ma che, almeno a livello di principio, si identifica con la
struttura musicale che lo studioso, analizzando tecnicamente quella stessa
musica, sa poi afferrare sul piano intellettuale.
Finora si è fatto cenno alle caratteristiche ermeneutiche della musica sotto
il profilo esclusivo della comprensibilità di un significato. Tuttavia a contrad-
distinguere più tipicamente la musica come arte in cui si esercita una media-
zione interpretativa è certo il fatto esecutivo. Per eccellenza l’interprete musi-
cale è colui che la esegue, non chi la ascolta e neppure chi la esamina o la va-
luta. È l’esecutore a svolgere il ruolo di mediatore tra autore e pubblico, giac-
ché è per il suo specifico tramite che il senso musicale diviene accessibile a
tutti, incarnato nella viva forma sonora. Egli si fa portatore del senso musica-
le, in quanto lo realizza e lo rende attuale in una sua effettiva manifestazione
sensibile. Sotto tale profilo il suo compito ermeneutico risiede soprattutto nel
riprodurre un significato, più che nel comprenderlo. Bisogna aggiungere però
altresì che certamente non può esserci una valida interpretazione riproduttiva
senza piena comprensione di quanto si esegue. L’interprete infatti si cimenta
nell’esecuzione in quanto uomo che, compiendo un’attività pratico-artistica,
impegna comunque la propria personalità. Quindi la sua non è mai una mera
riproduzione automatica, quale potrebbe svolgere viceversa un apparato mec-

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canico, bensì assunzione interpretativa del senso musicale, nell’atto stesso di
realizzarlo esecutivamente.
È un insieme piuttosto complesso di piani quello che interessa il rappor-
to tra musica ed ermeneutica. Da una parte c’è la ricchezza stratificata di
senso che è racchiusa nei fenomeni musicali: contenuti e significati che dal
nocciolo interno della sfera sonora sembrano irradiarsi all’esterno sulla più
vasta sfera culturale e storica dell’uomo. D’altra parte c’è la molteplice
sfaccettatura sotto cui si presenta l’attività musicale in quanto attività inter-
pretativa: dalla comprensione uditiva alla riproduzione esecutiva, dalla ri-
cettività sensibile fino alle forme più elevate dello spirito umano. Qual è
dunque la strada migliore da percorre per addentrarsi nel cuore delle tema-
tiche ermeneutiche concernenti la musica? Vista la complessità della que-
stione, si capisce bene che non esiste un unico percorso. Si possono indica-
re tuttavia due strade principali che portano al centro dei problemi: una
strada strettamente musicologica e una più propriamente filosofica.
In sede musicologica è da circa un secolo che si parla espressamente di
ermeneutica musicale. L’esigenza di chiarire l’esegesi dei significati relativi
alla musica risale senz’altro a prima. Ma solo all’inizio del ventesimo secolo
si è cercato di fondare una disciplina che sapesse fornire criteri precisi per
l’interpretazione del senso musicale. Dai primi tentativi di Hermann Kretz-
schmar in tal senso, invero non si può affermare che l’ermeneutica musicale
si sia imposta con una netta fisionomia disciplinare e nemmeno che abbia
saputo conseguire risultati di rilievo. La situazione attuale allora è in sé piut-
tosto ambigua. Nonostante i fallimenti sostanziali di tutti coloro che hanno
inaugurato ufficialmente quest’ambito di ricerca, ancora oggi non mancano
affatto studi musicologici che puntino l’attenzione sulle questioni dell’erme-
neutica musicale. Eppure il panorama generale che tuttora si presenta è piut-
tosto confuso e scarsamente delineato, laddove affiora un interesse spesso
vago e generico sugli aspetti interpretativi dei significati musicali.
In sede filosofica la situazione è molto diversa, benché egualmente non
del tutto univoca. Innanzitutto bisogna constatare che l’ermeneutica, nella
misura in cui è stata attratta nel campo proprio dell’indagine filosofica, ha ac-
quistato il massimo del suo vigore culturale. Questo, in particolare, è avvenu-
to negli ultimi decenni, allorquando ha potuto occupare un posto di assoluta
centralità nel pensiero occidentale. È chiaro che in tal caso la musica non co-
stituisce per nulla un obiettivo speculativo di primaria importanza. Tuttavia è
facile constatare che la filosofia ermeneutica trova nell’estetica e nella rifles-
sione sull’arte un argomento privilegiato, cosicché la musica diviene un tema
cui sovente ci si riferisce, sia pure nel quadro di osservazioni più generali.
Esaminando i testi teorici e filosofici dei principali maestri del pensiero er-
meneutico, si può ricostruire allora un discorso di una certa ampiezza concer-
nente le problematiche interpretative della musica. Il presente studio si con-

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centra per l’appunto sulla presenza della musica nell’ermeneutica contempo-
ranea, volgendo l’attenzione soprattutto su quegli autori che appartengono al-
la seconda metà del Novecento. È questo un periodo assai intenso, in cui, in-
torno a un nucleo che trova base in un’impostazione filosofica e ontologica
dell’ermeneutica, intervengono numerose voci a nutrire un dibattito di idee
rigogliosissimo. Qui nondimeno la musica figura talvolta fra i temi trattati.
Per una rassegna sui rapporti tra musica e pensiero ermeneutico contempo-
raneo, le riflessioni di Emilio Betti possono costituire un buon inizio. Il giuri-
sta italiano infatti, proponendo una teoria generale dell’interpretazione, ha de-
dicato numerose pagine agli argomenti musicali. Tali considerazioni sono da
inquadrare in uno sforzo complessivo per una fondazione metodologica del-
l’ermeneutica: un impegno poderoso che ha visto Betti contrapporsi alle ten-
denze ontologiche dell’ermeneutica filosofica recente, per rimanere invece
più vicino alle istanze teoriche del passato. Per quanto riguarda specificamen-
te la musica, Betti affronta la questione in relazione al tema dell’interpretazio-
ne riproduttiva, cosicché finisce per occuparsi soprattutto dei problemi con-
troversi che suscita l’esecuzione musicale. Tutto ruoterebbe intorno alla ne-
cessità di riprodurre la forma sonora in quanto espressiva di un contenuto liri-
co. In Betti tuttavia, alla ripresa delle consuete antinomie in proposito, si as-
socia anche una forte presa di posizione critica riguardante gli sviluppi esteti-
ci e compositivi mostrati dai fenomeni musicali durante il Novecento.
Un secondo nome di spicco nel panorama dell’ermeneutica contempora-
nea è quello di Luigi Pareyson. In questo caso osservazioni inerenti alla mu-
sica si possono rintracciare all’interno dei suoi studi generali di estetica: no-
tazioni sparse in particolare negli scritti in cui egli elabora una teoria della
formatività. L’attenzione cade, all’occasione, su varie tematiche musicali:
sulla peculiare materia della musica (dalla sonorità fisica agli strumenti ese-
cutivi), sulla composizione come processo inventivo, sull’attività di improv-
visazione ecc. Comunque, anche in Pareyson, è la difficile questione dell’in-
terpretazione esecutiva a conquistare parte notevole dell’interesse, allorché
l’incontro del personalismo pareysoniano con l’aspetto genuinamente erme-
neutico della sua filosofia culmina in una totale sintesi. L’esecuzione propone
istanze diverse tra fedeltà e originalità, che Pareyson sa conciliare mediante
una peculiare definizione del concetto di interpretazione: come conoscenza
di una forma da parte di una persona. Ogni aspetto ermeneutico dell’esecu-
zione musicale si regge dunque sul rapporto centrale tra opera e interprete,
un rapporto quanto mai mobile nella sua essenziale dinamicità.
Con Hans-Georg Gadamer ha il sopravvento l’elemento più squisita-
mente filosofico e ontologico dell’ermeneutica, cosicché nelle sue riflessio-
ni si concentra un momento cruciale dell’intero pensiero contemporaneo.
In Gadamer l’estetica ha il significato di un’ontologia dell’arte, dove la sfe-
ra artistica si dimostra come sfera fondamentale di verità e dove la musica,

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come tutti i fenomeni artistici, risulta essere al centro di un momento di na-
tura essenzialmente ermeneutica. L’opera musicale, in special modo, neces-
sita sempre di una rappresentazione-esecuzione, la quale si rivela essere
nient’altro che un’automanifestazione dell’opera stessa: un suo giungere di
volta in volta all’essere, crescendo attraverso le sue diverse esecuzioni. Si
vede allora come la comprensione e l’interpretazione della musica assuma-
no un’importanza fondamentale, ma siano da ritenere soprattutto quali atti
in cui l’interprete (chi esegue un’opera e pure chi semplicemente la ascol-
ta) si inserisce in una tradizione interpretativa mediante una fusione di oriz-
zonti storici. A tale livello risulterebbe decisiva una dimensione linguistica
costitutiva. Secondo Gadamer infatti l’impostazione ontologica dell’erme-
neutica mette in evidenza l’identità sostanziale tra essere e linguaggio:
un’identificazione cui nemmeno la musica può mai sottrarsi.
L’affermazione del pensiero ermeneutico nella cultura recente è stata im-
ponente. A partire da coloro che hanno dato una fisionomia filosofica alla
speculazione ermeneutica, deriva tutta una serie di sviluppi nei più diversi
campi. Ora i principi ermeneutici mantengono un’impronta prettamente teo-
retica, ora sono coinvolti in un’elaborazione applicativa. Anche quando ciò
non interessa propriamente la musicologia, spesso tuttavia la musica risulta
parimenti interessata. Un esempio in tal senso viene dalla teoria della ricezio-
ne letteraria e, più precisamente, da Hans Robert Jauss, le cui idee, nei loro
risvolti di ordine ermeneutico, possono essere riprese con profitto nell’ambi-
to dell’estetica e della storiografia musicale. D’altra parte l’ermeneutica filo-
sofica continua a porsi domande intorno alla musica, pur se a contorno di di-
scorsi a carattere assolutamente generale. È il caso di Gianni Vattimo per il
quale l’arte è considerata nella sua linguisticità essenziale e, da ultimo, ri-
compresa nella proposta di una radicalizzazione nichilista dell’ermeneutica.
La mole di studi che è stata prodotta dall’ermeneutica contemporanea è
davvero enorme. Non ci si può stupire dunque se, anche limitando l’esame
a un esiguo numero di autori principali e solo ad alcuni temi fondamentali,
si possa scoprire un buon numero di osservazioni dedicate alla musica. Nel
corso di questa indagine si impongono alcuni temi centrali che contribui-
scono poi alla definizione ulteriore delle problematiche. Una prima que-
stione riguarda se una riflessione ermeneutica svolta sul piano musicale
debba mirare a uno statuto di natura metodologica. È possibile arrivare al-
l’indicazione di precisi criteri in riferimento ai molteplici aspetti interpreta-
tivi della musica? Una seconda questione riguarda il rapporto tra opera mu-
sicale e interprete. Come si bilancia tale rapporto, in cui peraltro può rien-
trare come terzo termine anche l’autore con le sue intenzioni creative? Una
terza questione riguarda la linguisticità della musica e della sua interpreta-
zione. Davvero è una dimensione linguistica (o addirittura verbale) quella
cui appartiene la musica nella sua intrinseca interpretabilità? Una quarta

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questione riguarda infine un confronto tra l’atteggiamento interpretativo di
chi esegue e quello di chi ascolta. Eseguire musica e ascoltare musica, in
quanto momenti comunque diversi tra loro, possono essere ricondotti
senz’altro sotto il titolo comune di interpretazione musicale?
Il reperimento di annotazioni sulla musica, in genere per la verità al-
quanto sparse, all’interno del pensiero ermeneutico dell’ultimo mezzo se-
colo forse costituisce una semplice curiosità intellettuale. Scandagliare i te-
sti degli autori più significativi con questo intento primario costituisce un
lavoro introduttivo, utile soltanto a raccogliere del materiale sull’argomen-
to, in attesa che poi si possano compiere ulteriori approfondimenti critici o
autentici sviluppi speculativi. Tuttavia il fatto che da tali note occasionali si
riesca a ricostruire un quadro coerente di tematiche ricorrenti sembra indi-
care l’esistenza di un giustificato interesse teorico sin dall’inizio, già al li-
vello del più umile stadio della ricerca. Ciò getta luce in una duplice dire-
zione: nel senso di contribuire a una visione storico-critica concernente le
vicende dell’ermeneutica e nel senso di contribuire a uno studio filosofico
sulla musica. Sia pure in estrema lontananza, c’è dunque un orizzonte più
vasto, che, se da un lato va oltre la musica verso l’ermeneutica e la filoso-
fia, dall’altro lato, quasi per paradosso, va oltre la stessa ermeneutica verso
il cuore della musica.

nulleggia

nulla, tra loro antitetiche: il nihil negativum e il nihil positivum. La morte viene cioè indicata da un lato come nihil negativum, ossia come quel nulla che «nella prospettiva sistematica della filosofia del Tutto, per la contraddittorietà del suo porsi, viene escluso dalla totalità e ridotto a ens rationis» (p. 70); dall’altro come nihil positivum, absolutum, ossia come «concetto aporetico di nulla che sussiste problematicamente al di là di qualsiasi sintesi del pensiero» (p. 70). Bertolino mutua questa distinzione da Adriano Fabris (cfr. A. Fabris, Linguaggio della rivelazione. Filosofia e teologia nel pensiero di Franz Rosenzweig, Genova 1990, pp. 25-27), sottolineando però non tanto la dimensione assiologia, quanto piuttosto quella ontologica di tali concetti, con il risultato di invertire il senso dei termini rispetto alla presentazione di Fabris: il nihil positivum di Rosenzweig risulta dunque essere realmente qualcosa, mentre il nihil negativum hegeliano è insussistente, un puro ens rationis. L’identificazione del nihil negativum con l’ens rationis è utilizzata da Bertolino per evidenziare il carattere ontologico, contraddittorio ma positivo, del nulla in Rosenzweig, pur ponendosi coscientemente in contrasto con categorizzazioni più tradizionali, come ad esempio quella kantiana. Il nihil positivum, proprio perché «è» e contemporaneamente è «nulla» (e qui Bertolino si discosta dall’interpretazione del nulla in Rosenzweig che danno Stéphane Mosès e Paola Ricci Sindoni i quali, sulla scorta del concetto di «presque-rien» mutuato da Jankélévitch, sottraggono al nulla il suo specifico carattere di contraddittorietà), rappresenta quella contraddizione reale che si annuncia nell’esperienza della morte e che rompe la totalità hegeliana, ponendosi come autentico principio della filosofia rosenzweighiana. Accanto al nihil positivum connesso all’esperienza della morte e al nihil negativum dell’idealismo, però, occorre introdurre anche il concetto di nulla particolare, ossia di «nulla del concetto cercato»: rispettivamente nulla di Dio, nulla del mondo e nulla dell’uomo. Tale nulla particolare, il nulla-di-qualcosa, ha indubbiamente una valenza gnoseologica (in quanto permette il passaggio al qualcosa del sapere) ma, secondo l’interpretazione di Bertolino, ha anche una valenza ontologica: il nulla particolare, infatti, «in quanto possibilità anche ontologica e non semplicemente logica, è nulla che consente il costituirsi dei tre elementi non soltanto nel senso della loro determinabilità gnoseologica, ma anche in quello della loro configurazione essenziale, intendendo con essa, però, la sola dimensione inerente all’essenza e non quella relativa all’esistenza in atto» (p. 84).

Il nulla particolare di cui tratta Rosenzweig corrisponde al differenziale matematico, la grandezza infinitesima di cui dà conto Hermann Cohen nei suoi studi: il concetto di nulla, che Rosenzweig mutua da Cohen in quanto nulla relativo a qualcosa, ha una valenza prevalentemente gnoseologica, come viene sottolineato tanto negli studi di Fiorato e Wiedebach, quanto in quelli di Gibbs. Bertolino si spinge però più oltre e, attraverso un accostamento dei Weltalter di Schelling con la Prima Parte di Stern, mostra come Rosenzweig risenta implicitamente dell’influsso schellinghiano per quanto riguarda la portata ontologica del concetto di nulla: in Rosenzweig come in Schelling infatti, secondo Bertolino, il non-essente non è un nulla assoluto, bensì un nulla relativo, «è un non-essente solo rispetto ad altro (oggettivamente), ma in sé (soggettivamente) è un essente» (F.W.J. Schelling, Die Weltalter. Bruchstück, in ID., Sämmtliche Werke, Abt. I, Bd. 8, Stuttgaart/Augsburg 1861, p. 222). Avendo constatato «che il concetto di nulla costituisce, in quanto nihil positivum, la chiave di volta nella reductio ad absurdum della vecchia filosofia e, nella sua accezione di nulla particolare, il concetto metodico ausiliario del quale avvalersi nel cammino verso la conoscenza» (pp. 115-116), Bertolino ripercorre le due vie (quella dell’affermazione e quella della negazione) che conducono dal nulla al qualcosa, per poi descrivere le tre figure del paganesimo (Olimpo mitico, cosmo plastico ed eroe tragico) raffigurate in Stern I. La Parte Prima dell’opera viene così presentata da Bertolino come un esempio di filosofia del nulla, intesa sia come gnoseologia negativa che come meontologia: i tre elementi, dedotti dai nulla particolari, sono infatti più che semplici fattualità, ma non sono ancora realtà effettivamente esistenti; «il nulla particolare consente la determinazione della loro essenza, non dell’esistenza» (p. 139).

Il secondo capitolo del volume è dedicato ad analizzare la Parte Seconda di Stern, ossia le relazioni di creazione, rivelazione e redenzione che collegano tra loro gli elementi, con particolare riguardo per la creazione, soprattutto intesa come creazione dal nulla. La creazione del mondo da parte di Dio è resa possibile dall’«inversione» o dal «capovolgimento» (Umkehr, Umkehrung, Verkehrung) del “sì” e del “no” dei due elementi: la creazione non è infatti la necessaria conseguenza della struttura elementare, bensì implica un capovolgimento attraverso il quale Dio e uomo si aprono reciprocamente all’alterità. Per quanto riguarda questa inversione, la fonte individuata da Bertolino sono ancora una volta i Weltalter: il debito di Rosenzweig nei confronti di Schelling, nonostante alcune discrepanze, è evidente sia a livello terminologico (necessità o natura, libertà e vitalità divine; “sì” e “no”; affermazione e negazione) che descrittivo (la libertà divina come fondamento che ha in se stesso la propria necessità), oltre che per quanto attiene all’utilizzo del metodo della filosofia narrante. D’altronde è lo stesso filosofo di Kassel ad ammettere la propria dipendenza da Schelling per ciò che riguarda la natura di Dio (cfr. F. Rosenzweig, Der Stern der Erlösung, in Der Mensch und sein Werk. Gesammelte Schriften, II, Den Haag 19764, p. 20, trad. it. di G. Bonola, La stella della redenzione, Casale Monferrato 1985, p. 19). La creazione descritta da Rosenzweig è creazione dal nulla, opposta quindi tanto alla logica idealistica, quanto al concetto di produzione ed emanazione; sulla scia di Schelling, Rosenzweig riprende la tematica luriana dello tzimtzum: la contrazione divina che precede l’atto creativo e lascia uno spazio vuoto affinché possa esistere l’altro da Dio. Qui, dunque, «si è in presenza di un atto che suscita il nulla; da questa assoluta libertà creativa di Dio, che equivale all’autolimitazione della sua infinita pienezza, risulta il nulla» (p. 197). Procedendo oltre il testo rosenzweighiano stesso, Bertolino utilizza l’immagine dello tzimtzum in senso lato, per affermare che un processo di contrazione è messo in atto sia da Dio, che dal mondo e dall’uomo i quali si contrarrebbero in se stessi prima di aprirsi alla realtà relazionale, sia essa creativa, rivelativa o redentrice. L’analisi di Stern II si chiude con la presentazione del Midrash filosofico-grammaticale che Rosenzweig fa su Genesi 1, nonché con la sottolineatura di un possibile parallelo tra l’ermeneutica dell’esperienza religiosa descritta da Pareyson e lo Sprachdenken rosenzweighiano.

L’ultimo capitolo del volume si occupa della morte, avendo lo scopo «di segnalare la presenza di un tema che appare già nella Parte Prima e nella Parte Seconda dell’opera di Rosenzweig, ma trova la propria conclusione soltanto nella Parte Terza» (p. 231). La morte, intesa come nulla esistenziale, viene presentata anzitutto per come appare nell’Introduzione alla Parte Prima di Stern, che è posta sotto il segno della morte come incipit philosophiae, per essere poi descritta come il tratto negativamente costitutivo dell’umanità e, contemporaneamente, nella positiva valenza di secondo e più segreto giorno natale del “sé”. Nella Parte Seconda del testo filosofico, poi, la morte viene letta come completamento della creazione, secondo l’interpretazione che ne danno il Bereshit Rabbah e, di conseguenza, Maimonide, secondo cui il “molto buono” pronunciato da Dio il sesto giorno della creazione si riferirebbe alla morte che dunque assurgerebbe, nel sistema rosenzweighiano, a «chiave di volta della creazione, che imprime, lei sola, a tutto il creato il marchio incancellabile della creaturalità» (F. Rosenzweig, Der Stern der Erlösung, cit. p. 174, trad. it. cit., p. 165). La morte si presenta però anche come profezia del miracolo della rivelazione, che si palesa nell’amore di Dio: quell’amore che è «forte come la morte», come attesta il Cantico dei cantici, e che rappresenta dunque l’unica realtà capace di tener testa alla morte. La morte è dunque il nocciolo problematico ineludibile della ricerca filosofica e parlare filosoficamente della morte costituisce, secondo Bertolino, lo specifico sforzo teoretico di Rosenzweig, sebbene l’intera opera filosofica del pensatore non costituisca un risultato raggiunto, bensì un libro che si apre sulla vita, una filosofia esperiente che deve essere confermata dalla vita stessa.
Consult

nulleggia

« il nulla non è o che il non essere non è, già entro in contraddizione perché attribuisco qualche cosa, sia pure il non essere, a qualche cosa che assolutamente non è, non essere : tu non penserai il nulla…..pensare il nulla, la ritroviamo, via via, in tutta la storia della filosofia. La ritroviamo in Platone, il quale compie – come lui stesso dice nel Sofista – un parricidio, perché cerca di pensare il nulla, introduce il nulla nel discorso filosofico. Ma il parricidio, come Platone stesso dimostra, si risolve in un grande elogio, in un trionfo del padre, in un grande elogio di Parmenide, perché in realtà Platone dimostra l’impossibilità di pensare il nulla in quanto nulla. Il nulla può esser pensato soltanto come finzione, solo per analogia, serve per spiegare ciò che altrimenti non potremmo spiegare, cioè la molteplicità, quindi, in definitiva, il divenire. Ma, assolta questa funzione – una specie di finzione – assolta questa funzione, del nulla non ne è più nulla. Ma… ontologia del nulla, ma esiste come trasgressione dell’interdetto parmenideo. Questa ontologia del nulla … il nulla è il grande rimosso della storia della filosofia occidentale, è chiaro che l’ontologia del nulla non può essere cercata …. ontologia del nulla o meontologia. Ma le tracce sono rivelative, sono importanti e ci mettono, ci fanno incontrare autori – che magari non interpreteremmo in questa chiave, ma che in questa chiave vanno interpretati – come Plotino, il quale sostiene che il nulla è al di là dell’essere, anzi….Perché appunto l’arte, è quella che ci rende sperimentabile il paradosso dei paradossi, il paradosso per cui l’essere, la verità dell’essere è, ma è sempre altra da sé. Le opere d’arte di che cosa parlano, se non della verità dell’essere? Ma ….. »

gpdimonderose on Xanga

vibranza

l’Ereignis sta la “vibrazione” (Erzitterung) dell’essere. L’essere vibra perché oscilla Erzitterung il primo dire iniziale “non è ancora metafisica” 14 , perché non è ancora lo sviluppo di questa dimenticanza). Tornare al dire iniziale in modo più originario vuol dunque dire portare all’esplicito ciò che in esso rimane implicito e così facendo oltrepassare la vicenda della metafisica (nella misura in cui tale vicenda si radica nell’approfondimento di quell’implicito). Ma cos’è questo non detto nella cui esplicitazione risiede l’oltrepassamento dell’intera storia del pensiero occidentale? 12 Ibid., par. 88. 13 Ibid., par. 85. 14 M. Heidegger, Heraklit (1979), trad. it. a cura di F. Camera, Eraclito, Mursia Editore, Milano, 1993, p. 42. Page 20 20 2. L’INIZIO COME NEGAZIONE ORIGINARIA Riprendiamo il detto di Parmenide che Heidegger pone al centro del primo saggio di Identità e differenza. Ad esso è dedicato anche il saggio Moira, parte non pronunciata del corso Was heisst Denken? del 1954 e inserita in Saggi e discorsi. Il detto parla del rapporto tra l’essere (eônai) e il pensiero (noeîn). Nella terminologia di Heidegger, parla del rapporto tra l’essere e l’esserci, dove per esserci si deve intendere “l’apertura dell’ente in quanto tale nel suo insieme” 15 . Secondo Heidegger, il detto di Parmenide parla cioè del rapporto tra l’essere e l’apertura della dimensione dell’ente. Questa apertura è il senso più proprio del pensiero come noeîn perché nella sua essenza quest’ultimo, in quanto “prestare-attenzione” 16 a ciò che è presente, “si fonda e dispiega il suo essere” 17 esattamente a partire da quella articolazione dell’ente nel suo insieme che facendo stare l’ente in presenza consente che ad esso si presti attenzione. Tale articolazione è il légein dell’uomo, ossia il raccogliere e riunire la molteplicità degli enti permettendo loro di stare innanzi manifesti nei loro reciproci rapporti (nell’Introduzione alla metafisica si dice appunto che nel suo significato originario il lñgoj è “il rapporto di una cosa con l’altra” 18 ). Ora, nel detto di Parmenide, il rapporto tra l’essere (eônai) e la dimensione ontica nel suo apparire (noeîn come légein) è sotto il segno della “parola- guida” tò a÷tó, che però “resta oscura” 19 e per questo è una “parola-enigma” 20 . L’oscurità e l’enigmaticità della parola guida è segno che essa eccede il dire di Parmenide, ossia che il suo significato rimane implicito in questo dire. Esso è 15 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 173. 16 M. Heidegger, Vorträge und Aufsätze (1957), trad. it. a cura di G. Vattimo, Saggi e discorsi, Mursia Editore, Milano, 1976, “Moira”, p. 166. 17 loc. cit. 18 M. Heidegger, Einführung in die Metaphysik (1966), trad. it. a cura di G. Masi, Introduzione alla metafisica, Mursia Editore, Milano, 1990, p. 134. 19 M. Heidegger, Identità e differenza, cit., p. 7. 20 M. Heidegger, Saggi e discorsi, cit., “Moira”, p. 165. Page 21 21 presente, ma non è testimoniato come tale. Come sappiamo, portare all’esplicito questo non detto significa per Heidegger ritornare in maniera più originaria all’inizio, oltrepassandone allo stesso tempo la storia metafisica. Cerchiamo allora di metterci nelle condizioni di comprendere la direzione lungo la quale l’esplicitazione da Heidegger tentata è resa possibile. Facciamolo indicando innanzitutto ciò che, agli occhi di Heidegger, il dire del primo inizio dice esplicitamente. Cominciamo con l’osservare che nella sentenza di Parmenide compare il termine eônai, essere. Il dire di Parmenide, rispetto a quello degli altri pensatori iniziali, ha di proprio che nomina l’originario come tale. Parmenide cioè porta al linguaggio l’originario nominandolo con la parola che lo esprime nella sua semantica fondamentale ed essenziale: eônai. Questa parola nomina l’originario nella sua originarietà perché nomina il senso fondamentale dell’originario, la sua perfetta semplicità semantica. La quale si costituisce nell’opposizione infinita e infinitamente escludente con cui l’essere nega il suo altro, il non essere. L’essere è il semplice perché è l’unico, ed è l’unico per è il solo. Solo l’essere è: 1sti gár eônai, mhdèn d’o÷k 1stin. Così recita il frammento 6 del Poema parmenideo. In esso Parmenide semantizza l’essere secondo il suo tratto costitutivo fondamentale, ossia come negazione assolutamente escludente il proprio opposto (che in quanto assolutamente escluso è mÕ 3n – nihil absolutum). Per questo senso fondamentale della negazione dell’opposto (senso a cui diamo il nome di logica di Parmenide), l’originario, che in questa negazione consiste, si presenta come l’unico perfettamente semplice nella sua perfetta solitudine che “rimanendo identico e nell’identico, in sé medesimo giace, e in questo modo rimane là saldo” e “non manca di nulla” (fr. 8). Parmenide dunque porta al linguaggio la parola che dice l’assoluta semplicità dell’originario e la struttura semantica in cui tale semplicità si costituisce Sebbene in un contesto differente, la stessa struttura compare come ciò che vi è di fondamentale nel discorso sull’originario anche nel pensiero di Eraclito. Nel Page 22 22 corso friburghese dell’estate 1943 a lui dedicato e intitolato L’inizio del pensiero occidentale, Heidegger considera come il primo tra i frammenti di Eraclito quello che nella numerazione tradizionale è il frammento 16: tò mÕ dûnón pote pÏj \n tij láqoi;. Questa sentenza è per Heidegger la prima delle sentenze di Eraclito proprio perché nell’espressione tò mÕ dûnón pote contiene il senso fondamentale dell’inizio, quello stesso senso che viene nominato come tale nel dire di Parmenide. Heidegger traduce tò mÕ dûnón pote con “il non tramontare affatto per sempre” (das ja nicht Untergehen je), ossia “il non tramontare mai” (das niemals Untergehen). Il non tramontare mai dice qui, nel linguaggio di Eraclito, lo stesso tratto decisivo dell’originario indicato da Parmenide nell’opposizione di essere e non essere perché dice appunto che l’originario si costituisce nell’opposizione al suo opposto intesa come negazione che ne esclude assolutamente l’accadimento. L’originario è l’impossibilità di passare nell’opposto, è questo stare perfettamente in sé che mai può cadere nell’altro da sé. Eraclito parla di un non entrare mai nel nascondimento e nel dire questa negazione usa la particella mÔ che, come spiega Heidegger, nega “nel senso che chi esperisce ciò che deve essere negato se ne sente allontanato, in quanto lo percepisce come ciò che viene rifiutato. Pertanto traduciamo questa negazione con l’espressione avversativa ‘ma no’, ‘nient’affatto’ [ja nicht]. Ciò che è nominato dal frammento è esperito come ciò che a nessun costo, ‘per amor di nulla al mondo’, è identificabile col tramontare o è qualcosa che si dissolve nel tramontare stesso” 21 . Il mÔ dice dunque che il tramontare “essenzialmente non prevale affatto, oppure – come dice il seguito – non prevale mai” 22 . Se la semplicità semantica e il modo del suo semantizzarsi rappresentano il tratta decisivo dell’originario, esso non è però l’unico tratto che dell’originario 21 M. Heidegger, Eraclito, cit., p. 59, corsivo mio. 22 Ibid., p. 60. Page 23 23 il primo pensiero iniziale porta all’esplicito. Secondo Heidegger, il primo inizio non dice solamente che l’originario è l’originaria opposizione dell’essere al non essere come sua assoluta negazione, cioè come suo assoluto rifiuto. Dice anche che questa negazione del proprio opposto è produttiva. Il “non” con cui l’essere esclude il proprio altro fa essere, porta alla presenza, lascia emergere gli enti di volta in volta presenti. Accanto al carattere di esclusione di ciò che viene negato, nel primo inizio si lascia infatti vedere anche la natura affermante e includente che spetta altrettanto essenzialmente alla negazione. Alla negazione appartiene cioè di essere insieme negazione che afferma il negato. Nell’atto del negare essa include e afferma il negato e gli conferisce così esistenza. Il primo inizio vede questo carattere della negazione, ma lo intende, in modo tale da vincolare l’intero pensiero occidentale, in funzione della natura assolutamente escludente del negare. In altre parole, il primo inizio intende la natura includente della negazione non nel senso che essa smentisca la valenza assolutamente escludente (che anzi è ciò che va tenuto fermo come il tratto fondamentale del costituirsi della significanza dell’essere), bensì nel senso che essa rimane su di quella fondata. Pensando la negazione come assoluta esclusione e insieme vedendo che al negare appartiene di affermare, il pensiero del primo inizio tiene ferma la valenza assolutamente escludente della negazione secondo cui l’essere prende significato facendone il fondamento di quella includente. La valenza includente della negazione viene perciò pensata come un’altra negazione rispetto a quella assolutamente escludente in cui l’essere consiste. Quest’altra negazione è la negazione tra gli enti, negazione in cui quel che viene negato è affermato perché, essendo un altro ente, è esso stesso essente. In questo modo l’inclusione non fa venir meno la valenza assolutamente escludente del negare secondo la quale l’essere si semantizza (non afferma l’essere di quel che viene assolutamente escluso) e questo precisamente perché quel che l’inclusione Page 24 24 afferma è esso stesso, ed è secondo il senso che all’essere compete in base a quell’assoluto escludere. Il problema del senso dell’originario diventa così il problema del senso del rapporto tra l’essere e l’ente (l’Uno e i molti). È in questo modo che, all’interno della convinzione che il negare sia un assoluto escludere, la valenza includente della negazione può venir pensata senza che l’esclusione assoluta venga intaccata. Senza cioè che la valenza includente venga aporeticamente attribuita a quell’escludere che viene inteso come in sé assolutamente escludente ogni includere. Detto altrimenti, il problema del rapporto tra il momento escludente e il momento includente della negazione originaria si presenta come problema della relazione tra l’essere (inteso come fondamento) e l’ente (inteso come fondato) perché quel rapporto viene pensato sulla base della persuasione che il momento escludente sia un assoluto escludere (un escludere senza inclusione) e che il momento includente, non dovendo inficiarne l’assolutezza, sia su di esso fondato e da esso reso possibile (sì che nell’articolarsi ontico della negazione includente la negazione assolutamente escludente non viene smentita, ma confermata). L’originario viene pertanto inteso come un originario fondare l’ente da parte dell’essere: un originario dar vita all’ente fondandolo. Secondo Heidegger, a questa essenziale produttività dell’originario (al suo essere origine che origina, fondamento che fonda) si rivolge Parmenide 23 con la parola æón (l’essente), nella quale viene appunto pensato “il dispiego [Zwiefalt] di essere ed essente” 24 . Nel frammento 8 del Poema parmenideo è questa la parola che la dea usa per parlare del rapporto tra essere e pensiero. Heidegger osserva: 23 È da notare che in questo modo Heidegger fornisce un’interpretazione sostanzialmente non tradizionale del Poema di Parmenide. Egli vede infatti già in Parmenide quello che poi sarà il tema del Sofista di Platone, ossia il problema del rapporto Uno-molti come problema della valenza includente della negazione rispetto alla sua valenza assolutamente escludente (in ciò Heidegger si allontana peraltro dall’interpretazione che del rapporto tra Parmenide e Platone egli dà negli anni Venti, all’epoca del corso sul Sofista – Platon: Sophistes, Marburger Vorlesung, WS 1924/25, HGA XIX, Klostermann, Frankfurt am Main, 1992). Del resto non è lo stesso Straniero di Elena a sostenere nel dialogo platonico che quanto andrà dicendo non deve essere inteso come un “parricidio”? 24 M. Heidegger, Saggi e discorsi, cit., “Moira”, p. 163. Page 25 25 “Prima di tutto, dobbiamo fare attenzione che il testo (VIII, 34 ss.) che considera più a fondo il rapporto [tra essere e pensiero] parla di æón, e non, come il frammento III, di eônai. Subito, e con una certa ragione, viene da pensare che nel frammento VIII ciò di cui si parla non sia l’essere, ma l’essente. Tuttavia Parmenide, sotto il nome di æón, non pensa affatto l’essente in sé, al quale, in quanto tutto, anche il pensiero appartiene perché è qualcosa di essente. Parimenti, æón non significa eônai nel senso dell’essere per sé, come se al pensatore stesse a cuore di mettere in rilievo il carattere non sensibile dell’essere di contro all’essente inteso come ciò che è sensibile. L’æón, l’essente, è invece pensato nel dispiego di essere ed essente, ed è nominato nel suo senso di participio, senza che il concetto grammaticale intervenga già propriamente nel sapere della lingua. Al dispiego si può alludere almeno in via indicativa attraverso le espressione ‘essere dell’essente’ e ‘esser nell’essente’” 25 . All’εον di Parmenide corrisponde il Lógoj di Eraclito. Il frammento 50 dice: o÷k æmoû, Þllà toû Lógou Þkoúsantaj ñmologeîn sofón æstin !E n pánta eônai. Commentandolo Heidegger nota che in esso non si sostiene, come si può erroneamente credere, che l’!En pánta sia ciò che il Lógoj dice, sì che dando ascolto al Lógoj si debba convenire che “tutto è uno”. !E n pánta esprime invece l’essenza del Lógoj: “L’espressione !En pánta custodisce in sé un rimando all’essenza del Lógoj stesso; il Lógoj è l’!E n, è l’uno-unico [das Einzig-Eine] che dispiega la propria essenza proprio in quanto è l’uno che non unifica in un secondo momento, ma assolutamente prima di tutto e quindi originariamente. Il Lógoj è l’!E n pánta: è la riunificazione originaria, è la presenza nella quale tutto ciò che viene alla presenza si fa essenzialmente presente, è l’essere in cui ogni ente è” 26 . In quanto !E n pánta, il Lógoj è l’!E n (l’essere originario, il semplice e il solo – l’eônai di Parmenide, il mÕ dûnón pote di Eraclito) che porta alla 25 loc. cit. 26 M. Heidegger, Eraclito, cit., p. 245, corsivi miei. Page 26 26 manifestazione il molteplice dell’ente raccogliendolo e tenendolo unito. L’!En pánta “dice in quale maniera il Lógoj dispiega il suo essere” 27 . Il Lógoj è l’!En che come uno-unico unifica tutto l’ente che esso far apparire e solo così facendo lo fa apparire. “Esso unisce perché riunisce. Riunisce perché raccogliendo lascia stare-dinnanzi ciò che sta-dinnanzi, in quanto tale e nella sua totalità. L’uno-unico unisce come il raccogliente posare. Questo raccogliente-posante unire riunisce in sé l’unificante di modo che esso è questo uno e, come tale, l’unico” 28 . Il Lógoj è cioè l’essere che fa apparire l’ente nella sua totalità unificandolo sotto il segno della sua (dell’essere) semantica fondamentale, sì che l’ente nella misura in cui è presente è raccolto nell’avere tutto e in ogni sua parte il carattere dell’essere così come esso resta fondamentalmente semantizzato nella negazione escludente il suo assoluto opposto. Per questo il Lógoj è “quell’unire che riunisce nel tutto del semplice esser presente” 29 (dove il semplice essere presente è appunto il senso fondamentale dell’essere come negazione assolutamente escludente il proprio altro). Nell’interpretazione di Heidegger, il primo pensiero iniziale esplicitamente testimonia che l’originario è la negazione originaria del proprio altro. Esso vede che questa negazione ha innanzitutto la natura della assoluta esclusione del negato, sì che l’essere è il semplice, l’unico, il solo. Ma esso vede anche che alla natura del negare appartiene di essere una negazione che negando afferma. Ciò viene inteso dal primo pensiero iniziale, e in modo tale da rimanere poi determinante nel corso dell’intera storia della filosofia occidentale, non nel senso che la natura includente del negare smentisca la sua natura escludente, piuttosto nel senso che quest’ultima regge e fonda la prima. Il rapporto tra le due nature della negazione originaria è cioè un rapporto di fondazione dell’una rispetto all’altra. 27 M. Heidegger, Saggi e discorsi, cit., “Logos”, p. 150. 28 loc. cit. 29 loc. cit. Page 27 27 Decisiva è la comprensione del senso di questo rapporto di fondazione della natura escludente rispetto alla natura includente della negazione originaria. Precisamente questo senso è quanto rimane racchiuso nella parola-enigma tò a÷tó che compare nel frammento 3 di Parmenide. Il frammento infatti parla proprio del rapporto tra l’eônai (il senso fondamentale dell’essere come negazione assolutamente escludente il suo altro) e il légein come luogo dell’articolazione dell’ente (cioè come dimensione della negazione che negando afferma l’essere di ciò che nega). Esso per Heidegger ha in vista il senso in cui l’eônai regge e fonda il légein, il senso in cui l’!En regge e fonda il pánta nel suo manifestarsi. Questo senso è presente nell’a÷tó. Noi non sappiamo ancora quale sia per Heidgger la verità dell’a÷tó, ma sappiamo che per Heidegger essa eccede il dire di Parmenide e che coglierla è possibile solo portando all’esplicito un tratto del discorso iniziale sull’inizio che nel dire di Parmenide e dei primi pensatori iniziali rimane invece implicito. 3. ALHQEIA Ricapitoliamo quanto siamo andati fin qui dicendo e allo stesso tempo facciamo un passo avanti. Abbiamo visto che la filosofia di Heidegger è un oltrepassare l’intero pensiero metafisico occidentale ritornando in maniera più originaria al primo inizio, ossia al primo ed essenziale modo in cui il pensiero ha pensato ciò che è originario (l’essere). Questo portarsi all’inizio in modo più originario è un esplicitare ciò che, pur essendo presente nel primo inizio, è lì rimasto implicito e che per questo rimanere implicito ha dato avvio alla storia della metafisica come storia dell’approfondimento e della sempre maggiore coerentizzazione di questa iniziale dimenticanza. Ora, poiché il rimanere implicito di un tratto essenziale dell’originario rende impossibile portare all’esplicito il senso autentico dell’originario, che può Page 28 28 essere tenuto in vista solo se è in vista l’insieme dei tratti che ne costituiscono la struttura semantica originaria, in quanto storia dell’approfondimento della dimenticanza di un momento essenziale dell’originario la metafisica è propriamente la storia di una impossibilità, quella per la quale essa nel suo sprofondare in questa dimenticanza “non ha mai potuto raggiungere (…) l’Essere di cui fondamentalmente era in cerca” 30 . La metafisica è la storia dell’impossibile tentativo di dire la verità dell’essere dimenticando un tratto della sua semantica originaria senza il quale quella verità non può essere detta. Oltrepassare la metafisica vuol dunque dire per Heidegger oltrepassare questa impossibilità e ciò accade solo se si torna a quel dire da cui la metafisica scaturisce (il dire del primo inizio), non per disdirlo, ma dire ciò che, pur essendo in quel dire presente, non viene detto e che una volta emerso lascia con sé emergere un senso dell’essere inaudito. Questo senso è per Heidegger contenuto, ma inevitabilmente non testimoniato come tale, nella parola-enigma tò a÷tó del frammento 3 di Parmenide. Proprio muovendo da questo frammento, che per la sua importanza sta al centro del primo dei due saggi che compongono Identità e differenza, abbiamo cominciato il nostro tentativo di comprendere quel che per Heidegger non viene detto nel primo inizio e la cui esplicitazione consente di affermare il senso autentico dell’essere. L’analisi è volta a mostrare in primo luogo ciò che per Heidegger il primo inizio dice esplicitamente sulla natura dell’originario per trovare quel che in questo dire esplicito è lasciato implicito. Abbiamo visto che nella sentenza parmenidea la parola eônai esprime l’essere nel suo significato decisivo e fondamentale, che come tale sta alla base di ogni altro tratto del significare originario. L’essere in quanto eônai è il puramente semplice, la cui semplicità è data dalla negazione del proprio altro come sua assoluta esclusione. L’originario si semantizza nell’originaria opposizione al proprio altro negandolo in maniera assolutamente escludente: 1sti gár eônai, mhdèn d’o÷k 1stin. In quanto tale, l’eônai di Parmenide è un essere puramente 30 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 85. Page 29 29 presente, una presenza che non conosce occultamento e nascondimento. È il mÕ dûnón pote di Eraclito: il non tramontare mai, il non entrare mai nel nascondimento. Ma la natura assolutamente escludente il proprio altro della negazione del proprio altro secondo la quale l’essere si costituisce non esaurisce il carattere del negare. A quest’ultimo infatti appartiene essenzialmente, in quanto negazione, di affermare (far essere) quel che nega. Ciò, però, non nel senso che venga meno la natura assolutamente escludente il proprio altro della negazione attraverso la quale l’essere si oppone radicalmente al proprio altro restando perfettamente in se stesso, ma nel senso che la natura affermante del negare si regola secondo questa assoluta esclusione, la quale dunque sta al fondo, fa da fondamento, del negare che afferma il negato. Poiché questo negare che afferma è il negare degli enti, che negandosi affermano l’uno l’esistenza di quello stesso che negano, ciò significa che l’essere come negazione che esclude da sé il proprio assoluto opposto sta alla base dell’articolazione del reciproco negarsi degli enti in cui il légein consiste. Nello spettacolo ontico ogni ente non è l’altro ma entrambi sono secondo il senso dell’essere fondamentalmente stabilito dalla negazione escludente. Il quale perciò è tale da unificare e raccogliere sotto il proprio segno tutto l’ente manifesto. ;Eón è il termine che Parmenide usa per indicare questa relazione tra l’essere e gli enti di volta in volta presenti. ;Eón, come il Lógoj di Eraclito, non dice semplicemente l’essere come negazione escludente il proprio altro, né dice semplicemente l’ente come negazione affermante il proprio altro; esso dice il rapporto dell’un momento con l’altro (“il dispiego di essere ed essente”) come rapporto in cui il primo senso della negazione sta a fondamento del secondo. Esso dice cioè che la manifestazione delle reciproche differenze ontiche (i pánta) è retta dal senso fondamentale dell’essere come presenza che non tramonta (l’eônai, l’!En), la quale reggendo la manifestazione dei molti enti è “quell’unire che riunisce ogni cosa nel tutto del semplice esser presente”. Page 30 30 Per Heidegger la parola con la quale il primo inizio esprime in maniera essenziale entrambi questi momenti dell’originario nel loro rapporto è ÞlÔqeia, il nome che Parmenide dà alla dea che parla nel suo Poema (al quale Heidegger dedica l’intero corso del semestre invernale 1942-43, pubblicato col titolo di Parmenide). Nell’ÞlÔqeia come dis-velatezza sono contenuti entrambi i momenti dell’originario nel loro rapporto perché il dis-velamento in cui essa consiste è quel negare assolutamente il proprio altro che come tale dà vita all’ente nell’articolazione dei suoi reciproci rapporti. Questo però vuol dire che, poiché ÞlÔqeia è la parola fondamentale nella quale il dire iniziale racchiude i tratti essenziali dell’originario, in essa sarà anche presente quel tratto dell’originario che come sappiamo ad essi appartiene e che tuttavia nel primo inizio viene lasciato implicito. Vediamo allora quel che Heidegger dice sulla natura dell’ÞlÔqeia e facendolo dirigiamoci verso l’indicazione dell’essenzialmente non detto dal primo dire iniziale. Nell’Introduzione al Parmenide (intitolata “Meditazione preparatoria sul nome e sulla parola ÞlÔqeia e sulla sua opposizione essenziale. Due indicazioni fornite dalla parola ÞlÔqeia e dalla sua traduzione”) leggiamo: “In primo luogo, nella parola ‘dis-velatezza’ [Un-verborgenheit] siamo rinviati a qualcosa che suona come ‘velatezza’ [Verborgenheit]” 31 . E ancora: “In secondo luogo, la parola ‘svelatezza’ indica che a quanto i Greci esperiscono come l’essenza della verità spetta qualcosa come un toglimento e un’eliminazione della velatezza” 32 . Per cui: “Nell’essenza della verità intesa come dis-velatezza domina una sorta di conflitto con la velatezza e il velamento” 33 . Riepilogando quanto emerso nell’Introduzione, all’inizio della Parte Prima del saggio Heidegger scrive: “Finora abbiamo notato che, da un lato, la svelatezza rientra in un ambito in cui accadono velatezza e velamento, dall’altro, la dis-velatezza mostra un’essenza conflittuale, vale a dire che essa è 31 M. Heidegger, Parmenide, cit., p. 49. 32 Ibid., p. 50. 33 loc. cit. Page 31 31 lo svelamento nella misura in cui qualcosa in essa è in conflitto con il velamento” 34 . Questo significa che “la svelatezza (ÞlÔqeia) si lascia comprendere adeguatamente (adeguatamente entro l’ambito di esperienza essenziale che si apre con l’ÞlÔqeia) soltanto in base alla sua opposizione essenziale [Gegenwesen], cioè alla non verità, dunque alla falsità” 35 . Quest’ultima va intesa come il velamento che occulta e che così facendo “trascina nel buio della mera tenebra” 36 . Questo occultamento velante è ciò che i Greci chiamano tò yeûdoj e che per questo suo carattere di dissimulazione (che in tedesco si dice Verhehlung e deriva da hehlen che vuol dire occultare) e sottrazione della presenza costituisce “l’autentica opposizione essenziale alla sveltezza” 37 . Come tale yeûdoj è ciò che nello svelamento viene negato e assolutamente escluso, nel senso che mai ÞlÔqeia è l’occultare dello yeûdoj. Lo svelamento come negazione del velamento è innanzitutto l’esclusione della velatezza come yeûdoj (allo stesso modo in cui il velamento del tramontare – cioè di ciò che occulta – è escluso nel mÕ dûnón pote col quale Eraclito si rivolge al tratto fondamentale dell’essere). Questa svelamento come assoluta esclusione del velamento dello yeûdoj è peraltro lo svelamento dello svelato. La dis-velatezza, cioè, nel negare la velatezza dell’occultamento porta alla presenza lo svelato dell’ente. L’ente svelato appartiene essenzialmente al disvelamento in cui consiste l’ÞlÔqeia, nel senso appunto che questo svelamento è negazione del velamento occultante nel condurre alla presenza l’ente così disvelato. Ebbene, proprio qui, nel modo in cui il primo inizio pensa l’appartenere del disvelato al disvelamento accade che qualcosa rimanga implicito e che l’autentico senso dell’!En pánta (l’autentico senso della relazione tra i due momenti della negazione originaria) venga perso, destinando il pensiero successivo alla metafisica. Vediamo di capire. 34 Ibid., p. 59. 35 Ibid., p. 62. 36 Ibid., p. 168. 37 Ibid., p. 121. Page 32 32 Nelle prime pagine della Parte Prima del Parmenide Heidegger scrive che ÞlÔqeia è un termine ambiguo perché nomina insieme lo svelante (l’!En) e lo svelato nella sua totalità (il pánta), nomina cioè insieme ciò che in quanto svelato appartiene al disvelamento e ciò che in quanto atto disvelante fa riferimento a qualcosa di disvelato e non celato. Nei Beiträge, parlando di questa ambiguità dell’ÞlÔqeia, per la quale essa “significa la svelatezza e lo svelato stesso”, aggiunge: “Già questo indica che lo stesso velamento è esperito solo come ciò che va rimosso, ciò che deve essere tolto (α-)” 38 . Che cosa intende dire Heidegger? Che l’ambiguità iniziale dell’ÞlÔqeia è segno che il riferimento dell’essere all’ente (il suo stare a fondamento della manifestazione dell’ente) viene inteso come la realizzazione della negazione assoluta del velamento, negazione in cui l’essere consiste, nello spettacolo dell’ente. Il velamento (il non essere) che l’essere nega è negato assolutamente solo nell’ente che si porta a manifestazione. Il velamento è esperito solamente come ciò che è rimosso nella manifestazione dell’ente e nel suo stare nella presenza. Dire che nel primo inizio l’ÞlÔqeia è la disvelatezza e insieme il disvelato significa per Heidegger dire che già nel primo inizio, impercettibilmente ma fatalmente, la divelatezza è per il disvelato. Il disvelamento, cioè la negazione escludente l’occultamento, viene esperito come tale da realizzarsi nel disvelato e come disvelato. Quel che si consuma nell’ambiguità dell’ÞlÔqeia è la decisione di intendere il rapporto tra l’eônai e gli 3nta, tra l’essere e l’ente, propendendo per la preminenza di quest’ultimo. L’essenzialità della manifestazione ontica per la negazione del velamento finisce per essere intesa nel senso che questa negazione si realizza solo nell’ente e come ente. L’ente nel suo stare nella presenza è il modo in cui l’essere nega il proprio altro e così rimuove il velamento. Lo svelato è il compiersi dello svelamento, il suo effettivo darsi, e proprio per questo lo svelamento acquista il senso della 38 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 226, corsivo mio. Page 33 33 rimozione del velamento a favore della manifestazione di ciò che sta fuori dalla velatezza nello scoperto dell’ente. Platone, secondo Heidegger, è colui che esplicita in questa direzione l’ambiguità del dire iniziale sull’ÞlÔqeia. In Platone cioè il movimento disvelativo dell’essere viene esplicitamente inteso a partire dall’ente. Quel che conta è appunto l’ente nel suo essere svelato e quindi nel suo presentarsi secondo un certo aspetto visibile. È così che nasce la nozione di êdéa: “Il concetto di êdéa (eôdoj), l’aspetto di qualcosa, secondo cui qualcosa si dà e si presenta, ciò a cui qualcosa è ricondotto per essere l’ente che è. Sebbene êdéa sia riferita a êdeÄn (noeœn), la parola non significa affatto ciò che nel rappresentare è rap-presentato, bensì al contrario il comparire dell’aspetto medesimo, ciò che offre la vista per un guardare. La parola non vuole affatto indicare, in senso moderno, il riferimento al ‘soggetto’, bensì l’essenziale presentarsi, il comparire alla vista nell’aspetto, e precisamente come ciò che, presentandosi, dà al tempo stesso sussistenza [la sussistenza del determinato]” 39 . La verità dell’ÞlÔqeia, ossia della relazione tra l’!En e il pánta, è l’êdéa come visività dei pánta nel loro stare nella presenza, nel loro essere presenti. In questo modo l’essere “è esperito e pensato solo ed esclusivamente in base all’‘ente’, per così dire partendo da enti, dai molti e tornando ai molti” 40 . E questo perché è come ente determinato che l’essere vince il proprio altro negandolo assolutamente (così che davvero essente sarà solo l’ente capace di stare stabilmente in presenza, di offrire una veduta che non venga mai toccata dal velamento e nella quale dunque si realizzi autenticamente la sua rimozione). Come noto, questa interpretazione della relazione tra l’essere e l’ente a favore dell’ente è per Heidegger l’essenza del pensiero metafisico occidentale, che per questo è la storia dello sviluppo del modo in cui il pensiero successivo al primo 39 Ibid., par. 110. 40 loc. cit. Page 34 34 inizio (in primo luogo a partire da Platone) “antepone all’essere il primato dell’ente” 41 . Ma cerchiamo di capire cosa in questa interpretazione del rapporto tra l’essere e l’ente viene perso di vista. 4. LHQH Che la storia della metafisica per Heidegger inizi con Platone significa che, come abbiamo già detto, di per sé il primo inizio, pur essendo destinato alla metafisica perché già pensa lo svelamento in riferimento allo svelato, “non è ancora metafisica”. Non lo è perché nel suo dire è presente un altro tratto essenziale della significanza dell’originario. Torniamo ancora al Parmenide e alle analisi che qui vengono compiute sulla struttura essenziale dell’ÞlÔqeia. Dopo aver indicato nello yeûdoj il velamento che ÞlÔqeia nega in maniera assoluta ed assolutamente escludente, 41 Si osservi che per quel tanto che in Essere e tempo la “comprensione dell’essere” è comprensione dell’enticità dell’ente anche Essere e tempo rientra nella metafisica, ossia nella persuasione che l’essere sia un darsi a vedere. La differenza tra essere ed ente è cioè in Essere e tempo pensata ancora all’interno della dimensione dell’ente (qui l’essere “è sempre l’essere dell’ente” – M. Heidegger, Essere e tempo, cit., par. 7). E questo nonostante Heidegger cominci proprio in quest’opera a muoversi fuori dalla metafisica con l’analisi della finitezza e gettatezza dell’esserci. Questa ambiguità di Essere e tempo (oltre che dei testi immediatamente successivi, come L’essenza del fondamento o Kant e il problema della metafisica) in quanto opera di passaggio tra la metafisica e il suo oltrepassamento viene frequentemente sottolineata da Heidegger nei Beiträge. L’ambiguità in sostanza è un contrasto tra la gettatezza del progetto dell’esserci, gettatezza per la quale quest’ultimo non può com-prendere l’essere come ciò che si fa vedere all’interno della dimensione dell’ente, e l’ancora presente persuasione platonico-metafisica che l’essere si manifesti con l’ente e ne manifesti l’esser ente, l’enticità. Tra i vari passi che nei Beiträge possono essere citati al riguardo, il seguente è particolarmente significativo: “La comprensione dell’essere ha transitoriamente, nella forma dell’introduzione a Essere e tempo, un carattere ambiguo; a ciò corrisponde anche la definizione dell’uomo (‘esserci umano’, l’esserci nell’uomo). La comprensione dell’essere è colta in primo luogo, per così dire in una retrospettiva metafisica, come fondamento infondato del trascendentale, e in generale del rap-presentare l’enticità (risalendo fino all’ιδεα). La comprensione dell’essere (giacché il comprendere è concepito come pro-getto e quest’ultimo come gettato) è in secondo luogo l’indicazione della fondazione dell’essenza della verità (manifestatività; radura del Ci; esserci)” (M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 264). Page 35 35 Heidegger scrive: “Se pensata in modo greco l’essenza dello yeûdoj riceve la sua chiarificazione in base all’essenza dell’ÞlÔqeia, cioè in base alla svelatezza, che domina in quanto disvelamento. Inteso come opposizione essenziale all’ÞlÔqeia, lo yeûdoj si determina più chiaramente nel senso del velare occultante. Da parte sua l’ÞlÔqeia emerge più distintamente nella modalità del lasciar apparire non occultante. La svelatezza è la ‘non occultatezza’ [die Unverstellheit, in quanto negazione assolutamente escludente l’occultamento dello yeûdoj]. Si rende necessario domandare: l’occultamento e la contraffazione, incluse le loro metamorfosi essenziali, sono le uniche modalità di velamento possibile? Se a tale interrogativo si deve rispondere negativamente, allora sono possibili altre modalità di velamento. Proprio qui si fonda la possibilità che la verità come svelatezza e svelamento si riferisca ad altre modalità di velamento, la possibilità cioè che nella sua essenza lo svelamento non sia fissato al non- occultare [non sia cioè semplicemente la rimozione dell’occultamento nello svelato dell’ente]” 42 . Domandare se sono possibili altre modalità di velamento oltre a quella dello yeûdoj significa domandare se vi siano “modalità del velamento non solo di specie diversa, ma anche in sé del tutto prive del carattere specificamente ‘negativo’ della falsità e dell’occultamento” 43 , quel carattere per il quale falsità e occultamento sono un “trascinare tutto nel buio della mera tenebra” 44 non consentendo in nessun modo che ci si porti alla presenza. Ebbene, dice Heidegger, i Greci parlano effettivamente di un “velamento che non coincide con l’occultamento e la contraffazione (…). Questo velare, che ora va pensato in modo appropriato, viene espresso dai Greci nelle parole lanqánesqai, æpilanqánesqai” 45 . È il velare nel senso della lÔqh. Si tratta a questo punto di capire che è proprio questo senso del velamento quel tratto 42 M. Heidegger, Parmenide, cit., p. 134. 43 Ibid., p. 130. 44 Ibid., p. 168. 45 Ibid., p. 131. Page 36 36 della semantica originaria dell’essere che rimane essenzialmente non detto nel primo dire iniziale. Di esso Heidegger scrive che è “quella modalità di velamento che rimane costantemente presente nella grecità, ma che non viene ulteriormente pensata nella sua essenza” 46 . Prima di concentrarci sul significato di quest’altra modalità di velamento, chiariamo che mostrare che nel dire greco dell’ÞlÔqeia fa la sua comparsa un senso del velamento essenzialmente differente da quello costituito dallo yeûdoj non vuol dire che l’ÞlÔqeia cessi di essere la negazione assoluta dello yeûdoj e come tale la manifestazione dell’ente nel suo venire alla presenza. Quando Heidegger dice che in ÞlÔqeia è presente un altro senso del velamento non intende dire che ciò faccia venir meno i tratti dell’originario che abbiamo fin qui indicato, ossia il suo essere negazione assolutamente escludente il proprio opposto (il velamento come yeûdoj) e tale da rivelare in questo negare la totalità dell’ente. Intende piuttosto dire che l’accadere di un altro senso del velamento nel movimento disvelativo in cui l’originario consiste è un ulteriore tratto della struttura dell’originario stesso, tratto che appartiene alla semantica fondamentale dell’essere (ossia al suo negare assolutamente il proprio altro) e che conferisce alla relazione tra gli altri due un significato essenzialmente differente da quello che essa ha se questo tratto non viene tenuto in vista. Egli scrive appunto: “(…) poiché in base al sapere circa l’essenza della lÔqh si decide al tempo stesso il sapere in merito all’essenza dell’ÞlÔqeia (…) appare necessario conoscere chiaramente fin dall’inizio quali nessi essenziali dominano nel rapporto tra lÔqh e ÞlÔqeia” 47 . Questi nessi essenziali, stiamo dicendo, non disdicono i tratti dell’originario che sono venuti alla luce seguendo il dire esplicito del primo inizio, disdicono invece il senso che la relazione tra l’!En e il pánta espressa nell’ÞlÔqeia ha se essi non sono esplicitati ma vengono lasciati nell’implicito e dimenticati. Ciò accade, come sappiamo, nel dire della metafisica (a partire da Platone), la 46 Ibid., p. 130. 47 Ibid., p. 153. Page 37 37 quale, non riuscendo a vedere i nessi essenziali che dominano nel rapporto tra lÔqh e ÞlÔqeia e riconoscendo pertanto al velamento solo il significato, pur decisivo, dello yeûdoj, interpreta lo svelamento unicamente come rimozione della velatezza nello spettacolo diafano dell’ente. Se però tali nessi essenziali emergono in tutta la loro concretezza (e farli così emergere è il compito più proprio che la filosofia heideggeriana assegna a se stessa), allora è possibile conferire all’ÞlÔqeia un senso radicalmente altro da quello che essa possiede nel dire metafisico, quel senso che per Heidegger compare nella parola-enigma tò a÷tó del frammento 3 di Parmenide, senza che Parmenide l’abbia potuto pensare come tale. Ma cerchiamo allora di comprendere il significato di quest’altra modalità di velamento. Parlando della lÔqh Heidegger scrive che essa non è “l’opposto meramente ostile e brusco dello svelamento, alla maniera cioè dell’occultamento, della contraffazione, della deviazione, dell’inganno e della falsità” 48 , ossia dello yeûdoj. E tuttavia essa è pur sempre “un’opposizione essenziale all’ÞlÔqeia” 49 . È cioè un’opposizione essenziale allo svelamento essenzialmente differente da quella in cui lo yeûdoj consiste, ma altrettanto necessariamente richiesta dalla semantizzazione originaria dell’origine. Che sia essenzialmente differente rispetto allo yeûdoj vuol dire che non è il velamento che nell’ÞlÔqeia viene negato ed escluso assolutamente. Il velamento della lÔqh non è il velamento che l’essere nega. Ciò significa che il velamento della lÔqh appartiene all’essere come ciò che all’essere accade nella negazione con la quale quest’ultimo esclude il velamento dello yeûdoj. Alla negazione escludente il velamento dello yeûdoj appartiene essenzialmente il velamento della lÔqh. Quest’ultimo è però esso stesso una “opposizione essenziale all’ÞlÔqeia”. Ma se il velamento della lÔqh non è il velamento escluso dalla negazione dello yeûdoj in cui l’essere fondamentalmente consiste, se, come tale, il velamento della lÔqh è il velamento dell’essere nel 48loc. cit. 49 Ibid., p. 169. Page 38 38 suo negare assolutamente il velamento dello yeûdoj, e se all’essere come negazione del velamento dello yeûdoj appartiene di dar vita alla manifestazione dell’ente in totalità, allora il velamento della lÔqh è una “opposizione essenziale all’ÞlÔqeia” nel senso che come velamento dell’essere si oppone al suo (dell’essere) venir svelato e portato a manifestazione nella manifestazione dell’ente. La lÔqh è il nascondimento che compete all’essere. Che l’essere stesso rimanga velato non vuol dire per Heidegger che l’essere sia quello stesso velamento che negando esso esclude (la lÔqh è infatti di natura completamente differente dal velamento che viene escluso dall’essere). Vuol invece dire che l’essere, che fa essere l’ente, non è come tale riconducibile all’ente. Il suo nascondersi è il suo opporsi allo svelamento perché è il suo opporsi al venire svelato nell’ente. L’essere, in quanto ÞlÔqeia, è quella assoluta negazione del suo altro alla quale appartiene di dar vita all’ente nella totalità dei suoi rapporti e insieme appartiene di nascondersi e rimanere celata rispetto allo spettacolo ontico che origina. In questo senso l’ÞlÔqeia è “ad un tempo un disvelare e un nascondere” 50 . Il velamento come lÔqh dice che la manifestazione ontica, che nel suo darsi non smentisce il senso fondamentalmente escludente della negazione del proprio altro secondo cui l’essere si semantizza ma è da esso stesso richiesta e su di esso si regge, non può risolvere in sé l’essere stesso. Dice cioè che il modo in cui l’essere dà vita all’ente non può essere la manifestazione dell’essere nell’ente. Il dar vita all’ente, che appartiene all’essenza dell’essere, richiede invece che l’essere rimanga altro dalla rivelazione ontica. La lÔqh dell’essere rispetto allo svelato dell’ente appartiene essenzialmente al modo in cui l’essere regge la manifestazione dell’ente e lo conduce alla presenza. Questo è quel che Heidegger intende dire quando, commentando il frammento 123 di Eraclito (fúsij krúptesqai fileî – “il sorgere dona il favore al nascondersi”), afferma che il sorgere (la fúsij, la cui essenza è l’ÞlÔqeia) in 50 M. Heidegger, Saggi e discorsi, cit., “Logos”, p. 151. Page 39 39 quanto puro non tramontare mai non dispiega la sua essenza “se non rimane costantemente trattenuto e nascosto nel chiudersi” 51 . L’essenza del puro sorgere in cui consiste l’essere come fúsij, e quindi come ÞlÔqeia, è la negazione assoluta del velamento che come tale dà vita all’ente. Ebbene, l’essere non dispiega questa sua essenza se non rimane nascosto rispetto all’ente che viene manifestato. Il rimanere nascosto dell’essere è ciò di cui il disvelamento ha bisogno: “Il disvelare ha bisogno del nascondimento. L’;A lÔqeia riposa nella LÔqh, attinge ad essa, posa dinnanzi ciò che da questa è tenuto in serbo” 52 , sì che propriamente l’ÞlÔqeia è “il non nascondimento del nascondersi” 53 . Ma perché all’essere appartiene essenzialmente di sottrarsi allo spettacolo ontico cui pure dà vita? Alla luce di ciò, qual è il senso autentico dell’originario? E che cosa vuol dire che esso esprima l’essenza della parola- enigma τò a÷τό di Parmenide? A queste domande il dire del primo inizio non può rispondere. Non lo può fare perché nel primo inizio il nascondimento dell’essere è presente ma non viene domandato come tale. Nel primo inizio cioè “non si giunge alla domanda sulla velatezza e sul velamento, sulla loro provenienza e sul loro fondamento” 54 . La lÔqh rimane non domandata e non fondata. Essa non viene pensata a fondo. E dunque non rimane pensato a fondo neppure il senso della relazione tra l’essere e l’ente contenuto nell’ÞlÔqeia. Pensare a fondo la lÔqh significa far emergere il senso della sua essenzialità e necessità. In questo far emergere consiste l’esplicitazione di ciò che nel primo inizio rimane implicito. Solo a partire da essa la relazione tra l’!En e i pánta potrà avere un senso radicalmente diverso da quello che essa ha avuto nel corso della metafisica occidentale e che è stato solo intravisto nel primo inizio. Se, come dice Heidegger in Identità e differenza, tale senso inaudito è 51 M. Heidegger, Eraclito, cit., p. 92. 52 M. Heidegger, Saggi e discorsi, cit., p. 150. 53 M. Heidegger, Eraclito, cit., p. 116. 54 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 209. Page 40 40 racchiuso nella parola-enigma tò Þutó che compare nel frammento 3 di Parmenide, solo il far emergere il senso più proprio del nascondimento dell’essere consentirà di fare emergere il senso più proprio, e inaudito, dell’Þutó, nel quale l’intera storia della metafisica occidentale rimane oltrepassata. 5. L’ALTRO INIZIO E L’IDEALISMO TEDESCO. L’ARTICOLAZIONE DELL’INDAGINE Nelle battute finali del precedente paragrafo ci siamo posti tre domande. Ora, la risposta alla prima delle due domande, la quale sola consente di rispondere alle altre, è contenuta nel confronto che Heidegger instaura con l’idealismo tedesco. Questo confronto, che è continuo nel periodo in cui Heidegger si impegna con maggior forza speculativa a pensare l’essenza dell’originario a partire dall’originario stesso (quel periodo che va dagli anni immediatamente precedenti agli anni immediatamente seguenti i Beiträge, e che ha nella loro stesura il suo centro), è infatti determinante per la riflessione heideggeriana sulla verità dell’essere. L’interpretazione e la presa di distanza critica dal pensiero fondamentale dell’idealismo costituiscono cioè un momento decisivo per la filosofia di Heidegger e per il suo tentativo di da vita ad un altro inizio del pensiero. È Heidegger stesso a scrivere nei Beiträge: “L’altro inizio deve essere provocato muovendo in tutto e per tutto dall’Essere in quanto Ereignis e dall’essenziale permanenza della sua verità e della sua storia (cfr. ad esempio l’altro inizio e il suo rapporto con l’idealismo tedesco)” 55 . Come si tratterà di mostrare concretamente nel prossimo capitolo, è infatti nel confronto con l’idealismo e con il modo in cui esso pensa la negazione originaria che Heidegger lascia 55 Ibid., par. 23, corsivo mio. Page 41 41 emergere il significato più proprio del nascondersi dell’essere e la sua essenzialità per la struttura semantica dell’originario. Per Heidegger l’idealismo speculativo, vale a dire la filosofia di Fichte, Schelling e Hegel (“preparata da Leibniz e da Kant” 56 ) rappresenta l’“epoca del primo compimento della metafisica occidentale” 57 , nella quale “risuona l’essenza mutata dell’ÞlÔqeia greca” 58 . Che l’idealismo sia il primo compimento della metafisica occidentale (portato all’estremo e alla sua fine da Nietzsche) significa che nell’idealismo viene portata per la prima volta a compimento l’interpretazione metafisica (iniziata da Platone) dell’essere come ÞlÔqeia. In questo senso in esso “risuona l’essenza mutata dell’ÞlÔqeia greca”, nel senso appunto che il modo in cui l’essere viene dall’idealismo pensato è la coerentizzazione del mutamento metafisico dell’essenza della disvelatezza. L’idealismo è la coerentizzazione del senso che l’ÞlÔqeia assume nel compimento della dimenticanza della natura celantesi dell’essere. In altre parole, esso è per Heidegger un portare a compimento il significato che l’essere come svelamento ha una volta che sia lasciato implicito e come tale dimenticato il velamento dell’essere che pure ad esso appartiene essenzialmente. Come vedremo nel primo paragrafo del prossimo capitolo, agli occhi di Heidegger è la filosofia di Hegel a incarnare in modo eminente questo compimento dell’interpretazione metafisica dell’ÞlÔqeia. Quest’ultima diviene così, ed inevitabilmente a partire dalla dimenticanza del velamento dell’essere e quindi dalla convinzione che lo svelamento sia tale solo nel rimuovere il velamento nel totalmente svelato, l’Assoluto hegeliano come assoluto sapersi. È evidente che, nella misura in cui il pensiero di Heidegger si impegna ad esplicitare quel velamento dell’essere il compimento della dimenticanza del 56 M. Heidegger, Identità e differenza, cit., p. 5. 57 M. Heidegger, Parmenide, cit., p. 59. 58 Ibid., p. 60. Page 42 42 quale si attua invece nella filosofia di Hegel, esso si presenta, nelle intenzioni di Heidegger, come radicalmente alternativo al pensiero dell’Assoluto (nel secondo saggio di Identità e differenza Heidegger fornisce una serie di esempi di questo essere alternativo – riguardo alla “questione del pensiero”, alla “misura del colloquio con la storia del pensiero” e al “carattere di tale colloquio” – allo “scopo di una chiarificazione della diversità esistente tra il pensiero di Hegel e il pensiero da noi tentato” 59 ). Il confronto agonico con Hegel è insomma per Heidegger un momento imprescindibile della sua riflessione sul senso dell’essere. D’altra parte, però, l’idealismo non è solo il primo compimento dell’interpretazione metafisica dell’ÞlÔqeia; è anche la crisi interna di questo compimento. È cioè anche l’emergere all’interno della metafisica della sua stessa impossibilità, che, come abbiamo detto nel terzo paragrafo, è data dal non poter raggiungere la verità dell’essere di cui è fondamentalmente in cerca. Ciò caratterizza, secondo Heidegger, la filosofia di Schelling, “il pensatore veramente creativo e di più ampio respiro di tutta questa epoca della filosofia tedesca. Egli lo è a tal punto che spinge dall’interno l’idealismo tedesco al di là della sua propria posizione fondamentale” 60 (posizione che, come abbiamo detto, è per Heidegger espressa nella sua forma più propria dal sistema di Hegel). Questa implosione della posizione fondamentale dell’idealismo accade nelle Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana, trattato che “è ciò che di più grande Schelling abbia fatto, ed è in pari tempo una della opere più profonde della filosofia tedesca e quindi della filosofia occidentale” 61 . La profondità di quest’opera sta nel fatto che in essa Schelling si spinge fino a vedere e a fondare quella essenzialità del nascondimento dell’essere, il cui 59 M. Heidegger, Identità e differenza, cit., p. 20. 60 M. Heidegger, Schellings Abhandlung über das Wesen der menschlichen Freiheit (1809) (1971), trad. it. a cura di C. Tatasciore, Schelling, Guida, Napoli, 1998, p. 31. 61 Ibid., p. 29. Page 43 43 occultamento è invece ciò che la posizione fondamentale dell’idealismo speculativo come volontà di tutto disvelare intende portare al compimento. Se il motivo per il quale è essenziale per l’essere il nascondersi emerge nelle Ricerche, Schelling, che pure lo vede e lo ha dinnanzi, continua però, secondo Heidegger, a rimanere all’interno della metafisica, intendendo tener fermo quel senso dell’originario come rivelazione di sé nella totalità dell’ente che non è più consentito tener fermo una volta che sia stata riconosciuta come tale l’essenzialità del nascondimento per l’autentica significanza dell’essere. Proprio perché Schelling vede il tratto dell’originario che oltrepassa l’interpretazione che dell’originario la metafisica propone volendo però rimanere all’interno di tale interpretazione e del suo compimento, il suo tentativo è destinato al naufragio. Quest’ultimo è “il segno del sorgere di ciò che è totalmente altro, il balenare di un nuovo inizio. Chi conoscesse veramente la ragione di questo naufragio e, conoscendola, lo superasse, dovrebbe divenire il fondatore di un nuovo inizio della filosofia occidentale” 62 . Comprendere la ragione del naufragio della filosofia di Schelling è comprendere che l’essenzialità del nascondersi dell’essere richiede un senso dell’originario “totalmente altro” da quello pensato dalla metafisica sulla scorta della dimenticanza di tale essenzialità. Per questo chi comprende davvero la ragione di questo naufragio è in grado di aprire un nuovo inizio del pensiero, in cui resti testimoniato un senso dell’essere che sappia stare al di fuori e al di là dell’intera metafisica occidentale. Ciò in cui consiste questo senso radicalmente altro dell’essere a cui Heidegger si rivolge verrà in chiaro nel terzo capitolo della presente ricerca, nel quale trova dunque risposta la seconda della tre domande che prima ci eravamo posti. Nel terzo capitolo, però, verrà anche in chiaro che, proprio cercando di mostrare in che consista il senso dell’originario al di fuori della metafisica, il discorso di Heidegger si spinge fino a portare alla superficie una struttura semantica, l’intreccio degli opposti, che eccede la logica di Parmenide 62 Ibid., p. 31. Page 44 44 all’interno della quale intende rimanere. Per questo Heidegger indietreggia e per questo indietreggiare finisce per interpretare il senso autentico dell’essere come il vero significato dell’Þutó parmenideo. Il che costituisce la risposta alla terza e ultima delle domande prima formulate. Vedremo nel quarto capitolo che l’intreccio degli opposti rispetto al quale Heidegger indietreggia è l’implicito della dialettica di Hegel, completamente non visto da Heidegger. Nell’autentico significato di questo implicito, che noi chiamiamo l’elemento dialettico, è racchiuso il reale oltrepassamento della metafisica occidentale, al di là di quello tentato da Heidegger. Tutto ciò significa che il confronto con Schelling e con Hegel è per Heidegger determinante tanto per quello che egli vede in Schelling di decisivo, ossia la necessità del ritrarsi dell’essere, quanto per quello che di decisivo non vede in Hegel, cioè l’originario come intreccio di opposti. Il non riuscire a portare all’esplicito l’implicito della dialettica è infatti lo stesso limite ultimo del suo tentativo di oltrepassare l’intera vicenda metafisica del pensiero occidentale. Come verrà in luce nel capitolo finale, quest’ultimo è infatti da ultimo proprio quel mero “irretimento nella metafisica stessa” che Heidegger vorrebbe evitare e lo è appunto perché Heidegger non sa portarsi fino al cuore della dialettica. Prima di iniziare ad addentrarci in queste analisi diamo un sguardo alle principali linee interpretative della critica sul rapporto tra Heidegger e l’idealismo speculativo. 6. L’ALTRO INIZIO E L’IDEALISMO TEDESCO. LE LINEE PRINCIPALI DELLA LETTERATURA CRITICA Che il rapporto che Heidegger instaura con l’idealismo sia essenziale per la filosofia heideggeriana e per la determinazione del suo significato è cosa sempre più sottolineata dalla letteratura critica. Con sempre maggior frequenza, infatti, negli ultimi anni l’attenzione si è andata concentrando Page 45 45 proprio su questo rapporto e gli studi al riguardo si sono velocemente moltiplicati. Essi hanno peraltro largamente privilegiato il rapporto di Heidegger con Schelling e con Hegel, a scapito di quello con Fichte. La letteratura su quest’ultimo si riduce a pochissimi titoli. Oltre al saggio di Taber Transformative Philosophy. A Study of Sankara, Fichte and Heidegger e alle considerazione sull’“autoctonia del pensiero” di Resta (in C. Resta, Il luogo e le vie. Geografia del pensiero in Martin Heidegger), sono comparsi nei “Fichte Studien” del 1997 gli articoli di Köhler (Die Einbildungskraft und das Schematismusproblem: Kant – Fichte – Heidegger), Denker (Fichtes Wissenschaftslehre und die philosophischen Anfänge Heideggers) e Strube (Heideggers Wende zum Deutschen Idealismus. Die Interpretation der Wissenschaftslehre von 1794). La scarsità di contributi non è dovuta tanto al fatto che è Heidegger stesso a ridurre a non molte pagine le sue analisi sulla filosofia di Fichte. È piuttosto dovuta al fatto che i critici fanno loro la motivazione che spinge Heidegger a dedicare meno spazio a Fichte di quanto non dedichi invece a Hegel. Rifacendosi ad una lunga tradizione (si pensi ad esempio al parere espresso da Feuerbach in Per la critica della filosofia hegeliana), Heidegger, fin dal corso del 1929 su Der Deutsche Idealismus (Fichte, Schelling, Hegel) und die philosophische Problemlage der Gegenwart, ritiene che la posizione fondamentale di Fichte sia portata a compimento da Hegel, in modo tale che in Hegel le intenzioni di Fichte trovano l’effettiva realizzazione che ancora ad esse manca nella costruzione filosofica fichtiana. È per questo motivo che Heidegger finisce per privilegiare il confronto con Hegel. Ora, nel fatto che anche la letteratura critica si concentri su questo confronto piuttosto che su quello con Fichte si nasconde la sostanziale accettazione dell’interpretazione heideggeriana di Hegel come colui che continua e compie la filosofia fichtiana. Anche per i critici cioè il rapporto Heidegger-Hegel merita più attenzione di quello Heidegger-Fichte perché quest’ultimo è Page 46 46 riconducibile al primo, visto che in Hegel viene riassorbita e coerentizzata la posizione di fondo di Fichte. Mostreremo nel quarto capitolo che in realtà la dialettica hegeliana si muove al di fuori della logica parmenidea che guida il pensiero occidentale. Dunque anche della logica della “dottrina della scienza” di Fichte. Da questo punto di vista risulta interessante sottoporre ad una più articolata considerazione critica l’interpretazione che Heidegger fornisce della filosofia di Fichte, considerazione capace di vederne i limiti e la loro incidenza sullo stesso discorso heideggeriano. Non è comunque questa la sede in cui affrontare una tale problematica, che esula dai compiti che in questa indagine ci siamo posti. Rinviando ad altra occasione il suo sviluppo, esaminiamo invece le linee fondamentali della ben più ampia letteratura sul rapporto tra Heidegger e Schelling. È bene dire fin da subito che ciò che accomuna tutti gli studiosi che a questo rapporto si sono dedicati è il rilievo che tra i due pensatori esiste una sostanziale convergenza, una convergenza cioè sul nucleo concettuale di fondo del loro pensiero. Questo nucleo, come abbiamo già anticipato nel precedente paragrafo e come vedremo più ampiamente nel prossimo capitolo, consiste nel rilevamento, comune tanto a Schelling quanto a Heidegger, dell’essenziale irriducibilità dell’essere rispetto alla dimensione dell’ente che a partire dall’essere si apre. I modi di considerare tale convergenza sono però diversi e possono essere raggruppati in tre grandi tendenze. C’è chi, come ad esempio Yorikawa nel suo Das System der Philosophie und das Nichts, o Esposito in Libertà dell’uomo e necessità dell’essere, si muove all’interno dello stesso modo heideggeriano di intendere la sua vicinanza con Schelling, vale a dire sottolineando che quella di Heidegger è una radicalizzazione della posizione di Schelling che si porta oltre essa liberandola da ciò che rispetto al suo nucleo concettuale le è estraneo. C’è poi chi accentua di più la tesi della continuità e della reciproca fecondabilità del pensiero di Heidegger con quello di Schelling e fa di Page 47 47 quest’ultimo un pensatore “post-heideggeriano”. I lavori di maggiore interesse teoretico al riguardo sono senza dubbio quelli di Pareyson, il quale nota “come con il problema del nulla proposto da Heidegger sia strettamente connesso quel programma d’una filosofia delle libertà ch’era il vero proposito della filosofia moderna. Questo programma è stato ostacolato da molte accidentali vicende, al punto che si dovrebbe considerarlo fallito, se non fosse che proprio uno dei conclusori della filosofia moderna, Schelling, lo ha riproposto in termini assolutamente nuovi e promettenti. Ed è qui che può trovare conferma l’idea da me altrove e da tempo proposta di Schelling come pensatore postheideggeriano, nel senso che proprio dallo strettissimo legame sotterraneo che connette Heidegger con Schelling possiamo derivare fruttuosi suggerimenti sul nesso fra nulla [di Heidegger] e libertà [di Schelling], nesso assolutamente fondamentale, a parer mio, giacché si può fare della libertà un problema autentico solo se la si rapporta al nulla” 63 . C’è infine chi, come Cacciari (si vedano soprattutto i suoi testi maggiori, cioè Dell’Inizio e Della cosa ultima), cerca di mostrare come il modo schellinghiano di intendere lo stesso nucleo concettuale che lo accomuna a Heidegger lo porti, col pensiero positivo della Filosofia della Rivelazione, ad una maggiore radicalità rispetto a quella raggiunta da Heidegger stesso, il quale con l’Ereignis destina l’essere all’ente e dunque non ne coglie appieno la irriducibilità. Posizione questa che, come si vede, rappresenta il perfetto ribaltamento di quella prospettata per prima e insieme contesta la possibilità di sostenere una forte contuinità tra i due pensatori. Se, pur nelle differenze prima indicate, gli interpreti sono comunque convergenti nel rilevare la vicinanza di Heidegger con Schelling, la stessa convergenza di vedute non si registra invece nel caso dell’analisi del rapporto che Heidegger instaura con Hegel. Quest’ultimo si presenta molto più complesso e ambiguo, tanto da far dire allo stesso Heidegger, in una lettera a 63 L. Pareyson, Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Einaudi, Torino, 1995, Parte Terza, cap. II ( “Il nulla e la libertà come inizio”), par. 3. Page 48 48 Gadamer datata 2 dicembre 1971: “Io stesso non so ancora abbastanza chiaramente come debba essere definita la mia ‘posizione’ rispetto a Hegel. Come ‘posizione opposta’ sarebbe troppo poco; la individuazione della ‘posizione’ è connessa alla questione del segreto dell’‘inizio’; essa è molto più difficile, perché più semplice della spiegazione che Hegel ne dà prima dell’inizio del ‘movimento’ nella sua Logica” 64 . La letteratura secondaria registra una tendenza molto netta fino all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso per poi andare incontro, a partire da quella data, ad un’altrettanto netta frattura rispetto a questa tendenza. Negli anni che vanno dal 1940 al 1970 la letteratura secondaria è piuttosto concorde nell’accentuare le distanza tra Heidegger e Hegel, enfatizzando alcune critiche da Heidegger ripetutamente rivolte a Hegel. Nel complesso gli scritti di questo periodo sottolineano con forza la discontinuità di Heidegger rispetto alla tradizione filosofica e quindi rispetto a Hegel, che in questa tradizione, come Heidegger stesso vuole, rimane inserito. In questa linea si muovono ad esempio Langan con The Meaning of Heidegger, Collins e il suo The Existentialists, Richards con Heidegger: through Phenomenology to Thought, Marx con Heidegger und die Tradition. Ma anche Löwith nel suo Da Hegel a Nietzsche, nel quale si legge: “Nel movimento di reazione a Hegel, il problema dell’essere è giunto con Schelling al punto in cui sarà ripreso più tardi da Heidegger” 65 . Prevalente fino ai primi anni Settanta (quando tra l’altro ancora si crede di poter interpretare Heidegger in chiave esistenzialistica), questa lettura è volta a radicalizzare la contrapposizione tra il pensiero heideggeriano e quello hegeliano. Essa continua ancora oggi, anche se con meno intensità, a ripresentarsi (ne è un esempio il saggio di Charles-Éric de Saint German, 64 La lettera da cui è stato tratto questo passo è inserita, insieme ad alcune altre, in H. G. Gadamer, Hegels Dialektic – Fünf hermeneutische Studien (1971), trad. it. a cura di R. Dottori, La dialettica di Hegel, Marietti, Genova, 1996, p. 187. 65 K. Löwith, Von Hegel zu Nietzsche (1941), trad. it. a cura di G. Colli, Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX, Einaudi, Torino, 1994, p. 185. Page 49 49 L’avènement de la vérité. Hegel, Kant, Heidegger). Ad essa possono essere ricondotte in Italia posizioni come quelle di Vattimo, Ruggenini e Cortella, per i quali, per diverse ragioni, la filosofia di Heidegger si sviluppa a partire dal crollo della pretesa assolutistica hegeliana. O ancora, il testo di Chiurazzi Hegel, Heidegger e la grammatica dell’essere in cui viene sostenuta la tesi che Hegel e Heidegger propongono due sensi dell’essere completamente diversi: l’articolazione deduttiva in Hegel sarebbe il frutto della sua concezione univoca dell’essere, la decostruzione di ogni deduzione operata da Heidegger deriverebbe invece dalla nozione plurivoca di essere da lui tematizzata. La sempre minor forza con la quale la tesi della discontinuità tra l’ontologia hegeliana e quella heideggeriana viene avanzata trova la sua origine nell’influenza avuta dal saggio di Gadamer su La dialettica hegeliana, saggio nel quale si rompe decisamente con il filone precedentemente presentato per mostrare come invece tra l’ontologia di Heidegger e quella di Hegel sussista una sostanziale vicinanza (ma già Van der Meulen col suo Heidegger und Hegel oder Widerstreit und Wiederspruch aveva reso più problematica la relazione tra i due pensatori). Viene innanzi così la necessità da parte della critica di abbandonare troppo schematiche e riduttive contrapposizioni per affrontare invece con più attenzione la complessità del rapporto che Heidegger instaura con Hegel. La conseguenza è lo sviluppo di almeno tre fondamentali linee interpretative. La prima è rappresentata da tutti quei saggi, come ad esempio quello di Schmidt, intitolato The ubiquity of the Finite, o quello di Samonà, dal titolo Heidegger: dialettica e svolta, nei quali viene contestato l’effettivo prendere le distanza da parte di Heidegger dal pensiero hegeliano. In sostanza si vuol mostrare che il pensiero hegeliano è capace abbastanza per resistere al tentativo heideggeriano di oltrepassarlo. Tra le posizioni di maggiore interesse teoretico che a questa linea interpretativa appartengono vi sono quelle di Cacciari, il quale sostiene che concependo l’essere come Ereignis Heidegger non può sottrarlo al suo venir dispiegato nelle differenze così come vuole il Page 50 50 Fortgang della dialettica hegeliana, e di Agamben, che nell’articolo *Se. L’Assoluto e l’‘Ereignis cerca di mostrare che, come l’Assoluto hegeliano, anche l’Ereignis è l’essere che giunge a palesarsi per quello che esso in verità è, mettendo così fine alla storia dei suoi occultamenti. La seconda linea interpretativa fondamentale include quei contributi nei quali non si vuole tanto sottolineare la difficoltà da parte di Heidegger di prendere effettivamente le distanze da Hegel, quanto piuttosto constatare tra i due pensatori la presenza insieme di convergenze e divergenze. È quel che fanno ad esempio Schmitt col suo The concept of Being in Hegel and Heidegger e Lugarini con Hegel e Heidegger. Divergenze e consonanze. Ci sono infine una serie di saggi nei quali le divergenze del pensiero heideggeriano rispetto a quello hegeliano non vengono semplicemente accostate alle consonanze, ma intese come radicalizzazioni e corentizzazioni di queste ultime da parte di Heidegger. A questo filone, che come si vede rovescia quello presentato per primo nella misura in cui ritiene di poter indicare nel pensiero di Heidegger la critica decisiva a Hegel (tanto più decisiva, quanto più emergente da una comunanza di fondo), appartiene certamente il saggio di Vitiello Dialettica ed ermeneutica: Hegel e Heidegger. Nel complesso si può affermare che gli autori che finora si sono cimentati nell’analisi del rapporto che intercorre tra Heidegger e l’idealismo speculativo hanno rilevato una sostanziale convergenza tra Schelling e Heidegger, hanno appiattito il confronto tra Heidegger e Fichte su quello tra Heidegger e Hegel e hanno sempre più concentrato l’attenzione sulla complessità di quest’ultimo. Per quanto abbiamo detto in precedenza, anche questa indagine si soffermerà da ultimo sul rapporto che la filosofia di Heidegger intrattiene con la dialettica hegeliana. Lo farà per mostrare, come anticipato, che l’incomprensione dell’elemento dialettico decide del fallimento del tentativo heideggeriano di oltrepassare la metafisica occidentale. Ma incominciamo intanto con l’analizzare l’esplicita presa di posizione critica di Heidegger nei confronti dell’idealismo speculativo. Page 51 51 II “CIÒ CHE IN DIO NON È LUI STESSO” Page 52 52 1. HEGEL E L’ΑΛΗΘΕΙΑ COME SAPERE ASSOLUTO Nell’Introduzione al corso del semestre invernale del 1930-31 dedicato alla Fenomenologia dello Spirito di Heidegger riporta la chiusa della lezione inaugurale che Hegel tenne il 28 ottobre 1816, in occasione del suo primo corso ad Heidelberg. La citiamo di seguito per intero: “Noi vecchi che divenemmo uomini tra le tempeste dell’età nostra possiamo considerare ben felici voi che vivete in un tempo in cui potrete dedicare senza preoccupazioni la vostra gioventù alla verità e alla scienza. Alla scienza io ho consacrato la mia vita; e sono lieto di trovarmi ormai in una sede nella quale più intensamente e con più ampio raggio d’azione potrò cooperare ad estendere e ravvivare il superiore interesse scientifico, contribuendo anzitutto a guidare voi su questa via. Spero di riuscire a meritare ed acquistare la vostra fiducia; ma per ora non domando altro, se non che abbiate fiducia soprattutto nella scienza e in voi stessi. Prima condizione della filosofia è possedere il coraggio della verità, la fede nella potenza dello spirito. L’uomo, che è spirito, può e deve ritenersi degno delle cose più elevate, deve avere la più completa fiducia nella grandezza e potenza del suo spirito; con questa fiducia niente vi sarà di così refrattario e resistente da non svelare il suo intimo. L’essenza dell’universo, in primo tempo celata e chiusa, non ha la forza di resistere al coraggio che vuol Page 53 53 conoscerla: deve schiuderglisi dinnanzi agli occhi dinanzi agli occhi e mostrargli e farli godere la sua ricchezza e profondità” 66 . L’ultimo periodo di questo brano viene da Heidegger citato anche nell’Introduzione al corso del semestre estivo 1943 su Eraclito. Poche righe dopo la citazione si legge: “In accordo con l’intera metafisica dell’età moderna, Hegel presuppone che ciò che la filosofa pensa non solo non possa opporsi alla volontà di dischiudere l’essenza dell’universo, ma innanzitutto non voglia opporvisi proprio per conformità alla sua essenza. La totalità dell’essente è piuttosto caratterizzata dalla volontà di esprimersi, vale a dire dalla volontà di venire a manifestarsi. La modalità più alta di questo manifestarsi si compie nel pensiero della metafisica e ad opera di esso, in quanto la metafisica discute dell’essenza dell’assoluto che si manifesta nel sue stesso manifestarsi. Discutere si dice in greco dialégesqai. Il linguaggio della dialettica è quella parola, lógoj, in cui si compie il manifestarsi, faínesqai. Riassunto in un unico termine, il manifestarsi dell’assoluto – la cui assolutezza consiste nel volersi manifestare – è nel linguaggio della dialettica ‘Fenomenologia’ nel senso in cui Hegel intende questo termine. La fenomenologia, il venire a manifestarsi nella parola della dialettica, è l’essenza dell’assoluto, ossia è nel linguaggio di Hegel, l’essenza ‘dello spirito’. Lo spirito stesso non accade in nessun altro modo che non sia quello della fenomenologia. La fenomenologia è l’avvenimento più peculiare ‘dello’ spirito” 67 . Abbiamo già detto che per Heidegger l’idealismo tedesco è l’epoca del “primo compimento della metafisica occidentale” e che l’espressione fondamentale di questo compimento è per lui la filosofia di Hegel (nella quale a suo dire il pensiero di Fichte trova la sua realizzazione). Tutto questo significa: per Heidegger Hegel porta al suo primo e decisivo compimento l’interpretazione metafisica dell’originario come ÞlÔqeia. Come sappiamo, a detta di 66 G.W.F. Hegel, Sämtliche Werke (1927), Bd. XVII, trad. it. a cura di A. Codignola e G. Sanna, Lezioni sulla storia della filosofia, La Nuova Italia, Firenze, vol. I, p. 311 (traduzione modificata). 67 M. Heidegger, Eraclito, cit., p. 31, corsivi miei. Page 54 54 Heidegger, questa interpretazione inizia con Platone e consiste nell’intendere l’ÞlÔqeia come quel movimento disvelativo nel quale la negazione del proprio altro in cui l’essere consiste si realizza nell’ente e come ente. Il velamento che l’essere nega viene rimosso nello svelato dell’ente. Ora, portare a compimento l’interpretazione metafisica dell’αληθεια significa comprendere, come accade in modo sempre più stringente nella filosofia moderna, che la manifestazione ontica a cui l’essere dà vita, proprio perché realizza l’essenziale negazione del proprio altro in cui l’essere consiste, è in realtà un manifestarsi. Se il manifestare dell’essere è inteso metafisicamente come un realizzare nella manifestazione la propria significanza, allora l’essere che manifesta in verità si manifesta. L’essere, che sta a fondamento della manifestazione dell’ente, porta se stesso all’esistenza in questa manifestazione. Si espone in essa e in essa si manifesta (da questo punto di vista è un’incoerenza rispetto all’essenza della metafisica la distinzione che essa, nella sua versione tradizionale, fa tra il fondamento come Ente sommo e il fondato come ente diveniente; è un’incoerenza perché l’essenza stessa dell’interpretazione metafisica del rapporto tra l’essere e l’ente non consente che si dia residuo nel fondare, ma necessita al contrario che il fondamento si esponga tutto nel fondato, in una completa “Offenbarung der Tiefe”). “In accordo con l’intera metafisica dell’età moderna”, Hegel interpreta l’essere esattamente come questa “volontà di venire a manifestarsi”. Insieme, egli attua e porta al compimento questa volontà pensando il volersi manifestare come un ritrovarsi nel manifestato da parte del manifestante nella forma del perfetto e assoluto sapersi. L’Assoluto hegeliano come assoluto sapersi è il primo compimento del senso metafisico dell’ÞlÔqeia perché è l’emergere di ciò che in verità l’ÞlÔqeia metafisicamente intesa è: il movimento rivelativo dell’essere nel suo ritrovarsi nell’ente che rivela. Questa identità di sé con sé è precisamente ciò che esprime l’essenza dell’intendimento metafisico del disvelamento ed è ciò che viene pensato nell’Assoluto di Hegel come assoluto Page 55 55 sapersi e concepirsi (il quale è assoluto perché nel sapere non sa qualcosa d’altro da sé – non è relativo ad altro –, ma se stesso). Per Heidegger, l’essenza della dialettica hegeliana sta proprio nell’essere la logica secondo la quale la manifestazione dell’originario si attua come manifestazione di sé. In quanto si manifesta secondo questa logica, l’essere è “fenomenologico”, per cui la “fenomenologia, il venire a manifestarsi nella parola della dialettica, è l’essenza dell’assoluto, ossia è, nel linguaggio di Hegel, l’essenza ‘dello spirito’”. Nel suo corso sulla Fenomenologia dello Spirito, qualche pagina dopo la citazione della chiusa delle lezione inaugurale da Hegel tenuta ad Heidelberg, Heidegger scrive: “Il sapere assoluto che sa se stesso come il vero sapere: questo assoluto sapere è lo spirito. Infatti lo spirito è questo essere-presso-se- stesso che viene-a-sé nel diventare-altro-da-sé” 68 . Questo venire a sé nel diventare altro da sé è “il veniere-a-manifestazione dello spirito, la fenomenologia dello spirito” 69 , cioè la logica dialettica del suo manifestarsi, logica che sola ne fa un assoluto sapersi ed essere identico a sé. Lo specifico della dialettica, agli occhi di Heidegger, è il rilevamento che, se per l’originario è essenziale la manifestazione, perché solo in quanto manifesta esso davvero realizza la negazione assoluta del proprio opposto in cui esso consiste, allora nel manifestare l’ente l’essere in realtà in questo altro da sé che l’ente è si manifesta e trova se stesso: diventando altro da sé, l’essere in verità viene a sé e chiude il circolo della propria identità (cosa che Fichte non può ottenere perché a lui manca la dialettica, sì che in lui il circolo non si chiude – la sua chiusura viene rimandata all’infinito). Diventare altro da sé è contraddirsi, dirsi contrapponendosi a sé, ma in modo tale che poiché l’alterazione è costitutiva dell’origine questa contraddizione viene attraversata per essere risolta; è una contraddizione in vista del suo superamento 68 M. Heidegger, Hegels Phänomenologie des Geistes, trad. it. a cura di S. Caianiello, La Fenomenologia dello Spirito di Hegel, Guida, Napoli, 2000, p. 54. 69 loc. cit. Page 56 56 nell’identità compiuta (per cui Heidgger può scrivere che la dialettica “pensa l’unità di ciò che si contraddice superando così la contraddizione in quanto contraddizione” 70 ). In quanto capace di questo movimento di alterazione di sé e di conciliazione della propria scissione, l’essere è il Soggetto infinito, lo Spirito che nel porsi “si differenzia con ciò da se stesso, così che il differenziamento non cade al di fuori di esso, bensì diviene visibile proprio in quanto il medesimo, il vero e proprio non-differenziato” 71 . In questo movimento di differenziazione e ricomposizione della differenza sta l’infinità autentica dello Spirito: “Questa infinità non significa un susseguirsi progressivo di determinazioni, in una prosecuzione senza fine dall’una all’altra, ma al contrario: il ritorno di qualcosa in se stesso, il rivolgimento di un determinato in se stesso, così che il determinato in quanto altro torna nell’uno, e che l’altro, in quanto suo differenziato, assume questo in sé; che esso nell’unità con esso diventa non- differenziato; che resta con esso conservato nella medesimezza”. 72 L’essere come Spirito infinito “si differenzia da sé; ma in modo tale che il differenziato non cade fuori da ciò che la differenziazione compie, ma viene ripreso in ciò che differenzia e conservato in esso” 73 , per cui “la negatività [di questo differenziarsi] è tale solo per scomparire e per tenere in corso il movimento del superamento che conserva” 74 . In questo modo lo Spirito è l’Assoluto che “dipana il groviglio, concilia il conflitto” 75 nel suo pieno concepirsi, cioè nel pieno cogliersi e afferrarsi nell’altro da sé proprio di una totale “rivelazione del profondo”. In quanto tale, esso è l’“Idea assoluta” con cui si conclude la Scienza della logica, l’assoluto autosapersi del sapere in cui risiede la Vita di Dio. Per questo Heidegger scrive: “L’interpretazione 70 M. Heidegger, Eraclito, cit., p. 76. 71 M. Heidegger, La Fenomenologia dello Spirito di Hegel, cit., p. 123. 72 Ibid., p. 125. 73 loc. cit. 74 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 144. 75 M. Heidegger, La Fenomenologia delle Spirito di Hegel, cit., p. 150. Page 57 57 speculativa [dialettica] dell’essere è onto-teo-logia” 76 . Essa è anzi l’essenza della costituzione onto-teologica della metafisica. “La costituzione onto-teologica della metafisica” è il titolo che Heidegger dà al secondo dei due saggi di Identità e differenza. Esso “ripresenta la trattazione, riveduta in alcuni punti, che chiudeva un’esercitazione di seminario del semestre invernale 1956-57 sulla Scienza della logica di Hegel” 77 . Nelle prime battute del saggio Heidegger afferma che “la questione del pensiero è per Hegel ‘il pensiero’, il quale però dispiegato nella sua più alta libertà essenziale è l’‘Idea assoluta’. Di essa Hegel dice, verso la fine della Scienza della logica: (ed. Lasson, vol. II, p. 484): ‘soltanto l’Idea assoluta è essere, vita che non passa, verità di sé conscia, ed è tutta la verità’. Hegel stesso, quindi, dà espressamente alla questione del suo pensiero quel nome che sovrasta l’intera questione del pensiero occidentale, il nome: essere” 78 . Il quale viene in luce come “l’assoluto pensarsi del pensiero”, cioè come “il concetto nel suo infinito sapersi” 79 , in cui l’Idea assoluta consiste. Ebbene, se la metafisica come entificazione dell’essere (come interpretazione dell’essere a partire dall’ente) fa di Dio il vero essente perché Dio è quell’essere determinato nella cui assoluta determinatezza si realizza effettivamente la negazione del non essere come nihil absolutum, e se così facendo la metafisica fa della sua ontologia (la riflessione sul senso dell’essere) una teologia (la riflessione sull’essente Dio), costituendosi pertanto come una onto-teologia, si tratta di capire che l’essenza di questa costituzione onto- teologica del pensiero metafisico occidentale è proprio l’Idea assoluta come perfetto auto-determinarsi dell’essere. Se l’essere è vero essere solo nell’assoluta determinazione, e come tale è Dio, assolutamente determinato esso può esserlo solo assolutamente determinandosi, cioè uscendo da sé e alterandosi nell’ente per riprendersi in esso. Solo in questa circolazione propria 76 loc. cit. 77 M. Heidegger, Identità e differenza, cit., p. 2. 78 Ibid., p. 18. 79 loc. cit. Page 58 58 dell’assoluto concepirsi dell’Idea è possibile quella determinazione assoluta dell’essere che la metafisica occidentale chiama Dio. Per questo nell’Idea assoluta Hegel esprime l’essenza onto-teolgica del pensiero occidentale, mostrando come essa richieda di pensare l’essere come la Vita dell’autodeterminarsi divino (“Vita – ciò significa l’essere che produce sé da sé e che nel suo movimento mantiene sé in sé” 80 ), il suo procedere articolandosi sistematicamente (Fortgang), cioè compaginandosi in maniera armonica, connessa e ordinata nell’ente (“sistema” deriva dal greco συνιστηµι che significa appunto “metto insieme”). In questa identità assoluta come assoluto auto-sapersi e auto-determinarsi che si assicura nella sistematicità dello spettacolo ontico sta, secondo Heidegger, l’essenza della filosofia di Hegel come compimento dell’interpretazione metafisica dell’essere e della sua costituzione onto-teologica. 2. “IL TRATTATO CHE SCUOTE LA LOGICA DI HEGEL PRIMA ANCORA DELLA SUA APPARIZIONE!” L’essere come sapere assoluto è la “posizione fondamentale” dell’idealismo tedesco, da Hegel espressa nella sua più propria configurazione. La logica che governa tale configurazione, abbiamo detto, è la dialettica, la cui essenza, agli occhi di Heidegger, è stata chiarita nel paragrafo precedente. Ora però questa posizione fondamentale e la logica sulla quale essa si regge viene messa in crisi proprio dall’idealismo stesso, ad opera del suo “pensatore veramente creativo e di più ampio respiro”. Come abbiamo già anticipato nel quinto paragrafo del precedente capitolo, Schelling è per Heidegger colui che “spinge dall’interno l’idealismo tedesco al di là della sua propria posizione fondamentale”. È quanto accade nelle Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana. Ad esso Heidegger dedica uno dei suoi corsi più importanti, 80 M. Heidegger, La Fenomenologia dello Spirito di Hegel, cit., p. 207. Page 59 59 quello del semestre estivo del 1936 (lo stesso anno in cui inizia la stesura dei Beiträge zur Philosophie). Qui Heidegger scrive che le Ricerche sono il “trattato che scuote la Logica di Hegel prima della sua apparizione!” 81 . La scuote perché ne scuote l’anima essenziale, vale a dire la dialettica. Questo accade nella misura in cui Schelling fa emergere che all’essere, secondo la sua semantica fondamentale, quella semantica che anche la dialettica intende tener ferma nell’atto di compierne l’interpretazione metafisica, compete di non lasciarsi divorare dall’ente che porta a manifestazione. Si tratta a questo punto di indicare concretamente, seguendo il testo delle Ricerche e l’interpretazione che di esso Heidegger fornisce, in che consiste l’essenzialità di questo ritrarsi dall’ente da parte dell’essere e in che modo essa spinga l’idealismo in una direzione totalmente altra da quella dall’idealismo stesso seguita. Intanto, che Schelling si porti dall’interno oltre la posizione fondamentale della metafisica idealistica significa che egli innanzitutto condivide quella posizione fondamentale, cioè condivide che l’essere è volontà di manifestarsi e quindi di venire alla determinazione nella compagine sistematicamente dispiegata dell’ente (“Il volere è l’essere originario” 82 ). Nelle Ricerche Schelling chiede appunto dell’essenza di tale dispiegamento a partire dall’essenza dell’essere che ne sta a fondamento. Per questo Heidegger può scrivere: “Ricercare il principio di formazione del sistema [come accade nel trattato di Schelling] non significa altro che porre l’autentica questione ontologica (…)” 83 , cioè la questione della verità dell’essere. Il problema del principio della formazione del sistema si presenta in questa opera schellinghiana come problema del significato del panteismo, cioè dell’affermazione “Dio è tutto”. Esso si presenta così perché si tratta di stabilire il rapporto tra l’!En e il pánta all’interno della persuasione metafisica 81 M. Heidegger, Schelling, cit., p. 164. 82 F.W.J. Schelling, Philosophische Untersuchungen über das Wesen der menschlichen Freiheit und die damit zusammenhängenden Gegenstände (1809), trad. it. a cura di S. Drago Del Boca, Ricerche filosofiche, in F. W. J. Schelling, Scritti sulla filosofia, la religione, la libertà, a cura di L. Pareyson, Mursia Editore, Milano, 1990, p. 91. 83 M. Heidegger, Schelling, cit., p. 119. Page 60 60 che l’!En sia la volontà di manifestarsi, e come tale sia Dio. In altre parole, il problema del senso del panteismo è il modo in cui si presenta il problema del senso della relazione tra l’!En e il pánta (relazione che come sappiamo costituisce l’essenza dell’ÞlÔqeia) all’interno dell’interpretazione metafisica di questa relazione, vale a dire all’interno della convinzione che l’!En sia fondamentalmente un realizzare la propria essenza venendo alla manifestazione nell’ente e come ente. All’interno di questa interpretazione metafisica l’!En è Dio (Dio essendo l’originario pensato a partire dall’ente) e il rapporto tra l’!En e il pánta è il rapporto tra Dio e la totalità dell’ente: panteismo. “La questione del panteismo – scrive Heidegger – è la questione del principio della formazione del sistema, che però è la questione dell’essenza dell’Essere” 84 , pensata precisamente all’interno dell’interpretazione metafisica dell’essere come volontà di venire alla manifestazione. Si tratta ora di capire in che modo, assumendo su di sé l’interpretazione metafisica dell’essere nel suo compimento idealistico, Schelling la reinterpreti a tal punto da portarla oltre se stessa. Che cosa dice di decisivo Schelling sull’essenza del panteismo? 3. “CIÒ CHE IN DIO NON È LUI STESSO” “Dio è tutto”. Comprendere il senso del panteismo è comprendere il senso di questo giudizio. Ma comprendere quest’ultimo è possibile solo comprendendo “la legge di identità” e “il significato della copula nel giudizio” 85 . “Infatti – commenta Heidegger – in questo ‘è’ non si esprime altro che il legame tra Dio, il Tutto e le singole cose, tra il Qeój e il pân, e, nella misura in cui questo legame caratterizza la compagine fondamentale dell’ente nella sua totalità, esso 84 Ibid., p. 132. 85 F.W.J. Schelling, Ricerche filosofiche, cit., p. 84. Page 61 61 determina anche il modo della compagine dell’Essere in generale, del sistema” 86 . Ora, ciò che in primo luogo si deve dire dell’identità espressa nella copula che lega il soggetto e il predicato (Dio e tutto) è che essa non esprime affatto una mera e indifferenziata medesimezza: “È chiaro anche a un bambino che in nessuna proposizione possibile, la quale esprima, in un certo senso chiarito a parte, l’identità di soggetto e predicato, si enuncia una medesimezza o anche soltanto una connessione immediata” 87 . Al contrario, la legge dell’identità parla di “un’unità immediatamente creativa. Già nella connessione del soggetto col predicato noi abbiamo indicato quella di principio e conseguenza e la legge del principio è perciò tanto originaria quanto quella dell’identità. Perciò l’eterno deve essere immediatamente anche principio per il fatto di essere in se stesso” 88 . Ciò che innanzitutto l’‘è’ della copula dice è che l’originario è in se stesso eternamente se stesso e come tale immediatamente creativo. Il suo essere in se stesso eternamente se stesso è il suo non essere altro che sé, la sua assoluta negazione del proprio altro. A questa assoluta negazione compete “immediatamente” di dare origine, di far sorgere, di principiare e stare al fondamento della manifestazione dell’ente. Questo significa: la natura escludente della negazione dell’originario sta immediatamente al fondamento della natura affermante del negare. Poiché la natura affermante del negare è la sua natura affermante, la negazione escludente è immediatamente in relazione con essa; poiché la natura affermante, che pure appartiene alla negazione escludente, non fa venir meno il carattere escludente del negare stesso ma si articola in base ad esso, la relazione tra le due nature del negare è sotto forma della fondazione dell’una (quella affermante) nell’altra (quella escludente). La natura escludente della negazione regge e fonda la sua natura affermante. 86 M. Heidegger, Schelling, cit., p. 133. 87 F.W.J. Schelling, Ricerche filosofiche, cit., p. 84. 88 Ibid., p. 87. Page 62 62 Fin qui Schelling non fa che riprendere in poche battute quei tratti essenziali del pensiero dell’origine che per Heidegger sono portati alla luce una volta per tutte nel primo pensiero iniziale. Accingendosi a determinare il senso della relazione tra l’essere e l’ente, Schelling per prima cosa si mette nel solco del dire esplicito del primo inizio e lo fa proprio. Ma nel suo dire resta detto di più di quel che il primo pensiero iniziale riesce a dire. Resta detta la necessità del nascondimento dell’essere rispetto allo spettacolo ontico. Cerchiamo di capire proseguendo l’analisi del discorso di Schelling. Come abbiamo appena visto, “Dio è tutto” dice in primo luogo che la natura escludente della negazione secondo cui l’essere si semantizza originariamente sta al fondamento della sua natura affermante. La negazione escludente è la base su cui si appoggia l’articolazione che il légein umano fa dell’esistente nel suo complesso. Il senso del rapporto tra l’essere e l’ente è quindi racchiuso nel senso del rapporto tra il fondamento e l’esistenza, tra ciò che sta al fondo e ciò che ek-siste uscendo dal fondo per manifestarsi. Che cosa dicono di determinante le Ricerche in merito a tale rapporto tra fondamento ed esistenza? Leggiamo questo passo: “Poiché nulla è prima o fuori di Dio, egli deve avere in se stesso il fondamento della sua esistenza. Questo dicono tutte le filosofie [per le quali Dio è causa sui], ma esse parlano di questo fondamento come di un semplice concetto, senza farne qualcosa di effettivo e reale. Questo fondamento della sua esistenza, che Dio ha in sé, non è Dio assolutamente considerato, vale a dire in quanto egli esiste; poiché anzi egli è solo il fondamento della sua esistenza. Essa è la natura – in Dio; un essere certo inseparabile da lui, e tuttavia distinto” 89 . Dio in quanto “assolutamente considerato” è Dio in quanto si rivela nell’esistenza, è il Dio esistente, vale a dire esposto fuori di sé e così venuto a sé. Ma Schelling scrive: il fondamento di questa esposizione non è Dio “assolutamente considerato”. Il fondamento dell’esistenza di Dio non è il Dio 89 F.W.J. Schelling, Ricerche filosofiche, cit., p. 96. Page 63 63 che esiste e che esistendo si è portato fuori dal suo fondamento per assumere su di sé questo essere fuori di sé e così essere presso di sé. Più sotto Schelling afferma che il fondamento dell’esistenza (ciò da cui essa esce fuori per esporsi) è “ciò che in Dio non è Lui stesso” 90 . Per chiarire quel che intende dire Schelling usa la metafora della forza di gravità e della luce: “Per analogia, questa relazione si può chiarire con quella che passa tra la forza di gravità e la luce in natura. La forza di gravità precede la luce come il suo eterno, oscuro fondamento, che non è, essa medesima, actu, e si dissolve nella notte, mentre sorge la luce (l’esistente). Neppure la luce dischiude completamente il suggello, sotto cui è rinchiusa” 91 . Alla forza di gravità corrisponde il fondamento, alla luce l’esistenza. La luce è il luminoso dell’ente determinato. Essa esce dalla gravità, che è ciò che si contrae. Ma uscendo la luce “non dischiude completamente il suggello, sotto cui è rinchiusa”. La luce nel suo illuminare che determina non sa consumare e risolvere il ritrarsi della forza di gravità. In altri termini, il fondamento per sé preso, “ciò che in Dio non è Lui stesso”, non si lascia esporre nell’esistenza. Come tale, il fondamento non ek-siste, non viene alla luce, non si porta all’aperto dell’ente. Heidegger scrive che quel che si tratta di comprendere nel considerare “Dio in quanto non è Lui stesso, cioè Dio in quanto è fondamento di se stesso, Dio come il Dio veramente iniziale, che è ancora interamente nel suo fondamento, il Dio che non è ancora uscito da se stesso per venire a se stesso” è che il “non-ancora del fondamento non sparisce dopo che Dio è divenuto l’Esistente [ossia si è esposto nell’ente], né è rigettato come un semplice non-più”, ma “rimane in Dio l’eterno passato di Dio stesso nel suo fondamento” 92 . 90 loc. cit. 91 loc. cit. 92 M. Heidegger, Schelling, cit., p. 193. Page 64 64 Siamo al decisivo e dobbiamo cercare di portarlo il più possibile in vista. È qui che il senso dell’essenzialità del nascondersi dell’essere si lascia vedere come tale. Seguendo le considerazioni di Schelling sulla natura del fondamento, Heidegger dice che esso, il fondamento, è, in quanto per sé preso, “il Dio veramente iniziale” che non sparisce come un “non-più” nel portarsi all’esistenza. Il fondamento per sé preso è il “Dio veramente iniziale” perché è il significato veramente fondamentale dell’inizio: è l’essere come negazione assoluta ed assolutamente escludente del suo altro. Come abbiamo già visto, è in questa valenza assolutamente escludente del negare l’altro da sé che l’essere si semantizza in maniera fondamentale e veramente iniziale. Ebbene, ciò che nelle Ricerche di Schelling emerge e che Heidegger rileva è che di questa semantizzazione iniziale dell’essere si deve dire che essa rimane sottratta alla dimensione ontica dell’esistente. Quando Heidegger, commentando le considerazioni di Schelling sull’essenza del fondamento, scrive che il “non-ancora del fondamento non sparisce dopo che Dio è divenuto l’Esistente [ossia si è esposto nell’ente], né è rigettato come un semplice non- più”, ma “rimane in Dio l’eterno passato di Dio stesso nel suo fondamento”, egli intende dire che l’essere è quel profondo che per principio, ossia per la natura stessa del suo principiare, non può venire all’ente e rivelarsi. E questo perché nel suo semantizzarsi iniziale l’essere è essenzialmente indipendente dall’ente. In nessun modo, infatti, la natura includente e affermante della negazione entra a costituire la significanza dell’originario come negazione assolutamente escludente, sì che questa rimane essenzialmente a-logica, ossia totalmente e irrimediabilmente altra dalla dimensione del légein umano che articola le differenze dell’ente nel loro reciproco negarsi affermandosi. In questo senso Schelling sostiene che il fondamento, per sé preso, è “irrazionale” 93 , cioè appunto non riconducile al légein dei distinti. I molti non possono attingere alla semantica dell’!En e non lo 93 F.W.J. Schelling, Ricerche filosofiche, cit., p. 97. Page 65 65 possono fare perché essa, costituendosi indipendentemente dal dire dei molti, non può essere dispiegata nel loro dire. Ecco il rilevo che scuote la dialettica di Hegel. Essa può pretendere di pensare l’essere come il movimento assoluto di comprensione di sé solo perché non si avvede che l’essere nel suo significato davvero iniziale, che essa pure intende tener fermo e testimoniare (come il primo inizio e tutta la sua tradizione metafisica), in nessun modo può lasciarsi trascinare in un irresistibile andamento che porti a manifestazione il suo profondo, dal momento che il suo significato davvero iniziale è dato dal semantizzarsi indipendentemente dal légein dei differenti, sì che tale légein mai può parlare di esso e articolarlo. L’essere nella sua significanza davvero iniziale sta al fondo dell’ente nella misura in cui non è svolgibile all’interno delle differenze e questo perché la negazione assolutamente escludente l’altro da sé che ne fa un fondamento è ab origine altra dalla negazione includente che su di essa si basa per l’articolazione delle differenze ontiche. Ciò che consente all’essere di stare al fondamento è esattamente quel che lo sottrae dal fondato. Solo dimenticando questo (come accade nella metafisica e nel suo compiersi in Hegel) si può credere che interpretare la relazione tra l’essere e l’ente come un realizzarsi dell’essere nell’ente sia un restare fedeli alla semantica fondamentale dell’essere come assoluta negazione del suo altro. Così interpretata quella relazione, infatti, è proprio questa semantica a non venir rispettata come tale. 4. IL NAUFRAGIO DI SCHELLING. L’ALTRO INIZIO Ma Schelling, che pure riconosce l’essenziale ritrarsi dell’essere rispetto allo spettacolo dell’ente, rimane pur sempre all’interno della posizione fondamentale dell’idealismo tedesco e dell’intera metafisica occidentale che in Hegel si compie. Rimane cioè pur sempre convinto che la relazione tra l’essere Page 66 66 e l’ente, tra il fondamento e l’esistenza, sia da pensare come un volersi manifestare del fondamento nell’esistenza. Sia da pensare cioè al modo in cui essa va pensata se non emerge l’essenzialità del nascondersi dell’essere. Anche dopo aver compreso che il fondamento per sé preso non è “logico”, Schelling non riconosce altro modo di intendere la relazione tra il fondamento e l’esistenza, di intendere cioè l’appartenenza della natura includente alla negazione assolutamente escludente, che non sia la volontà di venire all’esistenza da parte del fondamento. In questo modo il fondamento è desiderio che aspira all’intelletto, l’ombra che aspira alla luce. Commentando le pagine schellinghiane sul fondamento come desiderio, Heidegger scrive: “Il termine Sucht – che etimologicamente non ha nulla a che fare con suchen [cercare] – significa originariamente e ancor oggi la malattia che tende a propagarsi; siech [malato], Seuche [epidemia]. Sucht indica qui una tensione e una appetizione, e precisamente il male del desiderare [die Sucht des Sehnens], dell’essere in ansia per se stesso. Nel desiderio [Sehnsucht] vi è quindi una doppia motilità, e precisamente una motilità contrastiva: la tendenza ad uscire da sé per dispiegarsi all’esterno e quella a rientrare in sé. Il desiderio, in quanto determinazione essenziale del fondamento (dell’esser-fondamento) in Dio, caratterizza questo Essere come ciò che si allontana da sé nella più indeterminata vastità dell’assoluta pienezza dell’essenza, e al tempo stesso come l’ultrapotenza [Übergewalt] della concentrazione di sé” 94 . Poiché il fondamento è un fondo refrattario alla luce, il desiderio del fondamento è propriamente la lotta tra il fondamento e l’esistenza, nella quale il fondo oscuro del fondamento non si lascia portare alla luce delle differenze dispiegate e connesse (per cui “la tendenza ad uscire da sé e dispiegarsi” viene contrastata da “quella a rientrare in sé”). L’essenza di questa lotta è la possibilità estrema, data la radicale indipendenza del fondo del fondamento rispetto all’esistenza, che accada la separazione dei due e quindi che il légein si 94 M. Heidegger, Schelling, cit., p. 205. Page 67 67 stacchi dal suo stesso fondamento. In questa possibilità estrema sta l’essenza della libertà dell’uomo come libertà per il bene e per il male, cioè come possibilità appunto che non si dia corrispondenza tra il fondamento e l’esistenza e che i due si separino. Sennonché ciò che suscita questa lotta è anche ciò che la risolve. Comprendere ciò è il “punto più alto di tutta la ricerca” 95 . La lotta è infatti suscitata dal fatto che l’esistenza non riesce a venire a capo del fondo del fondamento. Quest’ultimo, però, in quanto è il “Dio veramente iniziale” e il fondamento originario, è “prima di ogni fondamento [in quanto considerato come votato all’esistenza, desiderante di esporsi] e prima di ogni esistere, quindi in genere prima di ogni dualità” 96 . Costituendosi indipendentemente da ogni articolazione dell’esistenza, esso, che proprio per questo determina la lotta tra sé e l’esistenza che non riesce a venirne a capo, è prima di questa lotta. In quanto tale, è il Non-fondamento (“come potremmo chiamarlo altrimenti che fondamento originario o anzi Non-fondamento [Un-grund]?” 97 ). Ma ciò significa che il Non-fondamento, nel suo precedere la dualità di fondamento ed esistenza, è ciò in cui questa dualità non si dà. Esso è l’“assoluta indifferenza di entrambi”, nella quale accade “lo sparire di tutte le antitesi” e si realizza l’accordo dei discordi. In quanto tale, l’essenza del Non- fondamento è l’amore, il cui segreto sta in ciò, che “esso lega tali, di cui ciascuno poteva essere per sé e tuttavia non è e non può essere senza l’altro” 98 . In ciò secondo Schelling sta la verità dell’Assoluto come assoluto legame che nella più radicale discordia è capace della “superiore concordia” 99 . Ora però, intendere l’Assoluto come amore, ossia come ciò che suscita quello stesso supremo conflitto (che è supremo perché si porta fino all’estremo della possibilità della separazione) che deve risolvere nella suprema conciliazione, 95 F.W.J. Schelling, Ricerche filosofiche, cit., p. 129 96 loc. cit. 97 loc. cit. 98 Ibid., p. 131. 99 M. Heidegger, Schelling, cit., p. 189. Page 68 68 garantendo così la corrispondenza di principio e principiato e tenendoli insieme nel sistema della libertà, significa intenderlo di nuovo in senso hegeliano. Significa cioè rimanere all’interno del compimento hegeliano della metafisica proprio mentre se ne sta scuotendo la logica. Se infatti l’Assoluto è l’amore, l’originario che in questo Assoluto viene espresso è di nuovo pensato come un alterarsi in vista del suo riprendersi e conciliarsi. Il senso ultimo dell’essere finisce cioè di nuovo per essere l’assicurazione della corrispondenza tra l’origine e la manifestazione attraverso il superamento della scissione più profonda. Esattamente come in Hegel. A questo esito le Ricerche giungono perché, si ripeta, pur vedendo che il fondamento per sé preso è indipendente dalla manifestazione, ossia è tale che essa non rientra nel costituirsi della sua significanza, Schelling continua a pensare che il fondamento sia per la manifestazione ontica, che essa gli sia essenziale per costituirsi come tale e che il vero sia perciò la garanzia della sistematicità di questa relazione. Anche dopo aver mostrato una essenziale non-corrispondenza tra l’origine e l’originato, Schelling continua a pensare che la corrispondenza vi debba essere (che l’essere sia un volersi manifestare) e interpreta così il non-fondamento iniziale come l’amore che tiene uniti gli opposti principi di fondamento ed esistenza superando la più estrema scissione. Così facendo ricade all’interno di quella stessa dialettica hegeliana dell’Assoluto che il centro del suo trattato sulla libertà mette in crisi. Se questo esito delle Ricerche rappresenta il naufragio del tentativo di Schelling, d’altra parte questo naufragio è “il segno del sorgere di ciò che è totalmente altro, il balenare di un nuovo inizio”. Nelle pagine conclusive dello Schelling, riferendosi a questo naufragio, Heidegger scrive: “Ma ciò che rende questo fallimento così significativo, è il fatto che Schelling con ciò non fa che portare alla luce delle difficoltà già poste all’inizio della filosofia occidentale e che, per la direzione assunta da questo inizio, sono poste come insuperabili a partire da esso. Il che per noi significa che un secondo inizio è reso necessario Page 69 69 dal primo, ma che esso è possibile nella completa trasformazione del primo inizio, e mai lasciandolo semplicemente com’è” 100 . Il carattere più proprio delle Ricerche, secondo Heidegger, è di portare all’esplicito le difficoltà in cui è immerso il primo inizio nella direzione metafisica da esso assunta. Queste difficoltà derivano dalla circostanza che, pur volendo pensare l’essere (la valenza assolutamente escludente della negazione) come fondamento dell’ente (la valenza includente), il primo inizio nel suo sviluppo metafisico lascia implicito e infine dimentica quel che alla semantica dell’essere così inteso appartiene essenzialmente: il celarsi dell’essere che fonda rispetto all’ente che è fondato. La metafisica finisce così per essere l’impossibile tentativo di dire la verità dell’essere senza dire quel che ad essa appartiene essenzialmente. Detto altrimenti, poiché il celarsi è costitutivo alla semantica fondamentale dell’essere non è possibile voler tenere ferma quella semantica interpretando l’essere come un esporsi e un manifestarsi nell’ente e come ente. In questa interpretazione del rapporto tra l’essere e l’ente la metafisica, che pure vorrebbe testimoniare la semantica fondamentale dell’essere (la sua natura di fondamento), in realtà la perde di vista. Essa può intendere l’essere come un rivelarsi nell’ente solo a patto di smarrire quel senso fondamentale dell’essere che invece vorrebbe tenere fermo. Questa difficoltà diventa esplicita con Schelling perché Schelling porta all’esplicito il celarsi dell’essere come appartenente al costituirsi della sua semantica fondamentale, ma lo fa volendo mantenere la stessa interpretazione dell’essere (l’essere come volontà di manifestarsi) che esso ha se quel celarsi viene dimenticato. Portando all’esplicito il velarsi dell’essere e rimanendo insieme all’interno dell’interpretazione dell’essere come volontà di manifestazione, Schelling porta all’esplicito la difficoltà essenziale in cui si imbatte il primo inizio e il suo sviluppo metafisico: quella di voler pensare l’essere come fondamento dell’ente senza pensare quel che alla sua stessa 100 M. Heidegger, Schelling, cit., p. 256. Page 70 70 semantica fondamentale appartiene essenzialmente. Il fallimento di Schelling è l’esplicitazione di questa impossibilità, in cui la metafisica consiste. Da questa impossibilità si può uscire solo aprendo un nuovo inizio del pensiero, il quale trasformi il primo per quel tanto che esso non riesce a rimanere fedele a quel senso fondamentale dell’essere che pure pone alla base delle sue ricerche. Questo nuovo inizio del pensiero potrà sorgere liberando quel tratto della semantica fondamentale dell’essere (il suo celarsi) che in Schelling emerge esplicitamente dall’interpretazione ancora metafisica dell’essere all’interno della quale Schelling lo vuole ricondurre. Potrà sorgere cioè solo se si saprà pensare l’essenzialità del nascondersi dell’essere al di fuori della persuasione metafisica che l’essere sia volontà di manifestarsi. È a questo pensiero che Heidegger si rivolge. Page 71 71 III IL SIGNIFICATO DELL’EREIGNIS: L’ERZITTERUNG E L’INDIETREGGIARE DI HEIDEGGER Page 72 72 1. RIPRESA Nel primo capitolo abbiamo detto che i Beiträge rappresentano il primo tentativo da Heidegger compiuto per pensare l’essere a partire dall’essere stesso, a patire cioè dalla verità dell’essere pensata come tale (in questo senso oltrepassando l’impostazione di Essere e tempo). L’inizio della stesura è contemporaneo al corso universitario dedicato al trattato schellinghiano sull’essenza della libertà umana. Abbiamo visto nel capitolo precedente che nel corso sulle Ricerche di Schelling emerge in tutta la sua cogenza la necessità del velamento dell’originario rispetto al disvelamento dell’ente. Tale necessità è data dalla natura stessa del costituirsi del significato fondamentale dell’originario. Quest’ultimo infatti si costituisce indipendentemente dall’ente, sì che nel dar vita all’ente in nessun modo può essere all’ente ricondotto. Richiamiamo brevemente in che consiste questa indipendenza e in che senso essa appartiene all’essenza della semantizzazione fondamentale dell’essere, per vedere poi il senso che, alla luce di essa, l’originario ha per Heidegger. Già abbiamo detto come per Heidegger la semantica fondamentale dell’originario venga testimoniata nel dire del primo inizio, in particolare nel dire di Parmenide, il quale la nomina come tale. Questo senso fondamentale dell’essere è la sua perfetta semplicità, data dal suo escludere assolutamente il suo altro e dal rimanere così se stesso nella più completa solitudine (quella solitudine per la quale solo l’essere è). Nella sua più originaria ripetizione del primo inizio, ripetizione in cui consiste il suo tentativo di aprire un altro inizio Page 73 73 del pensare, Heidegger non mette affatto in discussione tale senso fondamentale della semantica dell’originario. Egli si muove al contrario, e consapevolmente, pienamente all’interno del senso parmenideo della semantica fondamentale dell’essere. Si muove cioè pienamente all’interno della convinzione che il significato primo e basilare dell’originario sia la sua semplicità semantica come costituentesi nella negazione assolutamente escludente il suo opposto. L’originario è per Heidegger, come per Parmenide e per tutto il pensiero occidentale che dal primo inizio si sviluppa, la negazione originaria assolutamente escludente il proprio altro. È questo senso del negare come assoluto escludere che costituisce la significanza fondamentale dell’origine. Nel capitolo intitolato “L’Essere” dei Beiträge Heidegger scrive: “Per quanto riccamente disposto e irraffigurabile permanga essenzialmente l’essere, esso riposa però in se stesso e nella sua semplicità”. E poi continua: “Ciò che dell’Essere è semplice reca in sé l’impronta dell’unicità”. Infine: “L’unicità dell’Essere fonda la sua solitudine, in conformità con la quale esso si circonda unicamente del nulla, la cui vicinanza resta la più genuina e protegge la solitudine nel modo più fedele” 101 . L’essere è quella negazione originaria del proprio altro in cui l’altro viene assolutamente escluso (e come assolutamente escluso è “nulla”). Questa esclusione assoluta è il tratto fondamentale del negare originario e fa dell’essere la solitudine del puramente semplice e dell’unico. Come “azzardo contro il nulla, che a quello soltanto deve la sua origine” 102 (sì che propriamente esso non la deve a nulla), l’essere è la semplicità del suo puro essere. In quanto tale, l’essere è essenzialmente (west): è come essenziale permanenza (Wesung). Dicendo che l’essere è Wesung Heidegger non fa che rifarsi al tratto fondamentale e fondamentalmente parmenideo della semantica dell’originario, 101 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 267. 102 loc. cit. Page 74 74 questo tratto essendo precisamente la valenza puramente escludente della negazione originaria, per la quale l’essere escludendo il suo altro permane perfettamente in sé. È presenza che dura. Nel capitolo dell’Introduzione alla metafisica “Sulla grammatica e sull’etimologia della parola ‘essere’”, parlando della radice wes, che accanto a es e bheu entra a costituire l’etimo del verbo essere, Heidegger afferma appunto che il “sostantivo Wesen originariamente non significa l’essenza [Was-sein], la quidditas, ma il durare come presente” 103 , quel durare come presente che è proprio dell’essere in quanto negando l’altro da sé esclude da sé ogni alterazione. Che la valenza escludente sia il tratto fondamentale del negare originario significa peraltro che esso è come tale a fondamento dell’altro tratto che al negare originariamente appartiene, quel tratto che consiste nell’affermare il negato nell’atto stesso in cui lo si nega, facendolo così essere. L’originario come originaria negazione dell’altro da sé è pertanto un negare che nella sua valenza escludente regge e fonda la sua valenza includente e affermante, la quale si dispone così secondo il senso dell’essere dalla prima stabilito. L’affermazione del proprio altro appartiene essa stessa al negare secondo il quale l’originario si semantizza, ma vi appartiene appunto come fondata sulla valenza escludente della negazione originaria. È tale valenza a costituire il significato fondamentale dell’essere ed è il suo essere in relazione alla valenza includente come da essa retta e fondata a far sì che quel significato sia essenzialmente un fondare. Come nel primo inizio, anche nell’altro inizio da Heidegger tentato si rimane all’interno della convinzione che il rapporto tra la natura escludente e quella includente del negare originario sia l’essere la prima al fondamento della seconda. Ci si muove cioè all’interno della convinzione che la relazione che il momento escludente del negare (l’essere) intrattiene costitutivamente con il momento includente (l’ente) sia sotto il segno della fondazione del primo rispetto al secondo. Per questo motivo la domanda che chiede dell’essere e 103 M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, cit., p. 82. Page 75 75 della sua verità è la domanda fondamentale: “nella misura in cui l’Essere è esperito come fondamento dell’ente, la domanda così posta sull’essenziale permanenza dell’Essere è la domanda fondamentale” 104 , ponendo la quale il pensiero “sonda il fondamento” 105 . Chiedendo dell’essere in quanto essenziale permanenza il pensiero chiede infatti del suo essere, come negazione escludente, fondamento dell’ente, come negazione includente, essendo questo essere fondamento dell’ente costitutivo dell’essere stesso in quanto essenziale permanenza. La domanda fondamentale chiede “in che modo l’Essere è essenzialmente” 106 , essa cioè chiede in che modo l’essere, nel suo permanere essenziale, fonda l’ente. All’altezza di questa domanda ci si può portare solo se non ci si lascia sfuggire (come accade invece nella metafisica) ciò che appartiene essenzialmente al fondare in cui l’essere consiste: la essenziale indipendenza dell’essere, nel costituirsi della sua significanza fondamentale, rispetto all’ente (per cui Heidegger può dire che l’essere “è essenzialmente [west] prima di tutto l’ente che viene a porvisi” 107 ). Nel considerare il fondare dell’essere (l’essere come fondamento dell’ente) è decisivo comprendere che la significanza fondamentale dell’essere sulla quale il légein dell’esserci si basa per l’articolazione delle differenze degli enti che appaiono non può essere manifestata in questa articolazione ma è da essa necessariamente ed irrimediabilmente presupposta. E questo proprio perché l’essere fonda l’articolarsi dell’ente nella misura in cui si costituisce al di fuori del légein degli enti. La significanza dell’essere, racchiusa nella valenza escludente del suo negare il proprio altro, è eccedente la significanza dell’ente, racchiusa nella valenza includente della negazione, ed è per questa eccedenza che l’essere può fondare l’ente, può cioè stare alla base del suo dispiegarsi e articolarsi (sì che la valenza includente del negare si dispone 104 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 34. 105 Ibid., par. 22. 106 Ibid., par. 2. 107 Ibid., par. 180. Page 76 76 secondo il principio, katà tò creÍn). L’essere si semantizza fondamentalmente secondo la valenza escludente del negare la quale perciò non può venir com-presa dal légein che articola le differenze tra gli enti in base ad essa. Per questo Heidegger afferma, e ripetutamente, che l’essere si ritrae nel dar vita all’ente (o, il che è lo stesso, nell’aprire la radura dell’esserci). Nel dar vita all’ente l’essere si ritrae e rifiuta di darsi nell’ente e come ente, senza che questo sia peraltro un atto un ulteriore rispetto al dar vita all’ente (ne Il principio di ragione Heidegger leggiamo per l’appunto: “Il destinarsi e il sottrarsi non sono due cose distinte, ma una stessa e unica cosa” 108 ). Il ritrarsi rispetto all’ente, il differenziarsi da esso (la “differenza ontologica”, nella terminologia heideggeriana) è l’atto stesso del dar vita all’ente da parte dell’essere e questo precisamente perché, come siamo andati dicendo, l’atto del fondare l’ente è tale che l’essere che così fonda, proprio perché fonda e regge l’aprirsi della radura dei differenti nel loro reciproco differire, è radicalmente altro da essi. Esso, che apre la dimensione dei differenti, proprio perché la sua relazione con questa dimensione è il suo fondarla, sì che quest’ultima si regge sulla sua semantica e la presuppone, non è in alcun modo articolabile all’interno dell’articolarsi delle differenze. Appartiene alla natura più propria del suo fondare l’ente che l’essere si nasconda e rimanga altro rispetto alla dimensione che esso fonda e questo perché la valenza escludente del negare secondo la quale il suo significato si costituisce è essenzialmente indipendente dalla valenza includente secondo la quale gli enti si differenziano gli uni dagli altri, valenza quest’ultima che sulla prima è retta. Il ritrarsi dell’essere nel dar vita all’ente appartiene al modo in cui l’essere fonda l’ente perché l’essere in tanto fonda l’ente nella sua molteplice manifestazione in quanto la sua significanza eccede il piano della manifestazione dei molti e non può ad esso essere ricondotta. 108 M. Heidegger, Der Satz vom Grund (1957), trad. it. a cura di G. Gurisatti e F. Volpi, Il principio di ragione, Adelphi, Milano, 1991, p. 111. Page 77 77 È solo perché la metafisica, che pure intende tener fermo il senso fondamentalmente parmenideo dell’essere come assoluta esclusione del suo altro, si lascia sfuggire questa irriducibilità dell’essere rispetto all’ente da esso fondato, si lascia cioè sfuggire che all’essere in quanto fondamento appartiene essenzialmente di celarsi e ritrarsi dallo spettacolo ontico, che essa può intendere la relazione tra l’essere e l’ente, tra l’!En e il pánta, come un realizzarsi della negazione escludente in cui l’essere consiste nell’ente e come ente. Ma se ci si porta al di fuori della metafisica, come deve essere intesa la relazione dell’essere con l’ente? Come va inteso il riferimento dell’essere all’ente? In che senso esso gli essenziale? Rispondere a queste domande è lo stesso che rispondere alla seconda delle tre questioni poste alla fine del quarto paragrafo del primo capitolo, quella che chiedeva del senso che, alla luce dell’emergere della necessità per l’essere di sottrarsi alla manifestazione ontica a cui pure dà vita, l’essere possiede. Heidegger chiama questo senso non metafisico dell’essere Ereignis, termine che, come egli stesso annota nella sua copia della Lettera sull’‘umanismo’ (ed. 1949) è la “parola-guida” del suo pensiero dal 1936, ossia dall’anno del corso sulle Ricerche di Schelling e dell’inizio della stesura dei Beiträge. Nell’Ereignis e come Ereignis resta per Heidegger pensata la verità dell’essere e del suo fondare l’ente, al di fuori del tentativo fatto dalla metafisica occidentale. È dunque all’Ereignis che dobbiamo ora rivolgere la nostra attenzione. Page 78 78 2. IL SENSO AUTENTICO DELL’ESSERE: L’EREGNIS “L’Essere è essenzialmente come Ereignis” 109 scrive Heidegger nel paragrafo 10 dei Beiträge e nel paragrafo 11 aggiunge che l’Ereignis è “la luce sicura della dell’essenziale permanenza dell’Essere”. “La luce sicura dell’essenziale permanenza dell’Essere” è il suo (dell’essere) senso fondamentale. La luce dell’essere nel suo essenziale permanere è sicura perché assolutamente escludente ogni alterazione e in questo modo perfettamente al sicuro da ogni occultamento e da ogni tramonto (come il mÕ dûnón pote di Eraclito). Ma essa, dice Heidegger, è sicura in quanto è come Ereignis. È l’Eregnis cioè il modo in cui l’essere permane essenzialmente. In che senso? Nel senso che come Ereignis la natura escludente secondo la quale l’essere si semantizza nel suo significato fondamentale è davvero pensata e compiuta nella sua essenza, sì che l’essere come Ereignis è davvero essenzialmente permanente (al contrario di quel che accade nella metafisica). Ma perché l’essere è essenzialmente come Ereignis? Perché solo come Ereignis l’essere è davvero escludente il suo altro, davvero perfettamente se stesso? Cominciamo innanzitutto col dire che, dal punto di vista delle intenzioni esplicite di Heidegger, l’Ereignis è l’autentica permanenza dell’essere perché in esso viene inteso in modo appropriato alla sua essenza il riferimento dell’essere all’ente. Che cosa dice Heidegger di questo riferimento? Nello “Sguardo preliminare” dei Beiträge egli scrive: “L’Essere (in quanto Ereignis) ha bisogno dell’ente per essere essenzialmente” 110 e nel capitolo dedicato al “Salto” nella verità dell’essere, cioè nel capitolo in cui Heidegger fa lo sforzo maggiore – all’interno dei Beiträge – per pensare l’essere a partire dall’essere stesso, afferma: “Il riferimento dell’esser-ci all’Essere rientra nel presentarsi 109 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 10. 110 Ibid., par. 10. Page 79 79 dell’Essere stesso, e ciò può essere detto anche nel modo seguente: l’Essere ha bisogno dell’esser-ci, senza questo l’Ereignis non si presenta affatto” 111 . Che l’essere abbia bisogno dell’esserci significa che esso ha bisogno dell’apertura della dimensione dell’ente, della “radura” nella quale gli enti appaiono nel loro reciproco riferirsi e differenziarsi. E ne ha bisogno, secondo Heidegger, “per essere essenzialmente”, cioè per essere secondo il suo significato fondamentale. Heidegger sta cioè dicendo che l’essere ha bisogno dell’ente per essere davvero, ossia che la negazione escludente ha bisogno della negazione includente per negare davvero in modo escludente il proprio altro. Come dobbiamo intendere questa affermazione? Nel paragrafo precedente abbiamo visto che appartiene alla natura della semantica fondamentale dell’essere essere eccedente rispetto alla dimensione ontica, sì che quest’ultima non può in sé com-prenderla. La negazione escludente che costituisce la significanza dell’essere è presupposta dalla negazione che afferma propria degli enti, per cui mai questa negazione affermante può porla nel suo articolarsi. Ebbene, sostenendo che l’essere per essere la luce sicura dell’essenziale permanenza ha bisogno dell’ente, Heidegger intende dire che all’essere, semantizzato secondo il senso parmenideo della negazione del proprio altro, è essenziale, per darsi secondo questo senso, l’apertura della manifestazione degli enti nel loro reciproco differire, apertura rispetto alla quale esso si ritrae. Egli intende cioè dire che non solo l’essere è irriducibile all’ente, ma che proprio in questa irriducibilità l’essere è essenzialmente: “Nel velarsi l’essere è essenzialmente”. 112 Proprio nella sua irriducibilità all’ente si dà l’essere come assolutamente escludente ogni alterazione. Questo è per Heidegger il modo in cui l’essere è essenzialmente e ad esso egli dà il nome di Ereignis. L’Ereignis dice che appropriando a sé l’ente (aprendo la radura dell’esserci) ed espropriandolo di 111 Ibid., par. 135. 112 Ibid., par. 217. Page 80 80 sé da esso differenziandosi (celandosi rispetto all’apparire dell’ente) l’essere è la propria permanenza inalterabile. L’essere è nel rifiuto di concedersi come ente. Per questo Heidegger scrive che l’Essere non è “un ‘anteriore’ – che sussiste per sé, in sé –, l’Ereignis è anzi la simultaneità spazio temporale per l’Essere e l’ente” 113 . L’essere è “simultaneo all’ente” 114 perché è (nel senso che questo “è” ha in base all’assoluta esclusione del proprio altro) precisamente nel ritrarsi dall’ente: l’essere si dà nel darsi dell’ente (simultaneamente a questo) come ciò che rimane altro dall’ente. In questo senso “l’ente rientra nell’essenziale permanenza dell’Essere” 115 , nel senso appunto che all’essere appartiene l’apertura dell’orizzonte dei molti nel loro reciproco differire perché è ritraendosi da questo orizzonte, è nell’irriducibilità e come irriducibilità rispetto a questo orizzonte, che l’essere è perfettamente e assolutamente se stesso, senza alterazione alcuna. Commentando il frammento 123 di Eraclito (fúsij krúptesqai fileî – “Il sorgere dona il favore al nascondersi”), e commentandolo per portare il dire iniziale di Eraclito nella direzione dell’altro inizio, Heidegger, nel già citato corso del semestre estivo del 1943, scrive: “Nel tratto inappariscente del sorgere [dello svelamento che l’essere, in quanto negazione assoluta del tramontare, è] riposa la garanzia che fa sì che esso – non essendo legato ad un modo di presentarsi che si impone [non essendo legato a nessun ente determinato] – dispieghi ininterrottamente la propria essenza [permanga essenzialmente], vale a dire non venga toccato dal mutare di ciò che di volta in volta si manifesta e così non sia affatto preda (nient’affatto, µη) del tramontare. (…) Solo il tratto inappariscente del sorgere riposa in se stesso e può riposare in se stesso perché, nella sua essenza, dona il favore al nascondersi” 116 . Il sorgere è l’essere che, come negazione assoluta dell’altro da sé (in termini 113 Ibid., par. 5. 114 Ibid., par. 166. 115 Ibid., par. 148. 116 M. Heidegger, Eraclito, cit., p. 96. Page 81 81 eraclitei, come negazione assoluta del tramontare), fa essere l’ente (lo fa sorgere), rimanendo celato rispetto all’ente che si porta in presenza. Esso è quella negazione assoluta del suo altro proprio perché nel far apparire l’ente “dona il favore al nascondersi”. Come tale esso è un permanere nella luce sicura che non conosce tramonto. La sua intramontabilità sta in questo ritrarsi dall’ente nell’atto del manifestarlo. È a questo punto pienamente comprensibile il seguente passo, tratto dal paragrafo 266: “La domanda dell’Essere in quanto domanda fondamentale non avrebbe capito nulla di ciò che in esso è più degno i essere domandato se non fosse subito spinta alla domanda sull’origine della differenza ontologica. La distinzione di ‘essere’ ed ‘ente’, il fatto che l’Essere risalti distinguendosi rispetto all’ente, se è vero che l’ente come tale è fondato tramite l’Essere, può avere origine solo nell’essenziale permanenza dell’Essere. (…) L’essenza e il fondamento di questo risalto è l’Essere come Ereignis”. “Il fatto che l’Essere risalti distinguendosi rispetto all’ente” ha la sua origine “solo nell’essenziale permanenza dell’Essere” perché è quest’ultima, come abbiamo visto, a darsi nella e come differenza dell’essere rispetto all’ente. È per essere la permanenza che esso per essenza è che l’essere dà vita all’ente da quest’ultimo distinguendosi, sì che esso è essenzialmente appunto in questo differire 117 . In quanto è essenzialmente, l’essere è il prendere risalto distinguendosi dall’ente appunto perché è in questo modo che l’essere è davvero. E poiché prendere risalto distinguendosi dall’ente è l’essenza 117 Cosa questa che, sia detto per inciso, non è colta in Essere e tempo, dove la “differenza ontologica” è pensata ancora metafisicamente come differenza tra l’ente e la sua eticità come sua “condizione di possibilità. “Perciò, nel tentativo di superare la prima impostazione della domanda dell’essere in Essere e Tempo e nei testi che ne derivano (L’essenza del fondamento e il libro su Kant), si resero necessari veri tentativi per venire a capo della ‘differenza ontologica’, per coglierne l’origine stessa, cioè la genuina unità [per cogliere cioè che l’origine della differenza ontologica è l’Uno stesso, ossia l’essere stesso nella purezza della sua semplicità semantica]. Fu dunque necessario lo sforzo di liberarsi dalla ‘condizione di possibilità’ in quanto riduzione esclusivamente ‘matematica’ [vale a dire compresa all’interno della prospettiva del pensiero che sa anticipatamente] e di cogliere la verità dell’Essere in base alla sua propria essenza (Ereignis)” (M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 132), come accade nei Beiträge, in costante, costitutivo e imprescindibile confronto con l’idealismo di Hegel e Schelling. Page 82 82 dell’Ereignis, l’essere è essenzialmente come Ereignis: “L’essenza e il fondamento di questo risalto è l’Essere come Ereignis”. In quanto è tale concedere ritraendosi, l’essere è il Nulla. Il che non significa che l’essere sia quel suo altro che esso esclude assolutamente da sé (Heidegger ripete spesso quel che scrive in Kant e il problema della metafisica, ossia che, “naturalmente, il Nulla di cui parliamo non è il nihil absolutum” 118 ), ma, al contrario, che proprio perché esso è quell’assoluta esclusione esso è il Nulla come l’apertura dell’ente che dall’ente si ritrae (e in questo senso è Ni-ente). Il Nulla è il ritrarsi dell’essere nell’assegnazione dell’ente (per cui, in quanto rifiuto, “l’Essere non è il mero ritrarsi e sottrarsi, bensì al contrario: rifiuto è l’intimità di un’assegnazione” 119 ). “Ma in che senso intendiamo qui il Nulla?” si chiede Heidegger nel paragrafo 128 dei Beiträge. E risponde: “Come la dismisura del puro rifiuto. Quanto più ricco è il nulla, tanto più semplice è l’Essere” 120 . L’essere è il perfettamente semplice proprio nel rifiuto che esso opera della totalità dell’ente, quel rifiuto che è il Nulla stesso. Già in Che cos’è metafisica? si legge: “Il Niente è la negazione completa della totalità dell’ente” 121 , negazione che “si manifesta espressamente con l’ente e nell’ente in quanto questo si dilegua nella sua totalità” 122 . Il Nulla è l’essere che rinvia alla totalità dell’ente celandosi e ritraendosi proprio nell’atto di dar vita a questa stessa totalità: “Questo rinviare, respingendolo nell’insieme, all’ente nella sua totalità che si dilegua – in quanto tale il Niente angustia nell’angoscia dell’esserci – è l’essenza del Niente: la nientificazione [Nichtung]” 123 . Il Nulla rinvia alla totalità dell’ente, e in questo senso è “ricco” di tutta la ricchezza di questo rinvio. Vi rinvia però per rifiutare l’ente nel suo insieme, sì 118 M. Heidegger, Kant und das Problem der Metaphysik (1929), trad.it. a cura di M. E. Reina e riveduta da V. Verra, Kant e il problema della metafisica, Laterza, Roma-Bari, 1999, p. 69. 119 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 123. 120 Ibid., par. 128. 121 M. Heidegger, Was ist Metaphysik? (1929), trad. it. a cura di F. Volpi, Che cos’è metafisica?, Adelphi, Milano, 2001, p. 46. 122 Ibid., p. 53. 123 Ibid., p. 54. Page 83 83 che esso è la “dismisura del puro rifiuto”. Ma poiché l’essere è essenzialmente, e come tale è la pura semplicità semantica, proprio celandosi nel dar vita all’ente, esso è il puramente semplice nella ricchezza di questo rifiuto, che è ricco perché rifiutando invia a tutte le innumerevoli differenze dell’ente: “Quanto più ricco è il ‘Nulla’, tanto più semplice è l’Essere”. 3. VERSO IL CENTRO DELL’EREIGNIS: IL PARAGRAFO 226 DEI BEITRÄGE Ma i Beiträge si spingono più a fondo nella determinazione del senso dell’Ereignis. Talmente a fondo che portano la stessa posizione fondamentale della filosofia di Heidegger oltre se stessa. Cerchiamo di comprenderlo leggendo la prima parte del paragrafo 226, che appartiene alla sezione su “L’essenza della verità” del capitolo dedicato a “La fondazione”. Nel primo capitolo abbiamo visto che ÞlÔqeia è per Heidegger la parola fondamentale con cui il primo inizio nomina la verità dell’essere, nomina cioè il senso della relazione tra il momento escludente e il momento includente del negare originario a partire dalla fondamentalità del primo. :A lÔqeia indica il modo in cui il primo inizio pensa l’essere come fondamento. Ma nel pensarlo il primo inizio lascia nell’implicito ciò che, come ritrarsi e velarsi dell’essere rispetto allo svelamento dell’ente, appartiene invece essenzialmente al modo in cui l’essere fonda l’ente. Per questo lasciare nell’implicito il primo inizio dà avvio alla storia della metafisica, che, come sappiamo, è la storia del progressivo approfondimento e della progressiva radicalizzazione di questa iniziale dimenticanza. In questo senso l’ÞlÔqeia, pur non essendo ancora metafisica, è già in sé la decisione di interpretare la relazione dell’essere come l’ente nel senso della realizzazione del primo nella forma del secondo. Il paragrafo 226 prende avvio proprio da questo carattere dell’ÞlÔqeia per mostrare come, alla luce dell’esplicitarsi di ciò che nell’ÞlÔqeia rimane Page 84 84 implicito, il senso della verità dell’essere debba essere pensato in modo radicalmente diverso da quello in cui nell’ ÞlÔqeia rimane pensato. Il paragrafo comincia con queste parole: “L’ ÞlÔqeia significa la svelatezza e lo svelato stesso. Già questo indica che lo stesso velamento è esperito solo come ciò che va rimosso, ciò che deve essere tolto (α-)”. Citandolo, abbiamo già commentato questo capoverso nel terzo paragrafo del primo capitolo. L’ÞlÔqeia è lo svelamento inteso in maniera tale che ad avere il predominio è lo svelato, ossia l’ente, nel quale l’essenza dello svelamento si compie. In quanto tale, l’ÞlÔqeia intende già implicitamente la verità del disvelamento in cui l’essere consiste nel modo che poi la metafisica espliciterà fin nelle sue ultime conseguenze (con l’idealismo hegeliano), vale a dire come totale rimozione del velamento nel pienamente manifesto. Qui il velamento viene inteso “solo come ciò che va rimosso” e non viene portato in vista come tale quell’altro senso del velamento che appartiene essenzialmente all’essere proprio nel suo svelare l’ente. Heidegger afferma appunto che per questo modo di intendere la verità dell’essere come ÞlÔqeia “il domandare [del primo inizio e quello che dal primo inizio si sviluppa] non riguarda nemmeno il velamento stesso e il suo fondamento [che come sappiamo è la natura stessa del fondare proprio dell’essere]” 124 . Radicalmente altro dal pensiero dell’ÞlÔqeia è invece il pensiero dell’altro inizio, nel quale emerge che la verità dell’essere come Ereignis è la radura per il velamento. Heidegger scrive: “La verità in quanto radura per il velamento è un progetto essenzialmente diverso dall’ÞlÔqeia, sebbene appartenga al ricordo di essa [nel senso che l’altro inizio appare nel pensiero che rammemora il primo inizio e rammemorandolo lo oltrepassa] e questa, a sua volta, gli appartenga” 125 . Intendere la verità dell’essere come radura per il velamento significa intenderla in modo “essenzialmente diverso dall’ÞlÔqeia” perché qui si comprende che lo svelamento è l’accadere del velamento dell’essere (del suo 124 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 226. 125 loc. cit. Page 85 85 rifiuto dell’ente nella totalità della sue differenti forme), il quale proprio in questo velamento e come questo velamento è essenzialmente. Nella nozione di “radura per il velamento” rimane agli occhi di Heidegger espresso il modo in cui nell’Ereignis viene pensata la relazione dell’essere con l’ente. L’Ereignis è l’apertura della radura per il velamento. Lo è perché in esso la relazione dell’essere con l’ente, che viene mantenuta come essenziale per la semantica fondamentale dell’essere stesso (come accade già nell’interpretazione metafisica del rapporto dell’essere con l’ente), viene intesa in funzione della semantica dell’essere saputa nel suo non poter essere al modo dell’ente (al contrario di quel che accade nell’interpretazione metafisica, la quale dimentica esattamente questa irriducibilità dell’essere rispetto all’ente). In questo modo l’essere l’ente in funzione della semantica fondamentale dell’essere non viene più pensato, come accade nell’ÞlÔqeia e nel suo sviluppo metafisico, come il realizzarsi della semantica dell’essere nell’ente e come ente (il quale tanto più è quanto più è pienamente manifesto e stabilmente presente), ma viene ora pensato come il realizzarsi della semantica fondamentale dell’essere nel suo celarsi rispetto alla dimensione dell’ente. L’essere appare così come un aprire la dimensione dell’ente per velarsi è così essere veramente. La verità dell’essere è questa “radura per il velamento”. Una volta che emerga, ed è quello che accade nel pensiero dell’altro inizio, che la natura della semantica fondamentale dell’essere è tale da richiedere che l’essere, proprio per il suo semantizzarsi nella valenza puramente escludente del negare, sia irriducibile alla dimensione dell’ente, emerge anche che il riferimento dell’essere all’ente, riferimento che è esso stesso riconosciuto come essenziale per l’essere, va inteso non nel senso che nell’ente e come ente si dia la semantica fondamentale dell’essere, bensì nel senso che l’essere è il puramente escludente ogni alterazione proprio nel dar vita all’ente da esso ritraendosi. L’ente è essenziale per l’essere nel senso che col darsi dell’ente si dà il sottrarsi dell’essere, quest’ultimo sottrarsi essendo la forma stessa della verità dell’essere. Page 86 86 Se ciò rimane ancora impensato nell’ÞlÔqeia (nella quale da ultimo il velamento “è esperito solo come ciò che va rimosso”), esso è quanto viene invece portato all’esplicito nella “radura per il velamento”: “Qui siamo nell’essenziale permanenza della verità, e questa è la verità dell’Essere” 126 , è cioè l’essere compreso nella sua verità. Ma il paragrafo 226 non si limita ad esplicare la struttura dell’Ereignis come radura per il velamento. Esso si porta più avanti. Subito dopo la frase appena citata leggiamo: “La radura per il velamento è già l’oscillazione del rimbalzo della svolta dell’Ereignis” 127 . Che cosa significa “l’oscillazione del rimbalzo della svolta dell’Ereignis”? Si tratta di capire che con questa espressione Heidegger tocca il punto estremo della sua riflessione sul senso dell’originario. Questo punto estremo è il riconoscimento della “vibrazione” (Erzitterung) dell’essere. Esso è estremo perché porta il discorso di Heidegger oltre se stesso, nel senso che lo porta oltre l’impostazione fondamentale della relazione tra l’essere e l’ente all’interno della quale questo discorso si sviluppa. Possiamo anticipare in questo modo quel che nelle prossime pagine mostreremo concretamente. L’oltrepassamento heideggeriano della metafisica è il tentativo di dire in maniera autentica quel medesimo senso fondamentale dell’essere che il primo inizio e la successiva metafisica pongono all’origine della loro interrogazione senza riuscire a rimanere ad esso fedeli. Per il primo inizio, per la metafisica e per il tentativo heideggeriano di oltrepassarli, il senso fondamentale dell’essere è l’essere in quanto sta a fondamento dell’ente. Questo stare l’essere a fondamento dell’ente è la relazione che essi istituiscono tra il momento escludente e il momento includente del negare originario con cui l’essere nega il proprio altro. Nel considerare l’essere come fondamento dell’ente il primo inizio, la metafisica successiva e l’altro inizio di Heidegger si muovono tutti all’interno della convinzione che il negare secondo il quale l’essere originariamente si semantizza sia solo un escludere (e come tale sia 126 Ibid., par. 226. 127 loc. cit., corsivo mio. Page 87 87 un escludere assoluto) e che il momento includente della negazione, che pure essi le riconoscono costitutivo, sia fondato su quel primo momento solo escludente. Questo suo essere così fondato è il suo disporsi secondo il senso dell’essere dal primo momento stabilito. L’ente è cioè per il darsi di quel senso dell’essere. Ora però, mentre nello sviluppo metafisico del primo inizio l’essere l’ente in funzione del darsi dell’essere semantizzato come assoluta esclusione del proprio altro viene inteso come il realizzarsi dell’essere nell’ente e come ente, l’altro inizio, a detta di Heidegger, mostra che questo modo di intendere il fondare l’ente da parte dell’essere non è compatibile con la natura stessa della semantica fondamentale dell’essere. Rispettare questa natura, come è nelle intenzioni di Heidegger fare, significa comprendere che nel manifestarsi dell’ente l’essere si dà nel suo velarsi rispetto all’ente che si porta in presenza. Nella storia metafisica del primo inizio l’essere viene completamente riportato all’ente. “Nell’altro inizio invece l’ente è pensato al fine di reggere la radura in cui viene a stare, la quale è essenzialmente in quanto radura del velarsi, cioè dell’Essere in quanto Ereignis” 128 . Sennonché, ecco il punto, nell’analisi della radura per il velamento Heidegger giunge a vedere che al suo centro, cioè al centro dell’Ereignis, sta una oscillazione. Portandosi fino all’indicazione di questa oscillazione e del suo vibrare il discorso di Heidegger si porta fino a mostrare che il modo in cui si struttura la relazione tra il momento escludente e il momento includente del negare originario all’interno della convinzione che al primo non competa alcun includere e che come tale assoluto escludere stia a fondamento del secondo ha al proprio fondo l’intreccio tra il momento escludente e il momento includente. Detto altrimenti, esso mostra, al di là delle stesse intenzioni di Heidegger, che il pensiero che pensa la relazione tra il momento escludente e il momento includente del negare originario secondo quello che abbiamo chiamato il senso fondamentalmente parmenideo del negare pensa insieme un 128 Ibid., par. 117. Page 88 88 senso essenzialmente non parmenideo del negazione, per il quale il momento escludente e quello includente si intrecciano originariamente l’uno con l’altro (e non stanno l’uno al fondamento dell’altro). Vediamo di mostrare concretamente quanto qui anticipato. 4. IL CENTRO DELL’EREIGNIS: L’ERZITTERUNG E L’INTRECCIO SEMANTICO DEGLI OPPOSTI Riprendiamo in esame il paragrafo 226. In esso Heidegger si sofferma a considerare il modo in cui, a partire dal venire in chiaro dell’essenziale indipendenza della semantica fondamentale dell’essere rispetto all’ente, deve essere inteso il riferimento dell’essere all’ente. Egli chiarisce che questo riferimento deve essere pensato in funzione della semantica dell’essere costituita indipendentemente dal suo riferimento all’ente. Per questa indipendenza l’essere è visto come eccedente la dimensione dell’ente sì che in nessun modo la negazione assolutamente escludente secondo cui esso si semantizza può essere ricondotta all’interno delle differenza ontiche. Tuttavia, pur pensando che l’essere, per la natura stessa della sua semantica fondamentale, è senza l’ente, cioè senza il momento affermante del negare, si riconosce insieme che l’essere è costitutivamente un dar vita all’ente. Da ciò si conclude che il dar vita all’ente da parte dell’essere va inteso come essenziale per il darsi dell’essere secondo la semantica fondamentale, che è un velarsi rispetto all’ente manifesto. È questo giro di concetti che Heidegger riassume nell’espressione “radura per il velamento” con la quale nel paragrafo 226 indica l’essenza della verità dell’essere. A conclusione della prima parte di questo paragrafo Heidegger però scrive, come abbiamo letto: “La radura per il velamento è già l’oscillazione del rimbalzo della svolta dell’Ereignis”. Dobbiamo ora comprendere in che senso Heidegger si porta al di là della sua posizione fondamentale. Per farlo Page 89 89 leggiamo per intero i primi quattro capoversi del paragrafo 133: “L’Essere ha bisogno dell’uomo per essere essenzialmente e l’uomo appartiene all’Essere per compiere la sua estrema determinazione in quanto esser-ci. Ma allora l’Essere non viene a dipendere da un altro, se tale aver-bisogno costituisce addirittura la sua essenza e non ne è solo una conseguenza essenziale? Ma come possiamo parlare di di-pendenza se questo aver bisogno trasforma appunto ciò di cui ha bisogno nel suo fondamento e soltanto così lo costringe a diventare se stesso. E, viceversa, come può l’uomo sottomettere l’Essere se deve appunto lasciare la sua perdizione nell’ente per diventare colui che è fatto proprio dall’essere e che gli appartiene? Questo rimbalzo [Gegenschwung] di aver bisogno e appartenere costituisce l’Essere come Ereignis, e il primo compito speculativo che ci spetta è quello di elevare l’oscillazione [Schwingung] di questo rimbalzo nella semplicità del sapere e di fondarlo nella sua verità” 129 . Come radura per il velamento, l’essere ha bisogno dell’apertura dell’esserci, ma ne ha bisogno per essere essenzialmente. Il riferirsi all’ente è essenziale alla significanza dell’essere tenuta ferma nel suo costituirsi al di fuori della semantica dell’ente. Il suo aver bisogno dell’ente è cioè retto dalla significanza che all’essere compete senza l’ente. In questo senso l’essere che apre la radura dell’esserci non dipende da questa radura perché ne regge l’apertura stessa. Questa apertura avviene secondo il senso dell’essere che ne sta al fondamento: “Ma come possiamo parlare di di-pendenza se questo aver bisogno trasforma appunto ciò di cui ha bisogno nel suo fondamento e soltanto così lo costringe a diventare se stesso”. Essendo essenziale per la semantica dell’essere nel suo costituirsi indipendentemente dall’ente, la pendenza dell’essere per l’ente rimbalza indietro, nell’abissale eccedenza dell’essere rispetto all’ente: “Questo rimbalzo di aver bisogno e appartenere costituisce l’Essere come Ereignis”. 129 Ibid., par. 133. Page 90 90 Ora però, e questo è il punto decisivo, per pensare così la relazione dell’essere con l’ente, l’essere, che regge questa relazione, deve essere pensato insieme come eccedente e non eccedente la radura dell’ente nel costituirsi del suo significare. Deve essere pensato come eccedente perché solo così il riferimento dell’essere all’ente può essere inteso per la semantica dell’essere stabilita indipendentemente dal légein dei differenti; deve essere inteso come non eccedente rispetto all’ente perché essendogli essenziale dar vita all’ente, l’essere ha in sé la vocazione alla manifestazione ontica, è per l’ente, sì che il légein è capace di svolgerne la semantica. Da un lato la natura includente del negare viene isolata dal quella escludente e in questo modo il negare secondo il quale l’essere si semantizza è visto come solo escludente (come un assoluto escludere); dall’altro la natura affermante non viene isolata dalla natura escludente del negare originario, sì che la vocazione ad articolarsi nei differenti viene riconosciuta come costituiva della semantica dell’essere e l’essere qui non viene inteso come eccedente rispetto all’ente ma come svolgentesi nell’ente e come ente. Inteso come “radura per il velamento” l’Ereignis è uno svoltare che rimbalza dall’esposizione dell’ente al ritrarsi e celarsi rispetto all’ente così esposto. Ma in quanto svoltare che rimbalza l’essere è nel proprio intimo un oscillare tra l’eccedenza e la non eccedenza rispetto all’ente, per cui Heidegger, spingendo il suo discorso fino al centro dell’Ereignis come “radura per il velamento”, giunge a dire che essa “è già l’oscillazione del rimbalzo della svolta [Kehre] dell’Ereignis”. L’Ereignis è “in sé svoltante [kehrig]” in quanto apre l’ente per celarsi e rimanere radicalmente altro da esso. Ma è tale svolta solo perché l’essere nella sua più propria intimità è un oscillare tra l’eccedenza e la non eccedenza rispetto all’ente. L’Ereignis cioè può essere la svolta dell’apertura della radura per il ritrarsi solo se la radura dell’esserci, in cui l’ente viene dispiegato nelle sue reciproche differenze, è intesa come essenziale alla semantica dell’essere tenuto fermo nel suo significare indipendentemente dall’ente. Proprio perché la semantizzazione Page 91 91 dell’essere indipendentemente dall’ente non fa venir meno l’essenzialità del riferimento all’ente, proprio per questo l’essere, nel suo esser visto come costituentesi essenzialmente senza l’ente, è insieme visto come essenzialmente costituentesi per l’ente. Al centro della svolta sta questa vibrazione (Erzitterung) dell’originario, vibrazione per la quale l’essere si semantizza insieme senza l’ente, e in questo senso è irriducibile al légein dei differenti, e per l’ente, e in questo senso è svolgibile nella loro articolazione. Il significato dell’essere si costituisce senza l’ente perché il negare secondo il quale l’essere prende significato è inteso primariamente solo come escludere, indipendentemente dal momento includente della negazione; ma esso, insieme, si costituisce in riferimento all’ente, perché il negare solo escludente è un dar vita alle differenze, sì che per questo lato non è affatto ad esse irriducibile, ma ad esse votato. Ma tutto questo vuol dire che il pensiero dell’Ereignis in quanto radura per il velamento, come pensiero dello strutturarsi autentico dei momenti del negare originario (quello escludente e quello includente) a partire dalla convinzione (parmenidea) che il momento escludente per sé preso sia il senso fondamentale della negazione (sì che essa è l’assoluta esclusione dell’opposto da parte dell’essere) e che su questo senso l’altro momento sia fondato, è insieme il pensiero dell’intreccio semantico degli opposti. La vibrazione dell’Ereignis è infatti quell’essere eccedente dell’essere rispetto all’ente che non essendo il non essere eccedente è non eccedente. Nella vibrazione vige un senso del negare in cui il momento escludente del negare (l’esclusione che l’eccedenza opera nei confronti del suo opposto, la non eccedenza) è originariamente intrecciato al momento includente (la non eccedenza così esclusa viene inclusa e affermata), senza che il primo, come accade all’interno del senso parmenideo del negare, sia inteso come solo escludente, cioè come esclusione assoluta, e su questa base il secondo venga compreso. Con Heidegger il pensiero che pensa la relazione tra il momento escludente e il momento includente del negare originario a partire dalla convinzione Page 92 92 parmenidea che il negare sia solo escludere e che su questa base debba essere compreso il suo includere finisce per mostrare che esso pensa, insieme, un senso radicalmente altro della negazione del proprio altro, nel quale quell’opposto che viene negato è originariamente affermato nell’atto stesso in cui viene negato. L’Ereignis dice il senso che la relazione tra il momento escludente e il momento includente del negare hanno all’interno del senso parmenideo della negazione secondo cui l’essere si semantizza. In quanto tale esso è la “radura per il velamento”. Ma l’Ereignis è insieme, in quanto radura per il velamento, il vibrare dell’“oscillazione del rimbalzo della svolta”, nel quale il momento escludente e il momento includente della negazione si intrecciano originariamente. Quel che propriamente dunque l’Ereignis dice è che nel pensare secondo il senso parmenideo della negazione il momento escludente e quello includente li si pensa insieme secondo un senso essenzialmente non parmenideo. Dice che la relazione tra l’esclusione e l’inclusione pensata secondo il senso parmenideo del loro non intrecciarsi si intreccia alla relazione pensata nel loro intrecciarsi. Ma Heidegger non giunge a questa conclusione. E non lo fa perché volendo stare all’interno del senso parmenideo del negare non può comprendere ciò che sta oltre di esso. Così, di fronte alla vibrazione dell’Ereignis, Heidegger indietreggia. Non la mette a tema come tale, non porta all’esplicito l’intreccio semantico che la costituisce e quindi non vede nemmeno l’intreccio tra questo intreccio e il non intreccio del senso parmenideo del negare, né si chiede che cosa esso significhi. Egli ha piena consapevolezza del fatto che l’indicazione di questa vibrazione è il punto estremo della sua indagine: “Fino a questo estremo ci si deve spingere per pensare l’Essere” 130 . Ma rifiuta di vedere ciò a cui la sua stessa indagine conduce. Il vibrare dell’Ereignis è ai suoi occhi “la più velata essenza dell’Essere” 131 e lo è anzitutto perché egli non la vuole vedere. 130 Ibid., par. 123. 131 Ibid., par. 141. Page 93 93 Lungi dall’adempiere al “primo compito speculativo che ci spetta”, che è quello di “elevare l’oscillazione del rimbalzo nella semplicità del sapere e di fondarlo nella sua verità”, Heidegger, dopo essersi immerso fin nella profondità della vibrazione, risale e distoglie lo sguardo da quel che ha visto. Questo indietreggiare accade già nei Beiträge. Nel capitolo scritto per ultimo (“L’Essere”) con l’intento di compendiare l’intera opera Heidegger non fa menzione della vibrazione (mentre nel capitolo sul “Salto” ne aveva parlato come della “più velata essenza dell’Essere”). L’Ereignis viene così interpretato solo come radura per il velamento senza che il discorso si spinga più fino al vibrare dell’oscillazione. Di questo vibrare poi non vi è traccia nelle opere pubblicate successivamente alla stesura dei Beiträge. Come ora vedremo, di questo allontanamento dall’Erzitterung fa parte l’interpretazione dell’Ereignis come το αυτο che Heidgger propone in Identità e differenza. 5. tò a÷tó: L’INDIETREGGIARE DI HEIDEGGER Alla fine del quarto paragrafo del primo capitolo ci siamo chiesti perché all’essere appartenga di sottrarsi alla spettacolo ontico a cui dà vita, quale sia, alla luce di ciò, il significato dell’originario e che cosa voglia dire che esso per Heidegger esprima il senso più proprio della parola-enigma tò a÷tó che compare nel frammento 3 del Poema di Parmenide. Alla prima domanda abbiamo risposto nel secondo capitolo, commentando l’analisi che Heidegger fa delle Ricerche sull’essenza della libertà umana di Schelling. La risposta alla seconda domanda è invece emersa nelle pagine precedenti, nella quali abbiamo visto che il punto estremo a cui, al di là delle intenzioni di Heidegger, la filosofia heideggeriana giunge consiste nel mostrare che la relazione tra i momenti del negare pensata secondo il senso parmenideo del negare (quel senso per il quale il negare è fondamentalmente un escludere assoluto) si Page 94 94 intreccia al senso essenzialmente non parmenideo dell’intreccio semantico degli opposti. In questo paragrafo viene innanzi la risposta alla terza domanda. Esso fa vedere che interpretando l’Ereignis come l’essenza dell’a÷tó parmenideo (da Parmenide ancora impensata) Heidegger non fa che intendere l’Ereignis come la radura per il velamento senza più addentrarsi fino alla vibrazione dell’essere. L’interpretazione dell’Ereignis come “lo Stesso”, propria dell’ultima fase del pensiero heideggeriano ed esposta nel modo più penetrante in Identità e differenza, è il compiersi dell’indietreggiare, già cominciato nei Beiträge, rispetto al punto estremo dai Beiträge raggiunto. Cerchiamo di mostrarlo partendo da quanto Heidegger scrive ne Il principio di ragione. Testo di un corso universitario tenuto nel semestre invernale 1955-56 all’Università di Friburgo in Brisgovia, Der Satz vom Grund è pubblicato nel 1957. Esso è dunque composto quasi vent’anni dopo il corso su Schelling e l’inizio della composizione dei Beiträge, ed è pubblicato lo stesso anno di Identità e differenza. Il corso verte sulla discussione del principio (da Leibniz per la prima volta formulato in modo esplicito) secondo il quale nihil est sine ratione, secondo il quale cioè nulla è senza fondamento, senza ragione. Esso è costituito da tredici lezioni. La sesta lezione, preparata dalle precedenti, “salta” dal modo abituale di intendere la tesi del fondamento al modo inaudito. Il salto è il cambio repentino e del tutto non graduale nel modo di pensare la tesi del fondamento. All’inizio della settima lezione, riepilogando brevemente i tratti essenziali di questi due modi “fondamentali” di intendere la tesi del fondamento, Heidegger scrive: “‘Niente è senza fondamento’, così suona la tesi del fondamento. ‘Nihil est sine ratione’. Questa è la versione della tesi del fondamento che abbiamo definito abituale” 132 . Più sotto prosegue: “Da ultimo, tuttavia, abbiamo udito la tesi del fondamento in una tonalità diversa. Ora essa non suona più ‘niente è senza fondamento’, bensì ‘niente è senza fondamento’. L’accento si è spostato 132 M. Heidegger, Il principio di ragione, cit., p. 92 Page 95 95 dal ‘niente’ all’‘è’ e dal ‘senza’ al ‘fodamento’. La parola ‘è’ nomina sempre, in qualche modo, l’essere. Lo spostamento dell’accento ci fa udire una consonanza tra essere e fondamento. Udita nella nuova tonalità, la tesi del fondamento dice che all’essere appartiene qualcosa come il fondamento. La tesi, ora, parla dell’essere” 133 . Mentre in questa diversa tonalità la tesi parla dell’essere, nella tonalità abituale essa parla dell’ente. O meglio, parla dell’essere a partire dall’ente. Il modo abituale di intendere la tesi del fondamento è infatti il modo metafisico, è cioè il modo in cui, nel corso dello sviluppo metafisico della filosofia occidentale, viene intesa la fondazione della manifestazione dell’ente. Esso viene espresso esplicitamente nell’epoca moderna nel dire di Leibniz: “Egli ha dato alla tesi del fondamento la formulazione rigorosa del principium reddendae rationis sufficientis. In conformità con questa formula, la tesi del fondamento dice: niente è senza una ragione, un fondamento, sufficiente, che pretende la propria fornitura” 134 . All’interno dell’interpretazione metafisica del principio del fondamento la versione “rigorosa” è il suo essere inteso come principio del rendere ragione. Questa è la versione rigorosa del principio perché a rigore l’essere reso appartiene al fondamento che fonda l’ente manifestato. All’interno dell’interpretazione metafisica del principio del fondamento, che il fondamento si manifesti è cioè essenziale al suo stesso fondare, ossia al modo in cui viene inteso il fondare del fondamento: il fondamento fonda solo portandosi in presenza. Perché questo? Noi sappiamo che l’essenza della metafisica è il pensare l’essere in funzione dell’ente e sappiamo che questo significa che la negazione assoluta del proprio altro in cui, anche all’interno della metafisica, viene riconosciuto il senso fondamentale dell’essere è intesa come realizzatesi nell’ente e come ente. Questo significa: all’essere in quanto fondamento appartiene di esporsi e porsi 133 Ibid., p. 93. 134 loc. cit., corsivo mio. Page 96 96 nell’ente e come ente. Ecco perché, all’interno del pensiero metafisico, la versione rigorosa del principium rationis è il principium reddendae rationis; ecco perché, cioè, al fondamento della manifestazione dell’ente, vale a dire all’essere, appartiene a rigore di essere reso e fornito all’interno della dimensione ontica. Per questo essere reso del fondamento, cioè per questo suo essere compreso nel légein in cui si articolano i differenti, la manifestazione dell’ente è fondata e stabilmente presente. Per Heidegger, si è visto, il compimento di questa volontà metafisica di “rivelazione del profondo” è l’“autosapersi assoluto dello spirito assoluto” 135 hegeliano. Qui il fondamento è completamente reso perché si espone totalmente nell’esistente e in esso si ritrova, nella circolazione salda del perfetto concepirsi (in questo modo “lo svelamento dell’ente relativamente al suo essere – vale a dire la metafisica – appare compiuto, e la filosofia è alla fine” 136 ). D’altro canto, la dialettica hegeliana dell’autocoscienza assoluta è un esito inevitabile solo a partire dall’occultamento di ciò che invece appartiene essenzialmente al fondare dell’essere. All’oltrepassamento di questo occultamento Heidegger si rivolge parlando della diversa tonalità della tesi del fondamento. In questa diversa tonalità, nella quale l’accento cade sull’“è” e sul “fondamento”, ciò che risuona è l’altro inizio del pensiero, nel quale l’essere è essenzialmente in quanto fondamento e che proprio in quanto tale esso è Ab- grund e grund-los: l’Abisso senza fondo. Alla fine della sesta lezione Heidgger sostiene che “l’essere è essenzialmente [west] in sé fondante”, mentre nelle prime battute della settima lezione, poco dopo aver brevemente esposto i due modi “fondamentali” di intendere la tesi del fondamento, scrive: “L’essere è nella sua essenza fondamento. Per questo l’essere non può avere ancora un fondamento che dovrebbe fondarlo. Quindi il fondamento rimane via dall’essere. Nel senso di un tale rimanere via [Ab-bleiben] del fondamento 135 Ibid., p. 116. 136 loc. cit. Page 97 97 dall’essere, l’essere ‘è’ il fondo abissale, l’Ab-grund. In quanto l’essere come tale è in sé fondante, rimane esso stesso privo di fondamento [grund-los]” 137 . Come abbiamo già visto, proprio per la natura del fondare in cui l’essere consiste, l’essere che così fonda è eccedente rispetto al fondato (all’ente). Esso è dunque essenzialmente irriducibile alla dimensione da esso aperta e per questa irriducibilità è radicalmente in-fondato (solo l’ente ha fondamento). Nei Beiträge si legge per l’appunto: “Il fondamento fonda in quanto fondamento abissale” 138 . Il fondamento è abissale per la natura stessa del suo fondare. Per la natura stessa del fondare significa: per quel che fa dell’essere uno stare a fondamento. Quel che fa dell’essere uno stare al fondamento è la sua semantica fondamentale. Questa semantica è quella che all’essere compete in quanto assolutamente escludente il suo altro. In quanto così escludente l’essere è essenzialmente. Ma, Heidegger afferma, l’essere è essenzialmente nell’atto del fondare: “l’essere è essenzialmente in sé fondante”. L’essere è cioè quell’assoluta esclusione del proprio altro che si dà nell’atto del fondare aprendo la dimensione degli enti e del loro reciproco riferirsi e regolarsi gli uni sugli altri (questa dimensione è il légein, il quale “significa: riunire, porre l’uno con l’altro” 139 , cioè mettere in relazione e riferire i differenti l’uno all’altro). Quel che si dà nell’atto di fondazione dell’ente da parte dell’essere è la permanenza essenziale secondo la quale l’essere, in quanto negazione assolutamente escludente, si semantizza. Essa si dà appunto in questo atto fondante. Questo atto fondante è cioè l’essere stesso nel suo permanere essenzialmente. Ciò significa che, se l’essere è in quanto fonda, se questo fondare è il reggere in base alla propria semantica eccedente la radura degli enti nei modi del loro relazionarsi, se per questa eccedenza la semantica dell’essere che fonda è irriducibile a quella dell’ente che è fondato ed è pertanto in-fondata, allora 137 Ibid., p. 94. 138 M. Heidegger, Contributi alla filosofia, cit., par. 9. 139 M. Heidegger, Il principio di ragione, cit., p. 183. Page 98 98 l’essere è essenzialmente come fondamento abissale. L’essere è quell’assoluta negazione dell’altro da sé che esso è come fondo senza fondo dell’ente (è il “poiché senza perché” della rosa di Angelo Silesio). L’assoluta negazione dell’altro da sé secondo la quale l’essere acquista significato si dà nell’atto in cui l’essere fonda l’ente che viene a manifestazione senza poter, proprio per questo suo fondare, essere fondato al modo dell’ente. La pura semplicità semantica dell’essere è questo abisso senza fondo del dare fondamento. Come si vede, il discorso da Heidegger qui sviluppato rientra completamente nell’interpretazione dell’Ereignis come radura per il velamento che compare nei Beiträge. Rientra cioè nell’interpretazione del riferimento dell’essere all’ente in funzione della semantica dell’essere stabilita al di fuori della dimensione dell’ente. Che l’essere sia essenzialmente come un fondare senza fondo significa che all’essere appartiene di dar vita all’ente per il darsi della sua semantica stabilita indipendentemente dall’ente e quindi ad esso irriducibile. L’apertura della radura dell’ente è per il velamento abissale dell’essere perché è così che l’essere è essenzialmente. Ma Heidegger ora non parla più della vibrazione dell’essere. Non dice più che la radura per il velamento in cui l’essere come fondo abissale consiste “è già l’oscillazione del rimbalzo della svolta dell’Ereignis”. Dice invece che quel che la tesi del fondamento ascoltata nell’altro inizio del pensare afferma è che l’essere e il fondamento sono “lo Stesso”, tò a÷tó: “Che cosa dice la tesi [ascoltata nella seconda tonalità]? Essa dice: essere e fondamento si coappartengono. Ciò significa: essere e fondamento, nella loro essenza, ‘sono’ lo Stesso. Se pensiamo lo Stesso o, più esattamente, la stessità come appartenenza nell’essenza, allora ricordiamo uno dei primi pensieri del pensiero occidentale. Secondo tale pensiero lo Stesso non significa la vuota uniformità dell’uno e dell’altro, e nemmeno l’uniformità generica di una cosa con se stessa. Concepito nel senso di una tale uniformità, lo Stesso è soltanto l’indifferenziato dell’identità vuota e ripetibile all’infinito: A come A, B come B. Viceversa, lo Stesso pensato nel senso del coappartenere nell’essenza Page 99 99 spezza l’indifferenza di ciò che si appartiene, e lo tiene invece distinto nell’estrema disuguaglianza: lo tiene e, per l’appunto, non lo lascia cadere in pezzi e disgregarsi. Questo tenere insieme nel mantenere distinto è un tratto caratteristico di ciò che chiamiamo lo Stesso e la sua stessità. Questo tenere e mantenere appartiene a un ‘rapporto’ che incombe sul pensiero come qualcosa ancora da pensare. Eppure esso viene in luce in una forma particolare già con il pensiero metafisico, e ciò accade, nel modo più puro, nella Logica di Hegel” 140 . Parlando di “uno dei primi pensieri del pensiero occidentale”, che siamo indotti a ricordare se ci volgiamo a pensare l’essenza dello Stesso, Heidegger intende riferirsi al frammento 3 del Poema parmenideo. Siamo così sospinti dalle parole che Heidegger pronuncia ne Il principio di ragione a fare ritorno alle pagine di Identità e differenza, dalle quali siamo partiti. In esse Heidegger prende appunto in esame l’affermazione di Parmenide secondo la quale “il pensare e l’essere sono lo Stesso”. Essa va pensata nel senso di una coappartenenza (Zusammengehörigkeit) nell’essenza da parte dell’essere e del pensiero, inteso come l’esserci – la dimensione del légein dell’ente. Tale coappartenenza è l’Ereignis: “Lo Zusammengehören [nel senso del coappartenere nello Stesso] di uomo [esserci] ed essere, nel modo della loro vicendevole [kehrigen] provocazione, ci rende noto che e come l’uomo [l’esserci] sia traspropriato [vereignet] all’essere, mentre l’essere sia appropriato [zugeeignet] all’essenza umana. Nell’imposizione [Ge-stell] s’impone un singolare traspropriare ed appropriare. Si tratta di cogliere genuinamente questo fare-proprio [Eignen] in cui l’uomo [l’esserci] e l’essere sono fatti propri [ge-eignet] l’uno dell’altro, di tornare cioè a ciò che noi chiamiamo Ereignis” 141 . Ma che cosa dobbiamo intendere per “coappartenza nell’essenza di essere ed esserci”? In che senso l’Ereignis è la coappartenenza nello Stesso di essere ed esserci?

epy

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